Dal Venezuela all’Italia: il viaggio di Cabruja diventato un album

Il 5 novembre è uscito il primo album omonimo di Cabruja, all’anagrafe Eduardo Losada Cabruja, insegnante, di scienze in lingua spagnola in una scuola genovese, di origini venezuelane. Sin da bambino la musica rappresenta una costante della sua vita: muove i suoi primi “passi canori” all’interno del coro della scuola e in seguito partecipa a diverse rassegne, tra festival locali e varie produzioni.

Il primo album dell’artista nato a Caracas rappresenta un viaggio a molteplici livelli: dal Venezuela all’Italia, dagli anni formativi dell’adolescenza all’età adulta conclamata, dall’amore alla solitudine, dalla mera esistenza alla consapevolezza di se stessi, dalla vita alla morte. Cabruja omaggia gli artisti e le canzoni che l’hanno accompagnato durante la sua vita, interpretandole in chiave personalissima e intima. I brani inediti invece, scritti da Cabruja stesso, parlano del dialogo tra “un prima” e “un dopo”, un passaggio difficile ma necessario per l’evoluzione di una persona; così come l’inevitabile lutto da elaborare quando si lascia indietro una parte di se stessi.

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Prima di essere un cantautore, sei un insegnante di scienze: cosa accomuna la musica con la scienza, a tuo avviso?

La musica è una scienza. È matematica, è fisica. C’è della biologia nel cantare, processi fisiologici. Detto questo, il mio approccio alla musica è tutt’altro che scientifico. Forse trovo nella musica degli aspetti meno razionali di cui ho bisogno. Forse è una questione di equilibrio.

Cosa desidereresti che percepisse chi ascolterà il tuo primo album?

Che c’è un’intenzione.

Dopo l’arrivo in Italia, cosa ti ha spinto a restare e non tornare in Venezuela? 

Confesso che un po’ mi sorprende la domanda, perché nella mia testa penso sempre che tutti abbiano presente la situazione venezuelana, quando invece è naturale che non sia così. Il Venezuela, già da tanto tempo, sta attraversando una crisi politica, economica e sociale senza precedenti. Io sono venuto via 16 anni fa, un po’ perché volevo vedere altro, ma soprattutto perché per me era intollerabile vivere nella paura, nonostante le cose non stessero come ora. Adesso è ancora peggio. Caracas è una delle città più pericolose al mondo, dove la vita di un uomo non vale niente. Se avessi la possibilità (economica) di portare qui tutta la mia famiglia, lo farei senz’altro.

Nei due brani inediti si parla di un “prima” e un “dopo”… c’è anche una versione di Eduardo, “prima” e “dopo”?  Se si in cosa consistono?

Me lo auguro! Sarebbe sconvolgente essere arrivato ai 42 anni di età, cambiando pure continente, cultura e lingua, senza una trasformazione importante! Cambiare contesto in questo modo non è da tutti. Significa mettersi in una condizione di vulnerabilità che ti fa capire tante cose di te stesso ma anche degli altri. A me piace questa vulnerabilità… mi rende permeabile, suscettibile al mio intorno, sensibile agli altri. A volte è logorante, ma non riesco a fare diversamente. Spero sempre di lasciare un Eduardo indietro, ad ogni passo, per trovarne uno nuovo.

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Antonella Valente
Laureata in Giurisprudenza e Giornalista Pubblicista dal 2018, ama il teatro, il cinema, l'arte e la musica. Appassionata di recitazione, si diletta a salire su un palco di tanto in tanto. In altre sedi, anche Avvocato.

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