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Ecco Meltingpot l’alt rock dal cuore progressive dei Brandes: la nostra intervista

Fabio Iuliano

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“Avremmo voluto pubblicare il nostro primo album in un momento di normalità, liberi di poter brindare a questa data per noi storica, ma la gioia è stata sovrastata dal dramma di queste ultime settimane”. I milanesi Brandes vincono su Instagram l’imbarazzo di lanciare il loro disco d’esordio, frutto di mesi di studio e sperimentazione, in questo tempo sospeso.

Una band con la mente negli anni Duemila ma il cuore nel progressive e nell’art-rock, pur rimanendo freschi e immediati. Brani imprevedibili, arrangiamenti molto ricercati per esser realizzati da ragazzi così giovani, e infine la voce profonda del cantante Cut a fare da collante.

Registrato ai RecLab Studios (Buccinasco, Milano) nell’estate del 2019, “Meltingpot” esce ufficialmente oggi, dopo di settimane di “ghost release”. Un lavoro nel quale i cinque ventenni milanesi hanno voluto esprimere la necessità e il desiderio di essere ascoltati e compresi su più livelli: quello musicale, quello artistico e quello umano.

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20/03 🔥 #brandes #meltingpot

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Meltingpot è nato dall’istinto ma si è costruito poi pian piano con l’obiettivo di dare una forma strutturata a quelle che erano solo idee spontanee, brani nati senza schemi, avendo come unica linea guida la passione comune per l’alt-rock anni Novanta-Duemila. Il risultato è una tracklist caratterizzata da una significativa varietà stilistica nella quale si incontrano melodia e architetture strumentali complesse, linee vocali immediate e arrangiamenti sinfonici e orchestrali, sapore rock, sfumature lievemente progressive, art-rock e persino momenti in stile brit-pop.

Un melting pot, appunto, una mescolanza, un contenitore concettuale in cui ogni componente della band diventa un ‘ingrediente’. A fare da collante, infine, la voce profonda del cantante Cut (Ivan Cutolo) per un risultato finale stravagante e complesso.

I Brandes sono cinque ragazzi che scrivono musica poco ordinaria, poco da ragazzi, poco milanese. Si formano nel 2018 a Milano, accomunati da una grande passione per l’alt-rock ma il percorso tracciato successivamente comincia ad esplorare strade molteplici abbracciando le diverse influenze musicali di ogni membro. I Brandes sono Stefano Paiardi (chitarra), fondatore e anima organizzativa della band, Luca Brandes (tastiere), Alessandro Brunetti (basso), Ivan Dell’Anna(batteria) e Ivan Cutolo (voce).

La prima volta che conobbi Luca (il tastierista) – racconta Stefano, fondatore della band – mi presentò una suite da 13 minuti, lo guardai e gli dissi che la trovavo interessante ma che c’erano 10 minuti di troppo. Così abbiamo iniziato a lavorarci sopra e da allora continuiamo a farlo con la voglia di trovare un compromesso sapiente tra i nostri mondi. Dal punto di vista creativo, le dinamiche dei Brandes sono complesse: c’è chi ama la musica classica e chi il punk; chi è affascinato dalla nuova ondata della trap e chi invece la detesta. Ognuno di noi è attratto da qualcosa di diverso e se ci chiedessero che genere facciamo non sapremmo dare una risposta precisa: i nostri brani sono difficilmente categorizzabili e ci piace farci trasportare dalla loro stranezza ed imprevedibilità.

Il disco è stato anticipato dal singolo Divine Disorder: ispirazione proveniente dall’art-rock e da Jack White, dal pop sperimentale fino al prog-metal, riscoperti nella freschezza sonora della giovane band.

LA NOSTRA INTERVISTA. In primis, qualsiasi contatto non può prescindere dall’emergenza che stiamo vivendo in questi giorni delicati. Qual è la vostra prospettiva?

Certamente l’emergenza sanitaria attuale ha stravolto le abitudini di vita di tutti gli Italiani, specialmente quelle di noi musicisti. Se fai parte di una band poi, la questione si fa ancora più complicata. Le attività più basilari e necessarie per progredire come gruppo d’insieme vengono inevitabilmente a mancare, come il provare in sala e condividere poi i frutti del lavoro svolto con i fan tramite esibizioni live. E’ un momento difficile, che va affrontato col giusto senso di responsabilità – perché la salute viene prima di tutto – e con quel pizzico di ingegno e sforzo in più per far si che il progetto “Brandes” non si fermi . Attraverso lunghe videochiamate su Skype riusciamo a coordinare gran parte del lavoro che dev’essere svolto: ognuno di noi riceve i suoi compiti e li svolge individualmente da casa; che sia scrivere un assolo di chitarra per un nuovo inedito o annunciare con un post su Instagram la data d’uscita del nostro album.
Vogliamo inoltre cogliere l’occasione per esprimere il nostro supporto a tutti i musicisti che con l’hashtag #iosuonoacasa e con la loro musica, nonostante la distanza, ci fanno sentire più vicini. Infine, i nostri più calorosi ringraziamenti vanno a tutte le persone e gli addetti ai lavori che lottano ogni giorno per la nostra salute e quella di tutti i nostri cari.

Quanto avete dovuto rivedere della vostra attività live, anche legata alla promozione del vostro “Meltingpot”?

Purtroppo a causa di quest’emergenza, molti locali hanno cancellato o rimandato le programmazioni live perciò tutta la pianificazione del periodo primaverile/estivo è andate in fumo. Siamo coscenti della gravità della situazione e speriamo che il tutto si risolva al più presto, così da poter organizzare nuove date. Per quanto riguarda la promozione del disco rimarremo attivi sui social e cercheremo di avere un contatto diretto coi nostri fan anche in questo momento di difficoltà. Vedendo il bicchiere mezzo pieno, l’obbligo di stare a casa potrebbe portare ad un ascolto più attento ed elaborato dei nostri pezzi, il che ci farebbe molto piacere.

Le vostre canzoni sembrano percorrere tante strade dell’alternative rock, dalle ballate elettroacustiche ai suoni ripetitivi del punk, fino a sconfinare nelle suggestioni che ti aspetteresti legate al metal…

È proprio così! Mentre componevamo non ci siamo posti limiti e ricercando ciò che accendeva la nostra curiosità, siamo giunti a questo risultato. Fare alt rock nel nuovo decennio significa essere aperti all’idea di poter attingere da tutti generi del passato e della contemporaneità. Inoltre questa unione di influenze è dovuta ai diversi mondi musicali dai quali provengono i cinque membri del gruppo. Meltingpot, che è il nostro album d’esordio, è un vero e proprio viaggio alla ricerca dell’io musicale dei Brandes.

Come nascono i testi? Qual è l’ispirazione, letteraria o musicale?

I nostri testi nascono con l’intento di conferire orecchiabilità ad una base strumentale complessa e a volte disordinata. Sono ispirati alle melodie britpop/rock e sul piano lirico, per quanto diversi tra loro, trovano un punto d’incontro nella paura di non riuscire a lasciare il segno. Per citare un esempio: in “Quiet” , il conflitto interiore ci porta a riflettere su come sia importante perseverare nonostante le avversità e di non provare rancore nei confronti di chi ci circonda e ci giudica, perché è solo trovando l’equilibrio interiore che potremo mostrare al mondo ciò che siamo .
Come lingua abbiamo scelto di utilizzare l’inglese per la sua attinenza al genere e la sua maggiore musicalità.

Giornalista, docente di lingue straniere, tra le collaborazioni l’agenzia Ansa e il Centro (testata ex gruppo L’Espresso-Finegil Editoriale). In passato ha lavorato a Parigi e Milano con Eurosport e Canal +. Come blogger, oltre ad aver seguito vari eventi sportivi internazionali, dalle Universiadi (in Europa e in Asia) alla Race Across America – la folle corsa ciclistica da un capo all’altro degli Stati Uniti – ha condotto alcune inchieste sull’immigrazione con reportage in Italia, Romania e Marocco. Nel 2007 ha vinto il premio giornalistico Polidoro. Nel 2016 ha firmato “New York, Andalusia del Cemento – il viaggio di Federico García Lorca dalla terra del flamenco alle strade del jazz” (Aurora edizioni), l’anno successivo Lithium 48, sempre per la stessa casa editrice.

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Francesco De Gregori: in un libro tutti i testi del Principe della canzone italiana

Più di 700 pagine. Un volume imponente, un caso quasi unico fra i libri dedicati a un cantautore nel nostro Paese.

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Francesco De Gregori aveva ventun anni nel 1972 quando con l’amico Antonello Venditti pubblicò il primo LP, Theorius Campus. 

L’anno seguente debuttò come solista (Alice non lo sa) e da allora sono venuti più di venti album in studio, che hanno cambiato la scena della musica italiana grazie a una capacità di fascinazione forte e rara: canzoni uncinanti che amano attingere dal folk anglosassone, dal rock, dalla musica popolare italiana, brani a volte elusivi e sfuggenti, enigmatici, capaci però di aprirsi a tutti, come dev’essere per la grande canzone.

In quasi cinquant’anni di attività De Gregori ha scritto e cantato più di duecento testi, che mai prima d’ora erano stati oggetto di una raccolta integrale.

Enrico Deregibus, stimato studioso e cultore della canzone italiana, specie d’autore, annota e commenta i brani (insieme a vari altri solo interpretati dall’artista romano) in una radiografia approfondita di come sono nati e si sono sviluppati, indagandone le numerosissime sfaccettature, con molte rivelazioni inedite, analisi, aneddoti e con centinaia di dichiarazioni rilasciate negli anni da De Gregori.

Più di 700 pagine. Un volume imponente, un caso quasi unico fra i libri dedicati a un cantautore nel nostro Paese.

Enrico Deregibus è giornalista e direttore artistico o consulente di molte rassegne ed eventi musicali. Ha pubblicato con Giunti nel 2015 la biografia di Francesco De Gregori Mi puoi leggere fino a tardi, che costituisce una sorta di prima parte di questo nuovo libro. L’anno dopo ha firmato le schede del cofanetto Backpack, che racchiude trentadue dischi del cantautore romano.

È ideatore e curatore del Dizionario completo della canzone italiana (Giunti, 2006) e, con Enrico de Angelis e Sergio Secondiano Sacchi, di Il mio posto nel mondo. Luigi Tenco, cantautore. Ricordi, appunti, frammenti (BUR, 2007). Del 2013 è Chi se ne frega della musica?, una raccolta di suoi scritti (NdAPress).

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Miles Kennedy, in arrivo il secondo album solista: “E’ puro rock’n’roll”

“Non ci sono dubbi, questo è più un disco rock, con una sorta di pesante R & B anche a volte”

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Miles Kennedy (Alter Bridge, Slash & The Conspirators) ha completato le registrazioni del suo secondo album solista. Il disco uscirà a distanza di due anni dal precedente “Year of the tiger” del 2018. Al suo fianco, ancora una volta, ci saranno il batterista Zia Uddin e il bassista Tim Tournier. Produttore sarà Michael “Elvis” Baskette.

Lo svela lo stesso artista sul proprio profilo Instagram, dichiarando “Dopo aver trascorso gli ultimi 7 mesi a scrivere e registrare, il secondo disco da solista viene registrato e, come si suol dire, ‘nella scatola’. Il processo, che è iniziato con me che scrivevo e la dimostrazione per la prima metà dell’anno si è fusa con il collegamento con Zia Uddin e Tim Tournier e la guida di quasi 3000 miglia in Florida con l’attrezzatura al seguito per incontrare la leggenda che è @elvisliberace nel suo bel studio”.

“Vivevamo rinchiusi per 7 settimane senza contatti col mondo esterno e niente su cui concentrarsi se non registrare musica e comportarsi come un gruppo di studenti della seconda media saltellano su enormi quantità di succo stupido. È stata un’esperienza incredibile”

“Non ci sono dubbi, questo è più un disco rock, con una sorta di pesante R & B anche a volte”

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Judas Priest, Rob Halford a difesa dei diritti LGBTQ: uguaglianza ancora lontana

“E’ una lotta di tutti, indipendentemente dai tempi in cui viviamo”

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Rob Halford, cantante e leader dei Judas Priest, scende in campo a difesa dei diritti LGBTQ. Attraverso un’intervista rilasciata al Birmingham Mail, ha raccontato alcuni aneddoti del proprio passato che gli hanno consentito di avere maggiore contezza circa l’importanza di schierarsi a favore di una causa. Quella dei diritti degli omosessuali, nel caso specifico.

“Abbiamo una lunga, lunga strada da percorrere prima di ottenere la completa uguaglianza”, ha dichiarato Halford che nel 1998 fece coming out. Ha ricordato come da piccolo non di rado leggesse sui giornali di persone imprigionate solo perché gay. “Queste cose ti influenzano da giovane e ti iniziano in questo viaggio alla scoperta di te stesso e della tua identità sessuale”, ha poi proseguito.

E’ una lotta di tutti, indipendentemente dai tempi in cui viviamo. Da ragazzo è stato difficile. Leggevo i giornali come tutti gli altri e si parlava di quest’uomo gay e quell’uomo gay che venivano gettati in prigione solo perché omosessuali, appunto. Oppressione e una persecuzione erano normalità, come in alcune parti del mondo avviene ancora oggi “.

Halford ha continuato affermando di “non essere sostenitore di Donald Trump“, spiegando che “le politiche da lui adottate hanno trasformato le divisioni politiche in voragini e gruppi minoritari alienati come la comunità LGBTQ. È inquietante, ed è un vero peccato, perché in tutta l’amministrazione Obama sono state ottenute vittorie importanti sulla base dell’uguaglianza umana. Questo è il problema qui. Trattare un gruppo di persone in questo modo e trattare questo gruppo in quel modo. Non puoi farlo. Devi dare a tutti gli stessi diritti “.

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