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Interviste

Dog Eat Dog segna il ritorno di Pino Scotto: il rock è attitudine ma internet è un mare di merda. Vi racconto il Monsters of Rock del ’92…

Autentica leggenda del rock tricolore, e persona vera (molto) prima ancora che personaggio, il 27 marzo Pino Scotto torna con un nuovo album “Dog eat Dog” e la solita voglia di spaccare il mondo

Domenico Paris

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Autentica leggenda del rock tricolore, e persona vera (molto) prima ancora che personaggio, il 27 marzo Pino Scotto torna con un nuovo album “Dog eat Dog” e la solita voglia di spaccare il mondo. In questi drammatici giorni di emergenza e forzata reclusione che stiamo vivendo, lo abbiamo raggiunto telefonicamente per farci raccontare le sue sensazioni alla vigilia di questo ennesimo capitolo discografico della sua carriera. Ecco che cosa ci ha detto.

Dopo “Eye For An Eye” un altro full-lenght interamente cantato in inglese. Ci spieghi il motivo di questa scelta?

Da un po’ di tempo sono tornato a sonorità hard rock più rootsy rispetto alle sperimentazioni presenti nei miei album solisti cantati in italiano. Diciamo che, in qualche modo, è un processo che si è innescato a partire da “Live For Dream”, anche se lì i brani erano eseguiti live e quelli in inglese si alternavano con quelli cantati in italiano.

A chi è rivolto l’invito a non sprecar tempo del primo singolo “Don’t Waste Your Time”?

Dietro questa canzone c’è una storia personale molto delicata e, purtroppo, anche, in qualche modo, legata alla triste quotidianità che stiamo vivendo da quando è cominciata l’emergenza legata al Coronavirus. Diversi mesi fa andai a fare dei controlli medici perché da oltre un anno soffrivo costantemente di alcuni sintomi riconducibili a quelli influenzali. Per fartela breve, da alcuni referti sembrava che io avessi un tumore. Capirai come un timore del genere inneschi delle riflessioni sulla vita di un certo tipo. Non che io ne abbia mai sprecata molta, sia chiaro, però di fronte a questo possibile baratro mi è venuto naturale scrivere una canzone così, che vuole incoraggiare la persone a non rimandare mai a domani quello che si può fare oggi. E ci tengo anche a dire che, dopo la morte di Lemmy, facevo già determinate riflessioni e ho cercato di modificare certi aspetti eccessivi del mio stile di vita.

Come mai hai deciso di recuperare in questo album “Don’t Be Looking Back” dei Vanadium?

È stata una cosa piuttosto casuale. Stavamo iniziando le registrazioni e i ragazzi hanno cominciato a suonarla per “spezzare il fiato” in studio. A quel punto, siamo andati fino in fondo e, beh, è venuta fuori molto bene fin dal primo take e ho deciso di tenerla per la setlist finale.

Dell’ellepì sei anche il produttore (coadiuvato nel missaggio da Tommy Talamanca). Si tratta di una scelta legata a particolari esigenze di suono che hai pensato di poter soddisfare soltanto mettendoti in prima persona dietro la consolle? E, più in generale, come ti poni rispetto alle produzioni di oggi? Ti sembrano ancora “attitudinali” come un tempo o riscontri un deciso impoverimento di personalità in tal senso?

Faccio una doverosa premessa: scegliere di prodursi da soli comporta assumersi non solo oneri e onori, ma anche avere la piena consapevolezza che tutto dipende da te, che il risultato finale di quello che incidi è tutto sulle tue spalle e dopo non puoi prendertela con nessuno. Detto questo, aggiungerei che, da sostenitore assoluto dell’analogico rispetto al digitale, mi piacerebbe tanto che si tornasse indietro con certe scelte di produzione. La musica di oggi ha perso completamente l’anima, basti pensare a quelle odiose batterie triggerate che sembrano uguali in tutti i dischi e che, alla prova del nove del live, si rivelano pietosi escamotage da studio per molti strumentisti. Questo, bada bene, avviene anche nell’heavy metal che troppi si ostinano a credere ancora un “territorio incontaminato” da certi trucchetti. Quindi, senza troppi giri di parole, io dico “vaffanculo” a tutti i discografici che impongono tutto questo. E parlo assolutamente a ragion veduta, perché non una sola volta mi sono trovato ad ascoltare o selezionare batteristi che su un palco mancavano completamente di groove, che non avevano neanche un’impronta basilare di blues nel loro bagaglio. Bravissimi magari ad andare a cento all’ora, ma completamente sprovvisti di “tocco”. E quando il risultato è questo, quando manca il groove, la definizione di certe performance è solo una: merda.

A proposito di attitudine: tu che per tutta la tua vita hai lavorato in una fabbrica e sofferto pur di mantenere la tua integrità artistica e la tua libertà di pensiero, che ne pensi di tutti quei ragazzi che vogliono bruciare le tappe attraverso i talent o i reality?

Che questa roba è solo fumo negli occhi, non serve a un cazzo. Basti pensare che in una ventina d’anni talent e reality non hanno mai prodotto niente di duraturo, neanche un artista in grado di reggere la prova del tempo (che è l’unica vera cosa che conta nella musica). Senza sacrificio, senza l’esperienza della cantina, soprattutto, non si va da nessuna parte! Non ci si deve fidare di chi dice e promette il contrario. E poi bisogna evitare la presunzione, un male che attanaglia molti giovani di questi tempi. Io ascolto tutto quello che i ragazzi mi mandano e delle volte ho a che fare con delle persone che mi verrebbe da definire “disturbate”, che non hanno raggiunto neanche un livello di qualità appena sufficiente per esibirsi o registrare un demo e già credono di essere pronti a sfondare. Meglio non fare nomi… E poi, amici, ci vuole la passione per questo mestiere! Io, a settanta anni suonati, quando salgo su un palco, provo ancora le stesse identiche vibrazioni che provavo quando ne avevo diciassette. Se nella vita non hai passione per quello che fai, per qualsiasi cosa che fai, i risultati non arriveranno, garantito.

Nel corso della tua ormai lunghissima carriera ti sei costruito una fanbase sempre più ampia e variegata. Qual è l’obiettivo di “Dog Eat Dog” in questo senso?

È quello di sensibilizzare le persone verso certi grandi temi sociali, verso i grandi abusi di cui tutti, chi più, chi meno, siamo vittime. C’è bisogno di redenzione, come suggerisco in questo album con “Before It’s Time To Go”. E bisogna combattere, far sì che le promesse che ci vengono fatte vengano per una buona volta mantenute. In “Ghost Of Dead”, una traccia dalla forte impronta trash, parlo per esempio della ricerca di successo da parte dei poveri, che quasi sempre ha risultati nefasti e si risolve in una bolla di disperazione. Più in generale, comunque, il disco vuole essere un invito ad essere mentalmente aperti, oggi più che mai, e credo si evinca anche dalla ricchezza di ispirazioni musicali che lo caratterizza. Per me è stato un autentico viaggio attraverso tutta la musica che ho amato in questi anni, dal metal all’hard rock, dal progressive al rock and roll: nei solchi di “Dog Eat Dog” c’è tutto, l’ho concepito con la ricettività mentale con la quale si realizzavano i grandi dischi degli anni Settanta, un’epoca in cui ci si lasciava permeare da tante suggestioni con uno spirito libero, propositivo, quello che ha dato origine ai grandi capolavori che ascoltiamo ancora oggi a distanza di mezzo secolo. Ecco, spero di essere riuscito ad avvicinarmi a questo, di aver mantenuto sempre questo tipo di libertà creativa.

Internet e musica secondo Pino Scotto: ha contribuito a “distruggerla”, come sostengono in molti, o può rappresentare, con il suo canale diretto verso gli ascoltatori, anche un’opportunità di esprimersi più liberamente?

Secondo me, dopo i primi tempi in cui internet alimentava la speranza di essere più liberi, è diventato tutto un gigantesco contenitore di merda, come i reality e i talent, d’altronde (sarebbe interessante sapere quanti dei protagonisti di questi ultimi, dopo aver preso coscienza della vacuità di queste “opportunità” di fama immediata, sono stati costretti ad andare in analisi!). La rete credo possa essere un mezzo buono per coloro che godono già di un loro buon seguito, ma non certo per chi deve emergere. Per questi ultimi è anzi molto dannoso, perché è diventato tutto un gran casino, riempito da troppe cose in mezzo alle quali si fa fatica ad orientarsi anche solo un minimo. Magari avrà fatto bene alla scena trap, ma, fidati, per il rock internet è stato nefasto.

Alla tua età, come ci si prepara ad un tour lungo come quello che affronterai per supportare dal vivo questa tua ultima fatica? Ti servi di un vocal coach, hai qualche segreto particolare?

Ma quante cazzate che tocca sentire, di questi tempi! Mai avuto un vocal coach o robe di questo tipo. Io il mio tempo l’ho sempre usato per divertirmi e per fare quello che volevo. Io non ho consigli da dare, quando mai! Se magari soffri di un’infiammazione, potrei suggerirti di usare un po’ di erisimo, la cosiddetta “erba dei cantanti”, un rimedio naturale certamene molto utile. Ma se i problemi non sono quelli, l’unica cosa che mi sento di dire a chi deve affrontare il palco e si fa cento scrupoli è la seguente: mettiti un dito in culo e canta! Tra l’altro, da quando ho adottato uno stile di vita più salutare dopo la morte di Lemmy, mi sento incredibilmente in forma. A me di certo non pesa l’età, io amo il rock and roll!

La formazione che ti accompagnerà nei live quale sarà?

Steve Volta alla chitarra, Davor Juric al basso e Luca Mazzucconi alla batteria. Ti assicuro, davvero una gran bella line up, ne sentirete delle belle.

Che ascolti oggi e, soprattutto, ritieni esistano delle premesse, storiche e sociali, per le quali a breve termine si possano ricreare le condizioni per veder rinascere una qualche scena rock nella quale un ragazzo di questa epoca possa identificarsi?

Sono anni, ormai non so più quanti, che vado predicando in ogni modo questo: “Torniamo al blues”. Solo ripartendo dalle origini si potrà pensare di riscrivere la storia della musica che verrà. Il metal, per dire, fino a un certo punto ha anche funzionato, ma poi… Poi è sparita la melodia, sono sparite le voci, è sparita la musica. È diventato tutto un bordello, come l’hip hop o il rap. Io ero un amico di Lemmy e quando ci trovavamo a discutere dell’argomento, la conclusione era sempre la stessa: è rock and roll, non c’è niente da inventare. Bisogna solo tornare indietro alle proprie radici e faccio presente, dal mio punto di vista, che un’operazione di questo tipo non si deve aspettare che venga fatta necessariamente da qualcuno che viene dall’America. Possiamo farla anche noi italiani e credo anche meglio degli altri!

Tra i tanti, puoi raccontare ai nostri lettori un aneddoto particolare e citare un riconoscimento che più ti ha inorgoglito in questi oltre cinquanta anni di musica?

Vediamo, non è facile come potrai immaginare (ride, ndr)…Allora per quanto riguarda il riconoscimento, ti racconterei una storia del Monsters of Rock del 1992 di Reggio Emilia. Stavo promuovendo il mio primo album da solista ed ero inserito in un cartellone fantastico con Iron Maiden, Black Sabbath, Megadeth, Testament e Pantera. Alla fine della mia esibizione, nell’area riservata del festival, mi viene incontro con una di quelle cartoline pubblicitarie che si utilizzavano al tempo nientemeno che Ronnie James Dio! Immaginate la scena: uno dei più grandi cantanti di tutti i tempi con la tua cartolina pubblicitaria in mano che è lì per chiederti un autografo! Ricordo che lo abbracciai fortissimo e lo ringraziai per il pensiero e per l’onore che mi stava facndo. Rest in rock, grande Ronnie! E, rimanendo sempre a quella fantastica esperienza in terra emiliana, citerei il seguente aneddoto di cui fui testimone: avevo il camerino vicino a quello dei Pantera e c’era Dimebag “Diamond” Darrell completamente fuori di testa che vomitava qua e là e apparentemente non era in grado neanche di reggersi in piedi. Arrivano quelli dell’organizzazione per chiamare in scena la band americana e lui, come per magia, si riprende in un nanosecondo, va sul palco e suona da paura di fronte a quella marea di persone. Grandioso! Per dire cosa è la potenza del rock… Amavo molto i Pantera e Darrell era un gran bravo ragazzo. Il suo assassinio mi ha sconvolto profondamente, è stata una tragedia enorme.

Una domanda conclusiva di triste attualità: che idea ti sei fatto di questa epidemia di Coronavirus che sta sconvolgendo le nostre quotidianità e quali conseguenze avrà sulla nostra società?

Il problema fondamentale è che i potenti di questo paese hanno ben pensato di sputtanare i soldi della sanità, ecco perché siamo in questa terribile emergenza! C’è poco da fare, adesso: dobbiamo stare in casa e sperare che si riesca a debellare il virus il prima possibile. Su quello che succederà dopo, è difficile fare ipotesi. Come pure non sento di esprimermi al riguardo delle tante teorie complottiste che si leggono dovunque in questi giorni. Speriamo che questo incubo finisca al più presto.

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Carolina Bubbico: “Vi presento il mio disco “felice”. Ai miei studenti? Consiglio di essere autentici”

Michela Moramarco

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Carolina Bubbico giunge al suo terzo album di inediti con “Il dono dell’ubiquità”

Cantante, pianista, arrangiatrice e direttrice d’orchestra, Carolina Bubbico ha un’idea della musica molto eterogenea. In questo suo nuovo progetto discografico esplora varie attitudini e sonorità, a volte sorprendenti e di certo ricche di sfumature. “Il dono dell’ubiquità” non si va a incastonare in nessun genere musicale preciso. Ed è questa l’essenza per poterlo ascoltare, liberi da ogni sterile collocazione.

Abbiamo parlato con Carolina Bubbico.

“Il dono dell’ubiquità” è un titolo d’impatto. Complessivamente, cosa vuoi raccontare?

Sicuramente voglio dare l’idea dell’ubiquità in senso musicale. Mi sono auto-dichiarata ubiqua poiché mi piacciono cose diverse, non voglio più etichettarmi o rispondere alla domanda “che genere fai?” Per me questo è un disco felice, riesce a restituirmi questo impatto che rispecchia i miei gusti. Ho cercato di dare un filo conduttore dal punto di vista compositivo. L’ubiquità è anche culturale, con l’idea di aprirsi al diverso.

Come è andata la fase di produzione in generale? Ci sono anche tante diverse collaborazioni..

Questo disco è stato molto particolare perché abbiamo registrato da febbraio a giugno. Probabilmente dal punto di vista creativo il lockdown mi ha aiutata. Ci sono infatti collaborazioni con musicisti a cui forse non avrei mai pensato di contattare. Abbiamo registrato a distanza. Mio fratello Filippo Bubbico è il produttore del disco e insieme abbiamo lavorato al Sun Village studio, ovvero lo studio che abbiamo a casa nostra in campagna. Abbiamo ragionato fuori dalle logiche di mercato, cercando di puntare in alto, verso la qualità. Nel complesso, è un disco molto collettivo, ne sono felice. Credo molto nella cooperazione. Le tracce che abbiamo acquisito per comporre questo puzzle musicale derivano da varie parti del mondo. Paradossalmente si è abbattuta la distanza, ma non si è persa la cura per l’ascolto, nonostante non stessimo fisicamente vicino.

Il brano “Amore infinito” vede la collaborazione di Nando di Modugno, un chitarrista classico. Com’ è andata la composizione di questo brano?

Ho coinvolto Nando in questo brano che è un po’ un omaggio al Brasile. Mi sono trovata molto bene, lui è una persona molto accogliente ed è un musicista straordinario, di grande sensibilità. Sapevo che prima o poi l’avrei contattato. Ho sempre avuto un rapporto di amore e odio con la chitarra, anzi, un amore a distanza. Non l’avevo mai inserita in un mio disco. Io stessa mi sono avvicinata allo strumento e incredibilmente alcuni pezzi li ho scritti alla chitarra. È nato dunque “Amore Infinito”, che è una sorta di preghiera di un padre che dichiara a sua figlia amore eterno. La produzione è avvenuta di persona. È stato divertente, in quel momento stare insieme è apparso ancora più prezioso.

Sei anche docente di conservatorio. Dunque, cosa ti senti di consigliare a un giovane che vuole intraprendere una carriera da musicista?

Consiglierei di non comporre necessariamente musica propria, a meno che non si abbia una vocazione. La musica si può vivere sotto tantissimi aspetti, ognuno deve proseguire ciò che lo fa stare bene. In questo lavoro spesso ci si impone dei ruoli che non si addicono alla persona. E invito ogni aspirante musicista a cercare la propria vocazione. Inoltre, consiglio di conservare la propria autenticità, che  fondamentale e mai scontato.

Mi racconti un aneddoto della tua carriera?

Mi viene in mente il viaggio in Giappone, quando sono andata a suonare a Tokyo. È stato un confronto con una cultura e un modo di porsi molto diverso dal nostro. Sono affascinata dalla diversità umana e ovviamente l’esperienza del viaggio è l’emblema del confronto. È stata un’esperienza quasi mistica, ecco cosa mi viene da raccontare in questo momento.

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Interviste

Altarboy e Levante insieme su Netflix: intervista al duo romano

Antonella Valente

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Gli Altarboy muovono i loro primi passi in una Roma anni ’80, fatta di riscoperte ed esplorazioni musicali dall’hip hop all’elettronica fino alla musica house. Al tempo però il progetto non era ancora nato. C’era solo una forte amicizia – che dura ancora ora – tra Attilio Tucci e Sergio Picciaredda, due ragazzi sedicenni che passavano i loro pomeriggi a registrare nastri dentro le cantine dei Parioli.

Oggi quei ragazzi sono cresciuti e nel corso della loro carriera a partire dal 2010 – anno della fondazione degli Altarboy – hanno sfornato una decina di dischi tra cui “Way beyond” contenente “Blow” e “You on me”, scelti per la colonna sonora della serie “Baby” prodotta da Netflix. A questi, però, si è aggiunto anche “Vertigine” il brano realizzato insieme a Levante, permettendo loro di consolidare la collaborazione con la produzione della serie Netflix.

“Vertigine” è il vostro ultimo singolo realizzato insieme a Levante per la serie Netflix “Baby”. Come è nata questa collaborazione?

L’idea di “Vertigine” è nata negli studi di Fabula Pictures insieme al produttore della serie di “Baby” Marco De Angelis. Noi eravamo già parte della colonna sonora delle prime due stagioni con quattro singoli (“Blow -You on Me” – “Keep it on Your Mind” – “Tonight”) e per la terza, quella finale, Marco aveva bisogno di qualcosa di eccezionale, così ha pensato che avrebbe potuto funzionare e unire un duo indie dal suono internazionale come noi con una artista italiana già molto affermata come Levante. Come dargli torto! La colonna sonora di “Baby” resta una delle più riuscite in assoluto.

Levante è una delle cantautrici più seguite nel panorama musicale attuale, com’è stato lavorare con lei?

Il brano è stato praticamente prodotto durante il lockdown per cui non ci siamo mai incontrati fisicamente. Lavorare con lei comunque è stato molto stimolante poiché abbiamo avuto la prova di quello che abbiamo sempre pensato cioè che Levante è un’artista che arriva direttamente alle persone ma in modo assolutamente originale, mai scontato e sapevamo che questo connubio avrebbe funzionato e il successo che sta riscuotendo “Vertigine” ne è una conferma.

Gli Altarboy nascono ufficialmente nel 2010, ma l’amicizia tra Attilio e Sergio va oltre questa data. Quando vi incontrate per la prima volta?

Siamo amici dai tempi della scuola e abbiamo sempre condiviso una grande passione per la musica poi siamo stati bravi a farlo diventare un lavoro realizzando il nostro sogno.

YouTube Music vi considera tra i 50 artisti che hanno dettato il suono del 2019, è così?

A quanto pare sì. Il nostro suono è come il nostro marchio di fabbrica ciò che ci identifica, quello che quando qualcuno sente un brano senza sapere chi è dice: “Altarboy”. Il 2020 ne è stata la conferma.

Cosa vi aspettate per il vostro futuro musicale? Durante il lockdown avete avuto modo di pensare ad altri progetti?

Stiamo lavorando ad un secondo album e a nuove collaborazioni sulla scia di “Vertigine”, quindi mettete l’orecchio sul binario che arriverà tanta nuova bella musica!

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Interviste

L’Avvocato Dei Santi: “essere me stesso è la mia più grande ambizione”

I suoi brani mescolano cantautorato e attitudine rock, collocando il progetto tra i più interessanti della scena underground italiana

Michela Moramarco

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L'Avvocato Dei Santi

L’Avvocato Dei Santi racconta il suo nuovo singolo “Luci Accese”

L’Avvocato Dei Santi, al secolo Mattia Mari, è un musicista romano eclettico e innovativo.

I suoi brani mescolano cantautorato e attitudine rock, collocando il progetto tra i più interessanti della scena underground italiana. Difficile definirlo in un genere. Potremmo azzardarci a dire che la sua musica è un genere a sé.

L’Avvocato dei Santi. Questo nome rende la domanda obbligatoria: a cosa si deve questa scelta?

L’Avvocato Dei Santi è una figura del mondo ecclesiastico, si occupa delle pratiche di canonizzazione. È un personaggio che ho incontrato davvero quando avevo diciotto anni. Lavoravo in un ristorante vicino Città del Vaticano e spesso arrivavano personalità legate a questo mondo, tra cui una figura che mi era apparsa sin da subito molto rispettabile. Chiesi a un mio collega chi fosse. “E’ l’avvocato dei Santi”, disse. Mi rimase impresso e pensai che sarebbe potuto diventare il nome di un mio progetto musicale. Inoltre penso che sia adatto come nome a rappresentare quello che faccio: un po’ misterioso, mistico, oscuro.

L’Avvocato Dei Santi è un genere musicale a sé. Un po’underground, un po’ cantautorale. Quali sono le tue influenze musicali?

Essere me stesso è la mia più grande ambizione, quindi grazie. Tra le mie influenze c’è molto dei miei ascolti del passato: dai Led Zeppelin a Battisti, per parlare di classici. Ad oggi ci sono cose alla “Arcade Fire” e simili.

“Luci accese” è il nuovo singolo

“Luci accese” è un brano che inizia un po’ cupo, poi si accende. Com’è nato? Cosa vuoi raccontare?

Si, a me piace dire che il brano si apre, come le braccia che si allargano per prendere un pezzo di vita. Credo di aver portato all’estremo l’elemento che caratterizza le mie canzoni, l’esperimento tra ombre e luce. Sono contento del risultato. L’ho scritto durante il lockdown. Volevo fare qualcosa che potesse rimanere nel tempo. Cesare mi ha mandato la base di batteria e in circa due giorni avevo chiuso il pezzo. Mi sono confrontato con Enrico Lupi (fiati; La Rappesentante di Lista, ndr) e con Carmine Iuvone (archi; Tosca, Motta, ndr); ognuno ha registrato le sue parti ed è nato “Luci Accese”.

Questo brano anticipa qualcosa?

In realtà penso che tutti i miei brani anticipino qualcosa. È un percorso. Sto indicando la strada a chi vuole seguirmi, per arrivare a qualcosa di più ampio. Sono un po’ perfezionista e questo disco uscirà quando sarò del tutto soddisfatto. Ho tante ipotesi. La situazione del mercato musicale non è delle migliori. Non poter promuovere un album dal vivo sarebbe un buco nell’acqua. Quest’inverno non uscirà il mio disco. Qualche singolo forse sì.

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