Dieci aprile 1970, si sciolgono i Beatles. È la fine di un’epoca

Il 10 aprile del 1970 rappresenta una ricorrenza storica per tutti gli amanti della musica, specialmente per i fan dei The Beatles. Dopo una carriera lunga dieci anni, costellata di successi straordinari, concerti memorabili, rivoluzioni sociali e culturali, i Fab Four decisero di dire basta. Ognuno di loro, da quel momento in avanti, si preoccupò di portare avanti la propria carriera solista. Era la fine di un’epoca. Quell’immortalità, quel concerto di eternità sospesa tra album leggendari come “A Hard Day’s Night” o “Sgt Pepper’s Lonely Heart Club Band“, giusto per citarne due a memoria, improvvisamente svanì, e con esso il sogno di milioni di appassionati che speravano che i baronetti avrebbe continuato a comporre per sempre.

Dopo tredici album in otto anni, John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr posero fine a una band che, come poche altre, cambiò radicalmente i canoni della musica rock. L’avvento dei The Beatles fu una rivoluzione vera e propria, non solo musicale ma anche culturale. I quattro sovvertirono per sempre tutto ciò che fino a quel momento c’era stato, sopra un palco o in sala d’incisione, sotto o un palco o nel gergo comune. Pionieristici, innovatori, avanguardistici. Impossibile quantificare l’importanza che la band ha avuto, assolutamente impossibile.

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A fare da contraltare all’armonia interna a gruppo furono gli ego dei quattro musicisti. Quello di Lennon su tutti, ben determinato a portare avanti la sua sete di sperimentazione, di ricerca di nuove sonorità e stili, con un occhio fisso a ciò che accadeva all’interno della società. Una necessità, quella di musicare e descrivere le profonde contraddizioni che al tempo affliggevano il mondo, che con sempre maggiore impatto si riverberò nel songwriting dell’artista. Sempre più pacifista, sempre più radicalizzato in dottrine di pace, amore e libertà, nel corso del tempo si distaccherà sempre più dal sound spensierato dei suoi ex compagni.

L’altra faccia della medaglia portava il nome di Paul McCartney, sempre più dedito a sfumature pop e a melodie accattivanti, molto poco lanciato verso un ruolo nella società, se non nelle vesti di artista, maggiormente proiettato verso una carriera da solista che, fra alti e bassi, non avrebbe avuto lo stesso successo di quella di Lennon. Nel corso degli anni a venire, e sulla base di questa differenza, ma anche su preconcetti e infondate rincorse alla ricerca del più talentuoso tra i quattro, qualcuno è arrivato addirittura a supporre che la forza del gruppo non fosse il collettivo bensì il singolo. Lasciamo a voi ogni commento che a noi, francamente, sembra ingeneroso e irreale.

C’erano poi gli ego di George Harrison e Ringo Starr che, col passare degli anni, iniziò a presentare il conto al resto della band. Entrambi talentuosi, più taciturno e pacato il primo, più disinibito e, a tratti, scontroso il secondo. Elementi indispensabili di quell’ingranaggio chiamato The Beatles, pronti a recitare una parte da attori non protagonisti che protagonisti, però, lo erano eccome. Tra i due, chi ebbe una carriera da solista più interessante fu, però, Harrison, anche perché, album dopo album, iniziò a lamentare uno spazio sempre maggiore, lo stesso che era però occupato da Paul e John.

Problemi finanziari relativi alla gestione dei diritti d’autore, problemi personali legati ai rapporti con le rispettive compagne (impossibile non citare Yoko Ono, compagna di Lennon, da molti additata come la causa che pose fine alla band), oltre ai già citati problemi di ego, posero la parola fine alla band che, più di tutte, ha cambiato per sempre il volto alla musica. Una rivoluzione, quella dei The Beatles, che anche oggi, a distanza di cinquanta anni dallo scioglimento, non cessa di esprimere i suoi effetti. Un’eredità di infinito valore, un vuoto incolmabile.

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Federico Falcone
Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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