“La poesia non deve elevare, ma rivelare ciò che siamo”: l’eredità di Montale a 125 anni dalla nascita

Raccontare la vita e le opere di Eugenio Montale è complesso. Non perché non vi sia qualcuno in grado di estrapolarne un quadro sincero, corretto e profondo ma perché, più semplicemente, egli è stato tra i più grandi. E, analogamente a chi, come lui, condivide l’essenza di essere uno tra gli autori più celebrati, apprezzati e discussi del Novecento, spesso un quadro, per quanto sincero, corretto o profondo che sia, appunto, rischia di essere comunque leggero, non esaustivo o del tutto completo.

Nel campo poetico, la sua, è stata tra le stelle più luminose. Sopraffino, elegante, intenso, passionale, costantemente alla ricerca della condizione esistenziale dell’uomo, spesso mediante simboli e immagini come quella degli Ossi di seppia. “La poesia non deve elevare, ma rivelare ciò che non siamo”, era solito affermare.

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Petrarca, D’Annunzio e Dante le scintille che hanno acceso in lui l’amore per la scrittura, coltivata da autodidatta. Aderì così al simbolismo letterario.

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L’amore, nella sua vita, ha avuto un peso specifico. Non fondamentale per la sua lirica, ma indispensabile per ispirare “Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale“, poesia dedicata a Drusilia Tanzi. La sua morte, per Montale, fu uno shock fortissimo. Di lei, infatti, scriverà molto, richiamandola in più occasioni. Musa ispiratrice, inoltre, fu la sua terra d’origine, la Liguria, che svelò al poeta la magnificenza dell’indispensabilità, della fierezza degli elementi naturali e dell’essenza della vita. Anche luogo, però, dove si manifesta la rottura tra l’uomo e il mondo.

Nel settembre del 1917 viene arruolato nel 23° fanteria a Novara e, dopo il corso per allievi ufficiali a Parma, ottiene il grado di sottotenente di fanteria. Viene inviato al fronte. Nel 1920, dopo due anni di combattimenti in trincea, viene congedato con il grado di tenente. L’esperienza della Grande Guerra sveglierà in lui una profonda coscienza sociale, oltre all’attivismo politico. Nel 1925, insieme a Benedetto Croce, firma il “Manifesto degli intellettuali antifascisti“.

L’attività politica è limitata mentre quella culturale e intellettuale è costante. Il non prendere la tessera del partito gli costerà l’espulsione dal Gabinetto scientifico letterario G.P.V Visseux.

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Il pessimismo, il futuro “male di vivere“, verrà portato a galla non esclusivamente dai risvolti politici e quindi sociali del regime mussoliniano, oltre che dalle conseguenze del nazifascismo, ma anche e soprattutto da una società culturalmente a pezzi. Nell’intellettualità e nella formazione di coscienze in grado di elevare l’antifascismo, Montale intravvedeva una possibilità su cui edificare la nuova società italiana.

La bufera e altro“, raccolta di poesie pubblicata nel 1956, esprime il disagio del poeta nel trovarsi di fronte a un’assenza di rappresentatività politica. Otto anni prima, nel 1948 per la precisione, Montale si trasferì a Milano dove diventò redattore per il Corriere della Sera. Scriveva di letteratura straniera. Nel 1967 venne nominato “senatore a vita” e il 12 dicembre del 1975 fu il quarto autore italiano a vincere il Nobel per la Letteratura per “… la sua poetica distinta che, con grande sensibilità artistica, ha interpretato i valori umani sotto il simbolo di una visione della vita priva di illusioni “.

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Licia De Vito
Archeologa, nata e cresciuta in Abruzzo, vive a Roma dal 2009. Dopo la laurea magistrale conseguita presso l’Universita “La Sapienza” di Roma ha proseguito gli studi frequentando la Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dello stesso ateneo. Appassionata di storia e viaggi, avrebbe voluto essere Lara Croft, è diventata un “Ummarell”.

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