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Il giornalista Fabio Iuliano porta il suo “Lithium 48” ad Avezzano: domenica 26 la presentazione alla libreria Ubik

Il presentazione di “Lithium 48” del giornalista Fabio Iuliano moderata da Marielisa Serone, si tratta del primo evento di una lunga serie che mette la letteratura e la cultura al primo posto

Antonella Valente

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Domenica 26 gennaio, ore 18.00, Libreria Ubik, Avezzano

Il magazine “The Walk Of Fame”, realtà editoriale nata sul finire del 2019 che ha come peculiarità l’informazione culturale, si fa strada non solo mediante la tipica attività giornalistica ma anche attraverso l’organizzazione di eventi finalizzati a promuovere e diffondere la stessa.

Il presentazione di “Lithium 48” del giornalista Fabio Iuliano moderata da Marielisa Serone, si tratta del primo evento di una lunga serie che mette la letteratura e la cultura al primo posto. “La presentazione di “Lithium 48” è da considerarsi come la prima tappa di un percorso destinato a sviluppare e promuovere un bacino culturale attivo. Non posso che esprimere orgoglio e soddisfazione per come sia Fabio che Marielisa, amici e collaboratori, hanno accettato con entusiasmo l’idea di questo incontro”, spiega Federico Falcone, direttore responsabile della testata.

“Lithium 48” racconta una storia che fin dalle prime pagine confonde e sconcerta il lettore. È impossibile, infatti, non domandarsi se la realtà che il protagonista Simone sperimenta sia concreta o frutto delle sue allucinazioni. Il ragazzo è vittima della paranoia di essere spiato da telecamere onnipresenti e da amici e colleghi di lavoro guidati da una regia esterna, cha ha il solo scopo di incanalarlo in una vita preordinata e rispondente a un copione scritto per intrattenere un pubblico di voyeur.

Sinossi:
Simone è sedato e rinchiuso in una piccola stanza bianca dell’Espace Maison Blanche. Una struttura dove vengono accompagnate le persone sottoposte a trattamento sanitario obbligatorio. È solo l’atto finale di un “itinerario” di 48 ore attraverso i vicoli di una Parigi controversa e misteriosa. Una dimensione filtrata dagli obiettivi di telecamere che Simone, blogger e musicista “alternative rock” di origini abruzzesi si sente addosso.

Fabio Iuliano ci porta all’interno di una storia dalle sfumature distopiche, cerebrali e profondamente introspettiva.

Il protagonista di questo racconto vive all’interno di quello che sembra un paradosso, configurabile come una fase dell’esistenza in cui ci si trova a riflettere sul nostro io e su cosa realmente possa accaderci da un momento all’altro. Paure e angosce vengono, però, trattate con leggerezza, senza mai scadere nel claustrofobico o nell’ostentata tristezza.



Fabio Iuliano
Giornalista, docente di lingue straniere, tra le collaborazioni l’agenzia Ansa e il Centro (testata ex gruppo L’Espresso-Finegil Editoriale). In passato ha lavorato a Parigi e Milano con Eurosport e Canal +. Come blogger, oltre ad aver seguito vari eventi sportivi internazionali, dalle Universiadi (in Europa e in Asia) alla Race Across America  – la folle corsa ciclistica da un capo all’altro degli Stati Uniti – ha condotto alcune inchieste sull’immigrazione con reportage in Italia, Romania e Marocco. Nel 2007 ha vinto il premio giornalistico Polidoro. Nel 2016 ha firmato “New York, Andalusia del Cemento – il viaggio di Federico García Lorca dalla terra del flamenco alle strade del jazz” (Aurora edizioni), l’anno successivo Lithium 48, sempre per la stessa casa editrice.

Marielisa Serone:
Vive nell’Abruzzo montano con 12 gatti, e ivi lavora per la progettazione e le relazioni pubbliche della Peperonitto, agenzia di produzione esecutiva per l’audiovisivo e la comunicazione, che ha contribuito a fondare con agli amici e soci Anna e Beppe; è filosofa e counselor filosofica – laureata e specializzata in Storia della Filosofia antica, bioetica ed etica delle donne e poi diplomata nel 2106 alla Scuola Umbra di Consulenza Filosofica a Roma, con un lavoro portato avanti sulla Ludosofia di Arcangela Miceli per una Pedagogia delle emozioni. Nel 2018 viene coinvolta da Fabrice Olivier Dubosc nel gruppo di lavoro di Clinica della Crisi, dal quale, dopo un anno, viene fuori il progetto culturale prima e editoriale poi del “Lessico della Crisi e del Possibile”, edito da SEB27 – di cui è coautrice.

Domenica 26 gennaio
Ore 18.00
Libreria Ubik, Avezzano (AQ), Corso della Libertà 108
Ingresso gratuito

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“Almeno tu nell’universo”: la grande rivincita di Mia Martini

Antonella Valente

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Voce indimenticabile e indimenticata. Artista insuperabile. Mia Martini, al secolo Domenica Bertè, oggi avrebbe spento 73 candeline e solo Dio sa quante emozioni ci avrebbe potuto regalare ancora.

Una piccola Donna fragile che ha combattutto l’ingiusto male ricevuto da colleghi, falsi amici e pessime compagnie con l’unico mezzo che conosceva: la musica.

Tutto ciò, però, senza mai perdere la sua umiltà. Mimì ha dimostrato all’Italia intera tutto il suo valore e il suo coraggio al ritorno sulle scene nel 1989, dopo anni di isolamento e di infelicità.

Un successo dopo l’altro ha contraddistinto l’artista calabrese a partire dal 1970. “Padre davvero”(1971) – censurato dalla Rai, ma fortemente voluto da Lucio Battisti qualche tempo dopo in una sua trasmissione – “Piccolo Uomo” (1972), “Minuetto” (1973) e “E non finisce mica il cielo” (1982) sono solo alcuni dei capolavori che hanno consacrato Mia Martini e che le hanno permesso di ottenere premi e riconoscimenti dalla critica musicale italiana ed estera. Ma dal 1983 le cose iniziarono a cambiare. In quell’anno infatti Mia Martini “decise” di lasciare il mondo dello spettacolo per via di una serie di angherie e ingiustizie derivate da alcune maldicenze sul proprio conto. Si trattava di voci nate a partire dalla morte di due suoi musicisti, scomparsi durante un incidente stradale.

Battuta dopo battuta, diceria dopo diceria, le voci diventarono infamanti tanto che si sosteneva che Mia Martini portasse sfortuna. Da qui la convinzione che non potesse essere invitata ad eventi o manifestazioni. Cattiverie gratuite, suscitate da invidie e gelosie, hanno condizionato la vita artistica, privata e sociale della cantautrice di Bagnara Calabra che per anni si è portata dietro un fardello colmo di dolore. Tra le tante menzogne, addirittura si evitava di pronunciare il nome di Mimì in diretta durante le trasmissioni televisive.

“La mia vita era diventata impossibile. Qualsiasi cosa facessi era destinata a non avere alcun riscontro. E tutte le porte mi si chiudevano in faccia. C’era gente che aveva paura di me, che, per esempio, rifiutava di partecipare a manifestazioni nelle quali avrei dovuto esserci anche io. Mi ricordo che un manager mi scongiurò di non partecipare a un festival perchè con me nessuna casa discografica avrebbe mandato i propri artisti. Eravamo ormai arrivati all’assurdo per cui decisi di ritirarmi” (“Mia Martini” di Menico Caroli).

Il silenzio durò circa sette anni fino a quando poche persone intorno a Mia Martini decisero di adoperarsi per farla tornare a brillare. Tra questi il produttore Lucio Salvini, ex dirigente della Ricordi, che ricompose la squadra con cui anni prima Mimì aveva lavorato. Renato Zero, amico storico delle sorelle Bertè, ebbe un ruolo fondamentale per il ritorno di Mimì sulle scene nel 1989. Convinse l’allora direttore artistico del Festival di Sanremo, Adriano Aragozzini, a farla partecipare alla competizione con un brano che da quel momento ha segnato definitivamente la sua rivincita contro tutto e tutti.

Almeno tu nell’universo” fu presentata alla 39° edizione del Festival ma venne scritta nel 1972 da Bruno Lauzi e Maurizio Fabrizio proprio nella stessa settimana in cui venne composto “Piccolo uomo”. La voce di Mimì sul palco dell’Ariston dopo anni di buio resterà per sempre nella memoria di tutti noi. Talmente sfrontata la sua potenza da far venire, ancora oggi, la pelle d’oca e le lacrime agli occhi. Potenza intrisa di una sofferenza riconoscibile ai più, modulata al contempo da una voglia matta di riscatto.

Almeno tu nell’universo, un pezzo che è arrivato dopo un buco nero che c’è stato nella mia vita, nella mia carriera. Chi lo risentirà tra vent’anni avrà qualche brivido in più, perché si ricorderà di una emozione intensa che abbiamo vissuto insieme” (Mia Martini in un’intervista a Bruno Marino)

La canzone del riscatto di Mia Martini, tenuta e conservata per molti anni in un cassetto in attesa della voce giusta, affronta le incoerenze, le fragilità e debolezze dell’essere umano ( “Sai, la gente è strana, prima si odia poi si ama. Cambia idea improvvisamente“/ “Sai la gente è matta, Forse è troppo insoddisfatta, Segue il mondo ciecamente / Quando la moda cambia, Lei pure cambia“). Ma non tutti sono uguali. Si trova, pertanto, il coraggio e la forza di superare questi ostacoli. Il testo, infatti, si rivolge anche ad un uomo che non cambia come la gente “strana, matta e sola” (Almeno tu nell’universo/ Un punto sei, che non ruota mai intorno a me / Un sole che splende per me soltanto).

“Almeno tu nell’universo” rappresenta il ritorno di un’artista che aveva ancora tanto da dire.
Con semplicità, umiltà, professionalità e umanità Mia Martini ha vinto contro chi la voleva fuori da un mondo forse ancora troppo conservatore per saperla accogliere e comprendere. Ma è stata la sua voce e la sua musica ad arrivare alla gente e a far sì che non fosse mai più dimenticata.

Immagine in evidenza di Getty Images

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50 anni fa l’assurda morte di Jimi Hendrix: il più grande chitarrista di sempre

Di Jimi Hendrix, nato a Seattle il 27 novembre del 1942, morto a Londra il 18 settembre del 1970, è stato detto tutto. E, forse, è tutto corretto.

Federico Falcone

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Il più grande chitarrista di tutti i tempi. Mito. Leggenda. Inarrivabile. Senza di lui il rock non sarebbe stato lo stesso. La chitarra elettrica, non sarebbe stata la stessa.

Di Jimi Hendrix, nato a Seattle il 27 novembre del 1942, morto a Londra il 18 settembre del 1970, è stato detto tutto. E, forse, è tutto corretto.

Del cosiddetto Club dei 27 fu tra i fondatori. E anche questo è veritiero. Seattle, culla del giovane Jimi. Seattle, anche culla del movimento grunge di pochi decenni dopo. Non culla, però, bensì tomba, di Kurt Cobain, fondatore, cantante-chitarrista e leader dei Nirvana. Anch’egli esponente di lusso del Club dei 27.

Seattle, città in comune nel destino di due artisti tra i più influenti della storia del rock. Corsi e ricorsi storici.

Per chi, come lui, aveva umili origini, l’arte di arrangiarsi rappresentava un valore aggiunto. Alla morte della madre, ricevette in dono dal padre una chitarra. Jimi era mancino, la chitarra aveva le corde tarate per destrimani. La soluzione era ovvia: rovesciarla e suonarla quindi con la più scontata naturalezza. L’impriting con lo strumento, per l’erede sangue cherokee, fu questo. Velvetones e Rocking Kings furono le sue prime band.

I Chitlin’ Circuit, per i profani, sono – o meglio, erano – quella fitta rete di locali dove gli astri emergenti della musica afroamericana potevano esibirsi. Soul, funky, jazz, blues, rock.

Nelle lunghe jam session all’interno dei club, si suonava di tutto. Fu all’interno di essi che l’estro artistico di Hendrix trovò terreno fertile. Cresciuto all’ombra di mostri sacri come Solomon Burke, The Supremes, Jackie Wilson e Sam Cooke, non c’è da stupirsi che il giovane Jimi ambisse a bruciare le tappe per imporsi sulla scena musicale.

Velvetones e Rocking Kings furono le sue prime band. A Nashville, agli inizi dei Sessanta, dopo il congedo dal servizio militare, l’ingresso nel circuito della live musicale di un certo livello. Da quel momento in avanti, l’ascesa di Hendrix fu costante e quotidiana.

La carriera fu breve ma intensa. Solo quattro album all’attivo (“Are you Experienced”, “Axis:Bold as Love”, “Electric Ladyland”e “Band of Gypsys“) e un’infinità di raccolte, bootleg e compilation più o meno ufficiali, a comporre la sua discografia. Blues, soul, funky, influenze psichedeliche e rock resero il suo trademark ben riconoscibile.

Alcuni concerti, come quello di Woodstock o quello all’Isola di Wight (di fronte a 600mila persone), lo elevarono a status di leggenda.

Sregolato e narcisista, eclettico e multiforme, Jimi Hendrix morì a Londra il 18 settembre del 1970. Un decesso che ancora oggi, a distanza di cinquanta anni, è avvolto da una patina di mistero. Tante le domande che non hanno mai trovato risposta e numerose le contraddizioni legate alla versione dei fatti. Ad alimentare ciò, una vita al limite. L’abuso di droghe e alcool e le amicizie pericolose, poi, non fecero altro che gettare benzina sul fuoco.

Così come quel viaggio in Marocco nel 1969. Il chitarrista si fece leggere la mano da una chiaroveggente che predisse la sua morte prima dei trenta anni. Per Jimi fu uno shock dal quale non si riprese mai del tutto e che costellò le ultime settimane delle sua vita di una serie di episodi folli e inimmaginabili.

Erano le 12.45 del 18 settembre 1970, in quel del St Mary Abbot’s Hospital della capitale inglese, Jimi Hendrix veniva dichiarato morto. Causa del decesso: asfissia. Morto nel sonno, soffocato dal proprio vomito, determinato da una dose eccessiva di barbiturici.

Una morte assurda, che richiama alla mente quella di altri Dei del rock come Bon Scott e John Bonham.

La sua ultima notte la passò con Monika Danneman. La donna, in seguito, dichiarò che il chitarrista prese nove pasticche di Vesparax, sonnifero tanto efficace quanto appunto pericoloso. Se la Danneman fosse o meno complice di quell’assunzione in eccesso, non lo sapremo mai, però. Cinquanta anni dopo il mito di Hendrix è intramontabile e più vivo che mai. Questo si, lo sappiamo con certezza.

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B.B. King, il “Martin Luther King del blues” uscito fuori dai campi di cotone

Federico Falcone

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Mi sembra che i giovani di oggi che si accostano alla musica lo fanno solamente per fare soldi e non per una passione autentica

Non è stata una stella dello star system, comodamente sdraiata sul divano della propria abitazione, ad affermare ciò. Non è stata neanche una meteora da reality show che, sull’onda dell’estemporaneo successo frutto dell’ennesimo singolo usa e getta, si è sentita in dovere di vantare una presunta esperienza agli occhi dei più.

Ad affermare ciò fu B.B. King, uomo, artista, che la storia della musica l’ha fatta per davvero.

Chiedete a chi, come lui, ha vissuto la povertà assoluta, l’onta del razzismo sulla propria pelle e il dover lavorare nei campi di cotone per sopravvivere, quale valore abbia l’arte. Cosa vuol dire rifugiarsi in essa per emergere e credere che l’esistenza non sia costellata esclusivamente da dolore e sofferenza. Che la fuori c’è altro, magari un palco dal quale potersi esibire per lasciarsi alle spalle, anche solo per due ore, lo spettro di una vita che avrebbe potuto riservare altro.

Da contadino a bluesman. Non uno dei tanti, però. Di nome, e di fatto. Senza di lui, il blues non sarebbe stato quello che conosciamo.

Per il suddetto genere musicale ha rappresentato un’evidente sliding door. La sua influenza, su tutta la musica nera del Novecento e, quindi, su ciò che essa ha influenzato a sua volta, è pressoché sconfinata. Una storia d’altri tempi, la sua, di una generazione che ha dovuto lottare con pericoli ben più grandi della gavetta o dei cachet ridotti.

Viviamo i mesi del movimento Black Lives Matter. Sappiamo tutti come è nato, e perché. Allora facciamo un salto indietro di quasi un secolo e andiamo nello Stato del Mississippi dove Riley B. King nacque il 16 settembre del 1925. Proviamo per un attimo a immaginare cosa volesse dire, per un bambino di colore nato povero, vivere il sogno della musica. Per la concezione del tempo, i neri potevano “solo lavorare e, al massimo, cantare”. Il blues e il gospel nacquero proprio così.

A sette anni già gli sanguinavano le mani nei campi. Negli anni del Proibizionismo, la comunità di colore era una valida manovalanza a basso costo. A tenergli compagnia sotto al sole cocente del Mississippi vi erano la madre e la nonna.

Guadagnava una miseria, meno di 30 centesimi di dollari per quattro ore di lavoro. Nel mentre, però, cantava. Improvvisava liriche, ideava metriche vocali.

I primi ad accorgersi di quel talento furono i suoi compagni di fatica, certamente, ma anche alcuni impresari locali che cercavano artisti da far esibire nei locali del posto. Il passo successivo fu andare in chiesa per i recital gospel. Nel giro di poco, fu chiaro a tutti che Riley B. King non era un semplice ragazzino in gamba, ma un diamante grezzo da far brillare e che, presto o tardi, avrebbe espresso tutta la sua maestosità. Così avvenne.

Per la comunità afroamericana dalla musica, King non fu un semplice musicista o una star come tutte le altre. Per alcuni, analogamente a Buddy Guy, fu una sorta di Martin Luther King del blues. Un passaggio nella storia fondamentale per l’emancipazione della popolazione di colore, passata dall’essere schiava al veder riconosciuti i propri diritti civili. Un cammino lunghissimo, infinito, che, come abbiamo detto poco sopra, prosegue anche oggi, seppur con forme e modalità differenti.

Non a caso, durante uno dei suoi primi show, leggenda narra che affermò: “Voglio dimostrare che sappiamo fare tante cose oltre a lavorare ed essere servi”.

Migliaia di concerti all’attivo, centinaia di brani registrati, un’infinità di collaborazioni con artisti di tutto il mondo, sono solo una piccola dimostrazione di come sia riuscito nel suo intento. Collezionava chitarre, ne aveva più di 500. La più famosa, Lucille, la conosciamo tutti. Una Gibson ES-335 nera. Se dare un nome a una chitarra potrà sembrarvi singolare, beh, allora dovreste conoscere la storia che si cela dietro la compagna di palco di B.B.King.

Arkansas, 1949. L’inverno, particolarmente rigido, male si sposava con le necessità dei locali di intrattenere i residenti con la musica dal vivo. Non tutti, infatti, disponevano di riscaldamenti adeguati. King si esibì – guarda un po’ – in uno di questi. Così, per tenere caldo l’ambiente, venne posizionato nel mezzo della sala un barile con del kerosene al suo interno che fu acceso. Fin qui tutto bene, niente di insolito, non per i tempi. Ma qualcosa andò storto.

Due uomini, in preda ai fumi dell’alcool, diedero vita a una rissa. Nella colluttazione uno di loro fu scagliato contro il barile che rovesciò a terra il contenuto provocando un incendio. Il primo, e chissà, forse unico pensiero di King fu quello di mettere in salvo la sua chitarra. Cosa unisce il nome della chitarra alla rissa scoppiata quella sera? Lucille, il nome della ragazza contesa dai due litiganti.

Quattordici Grammy vinti, considerato il sesto chitarrista più bravo di tutti i tempi dalla celebre rivista Rolling Stone, numerose e straordinarie collaborazioni da poter vantare (fra gli altri, Eric Clapton, David Gilmour, Pavarotti, Phil Collins, Tracy Chapman, Zucchero, Jerry Lee Lewis, James Brown, Elton John, Aretha Franklin, U2, Ray Charles), settantaquattro volte nella classifica R&B di Billboard tra il 1951 e il 1985 e…laureato. Ad honorem, per la precisione, nel 2004. B.B. King, una leggenda.

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