Green Book: la storia che ha ispirato il film vincitore di tre Premi Oscar

Siamo nel 1960 e all’Auditorium della Lincoln High School, nella città di Manitowoc, nel Wisconsin, è tutto pronto per una grande serata di musica jazz. È un sabato sera di gennaio e il pubblico freme dalla voglia di assistere all’esibizione del Don Shirley Trio. Tutto sembra procedere per il meglio ma c’è un però: quelli del Don Shirley Trio sono neri. E da quelle parti, in pieno clima “Jim Crow”, è una cosa che non passa così inosservata. Il giornale locale descriverà lo show come: “brillante ed emozionante, ed accolto calorosamente dalla grande folla“. La verità, però, è ben diversa e il leader e pianista del trio, Donald Shirley, questo lo sa.

All’entrata della città, infatti, come in tutte le “Sundown Town”, c’è un cartello che recita letteralmente: “Negro, non lasciare che il sole tramonti su di te nella nostra città!”. Al momento di ripartire per un nuovo tour, Shirley decide di assumere un gregario. Una persona che possa, nel contempo, fargli da autista e factotum. È l’inizio della storia che ispirerà il film di Peter Farrelly. È la storia di Green Book.

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ON THE ROAD MOVIE – Green Book racconta di un viaggio nel profondo sud degli Stati Uniti, durante i turbolenti anni ’60. È il viaggio dell’acclamato compositore e pianista Dr. Don Shirley (Mahershala Ali) e del buttafuori Frank Anthony Vallelonga (Viggo Mortensen), detto Tony Lip, perché benedetto del dono di quella parlantina tutta italiana, così utile quando le cose si mettono male. In Green Book si ride, ma è un riso amaro. Si piange, quando è la rabbia per le discriminazioni subite ad animare le dita di Don Shirley durante i concerti. Quello stesso sconforto che lo porta ad isolarsi e a trovare rifugio nell’alcool.

È solo, Don Shirley. Coraggioso tanto da sfidare le segregazione degli stati del sud, ma irrimediabilmente solo. Osannato dai bianchi, purché faccia quello che gli viene richiesto: stare sul palco ad esibirsi. Ripudiato dai neri, perché troppo ricco e perché suona “musica da bianchi”. Allontanato dalla società, perché essere gay in quel mondo non è ammissibile. “Se per te non sono abbastanza nero e per loro non sono abbastanza bianco, allora dimmi chi diavolo sono io!”.

Il film di Farrelly punta i riflettori su un tema quanto mai scottante negli Stati Uniti, quello della segregazione razziale. E lo ha fatto raccontando una storia tanto semplice quanto vera e temibile, come conferma Nick Vallelonga, il figlio del Vallelonga protagonista, che di Green Book è co-sceneggiatore: “Volevo che i sentimenti provenissero dalla verità, perché la storia è così sorprendente che è sufficiente raccontare la verità stessa. Ho sentito che non potevamo permetterci di aggiungere scene inventate in questo film”.

E poco importa se qualcuno, in malafede, lo ha definito un “A spasso con Daisy a parti invertite”. I due protagonisti sono, all’apparenza, l’uno agli antipodi dell’altro, sia nel modo di essere che di pensare. All’inizio del film, Viggo getta nella pattumiera due bicchieri in cui hanno bevuto degli operai neri. È il potere della musica che li porterà a stringere una profonda e sincera amicizia, ciascuno arricchendosi della personalità dell’altro. “Non vinci con la violenza, vinci quando mantieni alta la tua dignità”. È la frase che Don Shirley pronuncia a Tony Lip, quando quest’ultimo reagisce a modo suo all’ennesima discriminazione.

Agli Oscar 2019, Green Book si era presentato come il cavallo su cui scommettere e, tanto per non deludere le aspettative, si porta a casa tre Academy Awards su cinque nomination: quelli per il Miglior film, Migliore attore non protagonista e Migliore sceneggiatura originale. Green Book ha vinto mantenendo alta la sua dignità.

PERCHÈ GREEN BOOK – A vent’anni, Nick Vallelonga intervista suo padre e Don Shirley, chiedendo loro di raccontare come due uomini così diversi tra loro e provenienti da realtà diametralmente opposte, potessero essere uniti da un così profondo legame. Le conversazioni private, rimaste inedite fino alla morte dei due protagonisti per volere dello stesso Shirley, assieme alle lettere scritte da Tony a sua moglie, costituiscono la base di Green Book.

Donald Shirley era un virtuoso del pianoforte. Uno il cui talento era, come osservato dallo stesso Stravinskij, “degno degli dei”. Diplomato al conservatorio di Leningrado e abituato a calcare i più grandi palcoscenici internazionali. Lip un semplice buttafuori italoamericano che, per sbarcare i lunario si arrabattava qui e là racimolando qualche dollaro extra.

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Mio padre era un personaggio, non puoi inventarlo. Gran parte dei dialoghi sono nati proprio dalle sue stesse parole. Era un buon padre di famiglia ma era un prodotto dei suoi tempi. Gli italiani vivevano con gli italiani, gli irlandesi con gli irlandesi e gli afroamericani con gli afroamericani. Il viaggio gli ha aperto gli occhi, e da quel momento, ha cambiato il modo in cui trattava le persone”.

The Negro Motorist Green Book era una guida di viaggio per afro-americani pubblicata annualmente e in uso dal 1936 al 1967, e che prometteva letteralmente “vacanze senza rischi”. Per gli afroamericani dell’epoca, viaggiare sui mezzi pubblici poteva portare non pochi disagi. Nonostante le automobili fossero un bene piuttosto inusuale tra i neri, non era raro che esponenti della classe media afroamericana, scegliessero l’auto come alternativa ai mezzi pubblici.

L’impiegato newyorkese delle poste Victor Hugo Green, pensò quindi di redigere un prontuario che servisse da guida per gli afroamericani, affinché potessero godersi le proprie vacanze, senza “ulteriori aggravanti”. E soprattutto, perché non le rovinassero ai vacanzieri bianchi. Ristoranti, alloggi, motel, locali, empori e servizi igienici. Tutto ciò che fosse d’aiuto per un itinerario in perfetta tranquillità e senza imbarazzi. Nel pieno dell’era Crow, d’altronde, perché privarsi della “Bibbia del viaggiatore nero”? A pensarci bene, forse non era una semplice operazione commerciale quanto sentito nel film: “Ci vuole coraggio per cambiare l’animo delle persone”.

Questo film parla del vedere il mondo attraverso gli occhi di un’altra persona e dell’imparare a vivere nei panni dell’altro. All’inizio di questa storia, queste due persone non hanno niente in comune, non si sarebbero mai dovuti incontrare, non dovrebbero nemmeno stare insieme. Ma la loro storia dimostra che persone molto diverse possono capirsi e rispettarsi a vicenda”.Brian Hayes Currie (co-produttore di Green Book)

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