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Interviste

Geopandemia, quattro strade per orientarsi nel caos di questi mesi: il nuovo libro di Salvatore Santangelo

Fabio Iuliano

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L’ultima volta che ho avuto la possibilità di confrontarmi con Salvatore Santangelo è stata all’inizio di marzo. Si parlava del suo Babel (Castelvecchi editore, 2018), un libro che descrive il tentativo di “flirtare pericolosamente con le architetture segrete del mondo”, per dirla con le parole dello scrittore cyberpunk William Gibson, perché quello – a dire il vero – è l’unico modo per aprire una finestra sul futuro e comprendere i cambiamenti che la società globale sta vivendo.

Mentre parlavamo, ero molto meno consapevole di Salvatore di camminare sull’orlo di un precipizio o quantomeno di uno spartiacque che necessariamente avrebbe segnato un prima e un dopo negli scenari planetari. Ecco, “Geopandemia, decifrare e rappresentare il caos”, il nuovo lavoro del giornalista e docente universitario – sempre per Castelvecchi – aggiorna la mappa di queste nuove architetture e connessioni globali, alla luce di quello che è successo nell’ultimo anno. Un anno in cui, dinamiche e relazioni di molti Paesi hanno fatto i conti con un’emergenza sanitaria inedita. 

l’intervista di marzo

“Geopandemia” delinea ben 4 traiettorie da seguire, per intuire, i contorni del mondo che verrà: 

  • per affrontare le nuove sfide si dovrà attingere alla saggezza degli antichi, nel cui orizzonte esistenziale era sempre presente la dimensione “tragica” della storia;
  • la fiducia tra cittadini e istituzioni (e la capacità stessa di generare fiducia) sarà un asset strategico;
  • si assisterà a un rinnovato protagonismo dello Stato in campo economico e a una crescita delle sue articolazione e degli apparati burocratici;
  • la competizione tra le potenze si misura e si misurerà sempre più sulla qualità del capitale umano, in questo senso la sfida è sulle biotecnologie, sui calcolatori quantistici, sull’intelligenza artificiale e sulla capacità di collezionare e analizzare dosi sempre più massicce di dati.

Esperto di politica internazionale e di storia del Novecento, Santangelo studia la dimensione mitica nell’attualità occupandosi di “geosofia”, quella che John K. Wright ha definito come l’esplorazione «dei mondi che si trovano nella mente degli uomini». Tra le sue pubblicazioni: Frammenti di un mondo globale (2005), Le lance spezzate (2007), GeRussia (2016) e Babel, come detto sopra. Ha firmato reportage dai Balcani (1999), dall’Ulster (2000 e 2002), dalla Libia (2012), da Israele (2013 e 2015) e dalla Siria (2017).

Santangelo, vorrei ripartire da una tua risposta uscita fuori nella nostra precedente conversazione. Sono parole che mi hanno particolarmente colpito, e devono aver colpito anche te, visto che in parte le ritroviamo nella quarta di copertina di questo nuovo volume: “Il Covid19 sarà il cigno nero che metterà all’angolo quella che Ulrich Beck ha battezzato come la ‘Società del rischio’. E all’attuale emergenza sanitaria, nei prossimi mesi, si unirà una recessione globale. Si tratterà di una crisi ancor più devastante di quella del 2008 perché, in questo caso, impatterà sul versante della produzione. Tutto ciò segnerà un netto spartiacque tra un prima e un dopo” (9 marzo 2020 – ndr). L’evoluzione degli eventi sembra confermare le previsioni. Ma come sono andate veramente le cose?

Non ti nascondo che mi fa una certa impressione rileggere queste parole che allora stonavano con la cantilena, imperante, dell’“andrà tutto bene”. Cercavo di spiegare che questa sfida – pandemica, biopolitica, tecnologica – andava affrontata come una lunga maratona; al contrario abbiamo consumato le nostre energie emotive, intellettuali e fisiche (visto che ansia e stress colpiscono anche a questo livello) in quella che veniva descritta (dai media e dal mondo politico, sia al governo che all’opposizione) come una gara sulla corta distanza o al massimo come una gara di mezzofondo. Devo fare una premessa per i lettori, che potrebbero essere pregiudizialmente ostili nei confronti di chi ritengono faccia analisi dalla propria bolla di confort: sono una Partita Iva dal 2003 e un imprenditore nel campo della formazione; un settore che sta subendo delle profonde e drammatiche trasformazioni… Personalmente, non voglio arrendermi a una visione spietatamente liberista che appare pronta a sacrificare sull’altare dell’efficienza e del profitto chi è rimasto indietro, chi non ce la fa, “i non produttivi”. Oggi – a livello globale – va posto il tema del possibile cedimento del tessuto sociale in presenza di una calamità di queste proporzioni. In tal senso, sono convinto che, per affrontare tutto ciò, assieme a strumenti di politica monetaria non convenzionali di entità mai vista prima – forse neanche al tempo del New Deal – dovremo implementare un nuovo modello di economia sociale di mercato, dove il mondo del lavoro sia saldamente ancorato al sistema sociale.

Veramente la crisi di questi mesi ha impattato sul versante della produzione? Sembra invece che tanti sforzi siano profusi per preservare la produzione, mentre soffre il commercio al dettaglio.

La pandemia ha impattato su un trend che si era già messo in moto nel 2019: basta guardare il crollo, in tutti i Paesi occidentali, ma ancor più in Italia, dell’indice della produzione industriale; crollo che si era registrato già nell’ultimo trimestre dello scorso anno. È vero che alcune filiere stanno reggendo, quelle maggiormente integrate con il tessuto produttivo europeo, in particolare quello tedesco, ma il Paese ha bisogno di una risposta sistemica, e questa può emergere solo, come afferma anche il Financial Times, se ci libereremo dai tanti luoghi comuni che hanno anestetizzato e reso per lo più sterile il dibattito politico. Permettetemi una piccola nota polemica, in termini di politica industriale, il miracolo italiano è stato esemplificato dalla motorizzazione di massa, oggi si pensa forse di replicarlo con il bonus per l’acquisto di monopattini elettrici, prodotti tra l’altro in Cina? Anche la crisi del commercio al dettaglio non è un fatto episodico o legato al covid: negli Usa – che ci anticipano di almeno un decennio – hanno subito “l’Apocalisse del mondo retail” generata da Amazon; e qui si apre il tema della tassazione degli OTT e dello sfruttamento del lavoro che sono spesso alla base del successo di questi sistemi imprenditoriali. Temi posti – nella campagna elettorale statunitense – sia dall’ala sinistra del Partito Democratico (pensiamo alla piattaforma di Bernie Sanders) che da una parte consistente del Partito Repubblicano trumpizzato.

A livello globale, le misure di contenimento hanno messo in discussione dei parametri e delle libertà acquisite in due secoli di Stato di diritto. Dinamiche simili magari a quelle descritte da Chomsky. Quanto consapevolezza c’è di questo?

Mi sembra che non ce ne sia alcuna. Ma è comprensibile. Come dicevano i latini: “prima vivere e poi filosofare”. Se si dovesse arrivare alla scelta tra ordine e libertà, prevarrebbe certamente il primo: salute, sicurezza sociale nel senso più ampio, approvvigionamento dei beni di prima necessità; è chiaro che vinceranno quei sistemi che saranno in grado di assicurarli. Comunque questo non ci esime dall’impegno morale e civico per denunciare e contrastare gli abusi (come in Polonia): la soluzione della crisi in atto non sta nelle formule già usurate, ma in una nuova architettura politica che ci consenta di conservare e incrementare gli attuali livelli di benessere, senza dover rinunciare al sistema delle garanzie democratiche.

Attraversare i confini oggi è quanto mai difficile a qualsiasi livello. Che implicazioni comporta? 

Sinceramente non so se è così; le merci continuano a spostarsi, e continua a esserci una umanità in costante movimento, sospinta dalle più diverse ragioni, che nei modi più disparati, legalmente o illegalmente, affronta l’attraversamento di un confine. E questo dal Rio Grande, a Lampedusa, fino alle isole dell’Egeo. C’è qualcosa di più forte di tutto, ed è un qualcosa su cui dobbiamo riflettere a fondo.

Giornalista, docente di lingue straniere, tra le collaborazioni l’agenzia Ansa e il Centro (testata ex gruppo L’Espresso-Finegil Editoriale). In passato ha lavorato a Parigi e Milano con Eurosport e Canal +. Come blogger, oltre ad aver seguito vari eventi sportivi internazionali, dalle Universiadi (in Europa e in Asia) alla Race Across America – la folle corsa ciclistica da un capo all’altro degli Stati Uniti – ha condotto alcune inchieste sull’immigrazione con reportage in Italia, Romania e Marocco. Nel 2007 ha vinto il premio giornalistico Polidoro. Nel 2016 ha firmato “New York, Andalusia del Cemento – il viaggio di Federico García Lorca dalla terra del flamenco alle strade del jazz” (Aurora edizioni), l’anno successivo Lithium 48, sempre per la stessa casa editrice.

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#TWOF1: “Tra presente e futuro, a tu per tu con Pino Quartullo”

Redazione

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Nella settimana di festeggiamenti per il primo compleanno di The Walk Of Fame, Pino Quartullo, attore, sceneggiatore, regista e artista a tutto tondo, si è concesso ai nostri microfoni per un’intervista esclusiva. Un viaggio all’interno di una carriera ricca di soddisfazioni e momenti indimenticabili. Dall’incontro con Alberto Sordi ne “Il Marchese del Grillo“, a quello con Monica Vitti e Gigi Proietti del quale è stato anche allievo.

L’importanza di investire nel teatro e nella cultura hanno tenuto banco fra un aneddoto e un ricordo. Il doppiaggio di Jim Carrey in “The Mask“, i primi spettacoli di varietà televisivo, la collaborazione con Lino Guanciale, sono solo altri episodi narrati e descritti nel corso dell’intervista in allegato.

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#TWOF1: 40 anni di giornalismo rock con Federico Guglielmi

Redazione

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Una passione lunga tutta una vita, elevata a lifestyle e occupazione principale. Il sacro verbo del rock’n’roll, nelle mani di Federico Guglielmi, tra i giornalisti di settore più autorevoli e apprezzati in Italia, è al sicuro e in ottime mani. Nell’intervista esclusiva rilasciata a The Walk Of Fame in occasione del primo compleanno del magazine, Guglielmi ha ripercorso le tappe salienti di 40 anni di giornalismo rock.

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I Punkreas sono più forti della pandemia: l’intervista tra passato e futuro

“La gente ha voglia di tornare ai concerti e quando tutto questo finirà, andare a uno show varrà doppio”

Federico Falcone

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Il 2020 è stato un anno nero per la musica, tanto in chiave live vista l’impossibilità di portare avanti un certo tipo di concerti, quanto in studio di registrazione, a causa della difficoltà, in più momenti, di vedersi per comporre e registrare. Proviamo solo a pensare al senso di smarrimento degli esponenti di un certo tipo di musica, quella che fa dell’adrenalina, del coinvolgimento fisico e della necessità di scatenarsi sotto a un palco l’anima dei propri show.

“Il distanziamento sociale si dichiara colpevole, vostro onore. Ma ammette di non aver agito da solo”

Il pubblico è parte integrante dello stesso, non un contorno. Come si può restare impassibili, inerti, statici, mentre si prende parte a un concerto punk/hc oppure heavy metal o rock più in generale? Pogare, quanto di più caro a un fan, è stato a larghi tratti proibito. Troppo alto il rischio di contagio. Per non parlare, poi, di quelle poche sale al chiuso che dopo il lockdown hanno riaperto vedendo più che dimezzata la propria capienza e prevedendo, inoltre, un rigido distanziamento. Anche quando tutto sembrava volgere al meglio, come in estate.

I concerti all’aperto sono stati tanti, ma tutti sottoposti a una rigida sorveglianza.

E tutti sono stati diversi.

Una fase di passaggio, quella estiva, che ci aveva illusi di un ritorno alla normalità.

E ora, cosa accade? Prende piede il paradosso di sperare di poter rivivere quanto vissuto in estate, cioè il “meglio poco che niente“. L’Italia è stretta tra la morsa di una seconda ondata che in alcune regioni si sta rivelando devastante e una crisi economica ben più gravosa di quella del 2008. Ad ora, quindi, neanche il poco è concesso.

Ma c’è chi lotta, chi non si rassegna, chi prova ad andare avanti contro tutto e tutti. Chi, insomma, reagisce e non abbassa la testa. Come i Punkreas.

“Un anno nero certamente lo è stato. Per molti è stato anche l’anno zero, per altri un anno di transizione. Ma adesso è un disastro, non se ne esce. Ci sono categorie particolarmente colpite che vedono svanire i sacrifici di una vita”, dichiara Gabriele “Paletta” ai nostri microfoni. Lui, con Angelo “Cippa” e Paolo “Noyse” ha dato il via alla band nel 1989. Quest’anno ricorrevano i primi 30 anni di vita del gruppo che nel dicembre del 1990 dava alle stampe la demo “Isterico“. E tutto era pronto per una festa lunga dodici mesi, tra concerti elettrizzanti, ricordi e raduni con amici di vecchia e nuova data. Una grande famiglia che avrebbe voluto, e dovuto, tributare i Punkreas, band di punta della scena punk italiana.

Quale migliore occasione per festeggiare con un tour celebrativo una carriera lunga e ricca di soddisfazioni?

E quale peggior scherzo del destino se non quello di una pandemia che lo ha impedito?

E pensare che l’anno era iniziato alla grande: un disco per ripercorrere l’intera carriera (XXX – 1989-2019: The Best) e una festa di compleanno clamorosa (il 25 gennaio all’Alcatraz di Milano). Da “Acà Toro” a “Disgusto totale“, dalla “Canzone del Bosco” a “Voglio Armarmi” fino all’ultimo singolo, “Sono Vivo“: tutto era allineato per dare fuoco agli amplificatori e scatenare stage diving e furore sotto al palco. Dopo il 25 gennaio tutto è cambiato e i primi casi di contagio da covid 19 a Codogno e Vò Euganeo hanno fatto calare il sipario sulla live music in Italia.

Prime chiusure, fuga di treni tre le regioni e tutti a casa senza potersi allontanare per più di 200 metri.

Appena passata la primavera, suddivisa tra Fase 1 e Fase 2, i Punkreas sono tornati in pista, con un nuovo show, riadattato per l’occasione. Il trio storico per portare avanti un concerto storico, in chiave acustica. Un rialzare la testa tipico dei grandi, di coloro che vivono di passione e per coloro che, invece, vivono di lavoro. Perché la musica è un lavoro e chi di essa campa è rimasto fermo al palo. I più fortunati hanno ottenuto qualche bonus e alcuni ristori. I più fortunati, appunto. Aspetto, questo, che ha ulteriormente convinto Paletta e soci a organizzare un tour estivo per festeggiare ugualmente i 30 anni di carriera.

Ci siamo dovuti adattare al momento con una tournée organizzata dal niente. Abbiamo totalmente rimodulato il tour e i canoni stilistici precedentemente previsti per dare vita a uno spettacolo più coerente con il momento storico”, spiega Paletta. “Abbiamo previsto il racconto di una serie di aneddoti dal 1989 a oggi, tutti divertenti proprio per sorridere e rallegrarci, che non fa male. Abbiamo raccontato il nostro percorso e anche i momenti più esaltanti, come il concerto di spalla ai Rage Against The Machine o l’incontro con Joe Strummer. Ma anche di quando la mattina andavamo a scuola e la sera, invece, a suonare in giro”.

La musica è una medicina per far sorridere la gente. Ai nostri concerti c’è assembramento, ovviamente, e ciò adesso non può esserci, come non poteva esserci in estate. L’acustico è stato interessante e soddisfacente, abbiamo avuto un ottimo riscontro da parte del pubblico. Se siamo invecchiati? Non lo so, anzi, direi che negli ultimi dischi abbiamo ripreso un po’ lo sprint che avevamo all’inizio. Suoniamo sempre quello che ci piace fare. Come un buon vino, siamo invecchiati bene”.

Come in tutte le storie trentennali, ci sono stati momenti esaltanti e momenti anche negativi.

“I primi anni era bello poter andare in giro per ogni regione italiana, tra i vari centri sociali. Erano momenti di aggregazione dove la gente veniva senza neanche conoscerti, adesso i posti non ci sono più e le band emergenti – ce ne sono molte interessanti – non hanno la possibilità di esibirsi. I grandi festival erano il top, come l’Heineken Jammin’ dove suonarono, appunto, i RATM davanti a 60mila persone. Ricordi negativi? Il G8 di Genova, ma sicuramente anche questo anno che è passato. Abbiamo iniziato la tournée con un sold out all’Alcatraz e il giorno dopo è crollato tutto, non abbiamo più potuto fare niente. E’ stato l’anno più brutto“.

Non riuscire suonare dal vivo è un disastro e se il web ha ridotto le distanze è anche vero che la musica è fatta per essere suonata di fronte a un pubblico. La tecnologia non può sopperire a tutto. Non è questione di essere parte della vecchia scuola, ma di sapere esattamente cosa vuol dire il brivido di un concerto. La nostra attitudine è sempre stata quella, l’unica cosa che sappiamo fare è mandare messaggi per fare riflettere. La scena, da un punto di vista concettuale, si è impoverita. Per quanto riguarda il nostro pubblico c’è sempre una super attenzione. In generale devo ammettere che i contenuti sono sempre di meno”. Le etichette ancora decidono cosa pubblicare. Ancora oggi le lobby decidono cosa pubblicare”.

Una storia vecchia, quella del mercato discografico spesso ottuso e incapace di andare oltre al trend del momento. Come storia vecchia è il rapporto tra musica e politica. Le elezioni del nuovo presidente degli Stati Uniti sono state tra le più seguite (e votate) della storia.

“Con le lobyy di mezzo escono fuori sempre voti dell’ultimo momento, ma peggio di Trump non si poteva fare. Ne ero già consapevole prima, e lo sono tutt’ora. In otto anni Obama ha fatto una fatica strepitosa per la sanità e per accorciare la distanze tra le classi sociali. Poi è arrivato Trump e ha di fatto azzerato – se non riportato gli States ancora più indietro – quanto fatto dal suo predecessore”.

E’ stato l’anno più brutto. Ma è il momento di guardare avanti.

Nuovi obiettivi da porsi e nuovi traguardi da raggiungere.

Il momento di tornare alla normalità arriverà.

Questa pandemia, come ha avuto un inizio avrà una fine e la voglia di scatenarsi sotto a un palco sarà più viva che mai.

“Avevamo in cantiere la tournée e da lì vogliamo ripartire. E’ stata preparata bene. Per quanto riguarda la nostra musica: abbiamo buttato giù altre idee e diverse nuove canzoni. L’idea è quella di fare uscire qualcosa di nuovo come regalo ai nostri fans. La gente ha voglia di tornare ai concerti e quando tutto questo finirà, andare a uno show varrà doppio”. Come dargli dargli torto.

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