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Cinema

È morto Enrique Irazoqui, fu il Gesù scelto da Pasolini

Fabio Iuliano

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È morto nella notte, in un ospedale di Barcellona, Enrique Irazoqui. Attivista politico e intellettuale, celebre per aver interpretato il ruolo di Gesù nel ‘Vangelo secondo Matteo’ (1964), capolavoro di Pier Paolo Pasolini, aveva 76 anni. Nato nel 1944 da una famiglia borghese, come ricorda l’agenzia AdnKronos, fu sin da giovane militante antifranchista.

Su mandato del sindacato universitario clandestino di Barcellona, arrivò in Italia per convincere i massimi esponenti della cultura italiani a tenere conferenze nelle università spagnole contro la dittatura. In questa occasione conobbe, tra gli altri, Pier Paolo Pasolini che, folgorato dal suo volto, gli offrì il ruolo di Gesù ne Il Vangelo secondo Matteo, affascinato anche dal contrasto con la sua ideologia. Irazoqui devolse la paga alla causa del movimento clandestino antifranchista.

Rientrato in Spagna, venne punito dal regime franchista per aver partecipato alla realizzazione di un film ritenuto di propaganda comunista. Laureato in Economia a Parigi, iniziò a lavorare a capo di un’azienda, lasciando il posto dopo cinque mesi per contrasti ideologici. Negli Stati Uniti si laureò in Letteratura spagnola, diventando successivamente docente. Irazoqui fu anche un campione di scacchi.

Leggi anche: “Teorema”, il film di Pasolini sequestrato per “oscenità e rapporti libidinosi”

Giornalista, docente di lingue straniere, tra le collaborazioni l’agenzia Ansa e il Centro (testata ex gruppo L’Espresso-Finegil Editoriale). In passato ha lavorato a Parigi e Milano con Eurosport e Canal +. Come blogger, oltre ad aver seguito vari eventi sportivi internazionali, dalle Universiadi (in Europa e in Asia) alla Race Across America – la folle corsa ciclistica da un capo all’altro degli Stati Uniti – ha condotto alcune inchieste sull’immigrazione con reportage in Italia, Romania e Marocco. Nel 2007 ha vinto il premio giornalistico Polidoro. Nel 2016 ha firmato “New York, Andalusia del Cemento – il viaggio di Federico García Lorca dalla terra del flamenco alle strade del jazz” (Aurora edizioni), l’anno successivo Lithium 48, sempre per la stessa casa editrice.

Cinema

His House, la perdita d’identità nel nuovo horror Netflix

La recensione del nuovo horror Netflix, un viaggio dall’Africa dilaniata alla Londra periferica, e ritorno.

Alberto Mutignani

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Se esiste ancora un cinema di genere, che non voglia lagnarsi con le speculazioni autoriali di qualche regista dalle manie di grandezza, è giusto osservare che ogni deriva di genere, e ogni declinazione dello stesso genere, sono ormai permeati quasi del tutto da una ricerca smaniosa di critica ai costumi e alla società. Fuori da questa recinzione c’è qualcosa di vagamente distante, e dobbiamo rivolgerci al cinema afroamericano, non come presa di posizione politica, ma perché negli ultimi anni è facile constatare come i pochi risultati interessanti nel cinema dell’orrore siano arrivati da lì.

Il cinema di Jordan Peele, piaccia o meno, ha prodotto finora due risultati da tenere in considerazione, ossia un esordio straordinario (Get Out) e una seconda opera finemente scritta e con picchi umoristici degni di un ispirato Wes Craven, soprattutto quando si cerca di affrontare il tema razziale con ironia e un gusto pop che a volte scivola nel meta-cinematografico.

Un altro figlio di questa nuova corrente è l’esordio alla regia di Remi Weekes, afroamericano che approda su Netflix proprio oggi, con l’horror “His House”. Cadendo a pennello per Halloween, è il film adatto per una serata ‘da brivido’. Ma di cosa parla? Una famiglia del Sudan – Wunmi Mosaku e Sope Dirisu – affronta il viaggio della speranza con un barcone, in Europa, fino a Londra dove troveranno una squallida sistemazione, in attesa del permesso di soggiorno.

Nel viaggio, però, perdono la figlia durante una tempesta in mare, e il trauma di questo abbandono sarà la miccia che farà esplodere lentamente il film, nella sua ora e mezza di durata. Dentro l’abitazione, un incubo che si dipana lentamente come una goccia cinese, fino a far dubitare i due protagonisti della loro stessa sanità mentale. Fuori, l’impossibilità dell’integrazione tra bianchi diffidenti e una comunità nera ormai integrata nel sistema inglese, e in cui è impossibile ritrovare le radici dell’Africa abbandonata – con orrore, ma che rimane pur sempre la vera casa della giovane coppia.

Impossibile aspirare alla pace, che ci si trovi per strada o in casa, di notte o di giorno: questo è il primo elemento di novità, nella pellicola di Remi Weekes. Una tortura che macina angoscia ininterrottamente, che vive dei traumi della guerra lasciata alle spalle, delle tribù sanguinarie che si combattono in Sudan, di un lutto incolmabile e dello spaesamento di due giovani senza patria. Ma ci sono anche le regole ferree da rispettare, pena l’espatrio.

E allora che fare? Accettare il decorso di una casa lugubre che si scompone, che perde pezzi e dietro la tappezzeria fresca mostra gli squarci del muro, come le ferite – sentimentali e fisiche – dei due protagonisti, e affrontare, quando arriverà il momento, il passato che corre verso la loro direzione.

Tra i colori freddi della Londra periferica e quelli caldi, accoglienti della nuova dimora, il film cambia pelle e si rinnova ogni mezz’ora: una prima parte nostalgica, lineare, dove aleggia una volontà quasi documentaristica – raccontare con sincerità il viaggio fisico e burocratico di un migrante; una seconda parte più stimolante, che mette carne al fuoco e alterna qualche cliché noto da “casa infestata” insieme ad alcune trovate sinceramente d’effetto, rendendo giustizia alle atmosfere tetre della prima sezione e racchiudendo tutto in una dinamica intima, famigliare, in cui l’incursione metafisica arriva placida e subdola come nella “Casa di foglie” di Mark Danielewski; una terza parte, infine, in cui l’intreccio si stravolge, la realtà si unisce al ricordo e poi all’immaginazione.

Quando si torna nel presente, dopo una breve epopea nelle menti dei protagonisti, il film prende una piega inaspettata, che da spettatore mi ha sinceramente spiazzato, in negativo. L’andamento lento e riflessivo, quasi un vedo-non vedo senza volontà di spaventare davvero, ma soltanto di raccontare una storia di angoscia e dispersione, lascia il posto a una soluzione pacchiana, noiosa e visivamente discutibile.

E negli istanti finali, la sensazione di un cerchio che si chiude, riportando tutto dov’era iniziato un’ora e mezza prima. Ma i protagonisti sono cresciuti, e l’eredità perduta, quel vuoto incolmabile che prima si riempiva di orrore, si evolve e diventa un lascito prezioso: la propria identità.  

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Cinema

Non è tutto horror ciò che luccica: The death of Dick Long

Prodotto dalla A24 del più celebre Midsommar, The Death of Dick Long è del 2019 e difficilmente verrà distribuito in Italia

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Articolo di Davide Predosin

Vista l’occasione, ovvero questo speciale di Halloween di The Walk of Fame, avrei voluto soffermarmi su alcuni horror contemporanei che non mi sono affatto piaciuti e che vengono spesso portati in palmo di mano da molti cultori del genere.

Sarei stato tentato di sollevare alcune polemiche su una certa maniera seriosa e furbetta usata ultimamente per cercare di terrorizzare il pubblico, ma forse il problema è mio: sono io a non aver più voglia di spaventarmi gratuitamente come in una specie di circo di turpitudini disturbanti. Se devo infatti assistere a pratiche rituali perverse e pseudo-sataniste voglio che ci sia sufficiente gusto per il grottesco come in Rosemary’s Baby o in Wicker-man del ’73.

Oppure mi piacerebbe che si riprendesse una certa tradizione horror prettamente anni ’80, (Sam Raimi, Carpenter, Joe Dante, Cronemberg) che si riconosceva come cinema di intrattenimento ma non disdegnava, dietro il divertimento, di essere anche specchio critico della società dell’epoca; cosa che mi sembra sia riuscito a fare ultimamente Jordan Peel in Get Out- Scappa e anche in Us o Jennifer Kent in Babadook.

C’è ancora una buona dose di senso dell’umorismo in questi film, cosa che mi sembra mancare in altri blasonati giovani registi di oggi che hanno sicuramente elaborato uno stile registico elegante e personale; hanno un gusto fotografico che cattura esteticamente lo spettatore ma, a mio parere, nascondono in questo modo la pochezza e convenzionalità dei loro soggetti.  D’altronde non penso di essere nemmeno un esperto del genere e può essere che mi sfugga qualcosa, quindi ho deciso di suggerire un film che non è nemmeno un horror ma che, devo dire, a suo modo un po’ di paura la fa. 

Prodotto dalla A24 del più celebre Midsommar, The Death of Dick Long è del 2019 e difficilmente verrà distribuito in Italia

Per quanto divertente, quantomeno per chi ama grottesco, black humor, ma soprattutto cringe comedy (letteralmente commedia imbarazzante), The death of Dick Long mette in scena una situazione così inimmaginabile e border-line che sfido qualsiasi distributore italiano a rischiare di farne un’edizione italiana. Se mai succedesse, ovviamente, non dovrebbe essere un’edizione  doppiata: si tratta di un film ambientato in Alabama i cui protagonisti sono degli autentici bifolchi rednecks, nati e cresciuti in una provincia dove, per noia, si finisce per fare qualsiasi cosa e dove, soprattutto, si parla come nei libri di Erskine Caldwell.

Nonostante difetti, imperfezioni e sbavature The Death of Dick Long rimane uno dei film indipendenti più spassosi e originali visti quest’anno durante il lockdown

Sarà che  ho sempre più bisogno di sviluppi drammatici plausibili, anche e soprattutto quando scaturiscono da premesse improbabili, e sono sempre più insofferente davanti ai trastulli cinematografici  di autori che non sanno cosa raccontare e, in questo caso, il soggetto e il suo sviluppo sono umanamente e narrativamente molto intriganti.

Il regista del film è Daniel Scheinert, uno dei due Daniels autori di Swiss Army Man, un’altra dark comedy in cui, nonostante elementi macabri, paradossali e, volendo, a tratti,  irresistibilmente triviali, è in grado di raccontare, attraverso una relazione psicotica tra un naufrago e un cadavere, temi come alienazione, disagio e solitudine; cose che andrebbero affrontate nelle scuole e invece sono spesso rappresentate meglio in film minori che difficilmente potrebbero  essere inseriti in programmi di istruzione ministeriali.

Di certo un insegnante non potrebbe far vedere The Death of Dick Long ai propri studenti; benché si tratti di un film piuttosto intelligente,  con ottimi dialoghi e attori in grado di interpretare in maniera convincente l’impaccio, l’imbarazzo, la goffaggine irresponsabile di due amici che, dopo una notte di baldoria, cercano di nascondere qualcosa di difficilmente perdonabile.

Il film si sviluppa in maniera ellittica e per un po’ brancoliamo nel buio assieme a una ufficiale di polizia, degna erede della più celebre investigatrice di Fargo dei fratelli Cohen.

Forse il riferimento più prossimo al film di Daniel Scheinert, se non fosse che qui viene estremizzata l’inadeguatezza e la stupidità di quelli che in Dick Long  più che criminali, sono autentiche incarnazioni della banalità del male della provincia; o, se vogliamo, di patetica, candida e insulsa idiozia.

Nel film, la famiglia e la comunità in genere, è rappresentata come un fragilissimo organismo in cui vicini e  coniugi non sanno quasi nulla l’uno dell’altro; un marito è rimasto un adolescente così irresponsabile e sprovveduto da attraversare tragedia e ridicolo rimanendone quasi indenne, ovvero uscendone comicamente come ne è entrato: un bifolco come tanti a cui possiamo riconoscere al massimo un autentico affetto per la figlia ma che ci fa rabbrividire, e ridere, quando tenta di riavvicinarsi alla moglie; vera vittima, martire ed eroina… se di eroi e martiri nel film si può parlare.

Non posso anticipare nient’altro, e mi dispiace perché muoio dalla voglia di spifferare qualcosa ma rovinerei un’autentica chicca del cinema indipendente americano contemporaneo. Ripeterò solo che dopo una festa due amici  portano un terzo amico gravemente ferito all’ospedale ma, per paura di confessare cosa hanno fatto, lo abbandonano sanguinante e moribondo davanti al pronto soccorso e, ovviamente, questo non vivrà abbastanza per poter raccontare la propria versione dei fatti. 

Un film di serie B, vista la spesa contenuta e le scarse pretese e possibilità di botteghino.

Una piccola, pregevole produzione che sa far funzionare perfettamente il meccanismo cosa succederebbe se ed è in grado di suscitare nello spettatore una buona dose di suspense imbarazzata; paragonabile a livello adrenalinico alla suspense orrorifica; basate entrambe sulla stesso contraddittorio meccanismo psicologico o tacita invocazione: oh mio dio non voglio vedere cosa sta per succedere/devo vedere cosa sta per succedere.

Un thriller per finta, uno scabroso noir con risvolti comici,  che, come Swiss Army man sa far stare in piedi un soggetto sulla carta irrealizzabile ed è in grado di bilanciare con humour una storia tragica a cui non possiamo assistere senza ridere e rabbrividire.

Come diceva Tommaso Landolfi “non si fa letteratura con la letteratura” e così non necessariamente si fa horror con l’horror e the Death of Dick Long è un degno esempio di come si possa ingenerare orrore senza necessariamente ricorrere a entità paranormali o a psicopatici assassini ma limitandosi a visitare una piccola cittadina dell’Alabama dove la gente si diverte come può.

Mi limito quindi a suggerire questo film minore, che ci mette davanti a una circostanza socialmente spaventosa, forse metafora più o meno scoperta di quanta sofferenza possa procurare la perversione del desiderio represso, in una società bigotta, moralista e ipocrita

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Cinema

Cinque cortometraggi horror da vedere

Cinque cortometraggi horror per la notte di Halloween, tra gemme nascoste e titoli più fortunati

Alberto Mutignani

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Dopo la lista dei 20 film fondamentali da recuperare per la notte di Halloween, proseguiamo con una lista molto più breve ma altrettanto interessante. Quelli che proponiamo oggi sono i cinque cortometraggi horror più validi – per il sottoscritto – sulla rete. Perché come nella letteratura e nella musica, le opere più brevi sono spesso le più interessanti, e in questa lista di cortometraggi troverete declinazioni dell’orrore per tutti i gusti, tra titoli noti e qualche gemma nascosta.

5. Bed Fellows

Il più vecchio e forse il più noto, lo avrete visto al 100% senza saperlo. Perché? Perché dopo la sua uscita, il frame finale (che non vi spoileriamo, ma che capirete immediatamente) è diventato un meme diffusissimo – quando i meme, in realtà, non erano ancora così diffusi. Sulla qualità del corto c’è poco da dire: pochi attimi in attesa di un memorabile jumpscare, che a distanza di anni fa sorridere ma che a una prima visione, forse, può far gelare il sangue.


4. Lights Out

Questo forse lo ricordiamo tutti. Qualche anno fa uscì fuori questo piccolo gioiellino diretto da David Sandberg, che da lì in poi è diventato una sorta di divinità per gli amanti dei cortometraggi dell’orrore. Questo però è il suo lavoro più noto, e ci mostra una donna alle prese con una misteriosa figura, che compare – nella penombra – quando vengono spente le luci di casa. Non aggiungiamo altro, se non che dal clamoroso successo del corto è stato tratto un improbabile lungometraggio, diretto dallo stesso Sandberg, passato completamente in sordina – grazie a dio, è una vera fetecchia.

3. Mama

Il corto che ha affascinato Guillermo Del Toro. Due bambine sono tormentate dalla figura di uno spettro femminile – la Mama del titolo. Del Toro fu così colpito dalla resa del cortometraggio, diretto da Andres Muschietti, che decise di produrre un lungo, con Muschietti al timone, allungando col brodo alcuni eventi mostrati nel corto e mantenendo la stessa resa stilistica. Il lungo è interessante, ma vi consigliamo di partire dall’ottimo cortometraggio.

2. The Jigsaw

Un gioiello nascosto nei meandri di YouTube. Scovato per caso durante alcune ricerche, The Jigsaw – che non ha nulla a che vedere con la saga dell’Enigmista – è diretto dai fratelli Al-Safar, e racconta di un vecchio interessato ad acquistare un puzzle, a detta del venditore, impossibile da finire, e che tutti hanno riportato indietro. Diretto con grande maestria, nella durata di appena 8 minuti “The Jigsaw” saprà spaventarvi con una ricerca della tensione rara per un cortometraggio, e nel generale panorama horror contemporaneo.

1. Rabbits

Avrei mai potuto chiudere questa lista di corti senza il più spaventoso, affascinante, incomprensibile cortometraggio horror della storia? “Rabbit” di David Lynhc è un esercizio inquietante, da brividi. Come molti altri lavori – corti e lunghi – del regista, qui siamo di fronte a una messa in scena di estrema finezza, all’interno della quale si sono barcamenati i più disparati critici alla ricerca di significati nascosti. Di base, però, si tratta di otto cortometraggi che vanno a formare, nel loro insieme, una cornice interna ad Inland Empire – ma i corti li trovate tutti insieme riuniti in un solo video, su YouTube – e che vorrebbero mostrarci, sempre in apparenza, la vita quotidiana di tre conigli antropomorfi, in un crescendo di tensione che neppure lo spettatore sarà capace di spiegare. Vedere per credere.

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