Connect with us

Interviste

Da Berlino ad Alba Fucens, il mito di The Wall rivive con lo show delle RanestRane

Le RanestRane torneranno dal vivo per la prima volta il prossimo 9 agosto all’interno dell’anfiteatro romano di Alba Fucens con “The Wall – il Cinceconcerto”

Antonella Valente

Published

on

Unica nel suo genere, la sola CineConcept Band a creare un’atmosfera magica che unisce le immagini con la musica. Parliamo delle RanestRane, gruppo rock nato nel 1998, particolarmente apprezzato nel panorama del progressive italiano per le strepitose performance dal vivo, meglio conosciute come ‘CineConcerti’. Durante questi, i testi e le musiche della band si fondono con i dialoghi originali del film di volta in volta proiettato sullo schermo.

Non si tratta di semplici sonorizzazioni, però, bensì di una vera e propria rielaborazione dell’opera filmica che possa indurre lo spettatore a pensare che sia il film ad esser stato creato per la musica e non viceversa.

Nel 2007 ha visto la luce Nosferatu e qualche anno dopo, nel 2011, la formazione si è cimentata con un altro film d’autore, Shining di Stanley Kubrick, mentre nel 2012, il gruppo (Daniele Pomo, Massimo Pomo, Maurizio Meo e Riccardo Romano) si è esibito con Steve Rothery durante l’annuale convention di “The Web Italy”, suonando alcuni brani classici del catalogo dei Marillion. Questa occasione ha fatto scoccare la scintilla per una collaborazione musicale al nuovo album di Ranestrane che si sarebbe basato sull’altro capolavoro di Kubrick 2001: Odissea nello spazio.

Dopo anni di illustri collaborazioni e progetti, nel 2017 la band ha aperto i concerti dei Marillion in Giappone e ha fatto una serie di spettacoli in Europa. Nel 2019 le RanestRane hanno voluto rendere omaggio al 40° anniversario della pubblicazione del disco dei Pink FloydThe Wall” con un nuovo progetto, diverso dai precedenti: una personale reinterpretazione delle musiche del celebre gruppo con l’aggiunta di composizioni originali, sincronizzate con il film di Alan Parker.

Il progetto è iniziato con una serie di concerti nel 2019 per commemorare il 30° anniversario dalla
caduta del Muro di Berlino. L’uscita ufficiale dell’album The Wall di RanestRane, il 20 giugno 2020, celebra lo storico concerto The Wall – Live in Berlin a Postdamer Platz, trent’anni dopo.

A causa della pandemia e del lockdown la band non ha potuto proseguire il tour. Ora però è arrivato il momento di tornare live e lo farà per la prima volta il prossimo 9 agosto all’interno della magnifica cornice dell’anfiteatro romano di Alba Fucens (Massa D’Albe – Aq) in occasione della rassegna estiva “Alba Off (Limits)” promossa dal Teatro Off (Limits) di Avezzano.

In che modo avete trascorso i mesi passati?

Maurizio: Naturalmente nei mesi passati non è stato facile, ma siamo riusciti a lavorare da casa e a confrontarci con incontri “telefonici”. Per ovvie ragioni, abbiamo dovuto annullare il nostro RanestRane Weekend a Cervia – un weekend speciale con i fan che si ripete ogni 2 anni – ma siamo riusciti a proporre un’edizione digitale: ci siamo inventati 4 incontri settimanali con i fan, in sostituzione del weekend e del tour, che faremo l’anno prossimo. Riccardo ha lavorato alla fase finale del disco in uscita, Daniele ai nuovi testi, abbiamo buttato giù nuove idee per il futuro progetto delle RanestRane, abbiamo suonato. Per quanto mi riguarda, ho cercato di trascorrere questo periodo di lockdown nel modo più sereno possibile.

Massimo: Sicuramente non è stato un periodo facile. Abbiamo tutti subito un forte stress emotivo e fisico, l’uno causato dalle inaspettate conseguenze del COVID-19 sull’essere umano e l’altro generato dalla costrizione di immobilità alla quale tutti siamo stati obbligati. L’aspetto emozionale non è stato e mai lo sarà, almeno per me, superato con superficialità. Non riesco proprio a capire perché gli eventi non siano stati meglio controllati, probabilmente si potevano evitare tante sofferenze.  Ma siamo uomini e come tali lontani dalla perfezione, piuttosto inclini all’errore. 

Per certi aspetti il lockdown non ha cambiato molto della mia quotidianità, perché sono una persona che ama la solitudine e il dialogo continuo con me stesso. La mancanza più grande è stata sicuramente la possibilità di suonare nei locali e nei  teatri. È mancata l’essenziale fatica del tour, lo scambio di emozione con il pubblico  che ci segue. Non è stato facile fare a meno della passione che muove tutte le energie necessarie alla realizzazione di uno show, così come il non poter vedere i miei compagni, il non poter confrontarsi col lavoro quasi quotidiano che ormai ci tiene uniti da tanto tempo. Però la lontananza dalla routine mi ha messo ancora più in simbiosi col mio strumento: ho potuto quindi esplorare tecnologie che non avrei mai pensato di usare.

Quando nasce l’idea di realizzare dal vivo i Cineconcerti?

Daniele: L’idea del Cineconcerto nasce qualche anno dopo la nascita della band. Nel nostro primo periodo di attività avevamo cercato di comporre brani forzatamente più corti e sganciati da velleità più sperimentali e coraggiose. Capimmo che puntare solo sulla qualità delle composizioni e sulla nostra tecnica personale non sarebbe sicuramente servito a farci elevare dal piattume generale della discografia italiana. Per alcuni produttori i nostri brani erano troppo difficili, altri consideravano gli stessi brani troppo “semplici”: quindi decidemmo di fare da soli e di essere totalmente artefici del nostro futuro artistico, senza compromessi. Non avendo grandi possibilità economiche e nessun “santo in Paradiso” avevamo bisogno di un’idea nuova oltre al “Concept Album”, peraltro classicamente sfruttato nell’ambito prog; un’idea che ci potesse aiutare a calamitare attenzioni al di là della musica e del tema trattato.

Il nostro amore per i film d’autore ci indirizzarono verso l’idea di partire da un film importante artisticamente e con un potere evocativo elevato. Scegliemmo “Nosferatu” di Herzog. Non avevamo però il potere economico o l’appeal dei Pink Floyd: non potevamo sperare di scrivere un album e poi proporre a un regista famoso la realizzazione di un film! Ma eravamo già musicisti professionisti, discretamente forgiati dalla realtà del nostro periodo storico. Così iniziammo la creazione di un’opera completamente originale, basata su un film già scritto e realizzato, cercando di adattarci al montaggio integrale del film, con rispetto artistico nei confronti dell’opera filmica e della nostra musica. È stata dura, ma sicuramente i nostri sforzi ci hanno reso – e ci rendono ancora – una band unica come CineConcept Band.

Da pochissimo è uscito il vostro ultimo album “The Wall” che sta riscuotendo molto successo. Qual è la genesi del progetto?

Maurizio: Siamo molto contenti del successo che sta ottenendo il nostro disco “The Wall”. L’album sarebbe dovuto uscire in concomitanza con il nostro RanestRane Weekend e lo avremmo poi portato in tour in Europa fine maggio di quest’anno. A causa di tutto ciò che è successo, siamo stati costretti a posticipare il tour, ma per fortuna tutte le date europee sono state confermate per aprile 2021. Volevamo dare comunque un segno forte e importante a tutti i nostri fan, mantenendo loro le promesse fatte: così, nonostante il “Muro” che ci ha impedito di poterci esibire in pubblico durante il periodo estremo della pandemia, abbiamo pensato fosse giusto far uscire comunque l’album, pubblicato a giugno di quest’anno. Per le RanestRane, il progetto “The Wall” è un po’ un ritorno alle origini.

La nostra storia si lega profondamente ai film d’autore. E l’idea originale è arrivata proprio dal capolavoro di Alan Parker e dei Pink Floyd. Fin dall’inizio avremmo voluto scrivere un film accompagnato dalla nostra musica, una storia importante e significativa ideata da noi. Ma non avendo la possibilità di realizzare un progetto cinematografico, abbiamo pensato di realizzare le nostre musiche su film esistenti. E questo accadeva ben 22 anni fa, con la nostra prima opera “Nosferatu il Vampiro”.

La parentesi di “The Wall” è quindi un ritorno alla nostra idea originale. Ma sia ben chiaro, la nostra proposta non deve essere recepita come quella di una tribute band dei Pink Floyd! Di tribute band ne esistono tantissime, molto brave, che eseguono il repertorio della band inglese in modo ineccepibile. La nostra è una particolare reinterpretazione dell’opera di Alan Parker e dei Pink Floyd, in tutta la sua completezza, con nostri nuovi arrangiamenti e con l’aggiunta di alcune nostre testimonianze musicali inedite. Tutto in sincro con il film, in perfetto stile RanestRane.

Come vi spiegate il successo che nel corso degli anni avete avuto, con fan da tutta Europa e diversi fanclub a voi dedicati?

Riccardo: Durante i primi anni del nostro percorso eravamo concentrati a far conoscere la nostra musica quasi esclusivamente in Italia. Pensavamo che la scelta di cantare nella nostra lingua ci avrebbe penalizzato all’estero. Nel corso degli ultimi dieci anni abbiamo cercato di far crescere l’attenzione attorno a noi e di far conoscere la nostra musica anche all’estero. Ci sono stati incontri fortunati, soprattutto quello con Steve Rothery e Steve Hogarth dei Marillion, che hanno contribuito in maniera sostanziale. Siamo stati in tour con Steve Rothery nel 2014 e credo che sia stato un vero punto di svolta per noi. Successivamente sono arrivati festival importanti, tante proposte dall’estero e un nuovo pubblico ha incominciato a seguirci con passione e costanza.  Credo che uno dei nostri punti di forza sia il fatto di proporre un progetto totalmente nuovo e mai tentato finora con queste modalità: scrivere intere opere dedicate a film d’autore sincronizzandole perfettamente a essi. Potersi distinguere facendo qualcosa di diverso è estremamente importante.

Conoscete l’anfiteatro romano di Alba Fucens dove suonerete il prossimo 9 agosto? In quali altre location suggestive avete suonato in passato?

Massimo: Sono un amante della montagna e conosco l’Abruzzo e il sito archeologico di Alba Fucens. Sono molto fiero di poter partecipare con la mia band a un evento di musica in una venue così speciale! È molto suggestivo pensare di suonare “The Wall” dentro un anfiteatro romano, il parallelismo con Pompei è inevitabile. Però per le RanestRane non è “una prima volta”: ci siamo esibiti nel luglio del 2009 nel Castello dei Borgia di Nepi, abbiamo suonato tra le rovine e devo confessare che l’atmosfera era densa di emozione. Cercheremo di ricreare le stesse sensazioni anche ad Alba Fucens.

Daniele: Oltre a questi luoghi cosi belli e importanti in Italia, abbiamo avuto l’onore di suonare nell’anfiteatro di Loreley in Germania durante il festival “The Night of the Prog” nel 2019. Siamo stati la prima band, in assoluto, che ha presentato il proprio repertorio in italiano in quella cornice: un’emozione indescrivibile sia per la venue magica, sia per le 6.000 persone presenti.

Maurizio: Abbiamo suonato anche in bellissimi teatri di importanza storica nazionale non indifferente, importanti centri culturali in Germania, in Olanda e in Danimarca, splendide venue in Giappone e in Inghilterra, ma siamo certi che l’emozione di suonare nell’anfiteatro di Alba Fucens sarà altissima, per noi e per il pubblico.

Da dove nasce il vostro nome “RanestRane”?

Daniele: Il nome della band trae spunto da uno dei “racconti del grottesco” di Edgar Allan Poe “Hop Frog”, in cui un giullare nano e deforme si vendica tremendamente dei soprusi e delle umiliazioni subite dai ricchi nobili. Amavamo sia il titolo che il messaggio del racconto e così nacque il primissimo nucleo della band con il nome “Bop Frog”. Negli anni ’90, questa band però era indirizzata verso tentativi musicali jazz e fusion: da qui la trasformazione di “Hop” in “Bop”, per indicare un determinato stile di Jazz ovvero il “Be Bop”. Per motivi lavorativi, la band si trasformò in una cover band e mantenemmo il nome originario “Bop Frog”. Non potevamo usare lo stesso nome per un progetto di musica originale che stava partendo in quel periodo, ma allo stesso tempo volevamo mantenere l’idea della Rana e il concetto della “rivalsa dei diversi”, legata al mondo dell’arte come richiamo al racconto di Poe. Così, abbiamo inserito il suffisso “ST” per indicare “STrumentale” e “STranezza” (diversità) ed è nato il nome RanestRane.

Cosa vedete nel vostro futuro?

Riccardo: In futuro cercheremo di consolidare l’attenzione attorno a noi, cercando di proporre la nostra musica in nuove forme con nuovi progetti. Abbiamo sempre cercato di mantenere una certa coerenza in quello che facciamo e abbiamo notato che la coerenza ci ha donato una crescita costante. Ora stiamo scrivendo il nostro nuovo album e crediamo ci porterà a fare un nuovo passo in avanti. Stiamo lavorando a un nuovo sound per ripresentarci al nostro pubblico con della nuova musica, che suoni veramente fresca e interessante. Non vogliamo ripeterci e sperimentiamo a 360 gradi per riuscirci.

Volete salutare il vostro pubblico in attesa del concerto di Alba Fucens?

Naturalmente questo concerto sarà molto importante ed emozionante per le RanestRane. Per noi rappresenta il ritorno ai “Live”, al contatto con il pubblico, all’adrenalina del concerto. Significa riassaporare le energie del palcoscenico dopo 7 mesi! E quale migliore ripartenza, se non in un sito archeologico cosi bello ed importante? La migliore cornice per poter incontrare nuovamente le persone che ci seguono, che ci vogliono bene, ma anche chi ci verrà a vedere per la prima volta. Gli ingredienti per uno show indimenticabile ci sono tutti e a tutti promettiamo uno spettacolo imperdibile. Vi aspettiamo il 9 agosto ad Alba Fucens!

ph. Catia De Cicco

Laureata in Giurisprudenza e Giornalista Pubblicista dal 2018, ama il teatro, il cinema, l'arte e la musica. Appassionata di recitazione, si diletta a salire su un palco di tanto in tanto. In altre sedi, anche Avvocato.

Interviste

Parla Giovanni Gastel, il fotografo dell’anima

Antonella Valente

Published

on

Se la fotografia racchiude l’essenza di un luogo, una persona o un gesto e se la moda è sembianza, forma e immaginazione, Giovanni Gastel ci ha viziati con inconfondibili scatti ai quali accostarsi ora con stupore, ora con disincanto. Una tavolozza di emozioni si sprigiona dall’eleganza delle inquadrature, dalla scala dei toni e dalla nitidezza della relazione con il soggetto” (Giovanna Melandri, Presidente della Fondazione MAXXI di Roma)

Intenso, magico, profondo, ma allo stesso tempo delicato ed elegante, Giovanni Gastel è uno dei fotografi ritrattisti più famosi degli ultimi decenni. Il suo nome compare nelle riviste specializzate insieme a quello di altri suoi colleghi quali Oliviero Toscani, Giampaolo Barbieri, Ferdinando Scianna, o affiancato a quello di Helmut Newton, Richard Avedon, Annie Leibovitz, Mario Testino e Jürgen Teller. Classe 1955, Gastel nasce a Milano il 27 dicembre e negli anni ’70 si avvicina al mondo della fotografia fino al momento di svolta, nel 1981, quando incontra Carla Ghiglieri, che diventa il suo agente e lo avvicina al mondo della moda.

Attualmente è presidente dell’Associazione Fotografi Professionisti, membro del Consiglio di Amministrazione del Museo di Fotografia Contemporanea, partner istituzionale della Triennale di Milano e membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione IEO-CCM.

Quando nasce la sua passione per la fotografia, tanto da trasformarla in un lavoro?

Prima di appassionarmi alla fotografia, verso i 12 anni, facevo l’attore in una compagnia di teatro sperimentale e, all’incirca cinque anni dopo, iniziai a pubblicare le mie prime raccolte di poesie. Avrei voluto fare il poeta. Fu solo quando una mia fidanzata mi fece notare che facevo foto molto belle che nacque l’amore immenso per la fotografia. I miei primi scatti risalgono agli anni ’70.  A 19 anni ho aperto il mio primo studio fotografico, in quel periodo facevo fotografie di ogni tipo: matrimoni, accessori, piccole riviste, la classica gavetta.

C’è un fotografo cui si è ispirato nei suoi lavori o che ha ammirato di più nel corso della sua carriera?

Il mio è stato essenzialmente un percorso da autodidatta: ho cercato di sviluppare il mio stile personale in un continuo confronto con me stesso sul campo, senza scuole o punti di riferimento imprescindibili. Però ricordo che, da ragazzo, rimasi molto affascinato dagli scatti di Irving Penn e Richard Avedon che trovavo su Vogue, a cui mia madre era abbonata.

Al MAXXI di Roma possiamo apprezzare la mostra “The People I Like”. Tra i diversi personaggi ritratti ce ne è uno cui è particolarmente legato?

La mostra, come afferma il titolo stesso “The People I like” racconta delle persone che mi hanno toccato -in qualche modo- l’anima. Ognuna di loro mi ha lasciato qualcosa ed ognuna di loro mi piace, per questo è difficile scegliere. Posso, però, dire che abbiamo deciso di dedicare la mostra a Germano Celant a cui devo moltissimo: è stato per me un amico-mentore. Un uomo che ho profondamente ammirato, scomparso da poco. E’ lui che ha deciso di portare la mia prima personale in mostra alla Triennale ed è sempre lui che una volta mi ha detto ”dovresti smetterla di definirti un fotografo di  .. (qualcosa). Tu sei un fotografo. Punto. Poi sta a te fotografare quello che vuoi”.

Può raccontarci un aneddoto particolare degli incontri e shooting avuti con i personaggi ritratti?

Quando incontrai Vasco Rossi, mi resi conto che non aveva alcuna voglia di venire ritratto. Continuava a chiedermi insistentemente cosa dovesse fare ed io, con tranquillità, gli risposi di fare qualsiasi cosa avesse voglia di fare. Allora lui: “Ma se voglio stare seduto posso stare seduto?” , ed io: “Stai seduto” “Ma se voglio sdraiarmi?” “E sdraiati” “E in piedi?” “Stai in piedi”… Dopo un po’ di questo botta e risposta Vasco si interruppe, si girò verso i suoi collaboratori e disse “Ue, mi piace questo qui!”.

C’è anche un bellissimo sorriso di Obama… cosa ricorda di quel momento?

Io e Barack Obama ci siamo incontrati ad un cocktail durante un convegno sulla nutrizione. Quando gli chiesi: “Ma come hanno fatto gli Stati Uniti a eleggere questo presidente dopo di lei?”, lui scoppiò in questa risata, quasi liberatoria. Per fortuna avevo con me la macchina fotografica. Obama ha detto: “C’è la storia del popolo nero in questa ritrovata felicità”. Non c’è bisogno di aggiungere altro.

Le sue foto sono senza tempo?

Dico sempre che le fotografie si dividono in due gruppi: nel primo ci sono quelle che documentano un momento e che quindi ‘finiscono nel tempo’, sono strettamente legate ad esso e dipendenti alla circostanza. Nel secondo, ci sono, invece, le fotografie che colgono quell’unicità, quell’anima profonda in grado di superare, uscire dal tempo e diventare opere d’arte. E’ raro arrivare a fare delle fotografie che travalichino il tempo, ma sicuramente quello deve essere l’obiettivo. Non so dire se e quando riesco a raggiungerlo, ma è senza dubbio ciò a cui tendo sempre.

Ha iniziato lavorando nella moda: cosa è cambiato in questo settore rispetto ad allora?

Quando ho cominciato negli anni Settanta era, in generale, un periodo di crisi economica terribile. Nelle agenzie di pubblicità si diceva ai vari stilisti che non era possibile trovare una serie di parametri fissi per un mercato in continuo cambiamento come quello della moda. La svolta c’è stata solo con Lucchini e Borioli, che avevano fondato appena “Donna” e “Mondo Uomo”. Fu allora che si decretò l’inizio di una nuova filosofia nel settore. Si decise che l’obiettivo non sarebbe stato più quello di soddisfare direttamente le esigenze dell’acquirente ma, piuttosto, quello di creare un’estetica definitiva in grado di esprimere una bellezza, eleganza, sensualità senza tempo. Oggi le cose sono ancora diverse. Le varie manovre politiche hanno peggiorato le condizioni della classe media e i mercati che hanno più potere d’acquisto sono quello cinese, russo… la pubblicità di conseguenza sta modificando nuovamente i parametri per soddisfare le esigenze di questi acquirenti.

In che modo la poesia e la fotografia si conciliano nella sua vita?

Ho scelto la fotografia perché sapevo che non avrei potuto vivere di sola poesia. Le poesie oggi non le legge più nessuno, il ché è paradossale visto che la forma concisa, sintetica delle poesie sarebbe il compromesso perfetto per un’epoca in cui nessuno ha più tempo per leggere. In ogni caso, quello che penso è che passerò i miei ultimi giorni su questa terra scrivendo poesie. Ma è anche vero che la fotografia è diventata molto più di un lavoro per me. Mi ha completamente rapito il cuore: è diventata un’esigenza, una necessità. Non riesco ad addormentarmi tranquillo se non ho fatto qualche fotografia, risolve ogni mio conflitto interiore.

Lo scorso 8 ottobre è stato presentato anche il cortometraggio “Ninfe” realizzato con Franco Curletto. Come è nata la vostra collaborazione? Che significa per lei “la bellezza”?

Mi ricollegherò al discorso di prima riguardo alle fotografie in grado di travalicare il tempo. Se una fotografia supera la dimensione temporale, del caduco e dell’effimero, allora accede al mondo della bellezza. Io credo che il bello non sia semplicemente qualcosa che provoca in noi piacere, ma piuttosto un ponte, un aggancio che ci collega con una realtà superiore, che ci eleva nel profondo. Quando siamo di fronte ad un’opera d’arte è come se avessimo una visione: estetico ed estatico si fondono. La mia collaborazione con Franco Curletto affonda le sue radici proprio in questo. Abbiamo un comune modo di intendere la bellezza, la concepiamo entrambi nella sua forma più autentica. “Ninfe” nasce dal nostro tentativo di dar voce ad un’eleganza e grazia eterne attraverso acconciature, poesia e fotografia. E’ una produzione corale.

Cosa consiglierebbe a chi vuole intraprendere questa strada?

Una volta Flavio Lucchini mi disse che, in primis, la fotografia deve servire per vendere la moda, il vestito, l’accessorio… se poi si riesce a fare delle fotografie che sono anche belle, allora si è dei grandi fotografi. Mi sento allora di dire che il più importante traguardo da perseguire è: riuscire ad abbattere il muro tra quello che si è e quello che si fa, conciliare il proprio lavoro e la propria soggettività, unicità.

Si ringrazia per la collaborazione Laura Aurizzi

Continue Reading

Interviste

La ricezione artistica di Halloween: intervista all’illustratrice Diana Gallese

Sophia Melfi

Published

on

Cosa rende la festa di Halloween così intrigante? Forse, come per la gran parte degli eventi e dei culti popolari, è il sentimento che si ha verso di essi e l’immaginario creatosi nel tempo ad incuriosire maggiormente le persone. E sono proprio sentimenti ed immaginari a scatenare la fantasia di scrittori, artisti e musicisti che negli anni hanno avuto modo di trasmettere attraverso testi, tele e sinfonie la propria idea di Halloween.

Mi lascio fluire ed ispirare dalle fasi lunari, dal suono del vento, dal contatto con la natura, dall’energia che rilascia un momento appena trascorso che assimilo per poi liberarlo su carta, con pennelli e colori.

Questa è la ricezione artistica dell’illustratrice editoriale Diana Gallese che, da sempre, attinge ad un immaginario noir, gotico e decadente, fonte inesauribile d’ispirazione per le sue rapsodie di colori e grafite.

Halloween si avvicina e non potevamo non incuriosirci alle tue illustrazioni gotiche dalle atmosfere grandguignolesche. Com’è nata la passione per questo tipo di arte?

“C’era una volta…una bambina che non riusciva a smettere di disegnare…cose strane!”, ecco direi che nasce da qui. Sono cresciuta tra gli odori di pagine di libri, tra poesie decadenti e fiabe nere, con le mani sempre piene di colori e grafite, pervasa dal desiderio continuo di voler donare un segno al suono delle parole che leggevo. La mia testa è da sempre un mosaico di immagini, nel loro continuo vortice, a cui sento il bisogno di donare una quiete, un corpo di carta e colore.

Tutto è divenuto più concreto, nel 2019, quando la mia tesi di laurea all’Accademia di Belle Arti di Macerata è stata adottata dalla casa editrice Officina Milena, ed è iniziata ufficialmente la mia carriera da illustratrice editoriale. Non mi sento di definire l’arte “la mia passione”, in realtà è molto di più: è il mio modo di esprimermi, l’unica lingua che io riesca davvero a parlare.

Sfogliando le tue pagine social, ho notato che associ spesso i tuoi lavori ad altre forme d’arte quali la poesia e la musica. Puoi parlarci dei progetti in cui sono confluite queste collaborazioni?

Calliope ed Euterpe, sono da sempre le mie Muse, a cui volgo lo sguardo quando sento il bisogno di far fluire un’immagine, o viceversa quando ho già un’immagine che necessita di essere accompagnata. Edgar Allan Poe, W. B. Yeats, Edgar Lee Masters sono i poeti che più di altri accompagnano le mie visioni, spesso create sulle dolci note nere di Ólafur Arnalds, dei Nox Arcana o sui suoni spettrali dei Cradle of Filth.

Sono devota alla commistione tra le arti, al dialogo fluido che può nascere dal loro incontro, quando la matita sfiora un suono e riesce a darne forma.

Nelle mille strade che percorro ogni giorno, ho avuto il piacere di incontrare delle anime  con cui condividere modi di sentire e visioni; tra queste c’è Maurizio Di Berardino, musicista elettronico e compositore: la nostra è una collaborazione giocosa fatta di copertine di libri, dischi, e disegnini, accompagnata dal nostro motto “è sempre l’ora del tè e di nuovi progetti!” Per lui ho realizzato le illustrazioni di copertina delle trascrizioni di “ Barcarola Op. 19” di F. Mendelsohnn, “The snow is dancing” di Debussy per vibrafono e marimba, di “Two studies for Marimba” e dei suoi due ultimi manuali di programmazione “Introduzione a PureData”, e “Organelle”, tutti disponibili su Amazon.

Stiamo anche ultimando “Quarantine sound diary”, il nostro diario pandemico composto da suoni quotidiani e linee di carboncino che avrà presto modo di approdare in uno spazio fisico oltre che virtuale. Sulla stessa strada ho incrociato l’animo elegante di Roberto Bisegna, chitarrista, compositore e didatta; per lui ho realizzato la copertina di “Circles”, il suo ultimo album musicale. Il nostro è un dialogo onirico-metafisico che vedrà presto nuove luci.

Infine, i miei passi hanno sfiorato i magici sentieri di Alberto Nemo, artista e musicista rodigino; un intrico di parole, suoni e visioni ha dato vita a “Didì disegna Nemo”: una serie di illustrazioni nate dalla necessità di voler disegnare un suono. Per lui ho realizzato l’illustrazione di copertina del suo trentanovesimo album “Aspidistra”, uscito il 15 Ottobre e prodotto da MayDay.

Il tuo stile ha un background horror, macabro ma anche onirico e astratto. A quale immaginario o contesto ti ispiri maggiormente?

Ritrovo parti di me stessa nell’ immaginario fiabesco dei fratelli Grimm, nelle vecchie leggende irlandesi, nei canti ossianici, nei racconti popolari di streghe e fantasmi, nello “Sturm und drang”, nei “fiori del male” di Baudelaire.


Mi lascio fluire ed ispirare dalle fasi lunari, dal suono del vento, dal contatto con la natura, dall’energia che rilascia un momento appena trascorso che assimilo per poi liberarlo su carta, con pennelli e colori.
Echi fiabeschi e romantici sono i miei ingredienti preferiti, e sono presenti anche nella mia prima pubblicazione “La Leggenda di Sleepy Hollow”, edito con Officina Milena: sfogliandolo potreste essere galoppati “a spron battuto sulle ali del vento” in groppa al tenebroso Cavaliere senza testa, diretti verso la valle incantata e finire così preda di “estasi e visioni”. Alcune delle mie illustrazioni sono citazioni, elogi a grandi maestri d’arte, esse si staccano dalla loro immobilità di “olio su tela” e fluiscono nella narrazione illustrata.

Hai qualche progetto in cantiere per Halloween? Cosa rappresenta per te questa festa dal punto di vista artistico?

“Nella notte di Samain ci sono più anime in ogni casa che granelli di sabbia in riva al mare”, recita un antico proverbio bretone riguardante la notte di Halloween. Samhain, il vero nome di Halloween, è da sempre la mia festa preferita, ed ogni anno ho creato eventi artistici a tema, esposizioni per adulti o presentazioni di libri con laboratori creativi per i bambini.

A causa dell’emergenza coronavirus, non sono previsti eventi in presenza, ma sto lavorando ad una presentazione virtuale, che uscirà proprio il 31 Ottobre dove parlerò dell’ultimo libro per ragazzi che ho illustrato: “I misteri di Pianodoro”, di Mariagrazia Giuliani edito da Officina Milena.

Se potessi reincarnarti in un artista del passato chi sceglieresti e perché?

Odilon Redon, per divenire parte del suo Nero.

Bisogna rispettare il nero. Nulla può corromperlo. Non piace agli occhi e non risveglia alcuna sensualità. E’ un agente dello spirito molto più che il più bel colore della tavolozza o del prisma.

REDON A FRONTFROIDE, SETTEMBRE 1910

Continue Reading

Interviste

Maximilian Nisi è Giuda, l’uomo dal cuore nero

“Giuda era un uomo, non era Dio, e in quanto tale era imperfetto, egoista, limitato. Accettare quest’idea potrebbe essere un modo per capirlo”

Antonella Valente

Published

on

Mancano pochi giorni alla messa in scena di “Giuda“, monologo di Raffaella Bonsignori, a cura di Maximilian Nisi, che dal 29 ottobre al 1 novembre sarà al Teatro Lo Spazio di Roma.

Un testo sul cattivo biblico per eccellenza, l’uomo che l’umanità ha messo sotto accusa e che esce allo scoperto per dare la sua versione dei fatti. “Giuda”, interpretato dallo stesso Nisi, racconta la sua verità, riscrivendo i confini del suo rapporto con Cristo.

Ne abbiamo parlato con il protagonista, l’attore e regista teatrale Maximilian Nisi.

Giuda rappresenta la parte peggiore dell’uomo o quella più naturale?

Giuda è per antonomasia il traditore, l’infedele, il figlio della perdizione, l’uomo dal cuore nero, il bugiardo orgoglioso ed ambizioso, la persona di cui non ci si può fidare. Io credo che sia stato certamente un peccatore e che sicuramente ha sbagliato, commettendo il suo peccato nel modo più eclatante possibile, ma chi può dire di non aver mai, in vita propria, tradito qualcuno o qualcosa? Gli studi psicologici e criminologici hanno rivelato che, in ognuno di noi, esiste una parte primordiale che non è né bene né male, semplicemente “è” e segue il proprio egoismo, il proprio piacere, la propria sopravvivenza. Giuda è un uomo e, come tale, è un contenitore di contraddizioni: amore e peccato, azioni giuste ed errori. Ovviamente, il suo tradimento non è solo una risposta alle istanze primordiali, poiché è determinato dalla volontà, dal libero arbitrio. Ha scelto. Ma cosa ha scelto? Ha scelto di tradire Gesù, di vederlo morire? O ha scelto, in modo errato e balordo, di aiutarlo a realizzare il suo disegno divino? Giuda è un insieme di domande senza risposte.

Qual è il limite che Giuda incontra nell’esercitare il suo amore? Nell’interpretare questo ruolo, la tua visione sulla sua figura è mutata o è rimasta inalterata rispetto a prima?

Ho studiato il testo che Raffaella ha scritto per me, ma ho anche ragionato con lei sui libri che entrambi abbiamo letto e che ci hanno fatto viaggiare verso questo meraviglioso personaggio. In questo modo ho creato un mio legame con lui. Ho sempre desiderato capire il motivo per cui Giuda ha tradito. Le Scritture parlano di tradimento, è vero, ma il finale è aperto, subordinato al libero arbitrio. Non penso che l’abbia fatto per bramosia di denaro, era ricco non ne aveva bisogno, credo invece che abbia agito così perché incapace di accettare un regno che non appartenesse al mondo terreno e che non fosse in grado di comprendere la grandezza della parola di Cristo. Ha tradito per metterlo alla prova, per stimolare reazioni che infine ci sono state, ma non come le avrebbe volute lui, ovviamente. Ha decretato, così, la fine dell’amico, dell’amato maestro e la propria condanna eterna. 

“Giuda come emblema delle fragilità dell’uomo moderno”: quest’ultimo, per non incorrere nel peccato, di cosa avrebbe bisogno?

Di comprensione. So che è un assurdo ma questa potrebbe esser una via. Amare è difficile. Chi tradisce, spesso, lo fa per paura, per infelicità, per incapacità di provare dei sentimenti, per sofferenza, insicurezza o disperazione. A volte si tradisce per cercare di far qualcosa di buono che infine non riesce. Giuda era un uomo, non era Dio, e in quanto tale era imperfetto, egoista, limitato. Accettare quest’idea potrebbe essere un modo per capirlo. Credo che anche l’uomo contemporaneo abbia bisogno di questo. In questo difficile momento che tutto il mondo sta attraversando a causa della pandemia, ho sentito spesso dire che l’uomo sarebbe diventando migliore, eppure è molto facile vedere quanta aggressività ci sia in giro, quanto desiderio non già di giudicare gli altri, ma di condannarli senza alcun processo. Non dico che non si debbano far notare gli errori a chi sbaglia, ma chi non perdona è incapace di amare. Dio è misericordia infinita, infatti, e nella sua misericordia sono convinto che riposi anche Giuda.

Siamo tutti Giuda, secondo te?

Beh, sì. Nessuno di noi è Dio, anche se molti la pensano diversamente. Certo, non tutti agiamo come ha agito Giuda, per fortuna, ma un lato oscuro appartiene a tutti noi. Conoscere la parte imperfetta che alberga nella nostra anima è importante, ci dà modo di tenerla a bada. Nutrirla è la via per evitare di esserne infine fagocitati.

Tu personalmente credi nella redenzione dal peccato?

La redenzione è composta da due elementi essenziali: pentimento e perdono. In una dimensione divina, al pentimento consegue necessariamente il perdono. Papa Ratzinger, ne “La vita di Gesù”, ha scritto che Giuda, nel momento in cui ha restituito i 30 denari, si è pentito e, dunque, ha avuto accesso al perdono divino. La sua colpa, dunque, alberga solo nella mancanza di fede successiva, che lo porta alla disperazione del suicidio. Nella nostra misera dimensione terrena, invece, le cose si complicano. Diventa difficile parlare di “redenzione”. L’uomo è spesso incapace di perdonare; a volte dimentica, ma non perdona. E questo, se ci pensi, è una cosa innaturale, insomma la primavera arriva per tutti, non ha mai escluso nessuno. Gesù predicava l’amore universale, Giuda non fu in grado di capirlo e forse per questo lo tradì, ma anche noi, se continuiamo a condannarlo per il suo tradimento, dimostriamo di non essere molto diversi da lui. 

Perché hai scelto di rappresentare questo personaggio così emblematico?

Quando ho letto il testo di Raffaella è stato semplice decidere di farlo. Ho adorato la poesia che conteneva, l’armonia delle parole dalle quali scaturivano vita e sentimenti. Interpretare Giuda avvolto nel buio gelido, lontano dalla luce di Dio, in compagnia delle sue tenebre che maledice tutti all’infuori di sé stesso vi assicuro può essere estremamente liberatorio. È un mondo che meritava di essere esplorato e questo viaggio l’ho fatto non solo in compagnia di Raffaella ma anche di Stefano De Meo che ha curato le splendide musiche e di Marino Lagorio, l’artefiche delle immagini evocative che ogni sera mi accompagnano

Continue Reading

In evidenza