Freaks Out, un mix di generi per raccontare il tema della diversità

Lo scorso 28 ottobre è sbarcato nelle sale l’attesissimo “Freaks Out”, seconda opera del regista romano Gabriele Mainetti. Come lui stesso aveva scritto sulla propria pagina Facebook nel giorno antecedente all’uscita della pellicola, “Freaks Out” è un lavoro pensato e creato esclusivamente per il cinema, unico luogo in cui è possibile godere a pieno di questa esperienza.

Perché sì, “Freaks Out” è, in primo luogo, un viaggio, un’esperienza visiva e sensoriale alla quale solo una sala cinematografica può rendere giustizia. È più di un film, è un grande spettacolo sorretto da una fotografia e una scenografia altamente performanti. Vi è uno sfondo storico, poi, quello della Seconda guerra mondiale e dell’occupazione nazista attorno al quale ruotano i fatti.

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Roma, 1943. Matilde (Aurora Giovinazzo), Cencio (Pietro Castellitto), Fulvio (Claudio Santamaria) e Mario (Giancarlo Martini) lavorano e vivono nel circo di Israel (Giorgio Tirabassi). I quattro, abbandonati da piccoli dalle rispettive famiglie, vengono adottati dal circense che gli dona un lavoro, uno scopo e amore paterno.

Dotati di poteri magici, vissuti come una maledizione più che come un dono, i quattro freaks si ritrovano a girovagare inermi per le strade di Roma dopo che il loro circo viene distrutto dai bombardamenti e il padre-protettore scompare nel nulla.

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Ma se Matilde è quasi certa che a quest’ultimo sia capitato qualcosa di brutto, gli altri tre credono di essere stati abbandonati per scelta. In breve tempo, dunque, voltano pagina e decidono di chiedere un lavoro al folle nazista Franz (Franz Rogowski), pianista e direttore artistico del Zirkus Berlin

Dotato di sei dita per mano, motivo per cui venne scartato dall’esercito e confinato a restare nell’ombra della guerra, Franz vede il futuro ed è convinto di riuscire a mettere insieme un gruppo di persone caratterizzate da poteri speciali per salvare la Germania e vincere la guerra.

Dopo “Lo chiamavano Jeeg Robot” (2015) Mainetti dà vita ad un’opera estremamente ambiziosa e convincente, la quale è composta da diversi generi narrativi e filmici. Dramma, commedia, favola, guerra e supereroi sono mescolati all’interno di un film che tratta il tema della diversità e parla di esseri posti ai margini della società.

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Molti sono i registi che hanno raccontato la triste realtà dei cosiddetti “fenomeni da baraccone”, basti ricordare il drammatico “The Elephant Man” (1980) di David Lynch. Ma in “Freaks Out” Mainetti sceglie di narrare le vicende dei diversi in chiave anche ironica e divertente, all’interno del quale non manca di certo lo spazio per la riflessione.

Un lavoro che spazia dalla favola burtoniana allo stile di Quentin Tarantino in “Bastardi senza gloria”, fino al cinema americano sui supereroi. Mainetti si dimostra senza dubbio un regista innovativo e dona al cinema italiano una piccola perla che non ha assolutamente nulla da invidiare ai grandi blockbuster americani.

Photocredit by La Repubblica

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Malaika Sanguanini
Ok, amo il cinema. Fin da quando, da bambina, restavo a bocca aperta davanti al Gladiatore o al Frankenstein di Mary Shelley mentre gli altri si entusiasmavano per i cartoni animati. Dopo una laurea in Scienze dell’educazione e anni di lavoro nel settore, ho lasciato tutto dopo la seconda laurea in Scienze della comunicazione per fare ciò che amo di più: scrivere di cinema. Tarantino, l’enfant prodige Xavier Dolan e l’aura onirica di David Lynch sono punti di riferimento. Amo la scrittura perché, Bukowski docet, “scrivere sulle cose mi ha permesso di sopportarle”.

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