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Cinquant’anni di Band Of Gypsys: una finestra sull’Hendrix che sarebbe potuto essere

Domenico Paris

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Per i posteri, è l’ultimo album che Jimi Hendrix pubblicò in vita. Per i seguaci del Mancino di Seattle e per la critica musicale, costituisce il classico “pomo della discordia” a livello di gradimento. Per i semplici amanti della musica rappresenta, con infinito dolore, una finestra verso un nuovo universo sonoro che purtroppo rimase solo in abbozzo. Sia come sia, oggi “Band of Gypsys” compie il fatidico mezzo secolo.

Immesso nel mercato americano il 25 marzo del 1970, raggiunse la quinta posizione in classifica, fregiandosi nel corso del tempo di almeno due dischi di platino (in Inghilterra venne pubblicato soltanto il 14 giugno, con una copertina diversa, issandosi fino al sesto posto delle charts albioniche). I suoi estratti, live, provengono dalla registrazione dei quattro concerti tenuti dall’omonima band tra il 31 dicembre 1969 e il 1° gennaio del 1970 al Fillmore East di New York, anche se le tracce che si trovano sull’ellepì originale sono state prese soltanto dagli ultimi due. La formazione: Jimi Hendrix alla chitarra e alla voce, Buddy Miles alla batteria e alla voce, Billy Cox al basso. Fin qui, la storia. Adesso, invece, andiamo oltre.

Agli inizi del 1969, dopo aver sciolto gli Experience e aver incantato il mondo con la leggendaria performance al festival di Woodstock, il re riconosciuto della sei corde è un uomo in grande, grande difficoltà: oltre che da eccessi psicotropi e non di ogni sorta, è infatti attanagliato da un’infinità di altri problemi di varia natura. Economici, innanzitutto. A molti potrebbe sembrare strano che uno sulla cresta dell’onda come lui, possa averne, eppure è letteralmente sommerso di debiti e di oneri.

La realizzazione dei tanto agognati Electric Lady Studios sembra aver messo in ginocchio le sue finanze e per liberarsi del contratto che lo lega al suo manager Ed Chaplin deve necessariamente tirar fuori qualcosa da far arrivare nei negozi nel più breve tempo possibile. Non bastasse tutto ciò, essendo ormai un’icona riconosciuta dell’universo black, è vittima di un costante, quotidiano logorio psicologico. Molti lo ritengono un “venduto”, un pupazzo senza orgoglio in mano all’establishment bianco.

E per finire, beh, c’è anche un inconveniente di carattere strettamente artistico: da un po’, sembra aver perso quasi del tutto il piacere di suonare. Gli ultimi tempi con gli Experience e la necessità di doversi in qualche modo conformare con le limitazioni imposte dal “come dovrebbe sempre essere” il rock, lo hanno avvelenato. Giunto ad una soglia di visionarietà compositiva e, prim’ancora, percettiva che non può più rifiutarsi di attraversare, sente il bisogno, ineludibile, non di un semplice superamento di certi limiti strutturali che neanche troppo tacitamente gli vengono raccomandati dallo stritolante sistema del music biz, ma di fare, in assoluto, quello che vuole.

Ormai, a 27 anni, non riesce più a immaginare un quotidiano in cui la libertà di creare in libertà gli venga negata. Non è una rockstar o quello che alla gente fa più comodo credere, è un musicista tout court, ormai, quello che senza indugiare troppo sulla pomposità del titolo si deve considerare un “compositore”. Guarda a Davis, a Coltrane, a tutti coloro che si sono spinti oltre, che, anzi, hanno visto l’oltre e lo hanno cominciato ad abitare con le loro idee. Jimi vuole essere come loro, vuole essere con loro, immagina il suo futuro solo in questo senso.

L’incontro con Buddy Miles, in un periodo di così forte pressione e turbamento, rappresenta per lui uno spiraglio di luce inaspettata. Si conoscono e si stimano da tempo, hanno già collaborato fugacemente in “Electric Ladyland”, ma dopo lo scioglimento della band che ha suonato a Woodstock, le cose assumono subito un’altra piega. E dopo qualche apparentemente innocua jammata tra amici, cominciano subito a fare sul serio: Miles, infatti, con il suo a dir poco eccellente bagaglio di R&B e soul maturato negli Electric Flag, rappresenta per Hendrix la possibilità di svolta che andava cercando.

Quella di avere finalmente a disposizione, tenendo presente anche la solidità e la naturale “appartenenza” di Cox al basso (si ricordi che Noel Redding negli Experience si ritrovò alle quattro corde per pura costrizione. E non ne era conseguito niente di buono), un apparato ritmico completamente diverso dal passato sul quale lasciarsi andare. E sul quale poter edificare non soltanto la costruzione di un groove nuovo rispetto a quello del suo gruppo precedente, ma anche e soprattutto di poter dare sfogo a quelle istanze “panmusicali” che sente fremere nelle dita delle sue mani, tutte votate alla contaminazione, all’espansione dei generi in un “oltre genere” smarcato da qualsiasi obbligo di minutaggio e di forma.

Ecco allora che lunghe sessioni in studio diventano ogni volta l’occasione di andare “lungo”, improvvisare. Funk, rumorismo, funambolismi d’acchito? Con quei due a supportarlo, Hendrix sente che può osare dove, come e quando vuole. Inoltre, il fatto di avere in Miles una “spalla” compositiva che sa farsi rispettare, nonché un cantante di spiccata personalità e versatilità, contribuisce a mutare enormemente anche l’approccio alle armonie vocali e all’utilizzo in chiave strumentale della voce.

Se non è una rivoluzione completa rispetto al pur recentissimo passato, poco ci manca. Nella Band of Gypsys tutto finalmente si dilata oltre ogni ragionevole misura. A nessuno viene in mente di star lì a contare le battute o a preoccuparsi di eventuali appeal radiofonici. I pezzi vanno avanti, divorano i secondi, i minuti, in un flusso che può ritenersi completo soltanto quando chi lo innesca lo riconosce come tale. “Who Knows” o “Machine Gun“, opener e seconda traccia del disco sono esemplificative a tal proposito: Hendrix in queste canzoni rompe qualsiasi argine.

La sua chitarra parte da ritmi funk per andare poi a esplodere in un’incontenibile orgia di wah wah quando passa in solista (nella prima), oppure si scatena in un’allucinata panoplia rumoristica tantalizzata e, nello stesso tempo, raddoppiata e amplificata dai colpi del rullante (nella seconda), con il cantato libero di innestarsi su questo tappeto sonoro tanto nelle vesti di normale avvicendamento di strofe, quanto nelle sembianze di quasi di “scat-toso” gioco fonetico. Siamo

davvero su un altro piano rispetto alle fatiche in studio precedenti e l’idea viene rafforzata anche dai pezzi contenuti nella seconda facciata di “Band of Gypsys”. Pur non avendo la forza dirompente della coppia di gemme contenuta nel lato A, “Changes” e la conclusiva “We Gotta Live Togheter“, entrambe scritte da Miles, mischiano il funk con il soul e, per quanto improntate sull’ugola e sugli umori del loro autore (in particolare la prima, dove si segnala uno splendido “duetto” dietro al microfono tra il batterista e il chitarrista), nondimeno permettono a Hendrix di fare la sua parte, soprattutto nel torrenziale assolo della seconda.

Mentre “Power To Love” e “Message Of Love“, forse le composizioni più equilibrate e rifinite dell’intero lotto, pur denotando un retaggio power blues che parrebbe agganciarsi al passato, tradiscono l’ormai appalesato desiderio del Mancino di Seattle di flirtare in totale libertà con le ritmiche funky e, più in generale, con le suggestioni della più varia black music. Sei canzoni, quindi, un’incisione tratta da un live e la voglia di creare delle basi solide per guardare il più avanti possibile.

E se è innegabile che “Band of Gypsys” per la velocità con la quale venne assemblato (la prima facciata pare fosse stata missata da Hendrix già dopo una settimana dalle esibizioni al Fillmore!) e per la sua natura di album dal vivo possa prestare il fianco alle critiche degli audiofili più integralisti e ai maniaci delle produzioni perfette, resta il fatto, anche a distanza di cinquant’anni, che offre delle suggestioni davvero notevoli. E non stupisce che lo stesso Hendrix, da quel momento fino alla sua morte (il 18 settembre del 1970), considerò questo “veloce” disco e la brevissima militanza nel combo che lo incise come la parentesi migliore della sua avventura nel mondo delle sette note.

Peccato che i suoi artefici, quattro settimane dopo i concerti newyorchesi, non fossero già più insieme: il 28 gennaio del 1970, infatti, si sciolsero a dir poco prematuramente dopo una disastrosa performance al Madison Square Garden, dove un Hendrix in più che evidente stato di alterazione lisergica, dopo aver battibeccato con una fan che gli chiedeva insistentemente di suonare classici del suo passato (Foxy lady, sembrerebbe nello specifico), venne portato via dal palco.

In questi drammatici giorni che stiamo vivendo, è forse giunto il momento di tirar fuori “Band of Gypsys” dalla pila dei cd o dei vinili ovvero di inserirlo in una delle tante piattaforme in rete, sedersi comodi e tornare a farlo “parlare”. Buon ascolto. Con la speranza (no, la certezza!) che, come ogni capolavoro che ha fatto la storia della musica, possa continuare sempre a regalarvi nuove chiavi di lettura.

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“Almeno tu nell’universo”: la grande rivincita di Mia Martini

Antonella Valente

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Voce indimenticabile e indimenticata. Artista insuperabile. Mia Martini, al secolo Domenica Bertè, oggi avrebbe spento 73 candeline e solo Dio sa quante emozioni ci avrebbe potuto regalare ancora.

Una piccola Donna fragile che ha combattutto l’ingiusto male ricevuto da colleghi, falsi amici e pessime compagnie con l’unico mezzo che conosceva: la musica.

Tutto ciò, però, senza mai perdere la sua umiltà. Mimì ha dimostrato all’Italia intera tutto il suo valore e il suo coraggio al ritorno sulle scene nel 1989, dopo anni di isolamento e di infelicità.

Un successo dopo l’altro ha contraddistinto l’artista calabrese a partire dal 1970. “Padre davvero”(1971) – censurato dalla Rai, ma fortemente voluto da Lucio Battisti qualche tempo dopo in una sua trasmissione – “Piccolo Uomo” (1972), “Minuetto” (1973) e “E non finisce mica il cielo” (1982) sono solo alcuni dei capolavori che hanno consacrato Mia Martini e che le hanno permesso di ottenere premi e riconoscimenti dalla critica musicale italiana ed estera. Ma dal 1983 le cose iniziarono a cambiare. In quell’anno infatti Mia Martini “decise” di lasciare il mondo dello spettacolo per via di una serie di angherie e ingiustizie derivate da alcune maldicenze sul proprio conto. Si trattava di voci nate a partire dalla morte di due suoi musicisti, scomparsi durante un incidente stradale.

Battuta dopo battuta, diceria dopo diceria, le voci diventarono infamanti tanto che si sosteneva che Mia Martini portasse sfortuna. Da qui la convinzione che non potesse essere invitata ad eventi o manifestazioni. Cattiverie gratuite, suscitate da invidie e gelosie, hanno condizionato la vita artistica, privata e sociale della cantautrice di Bagnara Calabra che per anni si è portata dietro un fardello colmo di dolore. Tra le tante menzogne, addirittura si evitava di pronunciare il nome di Mimì in diretta durante le trasmissioni televisive.

“La mia vita era diventata impossibile. Qualsiasi cosa facessi era destinata a non avere alcun riscontro. E tutte le porte mi si chiudevano in faccia. C’era gente che aveva paura di me, che, per esempio, rifiutava di partecipare a manifestazioni nelle quali avrei dovuto esserci anche io. Mi ricordo che un manager mi scongiurò di non partecipare a un festival perchè con me nessuna casa discografica avrebbe mandato i propri artisti. Eravamo ormai arrivati all’assurdo per cui decisi di ritirarmi” (“Mia Martini” di Menico Caroli).

Il silenzio durò circa sette anni fino a quando poche persone intorno a Mia Martini decisero di adoperarsi per farla tornare a brillare. Tra questi il produttore Lucio Salvini, ex dirigente della Ricordi, che ricompose la squadra con cui anni prima Mimì aveva lavorato. Renato Zero, amico storico delle sorelle Bertè, ebbe un ruolo fondamentale per il ritorno di Mimì sulle scene nel 1989. Convinse l’allora direttore artistico del Festival di Sanremo, Adriano Aragozzini, a farla partecipare alla competizione con un brano che da quel momento ha segnato definitivamente la sua rivincita contro tutto e tutti.

Almeno tu nell’universo” fu presentata alla 39° edizione del Festival ma venne scritta nel 1972 da Bruno Lauzi e Maurizio Fabrizio proprio nella stessa settimana in cui venne composto “Piccolo uomo”. La voce di Mimì sul palco dell’Ariston dopo anni di buio resterà per sempre nella memoria di tutti noi. Talmente sfrontata la sua potenza da far venire, ancora oggi, la pelle d’oca e le lacrime agli occhi. Potenza intrisa di una sofferenza riconoscibile ai più, modulata al contempo da una voglia matta di riscatto.

Almeno tu nell’universo, un pezzo che è arrivato dopo un buco nero che c’è stato nella mia vita, nella mia carriera. Chi lo risentirà tra vent’anni avrà qualche brivido in più, perché si ricorderà di una emozione intensa che abbiamo vissuto insieme” (Mia Martini in un’intervista a Bruno Marino)

La canzone del riscatto di Mia Martini, tenuta e conservata per molti anni in un cassetto in attesa della voce giusta, affronta le incoerenze, le fragilità e debolezze dell’essere umano ( “Sai, la gente è strana, prima si odia poi si ama. Cambia idea improvvisamente“/ “Sai la gente è matta, Forse è troppo insoddisfatta, Segue il mondo ciecamente / Quando la moda cambia, Lei pure cambia“). Ma non tutti sono uguali. Si trova, pertanto, il coraggio e la forza di superare questi ostacoli. Il testo, infatti, si rivolge anche ad un uomo che non cambia come la gente “strana, matta e sola” (Almeno tu nell’universo/ Un punto sei, che non ruota mai intorno a me / Un sole che splende per me soltanto).

“Almeno tu nell’universo” rappresenta il ritorno di un’artista che aveva ancora tanto da dire.
Con semplicità, umiltà, professionalità e umanità Mia Martini ha vinto contro chi la voleva fuori da un mondo forse ancora troppo conservatore per saperla accogliere e comprendere. Ma è stata la sua voce e la sua musica ad arrivare alla gente e a far sì che non fosse mai più dimenticata.

Immagine in evidenza di Getty Images

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50 anni fa l’assurda morte di Jimi Hendrix: il più grande chitarrista di sempre

Di Jimi Hendrix, nato a Seattle il 27 novembre del 1942, morto a Londra il 18 settembre del 1970, è stato detto tutto. E, forse, è tutto corretto.

Federico Falcone

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Il più grande chitarrista di tutti i tempi. Mito. Leggenda. Inarrivabile. Senza di lui il rock non sarebbe stato lo stesso. La chitarra elettrica, non sarebbe stata la stessa.

Di Jimi Hendrix, nato a Seattle il 27 novembre del 1942, morto a Londra il 18 settembre del 1970, è stato detto tutto. E, forse, è tutto corretto.

Del cosiddetto Club dei 27 fu tra i fondatori. E anche questo è veritiero. Seattle, culla del giovane Jimi. Seattle, anche culla del movimento grunge di pochi decenni dopo. Non culla, però, bensì tomba, di Kurt Cobain, fondatore, cantante-chitarrista e leader dei Nirvana. Anch’egli esponente di lusso del Club dei 27.

Seattle, città in comune nel destino di due artisti tra i più influenti della storia del rock. Corsi e ricorsi storici.

Per chi, come lui, aveva umili origini, l’arte di arrangiarsi rappresentava un valore aggiunto. Alla morte della madre, ricevette in dono dal padre una chitarra. Jimi era mancino, la chitarra aveva le corde tarate per destrimani. La soluzione era ovvia: rovesciarla e suonarla quindi con la più scontata naturalezza. L’impriting con lo strumento, per l’erede sangue cherokee, fu questo. Velvetones e Rocking Kings furono le sue prime band.

I Chitlin’ Circuit, per i profani, sono – o meglio, erano – quella fitta rete di locali dove gli astri emergenti della musica afroamericana potevano esibirsi. Soul, funky, jazz, blues, rock.

Nelle lunghe jam session all’interno dei club, si suonava di tutto. Fu all’interno di essi che l’estro artistico di Hendrix trovò terreno fertile. Cresciuto all’ombra di mostri sacri come Solomon Burke, The Supremes, Jackie Wilson e Sam Cooke, non c’è da stupirsi che il giovane Jimi ambisse a bruciare le tappe per imporsi sulla scena musicale.

Velvetones e Rocking Kings furono le sue prime band. A Nashville, agli inizi dei Sessanta, dopo il congedo dal servizio militare, l’ingresso nel circuito della live musicale di un certo livello. Da quel momento in avanti, l’ascesa di Hendrix fu costante e quotidiana.

La carriera fu breve ma intensa. Solo quattro album all’attivo (“Are you Experienced”, “Axis:Bold as Love”, “Electric Ladyland”e “Band of Gypsys“) e un’infinità di raccolte, bootleg e compilation più o meno ufficiali, a comporre la sua discografia. Blues, soul, funky, influenze psichedeliche e rock resero il suo trademark ben riconoscibile.

Alcuni concerti, come quello di Woodstock o quello all’Isola di Wight (di fronte a 600mila persone), lo elevarono a status di leggenda.

Sregolato e narcisista, eclettico e multiforme, Jimi Hendrix morì a Londra il 18 settembre del 1970. Un decesso che ancora oggi, a distanza di cinquanta anni, è avvolto da una patina di mistero. Tante le domande che non hanno mai trovato risposta e numerose le contraddizioni legate alla versione dei fatti. Ad alimentare ciò, una vita al limite. L’abuso di droghe e alcool e le amicizie pericolose, poi, non fecero altro che gettare benzina sul fuoco.

Così come quel viaggio in Marocco nel 1969. Il chitarrista si fece leggere la mano da una chiaroveggente che predisse la sua morte prima dei trenta anni. Per Jimi fu uno shock dal quale non si riprese mai del tutto e che costellò le ultime settimane delle sua vita di una serie di episodi folli e inimmaginabili.

Erano le 12.45 del 18 settembre 1970, in quel del St Mary Abbot’s Hospital della capitale inglese, Jimi Hendrix veniva dichiarato morto. Causa del decesso: asfissia. Morto nel sonno, soffocato dal proprio vomito, determinato da una dose eccessiva di barbiturici.

Una morte assurda, che richiama alla mente quella di altri Dei del rock come Bon Scott e John Bonham.

La sua ultima notte la passò con Monika Danneman. La donna, in seguito, dichiarò che il chitarrista prese nove pasticche di Vesparax, sonnifero tanto efficace quanto appunto pericoloso. Se la Danneman fosse o meno complice di quell’assunzione in eccesso, non lo sapremo mai, però. Cinquanta anni dopo il mito di Hendrix è intramontabile e più vivo che mai. Questo si, lo sappiamo con certezza.

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B.B. King, il “Martin Luther King del blues” uscito fuori dai campi di cotone

Federico Falcone

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Mi sembra che i giovani di oggi che si accostano alla musica lo fanno solamente per fare soldi e non per una passione autentica

Non è stata una stella dello star system, comodamente sdraiata sul divano della propria abitazione, ad affermare ciò. Non è stata neanche una meteora da reality show che, sull’onda dell’estemporaneo successo frutto dell’ennesimo singolo usa e getta, si è sentita in dovere di vantare una presunta esperienza agli occhi dei più.

Ad affermare ciò fu B.B. King, uomo, artista, che la storia della musica l’ha fatta per davvero.

Chiedete a chi, come lui, ha vissuto la povertà assoluta, l’onta del razzismo sulla propria pelle e il dover lavorare nei campi di cotone per sopravvivere, quale valore abbia l’arte. Cosa vuol dire rifugiarsi in essa per emergere e credere che l’esistenza non sia costellata esclusivamente da dolore e sofferenza. Che la fuori c’è altro, magari un palco dal quale potersi esibire per lasciarsi alle spalle, anche solo per due ore, lo spettro di una vita che avrebbe potuto riservare altro.

Da contadino a bluesman. Non uno dei tanti, però. Di nome, e di fatto. Senza di lui, il blues non sarebbe stato quello che conosciamo.

Per il suddetto genere musicale ha rappresentato un’evidente sliding door. La sua influenza, su tutta la musica nera del Novecento e, quindi, su ciò che essa ha influenzato a sua volta, è pressoché sconfinata. Una storia d’altri tempi, la sua, di una generazione che ha dovuto lottare con pericoli ben più grandi della gavetta o dei cachet ridotti.

Viviamo i mesi del movimento Black Lives Matter. Sappiamo tutti come è nato, e perché. Allora facciamo un salto indietro di quasi un secolo e andiamo nello Stato del Mississippi dove Riley B. King nacque il 16 settembre del 1925. Proviamo per un attimo a immaginare cosa volesse dire, per un bambino di colore nato povero, vivere il sogno della musica. Per la concezione del tempo, i neri potevano “solo lavorare e, al massimo, cantare”. Il blues e il gospel nacquero proprio così.

A sette anni già gli sanguinavano le mani nei campi. Negli anni del Proibizionismo, la comunità di colore era una valida manovalanza a basso costo. A tenergli compagnia sotto al sole cocente del Mississippi vi erano la madre e la nonna.

Guadagnava una miseria, meno di 30 centesimi di dollari per quattro ore di lavoro. Nel mentre, però, cantava. Improvvisava liriche, ideava metriche vocali.

I primi ad accorgersi di quel talento furono i suoi compagni di fatica, certamente, ma anche alcuni impresari locali che cercavano artisti da far esibire nei locali del posto. Il passo successivo fu andare in chiesa per i recital gospel. Nel giro di poco, fu chiaro a tutti che Riley B. King non era un semplice ragazzino in gamba, ma un diamante grezzo da far brillare e che, presto o tardi, avrebbe espresso tutta la sua maestosità. Così avvenne.

Per la comunità afroamericana dalla musica, King non fu un semplice musicista o una star come tutte le altre. Per alcuni, analogamente a Buddy Guy, fu una sorta di Martin Luther King del blues. Un passaggio nella storia fondamentale per l’emancipazione della popolazione di colore, passata dall’essere schiava al veder riconosciuti i propri diritti civili. Un cammino lunghissimo, infinito, che, come abbiamo detto poco sopra, prosegue anche oggi, seppur con forme e modalità differenti.

Non a caso, durante uno dei suoi primi show, leggenda narra che affermò: “Voglio dimostrare che sappiamo fare tante cose oltre a lavorare ed essere servi”.

Migliaia di concerti all’attivo, centinaia di brani registrati, un’infinità di collaborazioni con artisti di tutto il mondo, sono solo una piccola dimostrazione di come sia riuscito nel suo intento. Collezionava chitarre, ne aveva più di 500. La più famosa, Lucille, la conosciamo tutti. Una Gibson ES-335 nera. Se dare un nome a una chitarra potrà sembrarvi singolare, beh, allora dovreste conoscere la storia che si cela dietro la compagna di palco di B.B.King.

Arkansas, 1949. L’inverno, particolarmente rigido, male si sposava con le necessità dei locali di intrattenere i residenti con la musica dal vivo. Non tutti, infatti, disponevano di riscaldamenti adeguati. King si esibì – guarda un po’ – in uno di questi. Così, per tenere caldo l’ambiente, venne posizionato nel mezzo della sala un barile con del kerosene al suo interno che fu acceso. Fin qui tutto bene, niente di insolito, non per i tempi. Ma qualcosa andò storto.

Due uomini, in preda ai fumi dell’alcool, diedero vita a una rissa. Nella colluttazione uno di loro fu scagliato contro il barile che rovesciò a terra il contenuto provocando un incendio. Il primo, e chissà, forse unico pensiero di King fu quello di mettere in salvo la sua chitarra. Cosa unisce il nome della chitarra alla rissa scoppiata quella sera? Lucille, il nome della ragazza contesa dai due litiganti.

Quattordici Grammy vinti, considerato il sesto chitarrista più bravo di tutti i tempi dalla celebre rivista Rolling Stone, numerose e straordinarie collaborazioni da poter vantare (fra gli altri, Eric Clapton, David Gilmour, Pavarotti, Phil Collins, Tracy Chapman, Zucchero, Jerry Lee Lewis, James Brown, Elton John, Aretha Franklin, U2, Ray Charles), settantaquattro volte nella classifica R&B di Billboard tra il 1951 e il 1985 e…laureato. Ad honorem, per la precisione, nel 2004. B.B. King, una leggenda.

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