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Interviste

Dog Eat Dog segna il ritorno di Pino Scotto: il rock è attitudine ma internet è un mare di merda. Vi racconto il Monsters of Rock del ’92…

Autentica leggenda del rock tricolore, e persona vera (molto) prima ancora che personaggio, il 27 marzo Pino Scotto torna con un nuovo album “Dog eat Dog” e la solita voglia di spaccare il mondo

Domenico Paris

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Autentica leggenda del rock tricolore, e persona vera (molto) prima ancora che personaggio, il 27 marzo Pino Scotto torna con un nuovo album “Dog eat Dog” e la solita voglia di spaccare il mondo. In questi drammatici giorni di emergenza e forzata reclusione che stiamo vivendo, lo abbiamo raggiunto telefonicamente per farci raccontare le sue sensazioni alla vigilia di questo ennesimo capitolo discografico della sua carriera. Ecco che cosa ci ha detto.

Dopo “Eye For An Eye” un altro full-lenght interamente cantato in inglese. Ci spieghi il motivo di questa scelta?

Da un po’ di tempo sono tornato a sonorità hard rock più rootsy rispetto alle sperimentazioni presenti nei miei album solisti cantati in italiano. Diciamo che, in qualche modo, è un processo che si è innescato a partire da “Live For Dream”, anche se lì i brani erano eseguiti live e quelli in inglese si alternavano con quelli cantati in italiano.

A chi è rivolto l’invito a non sprecar tempo del primo singolo “Don’t Waste Your Time”?

Dietro questa canzone c’è una storia personale molto delicata e, purtroppo, anche, in qualche modo, legata alla triste quotidianità che stiamo vivendo da quando è cominciata l’emergenza legata al Coronavirus. Diversi mesi fa andai a fare dei controlli medici perché da oltre un anno soffrivo costantemente di alcuni sintomi riconducibili a quelli influenzali. Per fartela breve, da alcuni referti sembrava che io avessi un tumore. Capirai come un timore del genere inneschi delle riflessioni sulla vita di un certo tipo. Non che io ne abbia mai sprecata molta, sia chiaro, però di fronte a questo possibile baratro mi è venuto naturale scrivere una canzone così, che vuole incoraggiare la persone a non rimandare mai a domani quello che si può fare oggi. E ci tengo anche a dire che, dopo la morte di Lemmy, facevo già determinate riflessioni e ho cercato di modificare certi aspetti eccessivi del mio stile di vita.

Come mai hai deciso di recuperare in questo album “Don’t Be Looking Back” dei Vanadium?

È stata una cosa piuttosto casuale. Stavamo iniziando le registrazioni e i ragazzi hanno cominciato a suonarla per “spezzare il fiato” in studio. A quel punto, siamo andati fino in fondo e, beh, è venuta fuori molto bene fin dal primo take e ho deciso di tenerla per la setlist finale.

Dell’ellepì sei anche il produttore (coadiuvato nel missaggio da Tommy Talamanca). Si tratta di una scelta legata a particolari esigenze di suono che hai pensato di poter soddisfare soltanto mettendoti in prima persona dietro la consolle? E, più in generale, come ti poni rispetto alle produzioni di oggi? Ti sembrano ancora “attitudinali” come un tempo o riscontri un deciso impoverimento di personalità in tal senso?

Faccio una doverosa premessa: scegliere di prodursi da soli comporta assumersi non solo oneri e onori, ma anche avere la piena consapevolezza che tutto dipende da te, che il risultato finale di quello che incidi è tutto sulle tue spalle e dopo non puoi prendertela con nessuno. Detto questo, aggiungerei che, da sostenitore assoluto dell’analogico rispetto al digitale, mi piacerebbe tanto che si tornasse indietro con certe scelte di produzione. La musica di oggi ha perso completamente l’anima, basti pensare a quelle odiose batterie triggerate che sembrano uguali in tutti i dischi e che, alla prova del nove del live, si rivelano pietosi escamotage da studio per molti strumentisti. Questo, bada bene, avviene anche nell’heavy metal che troppi si ostinano a credere ancora un “territorio incontaminato” da certi trucchetti. Quindi, senza troppi giri di parole, io dico “vaffanculo” a tutti i discografici che impongono tutto questo. E parlo assolutamente a ragion veduta, perché non una sola volta mi sono trovato ad ascoltare o selezionare batteristi che su un palco mancavano completamente di groove, che non avevano neanche un’impronta basilare di blues nel loro bagaglio. Bravissimi magari ad andare a cento all’ora, ma completamente sprovvisti di “tocco”. E quando il risultato è questo, quando manca il groove, la definizione di certe performance è solo una: merda.

A proposito di attitudine: tu che per tutta la tua vita hai lavorato in una fabbrica e sofferto pur di mantenere la tua integrità artistica e la tua libertà di pensiero, che ne pensi di tutti quei ragazzi che vogliono bruciare le tappe attraverso i talent o i reality?

Che questa roba è solo fumo negli occhi, non serve a un cazzo. Basti pensare che in una ventina d’anni talent e reality non hanno mai prodotto niente di duraturo, neanche un artista in grado di reggere la prova del tempo (che è l’unica vera cosa che conta nella musica). Senza sacrificio, senza l’esperienza della cantina, soprattutto, non si va da nessuna parte! Non ci si deve fidare di chi dice e promette il contrario. E poi bisogna evitare la presunzione, un male che attanaglia molti giovani di questi tempi. Io ascolto tutto quello che i ragazzi mi mandano e delle volte ho a che fare con delle persone che mi verrebbe da definire “disturbate”, che non hanno raggiunto neanche un livello di qualità appena sufficiente per esibirsi o registrare un demo e già credono di essere pronti a sfondare. Meglio non fare nomi… E poi, amici, ci vuole la passione per questo mestiere! Io, a settanta anni suonati, quando salgo su un palco, provo ancora le stesse identiche vibrazioni che provavo quando ne avevo diciassette. Se nella vita non hai passione per quello che fai, per qualsiasi cosa che fai, i risultati non arriveranno, garantito.

Nel corso della tua ormai lunghissima carriera ti sei costruito una fanbase sempre più ampia e variegata. Qual è l’obiettivo di “Dog Eat Dog” in questo senso?

È quello di sensibilizzare le persone verso certi grandi temi sociali, verso i grandi abusi di cui tutti, chi più, chi meno, siamo vittime. C’è bisogno di redenzione, come suggerisco in questo album con “Before It’s Time To Go”. E bisogna combattere, far sì che le promesse che ci vengono fatte vengano per una buona volta mantenute. In “Ghost Of Dead”, una traccia dalla forte impronta trash, parlo per esempio della ricerca di successo da parte dei poveri, che quasi sempre ha risultati nefasti e si risolve in una bolla di disperazione. Più in generale, comunque, il disco vuole essere un invito ad essere mentalmente aperti, oggi più che mai, e credo si evinca anche dalla ricchezza di ispirazioni musicali che lo caratterizza. Per me è stato un autentico viaggio attraverso tutta la musica che ho amato in questi anni, dal metal all’hard rock, dal progressive al rock and roll: nei solchi di “Dog Eat Dog” c’è tutto, l’ho concepito con la ricettività mentale con la quale si realizzavano i grandi dischi degli anni Settanta, un’epoca in cui ci si lasciava permeare da tante suggestioni con uno spirito libero, propositivo, quello che ha dato origine ai grandi capolavori che ascoltiamo ancora oggi a distanza di mezzo secolo. Ecco, spero di essere riuscito ad avvicinarmi a questo, di aver mantenuto sempre questo tipo di libertà creativa.

Internet e musica secondo Pino Scotto: ha contribuito a “distruggerla”, come sostengono in molti, o può rappresentare, con il suo canale diretto verso gli ascoltatori, anche un’opportunità di esprimersi più liberamente?

Secondo me, dopo i primi tempi in cui internet alimentava la speranza di essere più liberi, è diventato tutto un gigantesco contenitore di merda, come i reality e i talent, d’altronde (sarebbe interessante sapere quanti dei protagonisti di questi ultimi, dopo aver preso coscienza della vacuità di queste “opportunità” di fama immediata, sono stati costretti ad andare in analisi!). La rete credo possa essere un mezzo buono per coloro che godono già di un loro buon seguito, ma non certo per chi deve emergere. Per questi ultimi è anzi molto dannoso, perché è diventato tutto un gran casino, riempito da troppe cose in mezzo alle quali si fa fatica ad orientarsi anche solo un minimo. Magari avrà fatto bene alla scena trap, ma, fidati, per il rock internet è stato nefasto.

Alla tua età, come ci si prepara ad un tour lungo come quello che affronterai per supportare dal vivo questa tua ultima fatica? Ti servi di un vocal coach, hai qualche segreto particolare?

Ma quante cazzate che tocca sentire, di questi tempi! Mai avuto un vocal coach o robe di questo tipo. Io il mio tempo l’ho sempre usato per divertirmi e per fare quello che volevo. Io non ho consigli da dare, quando mai! Se magari soffri di un’infiammazione, potrei suggerirti di usare un po’ di erisimo, la cosiddetta “erba dei cantanti”, un rimedio naturale certamene molto utile. Ma se i problemi non sono quelli, l’unica cosa che mi sento di dire a chi deve affrontare il palco e si fa cento scrupoli è la seguente: mettiti un dito in culo e canta! Tra l’altro, da quando ho adottato uno stile di vita più salutare dopo la morte di Lemmy, mi sento incredibilmente in forma. A me di certo non pesa l’età, io amo il rock and roll!

La formazione che ti accompagnerà nei live quale sarà?

Steve Volta alla chitarra, Davor Juric al basso e Luca Mazzucconi alla batteria. Ti assicuro, davvero una gran bella line up, ne sentirete delle belle.

Che ascolti oggi e, soprattutto, ritieni esistano delle premesse, storiche e sociali, per le quali a breve termine si possano ricreare le condizioni per veder rinascere una qualche scena rock nella quale un ragazzo di questa epoca possa identificarsi?

Sono anni, ormai non so più quanti, che vado predicando in ogni modo questo: “Torniamo al blues”. Solo ripartendo dalle origini si potrà pensare di riscrivere la storia della musica che verrà. Il metal, per dire, fino a un certo punto ha anche funzionato, ma poi… Poi è sparita la melodia, sono sparite le voci, è sparita la musica. È diventato tutto un bordello, come l’hip hop o il rap. Io ero un amico di Lemmy e quando ci trovavamo a discutere dell’argomento, la conclusione era sempre la stessa: è rock and roll, non c’è niente da inventare. Bisogna solo tornare indietro alle proprie radici e faccio presente, dal mio punto di vista, che un’operazione di questo tipo non si deve aspettare che venga fatta necessariamente da qualcuno che viene dall’America. Possiamo farla anche noi italiani e credo anche meglio degli altri!

Tra i tanti, puoi raccontare ai nostri lettori un aneddoto particolare e citare un riconoscimento che più ti ha inorgoglito in questi oltre cinquanta anni di musica?

Vediamo, non è facile come potrai immaginare (ride, ndr)…Allora per quanto riguarda il riconoscimento, ti racconterei una storia del Monsters of Rock del 1992 di Reggio Emilia. Stavo promuovendo il mio primo album da solista ed ero inserito in un cartellone fantastico con Iron Maiden, Black Sabbath, Megadeth, Testament e Pantera. Alla fine della mia esibizione, nell’area riservata del festival, mi viene incontro con una di quelle cartoline pubblicitarie che si utilizzavano al tempo nientemeno che Ronnie James Dio! Immaginate la scena: uno dei più grandi cantanti di tutti i tempi con la tua cartolina pubblicitaria in mano che è lì per chiederti un autografo! Ricordo che lo abbracciai fortissimo e lo ringraziai per il pensiero e per l’onore che mi stava facndo. Rest in rock, grande Ronnie! E, rimanendo sempre a quella fantastica esperienza in terra emiliana, citerei il seguente aneddoto di cui fui testimone: avevo il camerino vicino a quello dei Pantera e c’era Dimebag “Diamond” Darrell completamente fuori di testa che vomitava qua e là e apparentemente non era in grado neanche di reggersi in piedi. Arrivano quelli dell’organizzazione per chiamare in scena la band americana e lui, come per magia, si riprende in un nanosecondo, va sul palco e suona da paura di fronte a quella marea di persone. Grandioso! Per dire cosa è la potenza del rock… Amavo molto i Pantera e Darrell era un gran bravo ragazzo. Il suo assassinio mi ha sconvolto profondamente, è stata una tragedia enorme.

Una domanda conclusiva di triste attualità: che idea ti sei fatto di questa epidemia di Coronavirus che sta sconvolgendo le nostre quotidianità e quali conseguenze avrà sulla nostra società?

Il problema fondamentale è che i potenti di questo paese hanno ben pensato di sputtanare i soldi della sanità, ecco perché siamo in questa terribile emergenza! C’è poco da fare, adesso: dobbiamo stare in casa e sperare che si riesca a debellare il virus il prima possibile. Su quello che succederà dopo, è difficile fare ipotesi. Come pure non sento di esprimermi al riguardo delle tante teorie complottiste che si leggono dovunque in questi giorni. Speriamo che questo incubo finisca al più presto.

Interviste

Angelique Cavallari inedita: la musica, il silenzio e un’Italia da scoprire con il cinema d’autore

Eleonora Lippa

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Intervistata in esclusiva da The Walk Of Fame, Angelique Cavallari, attrice italo – francese mette a nudo emozioni e ambizioni, passioni e prospettive per un futuro positivo, dove l’emergenza Coronavirus sarà solo un ricordo. Nel mentre, però, è stata arrestata la produzione de “La Nuit”, cortometraggio che la vede protagonista e che mira a lanciarla verso il cinema italiano che conta.

Era prevista l’uscita del cortometraggio di Stefano Odoardi “La Nuit”, che ti vedeva coinvolta ma a causa dell’emergenza Coronavirus è stato tutto rimandato. Come hai accolto questo cambio di programma?

E’ il corso della vita. Alcune cose sono inevitabili, come questa pandemia ad esempio, e quindi ho accolto questo cambio con pazienza.

“La Nuit” è stato girato tra Foggia, Lucera e Pescara. Cosa ti ha colpito di più di questi luoghi?

Foggia mi ha colpito soprattutto la notte. Avendo girato una scena su di un terrazzo la vista sulla citta con le sue sue luci era molto suggestiva e metafisica. A Lucera abbiamo girato la scena del primo concerto al meraviglioso Teatro Garibaldi, un bijoux della storia italiana, meraviglioso. A Pescara c’è una grande contemporaneità, gallerie, artisti d’avanguardia, un fermento di ricerca. Questa a mio parere è una grande risorsa per il nostro paese.

Nel corto interpreti Lelè, una cantante e compositrice di musica elettronica e realmente i brani sono stati composti e scritti da te. Quanta importanza dai alla musica? Che ruolo svolge nella tua vita?

Moltissima. La musica è parte integrante e quotidiana della mia vita e paradossalmente sono anche una grande amante del silenzio. La musica, in primis da ascoltatrice. Spazio senza limiti tra generi antichi e nuove scoperte. Mi piace moltissimo questo viaggio tra le vibrazioni sonore, è diretto all’anima, senza i filtri della ragione. Per quanto riguarda la composizione, la esploro da qualche anno sia da sola che con dei collaboratori, è un universo ricchissimo e senza confini.

Hai collaborato con Stefano Odoardi anche nei primi due capitoli della trilogia “Mancanza”. “Inferno”, il primo, è stato girato tra le macerie de L’Aquila. “Purgatorio”, il secondo, è ambientato in Sardegna. Qui sei protagonista di un viaggio verso l’ignoto, dove tutto appare lontano dalla realtà. Ti è mai capitato di sentirti così nella vita?

Paradossalmente essere “lontani dalla realtà ” è un concetto discutibile, come lo è anche il concetto di realtà.. Partendo dal fatto che ognuno ha un approccio molto intimo e personale con la realtà che vive e vede e che ha uno sguardo tutto proprio sulle cose e che muta con il tempo. Oltretutto posso affermare di essere una persona alquanto lucida, concreta e oggettiva ma anche percettiva ed intuitiva allo stesso tempo e la sublimazione della realtà, l’esserne “lontani” per me è semplicemente una visione altra. Una scelta in più e diversa, uno sguardo che permette altre chiavi di lettura. 

Ti abbiamo vista in “Seguimi” (2017) diretta questa volta da Claudio Sestieri. È un film molto particolare, di quelli che non siamo abituati a vedere tra le proposte del nostro cinema e per questo ti chiedo: come è stato vestire i panni di Marta?

E’ stato molto arricchente. Per interpretare Marta sono dovuta andare a cercare lontano da quel che già conoscevo di me e ho esplorato i meandri di questo personaggio con molta attenzione e cura. E’ un po’ quello che ogni attore spera di poter fare nella propria carriera. Marta è un personaggio cosi delicato e sofferente, abbandonato totalmente a sé stesso. Cosi estremo e silenzioso al tempo stesso e con un bisogno d’amore cosi disperato. Per Marta ho approfondito anche lo studio della malattia mentale. Ho vissuto questa esperienza in maniera viscerale e con molto amore, ma è un po’ cosi per ogni cosa che intraprendo in fin dei conti…

Cosa ti ha colpito di più del suo personaggio?

Il suo meccanismo inconscio ed inconsapevole di difesa e di sopravvivenza all’estremo dolore che sta vivendo. Un dolore senza fondo, purtroppo. Chissà quante persone soffrono cosi tanto, nell’indifferenza comune. Quando penso a Marta serbo in cuore per lei una grande tenerezza.

A quale attore o attrice ti ispiri?

Nutro profonda stima per Romy Schneider,  Setsuko Hara, Charlize Theron, Renée Jeanne Falconetti.

L’emergenza che stiamo vivendo ha colpito tutti noi e in particolar modo il mondo del cinema. Come viene percepito ed elaborato tutto questo caos da parte di un’attrice? 

Personalmente sono fiduciosa in una ripresa ed in un netto miglioramento su molti aspetti che riguardano l’argomento cinema in Italia.  Una nuova visione da parte di tutti i reparti che compongono il settore cinema e una grande e profonda rimessa in discussione di valori che forse avevano bisogno di una rinfrescata per una costruttivo miglioramento globale

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Interviste

Hi-tech e aridità di sentimenti, Ganoona lancia “Bad Vibes” per invertire la rotta

Federico Falcone

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Cantante, rapper e songwriter italo-messicano. La sua musica è un mix perfetto tra sonorità black, latin e hip hop, accompagnata da liriche intense e originali. Ganoona ci parla del nuovo singolo, tra preoccupazioni, speranze e necessità di vivere una società diverse da quella attuale…

“Bad Vibes” è influenzato dalla realtà distopica di una tecnologia capace di condizionare la vita dell’essere umano e della sua presenza sulla terra. Come nasce questo singolo?

Nasce dal bisogno di sfogo. Ho scritto il testo in un momento complicato, in cui mi sentivo solo e insoddisfatto. L’ho scritta al pianoforte, voce e accordi, nuda e cruda. In generale Bad Vibes parla del senso di inadeguatezza, e del bisogno di contatti umani sinceri in un mondo sempre più inaridito dalla tecnologia e dai social.

Ci sono stati episodi che ti hanno particolarmente colpito?

L’episodio che mi ha spinto a scrivere il pezzo è il momento in cui mi sono reso conto che la prima cosa che facevo appena sveglio era guardare il telefono, prima ancora di dare un bacio a chi mi dormiva vicino. Mi sono veramente chiesto se la dovevo considerare una dipendenza… e ho pensato che molte persone si sarebbero rispecchiate in questa sensazione.

La realtà che stiamo vivendo, quella della crisi sanitaria causata dal Coronavirus, è altrettanto distopica. Meno futuristica ma più reale e di stretta attualità. Potrà mai essere materiale di spunto per i tuoi brani?

Al momento credo sia troppo presto. Ho bisogni di far sedimentare le esperienze nel mio cuore prima di metterle in una canzone. Sono uscite un sacco di canzoni sul tema, quindi non sento la priorità di unirmi al coro… Se però sentirò di averne bisogno, di raccontare come ho vissuto questo periodo, forse lo farò.

Nel brano parli di isolamento. Viene spontaneo chiederti le differenze tra ciò che hai immaginato e ciò che hai vissuto in queste settimane…

Purtroppo non solo a causa di una pandemia sperimentiamo la solitudine e l’isolamento. Ci sono persone che avevano già situazioni difficili alle spalle, per cui questa situazione è stata veramente la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Io mi sentivo così quando ho scritto il pezzo e avevo bisogno di parlarne, non potevo immaginare che da li a qualche mese molte persone avrebbero provato quelle sensazioni…

Nella tua musica ti metti a nudo e sveli il lato più intimo della tua arte. Per un artista con la tua sensibilità questo dramma mondiale che stiamo vivendo quando può essere impattante?

Molto, come ogni esperienza della vita, soprattutto per chi è sensibile ed è una “spugna” delle emozioni. Però non mi sono fatto sopraffare, ho lavorato molto su di me, sulla mia musica e sulla mia interiorità. In realtà mi ha anche giovato questo periodo. Ogni cosa ci cambia nel modo in cui noi le permettiamo di farlo…

Nell’era in cui lo streaming e il digitale hanno preso il sopravvento, per un artista tour e concerti restano l’ultima opportunità per guadagnare con la propria musica. Ora che non abbiamo contezza di quando si ripartirà, quale è lo scenario che ti sei fatto per i prossimi mesi?

Sono terre inesplorate, quindi, come sempre, saranno l’occasione per qualcuno e la tragedia per qualcun altro. Io cercherò di cogliere ogni occasione, e per certi versi il poter organizzare solo live piccoli, con poche persone, potrebbe essere un vantaggio per gli artisti emergenti come me.

Quali sono i tuoi progetti per i prossimi mesi e, soprattutto, per il futuro?

A brevissimo uscirà un nuovo singolo, ed entro l’estate un EP. Stiamo organizzando anche i prossimi appuntamenti live, in sicurezza ovviamente, ma si deve ripartire.

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Interviste

Wavy è il nuovo singolo di Malcky G: intervista al giovane rapper italo americano

Antonella Valente

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Malcky G, il giovane rapper italo americano, dopo aver pubblicato alcuni singoli che gli hanno permesso di farsi conoscere dal pubblico e dagli addetti ai lavori, ha da poco rilasciato il nuovo singolo inedito “Wavy” con l’amico e collega Mambolosco.

Il brano è prodotto da Andry The Hitmaker, tra i produttori più apprezzati dalla scena e già al fianco di trapper come Boro Boro (il singolo “NENA” è tra i più ascoltati in queste settimane), GIAIME e Vegas Jones.

Malcolm Reeves, questo il vero nome dietro a Malcky G, è un italo-americano figlio d’arte: il papà Mohamed Reeves (nativo del South Bronx), è stato un ballerino internazionale ed ha lavorato con Michael Jackson e da lui e dalla mamma italiana, entrambi appassionati di rap e non solo, Malcky G ha ereditato la passione per la musica, che se per i genitori era il Rap ora, semplicemente per motivi anagrafici, è la trap.

Benvenuto Malcolm, come stai? Come hai trascorso i mesi di chiusura forzata dovuti alla pandemia?
I primi giorni è stata dura, poi è diventata un’abitudine. Ho cercato di essere produttivo, lavorare e scrivere, ma mi sono anche svagato.

Due giorni fa è uscito “Wavy”, che hai realizzato insieme a Mambolosco. In pochissimo tempo ha già ottenuto migliaia di ascolti e visualizzazioni. Come nasce questo brano e questo testo?
Sono andato in studio da Andry. Io avevo già il testo e avevo delle idee di suono, così lui ha
preparato la base. Stavano bene insieme. Poi l’abbiamo mandata a Mambo.

Come ha reagito il mondo della trap, a tuo parere, alla crisi di questo periodo?
Ho avuto modo di vedere come ha reagito la gente e devo dire che secondo me le persone chiuse in casa hanno e stanno ascoltando molta più musica.

Sei comunque figlio d’arte. Come ha condizionato questa cosa la tua crescita personale e artistica?
Ha influenzato molto. Essendo una passione di famiglia, sono proprio cresciuto immerso nella cultura hip hop. Anche i miei cugini in America facevano rap, anche se non “ufficialmente” ma da appassionati…

Sebbene giovanissimo, hai raggiunto tanto successo con i tuoi singoli. Non hai paura di non avere più nulla da dire o bruciare le tappe?
Nonostante la mia età e sebbene abbia iniziato da poco, ho ancora molto da comunicare e da raccontare.

Come hai conosciuto Mambolosco e quanto è stato prezioso per la realizzazione del singolo?
Ci siamo conosciuti in un backstage di un concerto, siamo diventati molto amici e abbiamo deciso di collaborare. Mambo è stato molto importante per la realizzazione di Wavy. La sua strofa è molto forte e bella. Devo dire che è uscito un bel lavoro.

Cosa ti è mancato di più durante questa quarantena e cosa ti aspetti dal futuro?
Mi è mancato tanto uscire con gli amici e divertirmi. Prima del lockdown andavamo sempre ai concerti. Durante la quarantena comunque non mi sono mai fermato, ho cercato di essere produttivo perché il mio obiettivo è di migliorarmi sempre di più.

ph. Andrea Bianchera

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