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Musica

Dave Grohl: didattica a distanza è limite per classe operaia e genitori single

Federico Falcone

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Durante il periodo del lockdown Dave Grohl, leader dei Foo Fighters, ha creato l’account Instagram @davestruestories dove poter raccontare le sue ‘True Stories’, che ora diventano anche un podcast sul canale YouTube ufficiale della band.

Il primo audio ad essere pubblicato è “In Defense of Our Teachers” ascoltabile al seguente link: www.youtube.com/watch?v=zNEhhDT–sc&feature=youtu.be

Partendo da ricordi d’infanzia e dall’esempio della madre che era un insegnante, Dave Grohl sottolinea come l’insegnamento a distanza provochi molte complicazioni, in particolare per la classe operaia e i genitori single, e evidenzia quanto sia preoccupante il fatto che manchi ancora una pianificazione per i prossimi mesi, a causa dell’indecisione e degli scontri della classe dirigente.

Di seguito la traduzione, in allegato il testo in inglese:

“In difesa dei nostri insegnanti

“Quando si discute della preoccupante questione sulla riapertura delle scuole, agli insegnanti americani serve un piano, non una trappola. Odio ammetterlo, ma ero un terribile studente. Ogni giorno aspettavo disperatamente il suono della campanella finale per poter scappare via dalla mia classe senza finestre e correre a casa dalla mia chitarra. Intendiamoci, non era colpa del sistema della scuola pubblica della contea di Fairfax che ha fatto il meglio che poteva”.

“Io ero solo ostinatamente disinteressato, bloccato da un disturbo dell’attenzione e da un insaziabile desiderio di musica. Lontano dall’essere uno studente modello ho provato a mantenere la concentrazione, ma alla fine ho lasciato a metà della terza media la scuola per inseguire i miei sogni di musicista itinerante (non lo consiglierei). Mi sono lasciato alle spalle innumerevoli opportunità. Ancora oggi sono perseguitato da un sogno ricorrente, sono di nuovo in quei corridoi nel tentativo di diplomarmi, a 51 anni, e mi sveglio in un lago di sudore”.

“Puoi togliere un ragazzo dalla scuola, ma non puoi togliere la scuola ad un ragazzo. Quindi, essendo io uno scarto delle superiori, pensavate che l’attuale dibattito sulla riapertura delle scuole non sarebbe stato intercettato dal mio radar rock’n’roll, giusto? Sbagliato! Mia madre era un’insegnante in una scuola pubblica”.

“Era anche una madre single di due bambini, e ha instancabilmente dedicato tutta la sua vita al servizio degli altri, sia a casa che al lavoro. Dall’alzarsi prima dell’alba, per assicurarsi che io e mia sorella fossimo puliti, vestiti e nutriti in tempo per prendere all’autobus al correggere i compiti a notte fonda, molto tempo dopo aver fatto raffreddare la sua cena, aveva raramente un momento per sé stessa. Tutto questo, mentre faceva più lavori contemporaneamente per poter integrare il suo misero stipendio di 35.000 dollari all’anno”.

“Bloomingdale’s, Servpro, le preparazioni per SAT e GED – una volta si è anche messa a fare allenamenti di calcio per 400$, per poter finanziare il nostro primo viaggio di famiglia a New York City, dove siamo stati al St. Regis Hotel e abbiamo ordinato da bere al famoso King Cole Bar, così da far scorpacciata gratis anche di antipasti che altrimenti non ci saremmo mai potuti permettere. Com’era prevedibile, la sua devozione nell’essere una madre si rispecchiava anche nel suo modo di fare l’insegnante. Non si è mai limita a indicare una lavagna e a recitare la lezione per farla imparare a memoria ai bambini, ma era invece era un educatore capace di coinvolgere, dedito al benessere di ciascuno degli studenti che stavano nella sua classe”.

“E con una media di 32 studenti per classe, non era una cosa da poco. Era uno di quegli insegnanti che diventava un mentore per tanti, e i suoi studenti si ricordavano di lei anche molto tempo dopo essersi diplomati, incrociandola spesso al supermercato e iniziando a recitare a memoria il Giulio Cesare di Shakespeare, come in una sorta di flash mob nel reparto frutta e verdura. Non saprei dirvi quanti dei suoi ex studenti ho incontrato nel corso degli anni che arrivavano con tutta una serie di aneddoti di quando erano nella sua classe”.

“Ogni ragazzo dovrebbe essere così fortunato nell’avere quell’insegnante preferito, quello che cambia per sempre la tua vita in meglio. Mia madre ha aiutato intere generazioni di bambini ad imparare come fare ad apprendere e, come la maggior parte degli insegnanti, era genuinamente interessata agli altri. Nonostante io non sia mai stato un suo studente, lei sarà per sempre la mia insegnante preferita”.

“Serve una certa indole per dedicare la propria vita a questo difficile e spesso ingrato lavoro. Lo so bene, perché sono cresciuto nella loro comunità, gli ho tagliato l’erba, pitturato gli appartamenti, anche fatto da baby sitter ai loro bambini, e sono convinto che loro sono tanto importanti quanto qualsiasi altro lavoratore essenziale. Alcuni addirittura crescono delle rock star! Tom Morello dei Rage Against the Machine, Adam Levine, Josh Groban e Haim sono tutti figli di operatori scolastici (con risultati accademici più gratificanti dei miei)”.

“Nel corso degli anni, ho iniziato a notare che gli insegnanti hanno un legame speciale, perché non ci sono molte persone che comprendono realmente le loro grandi sfide – sfide che vanno ben oltre l’uso di carta e penna. Oggi per qualcuno queste sfide possono determinare la vita o la morte. Quando arriva la domanda preoccupante – e, ancora di più, politicizzata – della riapertura delle scuole nel bel mezzo della pandemia da Coronavirus, la preoccupazione per il benessere dei nostri bambini è importantissima. E tuttavia gli insegnanti hanno anche tutta un’altra serie di domande che la maggior parte delle persone non considerano”.

“C’è molto di più da affrontare che il semplice rimandarli a casa una volta finite le lezioni,” mi racconta mia madre al telefono. Ha 82 anni, adesso, ed è in pensione, e mi stila un elenco di preoccupazioni basate sui suoi 35 anni di esperienza: “le mascherine e il distanziamento, il controllo della temperatura, l’affollamento sugli autobus, l’affollamento nei corridoi, gli sport, i sistemi di areazioni, le sale mensa, i bagni pubblici, i collaboratori scolastici”. La maggior parte delle scuole è già in difficoltà per la mancanza di fondi; come possono affrontare la montagna di misure di sicurezza di cui hanno bisogno? E anche se la media dell’età dei maestri negli Stati Uniti non è neppure 40 anni, inserendoli quindi in un gruppo a basso rischio, molti insegnanti di ruolo, segretari, lavoratori nella mensa, infermieri e operatori scolastici sono più anziani e hanno un rischio più alto. Ogni lavoratore in una struttura scolastica rappresenta una percentuale della sua popolazione e dovrebbe essere salvaguardata in maniera adeguata. Posso solo immaginare se mia madre fosse costretta a ritornare adesso in una classe piena di gente e senza finestre. Cosa impareremmo da quella lezione? Quando ho chiesto a mia madre cosa farebbe lei, ha risposto, “Didattica a distanza per un po’”.

“L’insegnamento a distanza provoca molte complicazioni, in particolare per la classe operaia e i genitori single che devono gestire logisticamente il lavoro e i figli a casa. La difficoltà nel reperire materiali scolastici, avere una buona connessione, risolvere problemi tecnici e non poter socializzare rendono la lezione tutt’altro che ideale. Ma, cosa più importante, quando sei davanti ad un computer con un tutore di fianco e hai l’insegnante dall’altra parte che cerca di fare del suo meglio per educare i bambini distratti che preferiscono i giochi sullo schermo alla matematica, diventa perfettamente chiaro che non basta avere un computer e una lavagna interattiva per essere in grado di fare l’insegnante”.

“Quella capacità particolare è il vero X Factor. Lo so perché ho tre figli e le loro lezioni a distanza assomigliavano più a “I ragazzi del sabato sera” anziché all’ “Attimo fuggente”. Come dico ai mie figli “Non vuoi davvero l’aiuto di papa, a meno che tu non voglia una F!”. L’insegnamento a distanza si spera sia una soluzione temporanea, ma per quanto l’orchestra senza direttore di Donald Trump vorrebbe prevedere la riapertura delle scuole in nome di una visione rosea (chiedete ad un insegnante di scienze cosa pensa della portavoce della Casa Bianca Kayleigh McEnany e del suo commento “la scienza non deve mettersi in mezzo”) sarebbe stupido correre rischi a spese dei nostri figli, insegnanti e della scuola”.

“Ogni insegnante ha una “pianificazione”. Non se ne meritano una anche loro? Mia madre doveva pianificare tre diverse lezioni ogni singolo giorno (parlare in pubblico, Inglese Avanzato e Inglese 10), perché questo è quello che fanno gli insegnanti: ti danno gli strumenti necessari per sopravvivere. Chi si preoccupa di darli anche a loro, questi strumenti? Gli insegnanti americani sono messi in trappola, creata dall’indecisione e dagli scontri di una classe dirigente fallita, che non è mai stata al loro posto e quindi non ha nessun modo di comprendere le sfide che devono affrontare”.

“Non mi fiderei del segretario americano delle percussioni che mi viene a dire come suonare “Smells Like Teen Spirit”, se non si è mai seduto dietro a una batteria, e quindi perché un insegnante dovrebbe fidarsi del Segretario dell’Educazione Betsy DeVos che dice loro come insegnare, senza che lei si sia mai seduta davanti a una classe? (Magari dovrebbe cambiare e fare la batterista). Fino a quando non hai speso un’infinità di giorni in una classe, dedicando il tuo tempo e la tua energia nel diventare quel mentore di intere generazioni di studenti che sarebbero stati altrimenti completamente disinteressati, devi ascoltare quelli che hanno fatto tutto questo. Gli insegnanti vogliono insegnare, non morire, e noi dovremmo supportarli e proteggerli, come il tesoro nazionale che sono. Senza di loro, dove saremmo? Mostriamo a questi instancabili altruisti un po’ di altruismo in cambio. Io lo farei per il mio insegnante preferito. E tu?”.

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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#IOSONO l’album di Innocente tra pop, latin-jazz e atmosfere cantautorali

Fabio Iuliano

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Disponibile sul mercato #IOSONO l’album del cantautore e pianista salentino Innocente, che esce oggi per Cinico Disincanto e Pezzi Dischi. Otto tracce che viaggiano tra influenze pop, latin-jazz e cantautorali, per un lavoro guidato dalla voglia di sperimentazione e ricerca sonora, nel quale emerge come Giorgio Innocente, in un momento storico in cui ci si sposta sempre più verso suoni campionati o effettati, si muova in controtendenza, preferendo sonorità acustiche e pulite, complici le produzioni di Luigi Saccà e Vladimiro Boccia. 

#IOSONO, infatti, è un album suonato dall’inizio alla fine, che non vuole strizzare l’occhio a ciò che va di moda nel mainstream ma sceglie la ricerca nelle sonorità e nel tipo di arrangiamento. Brani dal ritmo frizzante con la presenza costante del pianoforte si alternano a brani dai suoni caldi, capaci di creare un’atmosfera intima. Dal punto di vista tematico si sente il forte legame di Giorgio (Innocente) con il territorio italiano, la sua lingua e soprattutto con la sua terra d’origine: un esempio su tutti il brano Bella ci dormi, ripreso dal Canzoniere Grecanico Salentino, che vuole essere un omaggio alle sue radici. Centrale anche il tema del tempo che assume le sembianze di un “Ser”, così come la tematica ambientale, sempre cara all’artista, fino ad arrivare all’amore, narrato in maniera passionale ma mai scontata. Giorgio vuole presentarsi all’ascoltatore negli attimi di quotidianità, nelle sensazioni dei piccoli momenti, come in una piccola biografia, attraverso una forma testuale ben strutturata ed un linguaggio non necessariamente immediato.

In questo disco – spiega Innocente –  sono confluiti brani che hanno caratterizzato non solo il mio percorso musicale, ma anche quello di vita. Ho voluto mettermi a nudo senza filtri, divertendomi a condurre l’ascoltatore/lettore in piccoli labirinti testuali dai quali ognuno può trovare la sua via d’uscita. I temi che affronto sono molto importanti per me, uno su tutti quello ambientale a cui mi sento particolarmente vicino, in quanto attivista del movimento Fridays For Future: la salvaguardia dell’ambiente e i danni ambientali sono diventati una questione sociale, non sono più una questione che riguarda una minoranza. L’amore, invece, lo racconto dondolando tra la ragione e il suo contrario, in un incalzante dubbio. Penso a questo sentimento in maniera utopistica e lontana dal romanticismo, che mi stanca. In Il cuore e l’abat-jour, ad esempio, ho provato a descrivere la storia di un incontro tra un cuore “troppo cerebrale” ed una abat-jour: due soggetti distinti, forse antitetici per i quali “pur considerandone al bisogno l’accensione non ci hanno visto più”. Mi intriga la forza della diversità. In Gitana, poi, l’amore è visto come liberazione dalle abitudini, dalla quotidianità, come trasgressione soprattutto mentale, oltreché fisica, utile a “purificare l’incertezza delle cose”.

L’obiettivo del disco è sperimentare, mischiare, senza necessariamente costruire un “recinto musicale”, senza chiudersi dentro un genere ben definito, cercando di fare buona musica senza seguire gli schemi compositivi che rendono un prodotto sicuramente accattivante dal punto di vista commerciale, ma allo stesso tempo rischiano di farlo risultare anonimo, prodotto in serie.

Giorgio Innocente, classe 1991, è salentino ma vive da diversi anni a Siena. Inizia a studiare pianoforte da giovanissimo, tra i Conservatori di Lecce e Taranto e le accademie, affiancando a questo lo studio delle tecniche vocali. A 17 anni si avvicina al jazz, iniziando a studiarne la tecnica pianistica e vocale, ma si appassiona sempre di più anche alla scrittura che, quasi inevitabilmente, viene messa a servizio della sua musica. Parallelamente all’attività accademica, Giorgio si dedica al lavoro sui suoi brani e all’attività dal vivo, suonando su palchi come il Mediterraneo Festival e il Salent Festival e collaborando con importanti formazioni del territorio pugliese e non solo. Studia jazz con il pianista e Maestro Ettore Carucci presso il Saint Louis College e, nel 2019, pianoforte jazz presso “Siena Jazz” con il Maestro Danilo Tarso, mentre continua a lavorare ai suoi inediti. Il singolo d’esordio, “Il Cuore e l’Abat-Jour”, esce il 28 aprile 2020 per l’etichetta Cinico Disincanto, seguito a giugno da “Gitana”. Il 5 Novembre esce il terzo singolo “Un Raggio a Strapiombo”

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La famiglia Battisti subì aggressioni comuniste e dovette abbandonare Poggio Bustone nel 1947

Redazione

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Lo storico Pietro Cappellari in visita alla tomba di Alfiero Battisti, padre del cantautore Lucio. “La famiglia Battisti fu vittima delle aggressioni comuniste e nel 1947 dovette abbandonare Poggio Bustone”. Cappellari, in visita al cimitero di Poggio Bustone (Rieti) ha reso omaggio alla tomba di Alfiero Battisti, padre del noto cantautore Lucio.

Leggi anche: La grazia di Lucio Battisti

“Il padre di Lucio Battisti, Alfiero, classe 1913, militò nella RSI come Brigadiere della Guardia Nazionale Repubblicana. Nel dopoguerra fu arrestato, a seguito di denunce, poi risultate non veritiere, presentate contro di lui da due esponenti del PCI. Sembra che subì anche un’aggressione personale. A causa dell’odio dei comunisti, con la famiglia dovette abbandonare Poggio Bustone e spostarsi nel 1947 a Vasche di Castel Sant’Angelo, sempre in provincia di Rieti”.

Leggi anche: A fari spenti nella notte: il viaggio “slow” di Mogol e Battisti

“Nel 1950 avvenne il definitivo trasferimento nella Capitale della famiglia Battisti, emigrazione forzata che portiamo a conoscenza degli abitanti di Poggio Bustone, i quali giustamente vorrebbero creare un museo e altre iniziative in ricordo dell’indimenticabile Lucio”.

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Festival e grandi concerti: se ne riparla forse nel 2023. La previsione di Claudio Trotta

Antonella Valente

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“Gli spettacoli di massa negli stadi, negli autodromi, nei parcheggi, nei parchi, francamente (..) non credo proprio che li vedremo nel 2021, non immagino nemmeno che sia così certo che li vedremo nel 2022, forse nel 2023 o 2024, ma non nel 2021”.

“Questo non è stato dichiarato ufficialmente, ne comprendo le motivazioni ma sarebbe opportuno che se ne parlasse più profondamente e rendersi conto che non abbiamo una prospettiva a lungo termine”.

Con queste parole Claudio Trotta, fondatore della Barley Arts e promoter musicale tra i più autorevoli al mondo, ha focalizzato l’attenzione sul rischio, ormai sempre più concreto, di rivedere grandi concerti e festival solo tra due anni, nella migliore delle ipotesi.

L’intervista integrale

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