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Film e serie tv gratis per chi resta a casa

Fabio Iuliano

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L’ultimissimo Dpcm legato all’emergenza del coronavirus ha spinto diversi i servizi on-demand ad aprirsi alle famiglie italiane costrette a casa. Se RaiPlay, MediasetPlay e DPlay (i programmi dei canali del gruppo Discovery: da Nove e Real Time a DMax, Food Network e Giallo) continuano ad offrire i loro contenuti gratuitamente e ad arricchire i loro cataloghi, anche le piattaforme pay prendono provvedimenti. Il magazine Popcorntv.it fa il punto di questa offerta.

Amazon Prime Video aveva inizialmente proposto il servizio gratuito per tutti fino al 31 marzo 2020. Tuttavia, nella giornata di oggi, con l’estensione della zona rossa in tutta la Penisola, il colosso della distribuzione sembra aver fatto marcia indietro. Un ripensamento che ha creato non poche perplessità tra gli appassionati di film e serie tv.

TimVision – la piattaforma streaming di Tim con tantissimi sport, film, serie, cartoni e documentari – opta per la stessa strategia: servizio gratuito per tutti fino al 31 marzo. Basta inserire i propri dati sul sito ufficiale. In catalogo ci sono serie come The Handmaid’s Tale, Teen Wolf, The Magicians, Power, Killing Eve e Fargo, film come Bangla, Tomb Raider, Miss Sloane, la saga di Ritorno al futuro e tanti altri.


Infinity – il servizio che offre film, serie, cartoni animati e molto altro ancora – offre due mesi gratis: sulla piattaforma c’è di tutto, da film quali Shazam!, Gangster Squad e Le regine del crimine a serie come Containment, The Big Bang Theory e Young Sheldon.

Fonte: Popcorntv.it

Giornalista, docente di lingue straniere, tra le collaborazioni l’agenzia Ansa e il Centro (testata ex gruppo L’Espresso-Finegil Editoriale). In passato ha lavorato a Parigi e Milano con Eurosport e Canal +. Come blogger, oltre ad aver seguito vari eventi sportivi internazionali, dalle Universiadi (in Europa e in Asia) alla Race Across America – la folle corsa ciclistica da un capo all’altro degli Stati Uniti – ha condotto alcune inchieste sull’immigrazione con reportage in Italia, Romania e Marocco. Nel 2007 ha vinto il premio giornalistico Polidoro. Nel 2016 ha firmato “New York, Andalusia del Cemento – il viaggio di Federico García Lorca dalla terra del flamenco alle strade del jazz” (Aurora edizioni), l’anno successivo Lithium 48, sempre per la stessa casa editrice.

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Al Colibrì di Sandro Veronesi il premio Strega 2020

Federico Falcone

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Sandro Veronesi si aggiudica il premio Strega 2020. Il suo “Colibrì” (edito da La Nave di Teseo) prende 200 voti e stacca notevolmente quello che, alla vigilia, era considerato il vero antagonista, Gianrico Carofiglio che col suo “La Misura del Tempo” (edito da Einaudi Stile Libero) ha invece preso 132 voti. Più distaccate Valeria Parella (86 voti) con Almerina (Einaudi), Gian Arturo Ferrari (70 voti) con “Ragazzo Italiano” (Feltrinelli), Daniele Mencarelli con “Tutto Chiede Salvezza” (Mondadori) (67 voti), Jonathan Bazzi con “Febbre” (50 voti) (Fandango).

Ecco quanto ha dichiarato all’Huffinghton Post: “Ho già vinto una volta ma di quell’esperienza e di quelle emozioni non ricordo nulla, lo leggo sui libri. Il premio Strega è sempre lo stesso, ma le persone fuori cambiano. Qui sembra che il tempo si sia fermato”. Per Veronesi si tratta del bis dopo il successo nel 2006 con “Caos Calmo”.

​“Ho capito, all’improvviso, che tu sei davvero un colibrì. Ma certo. E’ stata un’illuminazione: tu sei davvero un colibrì. Ma non per le ragioni per cui ti è stato dato questo soprannome: tu sei un colibrì perché come un colibrì metti tutta la tua energia per restare fermo. Settanta battiti d’ala al secondo per rimanere dove già sei. (…) La tendenza del cambiamento, anche quando è probabile che non porti a nulla di meglio, fa parte dell’istinto umano, e tu non la concepisci”.

Trama:

“Tu sei colibrì perché come il colibrì metti tutta la tua energia nel restare fermo.” Marco Carrera, il protagonista del nuovo romanzo di Sandro Veronesi, è il colibrì. La sua è una vita di continue sospensioni ma anche di coincidenze fatali, di perdite atroci e amori assoluti.

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Beavis and Butt-Head, il cartone culto sta tornando per la gioia di metallari e nerd

Federico Falcone

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Tutt’a un tratto, per la felicità di metallari, rocker, nerd e appassionati del culto anni ’90, il 2020 ha improvvisamente senso. Beavis and Butt-Head stanno tornando. I due inseparabili amici, resi famosi dalle loro orrende – ma quanto mai divertenti – risate e dalle t-shirt di Metallica e Ac/Dc, fanno presto il loro come back sul grande schermo. Ad annunciarlo è stata la Comedy Central che ha svelato di aver raggiunto un accordo con Mike Judge, vincitore dell’Emme Award, per dare nuova linfa vitale al cartone. I due dovranno scontrarsi con un nuovo mondo, una nuova generazione di adolescenti e chissà, magari indosseranno altre magliette.

Sappiamo che la produzione ha previsto due stagioni. Beavis and Butt-Head possono tranquillamente essere annoverati nell’ambito dei personaggi culto e della cultura pop. Ironici, spesso satirici ai limiti della cattiveria, sboccati, insomma…dei veri metalkids. onosciuto per affrontare le questioni sociali tra cui l’obesità adolescenziale, i diritti dei lavoratori e le tendenze dei media, lo spettacolo si è collegato a un’intera generazione, rivendicandosi come una delle serie più innovative dello zeitgeist moderno.

Il cartone, per alcuni più identificabile come sitcom, andò in onda dall’8 aprile del 1993 al 28 novembre 1997, più una breve parentesi nel 2011 con nuovi episodi. Nel 1996, invece, fu realizzato anche un film, dal titolo “Beavis and Butt-Head alla conquista dell’America”.

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Dimenticare Vincenzo Mollica

Alberto Mutignani

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Recentemente mi è capitato di riprendere i Ritratti Italiani di Alberto Arbasino, da poco scomparso, e rileggere alcuni profili tracciati negli anni e nelle edizioni e riedizioni di quell’opera monumentale. C’è un fondo di sprezzatura nascosta all’interno di quelle pagine, che così poco spazio dedicano ad un autore come Moravia e così tante parole riservano per un’icona del pop come Gianni Morandi.

Arbasino, che di Antonioni scriveva “Subito si fa vivo per protestare se non condivide i giudizi espressi, non li tollera se non dall’entusiasmo in su, prende come stroncatura totale qualsiasi giudizio “misto”, non raccoglie le intenzioni ironiche perché non le vede”, è scomparso e nessuno ne ha raccolto l’eredità. I giornalisti che si affacciano al mestiere pretendendo di occuparsi del cinema “come arte” e della musica “come espressione dell’anima” sono i figli di una stagione trasversale a quella vissuta dal mite lombardo e dominante nel panorama contemporaneo: detta la linea il peso massimo del giornalismo culturale diabetico e zuccherino, Vincenzo Mollica.

Questo pezzo, che doveva inizialmente titolarsi “Contro il mollichismo”, vuole essere una semplice esortazione. Mi perdonerete se, non essendo un compagno del buon partito, non userò parole altisonanti né mi getterò in quelle infinte litanie che sperano di trovare nella lunghezza del testo una complessità concettuale che il discorso da sé non riesce ad esprimere.

Quello che è successo negli ultimi anni in questo Paese, dopo le gare stroncatorie degli anni ’70 e ’80, ha rappresentato il tramonto di una critica pur sempre pudica ma che nella bocciatura delle opere più disparate trovava l’escamotage per ricordare a sé e ai propri lettori la necessità costante di prendere con le dovute riserve il testo dell’ultimo romanziere, la pellicola dell’ultimo cineasta, e lo stesso mestiere di critico e cultore dell’argomento.

Una bustina di Eco recuperata di recente, ispirazione per questo pezzo, ricordava che già Guido Almansi nell’86 lamentava la rarefazione della nobilissima arte della stroncatura – erano ancora gli anni in cui, sul Sole 24 Ore, scriveva il Mamurio Lancillotto di Cotroneo -, come segno di una svigorita moralità letteraria. L’Italia, come Paese cattolico, si è volentieri lasciata alle spalle i pezzi provocatori di Alberto Savinio sull’animazione occidentale e di Tommaso Landolfi su qualunque cosa gli capitasse sotto mano, quelle stroncature che finivano con un sorriso, ben accogliendo invece la musicalità un po’ conservatrice, un po’ nostalgica delle parole di Mollica: belli gli album degli anni duemila, non si dica che siano brutti, ma ve li ricordate Mina e Battisti al Teatro 10?

Era il ’72. Andava tutto bene. Perché? Perché chi guarda(va) DoreCiakGulp era la generazione del boom e quella ancora precedente, persone che hanno fatto una cernita dei ricordi più piacevoli della propria epoca e mal sopportano il nuovo, cercando sempre qualcosa della Roma felliniana, della Dolce Vita, all’interno del nuovo che si affaccia davanti ai loro occhi. Perché non ci induce(va) a ragionare: una cosa è bella perché è bella, ve li ricordate Celentano e Pippo Baudo su Rai 1?

Era tanto tempo fa. Liberarci di questo amico degli artisti, di questo piccolo circolo mecenatico che promuove tutti e invita alla concordia a tutti i costi – perché chi litiga quando in gioco c’è un’anteprima, un disco omaggio, un backstage? – può essere un primo passo per superare il do ut des del giornalismo paracritico italiano, che oggi tempesta un po’ tutti: avete letto le ultime recensioni di Gianni Canova? Meglio una vecchiaia di follie e deliri che arrivare alla senilità facendo una reverenza quando si incontra, non so, un Guadagnino a cui qualcuno dovrebbe invece rivolgere una sola domanda: quand’è che la smetti?

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