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Interviste

Gian Paolo Serino e Satisfiction: 20 anni di critica letteraria senza compromessi

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Figura vulcanica nel mondo dell’editoria e della cultura italiana, in quasi trent’anni di attività Gian Paolo Serino si è rivelato uno dei critici letterari più audaci e intransigenti che ci sia in circolazione.

Noto per le sue innumerevoli collaborazioni con quotidiani, periodici e case editrici di primo piano, si è sempre battuto per un’idea di letteratura (e di vita) audace e marcatamente fuori dagli schemi, che lo ha reso un punto di riferimento insostituibile per tutti coloro che amano i libri e la lettura.

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Da pochi giorni, la sua “creatura” più conosciuta, la rivista letteraria Satisfiction, ha tagliato il prestigioso traguardo dei venti anni di attività, durante i quali ha raccolto numeri e consensi a dir poco inequivocabili. Abbiamo perciò raccolto qualche impressione del critico milanese a proposito di questo significativo “genetliaco”.

Sono passati venti anni da quando è cominciata l’avventura-Satisfiction. So che sei una persona sempre proiettata in avanti, ma te la sentiresti di stilare un bilancio sull’attività della rivista in occasione di questa ricorrenza così importante? In che modo, secondo te, ha contribuito a cambiare le cose in un mondo molto particolare come quello della critica letteraria?

Non esistono persone “avanti”, solo persone che rimangono un po’ indietro. Credo che Satisfiction rappresenti questo. Non essere un’avanguardia ma un progetto editoriale che 20 anni fa aveva un unico padrone, il lettore. E continua ad avere i lettori -che sono cresciuti a dismisura, certo- come protagonisti. La nostra esistenza è credere in una “coscienza critica”, per questo Satisfiction è così amato e così invitato.

Per quanto riguarda la seconda parte della tua domanda, secondo me moltissimo, ma non devo dirlo io. Siamo riconosciuti dal mondo editoriale tutto come i referenti più credibili verso i lettori. E questo lo si può evincere non dalle mie parole ma dalla stima degli editori, che lasciano a Satisfiction molte anteprime di grandi autori, e da quella di tanti grandissimi scrittori che ci stanno regalando i loro inediti per festeggiare questi 20 anni. 

A tal proposito: ti aspettavi una partecipazione così massiccia alla celebrazione della ricorrenza da parte di tanti grandi protagonisti della narrativa italiana e internazionale (che si è espressa anche attraverso una lunga serie di omaggi video e scritti sui social)?

Fa sempre piacere, ma devo ammettere che non mi aspettavo una così forte adesione da parte di scrittori di riconosciuta levatura sia italiani che internazionali. Sono felice che la coerenza mia e di Satisfiction sia riconosciuta in modo così significativo. Si può essere d’accordo o meno con Satisfiction, ma nessuno ci può accusare di non essere forse l’unica davvero libera in Italia.

Da trenta anni a questa parte, vieni considerato uno dei critici letterari più influenti e apprezzati in Italia (e non solo). Come si guadagna un consenso così ampio e, soprattutto, cosa pensi di aver fatto, in termini di trasparenza e innovazione, per averlo meritato?

Con la determinazione, con l’amore che ho nei confronti di quello che faccio. Non ho mai accettato di prestar orecchio alle sirene della “società” letteraria, dalla quale mi tengo fermamente lontano. Prima questo rifiuto me lo facevano pagare, adesso viene considerato come mio tratto distintivo. Una cosa che comunque mi lascia sempre in allerta: essere riconosciuti può essere il primo passo per essere inglobati. Per questo non sono mai soddisfatto di quello che faccio. C’è sempre un passo avanti da fare, qualcosa da conquistare, un obiettivo da ottenere. Ecco, quando la cassiera dell’Esselunga saprà che lavoro faccio, allora avrò finito. Ma non per protagonismo, è solo la mia idea di vero successo. Ho imparato con il tempo a non bruciare le tappe, anche andando sempre al massimo. E ho imparato anche che il successo è solo il participio passato del verbo succedere.

Ci puoi raccontare come è nata questa vocazione così singolare? Qual è stata la molla che ha fatto scattare dentro di te il desiderio di intraprendere una carriera che, diciamolo chiaramente, presenta delle incognite di realizzazione professionale non indifferenti?

Perché ho sempre amato leggere, ho iniziato a 4 anni e per adesso non ho ancora smesso di credere nei libri.

Sempre rimanendo in tema. Nonostante la tua fama e una sterminata serie di collaborazioni con molti dei giornali e dei magazine cartacei più importanti del Paese, sei sempre stato un sostenitore del mezzo web come strumento di condivisione dei saperi e di circolazione dell’informazione letteraria. Perché?

Io credo molto nella carta, credo che tra molti anni tutti torneranno a leggere i giornali, ad esempio. E questo perché sempre più studenti usano il tablet. Chi avrà voglia di rimanere al pomeriggio ancora davanti allo schermo? Sono convinto, tornerà la lettura. E Satisfiction, a partire dalla grafica “elegante e spartana”, (come ha scritto “la Repubblica”) non concede e non concederà nulla al lettore, se non leggere.

Nonostante la tua ancor giovane età, già da diversi anni hai fatto scoprire ai lettori italiani degli autentici capolavori della letteratura internazionale (tra i tanti, citiamo “Stoner” di John Williams, “Revolutionary Road” di Richard Yates o “Una banda di idioti” di John Kennedy Toole). Come si scoprono libri epocali come questi e come si fa a farne capire il valore ai lettori (e agli editori)?

Facile: leggendo molto.

Nei tuoi editoriali, nelle tue recensioni e in molte delle tue dichiarazioni sui media, hai sempre posto un accento molto marcato sull’importanza di affrontare la letteratura e la cultura in generale come una sfida improntata soprattutto sul coraggio di “darsi” completamente. Nella tua ormai lunga esperienza di vita e di lavoro, pensi che la maggior parte di chi, a vario titolo, è coinvolto nel settore, si attenga a questo principio? E quali possono essere le conseguenze sulla vita di tutti i giorni (lavorativa e non) per chi sceglie un approccio così emotivo? Quali sono state sulla tua, tanto per dirne una?

Ma nella domanda prima hai parlato della “tua giovane età” e adesso della “mia ormai lunga esperienza” (sorride, ndr)?! Scherzo, Ti ringrazio molto per aver sottolineato entrambi gli aspetti, perché, pur essendo sulla breccia da ormai tanti anni, sono ancora molto giovane in confronto alla maggior parte dei critici e degli scrittori. Per la scrittura ho sacrificato tutto: la famiglia, i figli, gli amici. Ho sacrificato spesso anche me stesso pur di essere fedele e coerente alla mia idea di scrittura! E ne vado fiero, anche se è fatica.

Nel moto perenne delle tue iniziative, c’è qualcosa che senti di non aver ancora o di non aver fatto fino in fondo come volevi? Qual è il sogno nel cassetto del Serino “progettatore”?

Sì, ma non sarebbe un progetto se te lo rivelassi (ride, ndr)!

Un’ultima domanda: dopo il successo del tuo esordio come autore di “Quando cadono le stelle”, hai pronta da diverso tempo una tua voluminosa autobiografia che promette di essere un libro cult nel futuro prossimo. Quando si trasformerà in carta da toccare e, soprattutto, in che modo ti auguri “esploda” nel mondo dell’editoria italiana (e non solo)?

Avevo in mente di farlo uscire lo scorso maggio, poi la pandemia mi ha fatto desistere. Lo stesso per questo maggio. Io credo molto nelle presentazioni di persona, non in quelle video che tanto sono andate per la maggiore in questi ultimi due anni. Mi piace incontrare le persone, i miei lettori, e il primo “tour di supporto” al mio libro d’esordio mi ha dato soddisfazioni enormi. Per il resto, non ho fretta. Non ho mai avuto fretta di pubblicare. Infatti “Colpevole di tutto” sarà il mio secondo e ultimo romanzo. Avrò già detto tutto che avrei voluto dire.

Leggi anche: Libertà di espressione nel 2021: quando giornalisti e docenti sono perquisiti per un tweet di troppo

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Addio a Calasso, Adelphi perde la sua colonna portante

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roberto calasso

Scomparso a Milano, all’età di 80 anni, lo scrittore ed editore Roberto Calasso, presidente e consigliere delegato della casa editrice Adelphi. Soffriva da tempo di una malattia. Saggista e narratore, nel 1962, a soli 21 anni, entrò a far parte di un piccolo gruppo di persone che, insieme a Roberto Bazlen e Luciano Foà, stava elaborando il programma di una nuova casa editrice: sotto la sua guida, Adelphi è diventata uno dei marchi più importanti nell’editoria di qualità.

Proprio oggi escono in libreria i suoi ultimi due libri, “Bobi” e “Memé Scianca”. Fin dalla fondazione, Calasso è stato l’animatore di Adelphi, diventandone nel 1971 direttore editoriale e nel 1990 consigliere delegato. Dal 1999 era anche presidente della casa editrice.

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Niccolò Fabi, emozioni che scivolano tra parole e musica sperimentale

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paesaggi sonori

Tra tutte le arti, la musica sembra quella più effimera: in teoria cessa di esistere quando chi suona si ferma. In pratica, continua dentro di noi, mostrando forza nella sua fragilità, col suo potere di seminare domande, speranze, sogni e inquietudini. Ne è ben consapevole Niccolò Fabi, la cui sfida è quella di dare alle sue canzoni la forza evocativa del racconto, in un equilibrio da cercare tra un testo e una coda strumentale sperimentale che lasci il tempo a chi ascolta di dare un proprio significato alle parole.

Sullo sfondo i paesaggi al tramonto del sito archeologico di Peltuinum, nell’area di Prata d’Ansidonia (L’Aquila), in Abruzzo, in occasione di quello che forse è l’appuntamento più atteso di Paesaggi sonori, il festival che dissemina musica tra le rovine con diverse location mozzafiato, una rassegna di concerti che, talvolta, prevede anche un’escursione in trekking fino a raggiungere i teatri naturali dove la musica viene proposta in piena sintonia con l’ambiente circostante.

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Venerdì 30, il “Tradizione e Tradimento Tour 2021” porterà il cantautore romano proprio a suonare in questa scenografia divenuta ormai uno dei simboli del festival, tra le mura dell’antica città vestina fondata tra il I il II secolo a.C., incorniciata a nord dal massiccio del Gran Sasso d’Italia e a sud dal gruppo montuoso Sirente-Velino. Un luogo che lo stesso Fabi definisce un “amplificatore di emozioni”.

Paesaggi sonori ha fatto il suo debutto ad Alba Fucens con il concerto di Ramon Moro e proseguirà domenica 8 con Alicia Edelweiss all’Altopiano del Voltigno (Villa Celiera). Sabato 21 sarà la volta di Shigaraki e Stefano Pilia – live al Cratere del Sirente – Secinaro. Dunque, Paolo Angeli sabato 28 al parco archeologico di Ocriticum di Cansano. Tutte le località si trovano in Abruzzo. Il festival vede la direzione artistica di Flavia Massimo e la direzione logistica di Massimo Stringini. Sul palco con Fabi anche i compagni di viaggio Roberto Angelini, Pier Cortese, Alberto Bianco, Daniele “mr Coffee” Rossi e Filippo Cornaglia. Il concerto si propone come una vera e propria esperienza in cui immergersi, lasciandosi trasportare da 2 ore ininterrotte di musica. Un movimento continuo in cui le parole e il suono si mescolano.

Un viaggio tra i sentimenti con cui Niccolò Fabi, muovendosi con totale libertà artistica libero da schemi e generi di appartenenza, mette in scena le verità raccontate attraverso le sue canzoni. Un crescendo continuo di emozioni che passa attraverso i racconti di brani come “Evaporare”, “Una somma di piccole cose”, “Filosofia Agricola”, “Elementare”, fino ad arrivare a “Una buona idea”, “Diventi Inventi”, “Il negozio di antiquariato”, e “Lasciarsi un giorno a Roma…” solo per citarne alcune. Un percorso che arriva fino all’ultimo album in studio “Tradizione e Tradimento” del 2019.

Niccolò Fabi (foto di Melania Stricchiolo)

Com’è stato tornare in tour?
È una gioia vedere la macchina ripartire, trovare spettatori felici di poter rivivere questo momento così simbolico dell’aggregazione emotiva e fisica che è il concerto. Personalmente sono abituato a trascorrere del tempo lontano dal palcoscenico, alle pause, e penso che gli artisti, o almeno i più famosi, possano permettersi anche economicamente uno stop e farlo risultare fruttuoso. Ma per un fonico da palco, per un backliner, non c’è creatività nello stare fermi, è solo una menomazione, una preoccupazione. Ritrovarci in giro insieme è stato come risentire il sangue che circola nelle nostre vene alla giusta velocità.

Come ha vissuto questo periodo da un punto di vista personale e artistico. Cosa è mancato di più?
Personalmente l’aspetto che è mancato meno è proprio quello del musicista, perché non vivo di solo palco e anche in passato mi è capitato di fare lunghe pause tra un tour e l’altro. È indubbio che veniamo tutti da un inverno molto lungo, e adesso c’è bisogno di un po’ di primavera. Ciò che è mancato più di ogni altra cosa è la condivisione. Adesso c’è il desiderio di riappropriarci, emotivamente e fisicamente, della dimensione che ci fa stare l’uno accanto all’altro: la rappresentazione storica più antica dello “stare insieme”. È sicuramente un momento molto difficile e non sappiamo a livello macroscopico le reali conseguenze che questa pandemia lascerà. Come cittadino del mondo sono preoccupato. Artisticamente, invece, non ho trovato questo periodo molto ispirante. Devo aspettare qualche mese per capire cosa è rimasto dentro di me di questa esperienza e se può o meno diventare un racconto. In questo momento non noto nessuna traccia di quello che abbiamo vissuto, ma non c’è stata ispirazione forse anche perché venivo da una fase della vita in cui volevo dedicarmi ad altro. Era appena cominciata la tournée invernale del tour di Tradizione e Tradimento (ultimo disco uscito ad ottobre 2019), il momento della riflessione era alle spalle, volevo aprirmi, e questa invece è stata un ulteriore esperienza di chiusura e di preoccupazione.

Tra recuperi del tour precedente, sospeso dal Covid, e nuove date, ha davanti un’agenda molto fitta..
Sì, siamo impegnati tutta l’estate con oltre trenta date. È un gran risultato, perché non ho fatto Sanremo, né promozione, non ho usato i social, eppure siamo riusciti a mettere insieme un tour con tanti concerti. Forse esprimo uno stato d’animo che può essere di conforto, credo ci sia bisogno di attraversare le proprie difficoltà, e noi siamo qui per questo.

Quanto il tempo che abbiamo trascorso incide sullo spettacolo che la gente viene a vedere?
I miei concerti vivono un orizzontale coinvolgimento emotivo. Si tratta di un viaggio musicale emotivo fatto insieme a persone con cui condivido tutto. Tutti noi abbiamo vissuto (e stiamo vivendo) un’esperienza straordinaria, ma nella stesura della scaletta del concerto non sento l’esigenza di guardare ai miei brani in quest’ottica. Le mie canzoni vivono una dimensione che è più onirica e simbolica. Ho anche la fortuna di avere un repertorio che nel suo complesso si occupa di smarrimenti, di perdite di equilibrio. Per me forse è più facile rispetto ad altri misurarmi con una situazione in cui le persone devono assistere ad un concerto sedute. Mi rendo conto che altri generi musicali e altri artisti che contano molto più sull’intrattenimento, sul contatto fisico e sul ballo, sono più penalizzati di me. Io sono abituato a fare un concerto che viene vissuto intimamente, non devo stravolgere il mio racconto. Poi, certo, lo sto costruendo in maniera diversa per dare elementi di sorpresa a chi mi ascolta, insieme a quei momenti di conforto che magari si aspettano e che è giusto ci siano. Come artista non so cogliere l’emozione del mentre, sono più bravo nelle sfumature del poi. Forse più avanti saprò testimoniare questo psicodramma che abbiamo e stiamo ancora vivendo. Ho paura che a causa del virus il vecchio mondo ce lo siamo lasciati alle spalle. Come sarà quello nuovo proprio non lo so, ma non sono ottimista.

Due ore ininterrotte di musica in cui le parole e il suono si mescolano andando a creare una condizione “spirituale” ed “emotiva”..
Sarà un viaggio fatto del mio linguaggio, della mia quotidianità. La musica dà senso alle mie giornate, come utente e come lavoratore della musica, ha dato la cadenza a tutta la mia vita negli ultimi 30 anni. Le canzoni sono solo canzoni, testimonianza di quello che ho vissuto. E poi sono uno strumento molto potente, ma da vivere in maniera serena, che può lasciare al pubblico un momento di commozione, un sorriso o suscitare un ricordo. Questo perché cambiamo noi, non le canzoni. Un anno un concerto ti può regalare qualcosa, e l’anno successivo dell’altro. Dipende dallo stato d’animo con cui il pubblico si approccia. Non ci saranno grandi effetti speciali, ma qualche piccola sorpresa. Ci sono un paio di pezzi che non faccio da molto tempo, alcuni che non ho mai realizzato dal vivo prima e altri che si ripetono, ma arrangiati in modo diverso. Per il resto il mio concerto vive di equilibri emotivi che non si possono stravolgere. Ci deve essere la giusta misura tra sorpresa e rassicurazione. Sia per chi ascolta che per chi suona. Come piccola sorpresa c’è una pausa, chiamiamola così, durante la quale passo la palla ai tre validi cantautori con cui condivido il palco (Roberto Angelini, Pier Cortese e Alberto Bianco – la band è composta anche dal batterista Filippo Cornaglia e dal tastierista Daniele “Mr Coffee” Rossi). Loro continueranno il mio racconto con una canzone a testa. È qualcosa che non avevo mai fatto e funziona, è proprio un bel momento.

Il suo ultimo album “Tradizione e Tradimento” è del 2019..
Già, è uscito da un anno e mezzo ormai e le sue canzoni sono finite in quel “grande cassetto” da cui attingo cose senza stare a guardare l’anagrafe. Ecco perché il concerto non si focalizza particolarmente sul solo repertorio di Tradizione e Tradimento, ma si concentra un po’ su tutta la mia produzione.

La scaletta cambia di data in data?
A me non piace cambiare. Una volta che ho trovato un racconto, è come uno spettacolo teatrale: non è che dici “dai, oggi nel secondo atto togliamo questa parte e ne mettiamo un’altra”. La mia problematica è trovare nella scaletta il giusto equilibrio, ecco perché magari nelle prime date faccio degli aggiustamenti. Ma poi il viaggio resta uguale e l’emozione si rinnova comunque ogni sera.

Peltuinum: foto di Fabrizio Giammarco per Paesaggi Sonori

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Interviste

Franco J. Marino: “cerco di esprimere la bellezza e la poesia di un vissuto sincero”. L’intervista

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Solare, energico e con la musica nel DNA. Franco J Marino è certamente tra gli artisti italiani di maggior rilievo, grazie ad una proposta musicale che non si vergogna di sperimentare ed osare. Napoletano di nascita ma romano di adozione, un mix di blues, latin, soul ed, ovviamente, il calore della sua città natale. Non deve stupire se Franco J Marino abbia alle spalle una carriera ricca di importanti traguardi, come le collaborazioni con Lucio Dalla o Andrea Bocelli ed un premio AFI per l’attività compositiva.

Con “Immagina il mondo che vuoi“, singolo uscito il 4 giugno, Franco J Marino ha raggiunto la sua maturità artistica. Sound corposo, vintage e raffinato. Un brano il cui videoclip è stato girato tra i colli bolognesi. Bologna, ha spiegato, è una città molto importante poiché fonte di ispirazione e luogo familiare grazie alla lunga amicizia con il produttore Mauro Malavasi.

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Roma, Napoli, Bologna. Il viaggio e l’esperienza come guide ed una sincera ricerca della propria identità musicale. Tutti ingredienti che confluiscono nell’ultimo inedito pubblicato, che si configura come una summa della carriera dell’artista: un invito a guardare avanti, oltre lo stato delle cose, e sognare un futuro migliore. Se volete saperne di più, vi proponiamo di seguito una breve intervista con Franco J Marino attraverso la quale cercheremo di approfondire meglio il suo background musicale. Buona lettura.

Leggi anche: “Rockin’1000 Party, musica e cinema con il supergruppo all’Arena Lido di Rimini

Ciao Franco e benvenuto su The Walk Of Fame Magazine, è un piacere. Lo scorso 4 giugno è uscito “Immagina il mondo che vuoi”, il tuo nuovo singolo. Vuoi parlarcene? Di cosa tratta il brano e a cosa ti sei ispirato questa volta?

Buongiorno e piacere mio. L’ispirazione è figlia del desiderio e io desidero un mondo meno veloce, “slowlife”, per comprendere e godere della bellezza che ci circonda. Questo è il mondo che immagino.

La tua è una proposta musicale molto singolare. Unisci sonorità melodiche napoletane, la tua terra d’origine, al blues, latin e soul. È stato difficile per te, negli anni, trovare questo equilibrio stilistico?

È stato molto naturale lo spunto, ” l’invenzione”. Poi per arrivare alla precisione ci sono voluti quasi due anni. “Napolatino” è un progetto unico e rappresenta il mio stile anche grazie a Mauro Malavasi che lo ha prodotto e arrangiato.

Franco, tu vieni da Napoli ma vivi da tanto a Roma, una seconda casa a tutti gli effetti. C’è in qualche modo nelle tue canzoni un richiamo alle due città?

Roma è una città bellissima e unica al mondo ma non mi ha dato spunti per scrivere. Napoli la sento nelle vene e ogni volta che ci torno (spesso), mi emoziona e mi regala l’ispirazione che mi serve.

Nel corso della tua carriera hai avuto modo di collaborare con grandi artisti, come ad esempio Lucio Dalla o Andrea Bocelli. Come sono nati questi progetti che ti hanno portato a scrivere con il primo “Non vergognarsi mai” e per il secondo “Domani”?

Ho sempre avuto una grande stima nei confronti del maestro Malavasi con il quale collaboro da molti anni. Feci ascoltare alcuni miei brani a lui che lo colpirono molto, poi li ascoltarono Lucio e Andrea che mi vollero conoscere, e da quel momento si instaurò un bel feeling da cui sono nati i brani che ho scritto per loro.

Domanda semplice, ma con la quale vogliamo entrare più nel dettaglio. Cosa vuoi esprimere con la tua musica? Chi è Franco J Marino nelle sue canzoni?

Desidero sempre esprimere la bellezza e la poesia legate da un vissuto sincero.

Come mai hai aspettato fino al 2011 per pubblicare il tuo primo album? Avevi bisogno in un certo senso di trovare la tua strada stilistica prima di addentrarti nella stesura di un disco completo?

Certamente. Il percorso di un artista è complesso e non basta solo il talento. Nel mio caso, poi, prima del 2011 ho scritto per altri artisti importanti.

Prima di salutarci, se possibile, vorremmo qualche anticipazione sui tuoi progetti futuri. Cosa hai mente di fare ora che si potrà nuovamente suonare dal vivo? Tornerai a calcare i palchi o magari stai lavorando ad un nuovo progetto discografico?

Spero di fare tutte e due le cose!

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