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Cinema

Green Book: la storia che ha ispirato il film vincitore di tre Premi Oscar

Riccardo Colella

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Siamo nel 1960 e all’Auditorium della Lincoln High School, nella città di Manitowoc, nel Wisconsin, è tutto pronto per una grande serata di musica jazz. È un sabato sera di gennaio e il pubblico freme dalla voglia di assistere all’esibizione del Don Shirley Trio. Tutto sembra procedere per il meglio ma c’è un però: quelli del Don Shirley Trio sono neri. E da quelle parti, in pieno clima “Jim Crow”, è una cosa che non passa così inosservata. Il giornale locale descriverà lo show come: “brillante ed emozionante, ed accolto calorosamente dalla grande folla“. La verità, però, è ben diversa e il leader e pianista del trio, Donald Shirley, questo lo sa.

All’entrata della città, infatti, come in tutte le “Sundown Town”, c’è un cartello che recita letteralmente: “Negro, non lasciare che il sole tramonti su di te nella nostra città!”. Al momento di ripartire per un nuovo tour, Shirley decide di assumere un gregario. Una persona che possa, nel contempo, fargli da autista e factotum. È l’inizio della storia che ispirerà il film di Peter Farrelly. È la storia di Green Book.

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ON THE ROAD MOVIE – Green Book racconta di un viaggio nel profondo sud degli Stati Uniti, durante i turbolenti anni ’60. È il viaggio dell’acclamato compositore e pianista Dr. Don Shirley (Mahershala Ali) e del buttafuori Frank Anthony Vallelonga (Viggo Mortensen), detto Tony Lip, perché benedetto del dono di quella parlantina tutta italiana, così utile quando le cose si mettono male. In Green Book si ride, ma è un riso amaro. Si piange, quando è la rabbia per le discriminazioni subite ad animare le dita di Don Shirley durante i concerti. Quello stesso sconforto che lo porta ad isolarsi e a trovare rifugio nell’alcool.

È solo, Don Shirley. Coraggioso tanto da sfidare le segregazione degli stati del sud, ma irrimediabilmente solo. Osannato dai bianchi, purché faccia quello che gli viene richiesto: stare sul palco ad esibirsi. Ripudiato dai neri, perché troppo ricco e perché suona “musica da bianchi”. Allontanato dalla società, perché essere gay in quel mondo non è ammissibile. “Se per te non sono abbastanza nero e per loro non sono abbastanza bianco, allora dimmi chi diavolo sono io!”.

Il film di Farrelly punta i riflettori su un tema quanto mai scottante negli Stati Uniti, quello della segregazione razziale. E lo ha fatto raccontando una storia tanto semplice quanto vera e temibile, come conferma Nick Vallelonga, il figlio del Vallelonga protagonista, che di Green Book è co-sceneggiatore: “Volevo che i sentimenti provenissero dalla verità, perché la storia è così sorprendente che è sufficiente raccontare la verità stessa. Ho sentito che non potevamo permetterci di aggiungere scene inventate in questo film”.

E poco importa se qualcuno, in malafede, lo ha definito un “A spasso con Daisy a parti invertite”. I due protagonisti sono, all’apparenza, l’uno agli antipodi dell’altro, sia nel modo di essere che di pensare. All’inizio del film, Viggo getta nella pattumiera due bicchieri in cui hanno bevuto degli operai neri. È il potere della musica che li porterà a stringere una profonda e sincera amicizia, ciascuno arricchendosi della personalità dell’altro. “Non vinci con la violenza, vinci quando mantieni alta la tua dignità”. È la frase che Don Shirley pronuncia a Tony Lip, quando quest’ultimo reagisce a modo suo all’ennesima discriminazione.

Agli Oscar 2019, Green Book si era presentato come il cavallo su cui scommettere e, tanto per non deludere le aspettative, si porta a casa tre Academy Awards su cinque nomination: quelli per il Miglior film, Migliore attore non protagonista e Migliore sceneggiatura originale. Green Book ha vinto mantenendo alta la sua dignità.

PERCHÈ GREEN BOOK – A vent’anni, Nick Vallelonga intervista suo padre e Don Shirley, chiedendo loro di raccontare come due uomini così diversi tra loro e provenienti da realtà diametralmente opposte, potessero essere uniti da un così profondo legame. Le conversazioni private, rimaste inedite fino alla morte dei due protagonisti per volere dello stesso Shirley, assieme alle lettere scritte da Tony a sua moglie, costituiscono la base di Green Book.

Donald Shirley era un virtuoso del pianoforte. Uno il cui talento era, come osservato dallo stesso Stravinskij, “degno degli dei”. Diplomato al conservatorio di Leningrado e abituato a calcare i più grandi palcoscenici internazionali. Lip un semplice buttafuori italoamericano che, per sbarcare i lunario si arrabattava qui e là racimolando qualche dollaro extra.

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Mio padre era un personaggio, non puoi inventarlo. Gran parte dei dialoghi sono nati proprio dalle sue stesse parole. Era un buon padre di famiglia ma era un prodotto dei suoi tempi. Gli italiani vivevano con gli italiani, gli irlandesi con gli irlandesi e gli afroamericani con gli afroamericani. Il viaggio gli ha aperto gli occhi, e da quel momento, ha cambiato il modo in cui trattava le persone”.

The Negro Motorist Green Book era una guida di viaggio per afro-americani pubblicata annualmente e in uso dal 1936 al 1967, e che prometteva letteralmente “vacanze senza rischi”. Per gli afroamericani dell’epoca, viaggiare sui mezzi pubblici poteva portare non pochi disagi. Nonostante le automobili fossero un bene piuttosto inusuale tra i neri, non era raro che esponenti della classe media afroamericana, scegliessero l’auto come alternativa ai mezzi pubblici.

L’impiegato newyorkese delle poste Victor Hugo Green, pensò quindi di redigere un prontuario che servisse da guida per gli afroamericani, affinché potessero godersi le proprie vacanze, senza “ulteriori aggravanti”. E soprattutto, perché non le rovinassero ai vacanzieri bianchi. Ristoranti, alloggi, motel, locali, empori e servizi igienici. Tutto ciò che fosse d’aiuto per un itinerario in perfetta tranquillità e senza imbarazzi. Nel pieno dell’era Crow, d’altronde, perché privarsi della “Bibbia del viaggiatore nero”? A pensarci bene, forse non era una semplice operazione commerciale quanto sentito nel film: “Ci vuole coraggio per cambiare l’animo delle persone”.

Questo film parla del vedere il mondo attraverso gli occhi di un’altra persona e dell’imparare a vivere nei panni dell’altro. All’inizio di questa storia, queste due persone non hanno niente in comune, non si sarebbero mai dovuti incontrare, non dovrebbero nemmeno stare insieme. Ma la loro storia dimostra che persone molto diverse possono capirsi e rispettarsi a vicenda”.Brian Hayes Currie (co-produttore di Green Book)

Giornalista, cinefilo e amante della lettura con la passione per il rock, colleziona una gran quantità di strumenti diversi e li suona tutti male. Cresce sotto il segno di Marlon Brando e Robert De Niro. Il cinema italiano, però, ha gli occhi di Tomas Milian, la voce di Alberto Sordi e la regìa di Luigi Magni e Pietro Germi. Quando non risponde al telefono, lo trovate sul tatami.

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Happy End: come Michael Haneke filtra la sofferenza attraverso lo schermo di uno smartphone

Malaika Sanguanini

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Correva il 2017 e a distanza di cinque anni da “Amour”, il registra austriaco Michael Haneke tornava con “Happy End”, un film dal titolo totalmente in contrasto con ciò che ne rappresentava in realtà il contenuto. Siamo nuovamente di fronte alla messa in scena dell’estremo pessimismo di Haneke, il quale ci catapulta in una realtà fatta di ipocrisia, crollo di valori, razzismo e da una tecnologia che sta prendendo il posto della vita reale.

Non a caso, in una delle prime scene assistiamo a un crollo all’interno di un cantiere. Qui un uomo muore e Haneke, per impattare sullo spettatore, filtra l’episodio attraverso una telecamera di sorveglianza. La metafora del crollo e della morte la percepiamo fin dall’inizio, così come l’atto del riprendere. Sullo sfondo di una Calais, cittadina francese conosciuta anche come “la giungla” a causa dei molti profughi che vi si trovano, si snodano le vite dei componenti di una ricca famiglia borghese allo sbando.

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Vi sono il patriarca (Jean Trintignant), proprietario dell’azienda di cui fa parte il cantiere che ci viene mostrato all’inizio, costretto in carrozzina, stanco di vivere e convinto che tutti abbiano un prezzo, cerca qualcuno che lo “aiuti” a morire, offrendo soldi o chiedendo a profughi casuali di spingerlo in strada in cambio di un orologio; il figlio Thomas (Mathieu Kassovitz), medico divorziato con una figlia tredicenne e risposato con un’altra donna è un traditore seriale incapace di amare; la sorella di Thomas, Anne (Isabelle Huppert), finta perbenista, intenta solo a preservare le apparenze si affanna per salvare l’azienda prima che le cause legali la annientino.

La famiglia è ridotta a puro costrutto sociale all’interno del quale i personaggi non si capiscono e per farci percepire queste dinamiche, il regista, in diversi momenti riprende le situazioni a distanza, lasciando la macchina da presa lontana dai protagonisti e i dialoghi nell’incomprensione più totale. Figure chiave sono i figli dei due fratelli: il figlio di Anne, nauseato dalla falsità e non interessato a salvare le apparenze cerca di contrastare l’ipocrisia che lo circonda con atteggiamenti che mettono a disagio la famiglia; dall’altra parte c’è la figlia di Thomas, la cui innocenza dista ormai anni luce, vive nel disincanto più totale, con una madre depressa che vediamo solo da lontano attraverso l’IPhone della figlia che la filma anticipando ogni sua mossa, quasi come se la madre non fosse altro che un robot.

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Una delle scene più significative è quando vediamo la ragazzina recarsi con il padre in ospedale a far visita alla madre: la macchina da presa ci mostra i due personaggi da lontano che entrano nella camera e che pochi secondi dopo se ne vanno non lasciando trasparire la minima emozione. La tredicenne è semplicemente il frutto malato del mondo privo di valori degli adulti in cui vive o vede nella morte il lieto fine, unica via d’uscita da un’esistenza vuota ed infelice?

Una cosa è certa, Haneke in quest’opera non trova altro modo per parlare della vita se non attraverso la morte, che non è mai rappresentata direttamente ma è presenza incorporea. Il regista, infatti, non ci pone mai davanti all’atto del morire ma lo filtra attraverso un cellulare o una telecamera, esattamente come nella scena che chiude il film. Si arresta sempre un attimo prima dell’evento, non mettendo mai in scena nessun gesto drammatico, ma proprio la scelta di non mostrarci mai la morte conferisce ad essa ancora più potere.

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Adesso è ufficiale: Michael Keaton sarà ancora Batman!

Riccardo Colella

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George Clooney o Val Kilmer? Christian Bale o Ben Affleck? E di Robert Pattinson ne vogliamo parlare? Ogni volta che ci troviamo davanti all’annoso dilemma su chi sia il miglior Batman di sempre, partono discussioni da far tremare i pilastri del cielo (cit.).

Se però c’è un nome su cui tutti i fan dell’Uomo Pipistrello non possono fare altro che alzare le mani in segno di doveroso rispetto, è sicuramente quello di Michael Keaton. L’attore americano si è calato nei panni del protagonista DC in ben due occasioni, nel 1989 e nel 1992, e sempre sotto la regìa di Tim Burton, lasciando un segno profondo nei cuori dei fan.

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Ebbene signore e signori, apponete un Bat-Segnale sul calendario, esattamente in corrispondenza del 4 novembre 2022, perché quella è la data in cui potremo ritrovare Michael Keaton nei panni di Batman. Nei mesi scorsi se ne era parlato abbondantemente ma solo ora è arrivata l’ufficialità. Trent’anni dopo Batman – Il ritorno, l’attore ritornerà nel mondo DC, stavolta accanto ad Ezra Miller, in The Flash di Andrés Muschietti.

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Della trama si sa ancora poco ma le prime indiscrezioni parlano di un Berry Allen/Flash che, partendo da una Gotham City protetta dal Batman di Ben Affleck e viaggiando indietro nel tempo nel tentativo di salvare la vita alla madre, creerà inavvertitamente un universo parallelo in cui si muove un Uomo Pipistrello più vecchio di trent’anni e che ha il volto di Michael Keaton. Le riprese del film hanno preso il via questa settimana a Londra.

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Road to Oscars 2021: su Sky Cinema Due arriva “Minari”

Riccardo Colella

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Ancora Road to Oscars 2021 ad accompagnarvi all’evento cinematografico più importante dell’anno. A pochi giorni dalla cerimonia di assegnazione dei 93esimi Academy Awards, oggi parliamo di Minari, uno dei film più attesi alla cerimonia di assegnazione del prossimo 25 aprile.

Arriva in prima visione su Sky Cinema Due il film candidato a sei Oscar®, Minari di Lee Isaac Chung, film rivelazione di questa stagione cinematografica già vincitore del Golden Globe come Miglior Film Straniero e del Gran Premio della Giuria e del Premio del Pubblico al Sundance Film Festival.

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Minari ha ricevuto sei nomination agli Oscar® come Miglior Film, Miglior Regista a Lee Isaac Chung, Miglior Attrice Non Protagonista a Yuh-Jung Youn, Miglior Attore Protagonista a Steven Yeun (primo interprete americano di origine asiatica nella storia a ricevere questa nomination), Migliore Sceneggiatura Originale a Lee Isaac Chung e Migliore Colonna Sonora Originale a Emile Mosseri. Anche quest’anno si potrà seguire la Notte degli Oscar® 2021 in diretta su Sky Cinema Oscar® (canale 303) tra domenica 25 e lunedì 26 aprile a partire dalle 00:15.

Minari (dal nome di una pianta acquatica coreana simile al crescione europeo) è ambientato negli Stati Uniti degli anni 80 e si ispira alle vicende personali del regista. Tutto ha inizio quando Jacob (Steven Yeun, The Walking Dead, Burning – L’amore brucia), immigrato coreano, trascina la sua famiglia dalla California all’Arkansas, deciso a ritagliarsi la dura indipendenza di una vita da agricoltore. Sebbene Jacob veda l’Arkansas come una terra ricca di opportunità, il resto della famiglia è sconvolto da questo imprevisto trasferimento in un fazzoletto di terra nell’isolata regione dell’Ozark.

Ad aiutare Jacob nella fattoria il veterano di guerra Paul, inarrestabile lavoratore estremamente religioso, interpretato da Will Patton (Yellowstone).  L’arrivo dalla Corea della nonna (Yuh-Jung Youn, Youn’s Kitchen, The Housemaid), donna imprevedibile e singolare, stravolgerà ulteriormente la loro vita. I suoi modi bizzarri accenderanno la curiosità del nipotino David (Alan Kim) e accompagneranno la famiglia in un percorso di riscoperta dell’amore che li unisce.

Un film rivoluzionario in cui una famiglia coreana cerca integrazione e insegue il “sogno americano”, per una storia carica di speranza in un’epoca difficile in cui per ricominciare bisogna sostenersi soprattutto nelle difficoltà. Osannato dalla critica internazionale, il Wall Street Journal parla di una storia “intima, toccante, divertente e costantemente stimolante”, The Guardian lo descrive come “incantevole” nel raccontare la fede e la vita reale, vita che può migliorare una volta che si riescono ad apprezzare le cose semplici e a farne tesoro.

MINARI – Mercoledì 5 maggio in prima visione alle 21.15 su Sky Cinema Due, in streaming su N0W e disponibile on demand

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