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Cinquant’anni di Band Of Gypsys: una finestra sull’Hendrix che sarebbe potuto essere

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Per i posteri, è l’ultimo album che Jimi Hendrix pubblicò in vita. Per i seguaci del Mancino di Seattle e per la critica musicale, costituisce il classico “pomo della discordia” a livello di gradimento. Per i semplici amanti della musica rappresenta, con infinito dolore, una finestra verso un nuovo universo sonoro che purtroppo rimase solo in abbozzo. Sia come sia, oggi “Band of Gypsys” compie il fatidico mezzo secolo.

Immesso nel mercato americano il 25 marzo del 1970, raggiunse la quinta posizione in classifica, fregiandosi nel corso del tempo di almeno due dischi di platino (in Inghilterra venne pubblicato soltanto il 14 giugno, con una copertina diversa, issandosi fino al sesto posto delle charts albioniche). I suoi estratti, live, provengono dalla registrazione dei quattro concerti tenuti dall’omonima band tra il 31 dicembre 1969 e il 1° gennaio del 1970 al Fillmore East di New York, anche se le tracce che si trovano sull’ellepì originale sono state prese soltanto dagli ultimi due. La formazione: Jimi Hendrix alla chitarra e alla voce, Buddy Miles alla batteria e alla voce, Billy Cox al basso. Fin qui, la storia. Adesso, invece, andiamo oltre.

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Agli inizi del 1969, dopo aver sciolto gli Experience e aver incantato il mondo con la leggendaria performance al festival di Woodstock, il re riconosciuto della sei corde è un uomo in grande, grande difficoltà: oltre che da eccessi psicotropi e non di ogni sorta, è infatti attanagliato da un’infinità di altri problemi di varia natura. Economici, innanzitutto. A molti potrebbe sembrare strano che uno sulla cresta dell’onda come lui, possa averne, eppure è letteralmente sommerso di debiti e di oneri.

La realizzazione dei tanto agognati Electric Lady Studios sembra aver messo in ginocchio le sue finanze e per liberarsi del contratto che lo lega al suo manager Ed Chaplin deve necessariamente tirar fuori qualcosa da far arrivare nei negozi nel più breve tempo possibile. Non bastasse tutto ciò, essendo ormai un’icona riconosciuta dell’universo black, è vittima di un costante, quotidiano logorio psicologico. Molti lo ritengono un “venduto”, un pupazzo senza orgoglio in mano all’establishment bianco.

E per finire, beh, c’è anche un inconveniente di carattere strettamente artistico: da un po’, sembra aver perso quasi del tutto il piacere di suonare. Gli ultimi tempi con gli Experience e la necessità di doversi in qualche modo conformare con le limitazioni imposte dal “come dovrebbe sempre essere” il rock, lo hanno avvelenato. Giunto ad una soglia di visionarietà compositiva e, prim’ancora, percettiva che non può più rifiutarsi di attraversare, sente il bisogno, ineludibile, non di un semplice superamento di certi limiti strutturali che neanche troppo tacitamente gli vengono raccomandati dallo stritolante sistema del music biz, ma di fare, in assoluto, quello che vuole.

Ormai, a 27 anni, non riesce più a immaginare un quotidiano in cui la libertà di creare in libertà gli venga negata. Non è una rockstar o quello che alla gente fa più comodo credere, è un musicista tout court, ormai, quello che senza indugiare troppo sulla pomposità del titolo si deve considerare un “compositore”. Guarda a Davis, a Coltrane, a tutti coloro che si sono spinti oltre, che, anzi, hanno visto l’oltre e lo hanno cominciato ad abitare con le loro idee. Jimi vuole essere come loro, vuole essere con loro, immagina il suo futuro solo in questo senso.

L’incontro con Buddy Miles, in un periodo di così forte pressione e turbamento, rappresenta per lui uno spiraglio di luce inaspettata. Si conoscono e si stimano da tempo, hanno già collaborato fugacemente in “Electric Ladyland”, ma dopo lo scioglimento della band che ha suonato a Woodstock, le cose assumono subito un’altra piega. E dopo qualche apparentemente innocua jammata tra amici, cominciano subito a fare sul serio: Miles, infatti, con il suo a dir poco eccellente bagaglio di R&B e soul maturato negli Electric Flag, rappresenta per Hendrix la possibilità di svolta che andava cercando.

Quella di avere finalmente a disposizione, tenendo presente anche la solidità e la naturale “appartenenza” di Cox al basso (si ricordi che Noel Redding negli Experience si ritrovò alle quattro corde per pura costrizione. E non ne era conseguito niente di buono), un apparato ritmico completamente diverso dal passato sul quale lasciarsi andare. E sul quale poter edificare non soltanto la costruzione di un groove nuovo rispetto a quello del suo gruppo precedente, ma anche e soprattutto di poter dare sfogo a quelle istanze “panmusicali” che sente fremere nelle dita delle sue mani, tutte votate alla contaminazione, all’espansione dei generi in un “oltre genere” smarcato da qualsiasi obbligo di minutaggio e di forma.

Ecco allora che lunghe sessioni in studio diventano ogni volta l’occasione di andare “lungo”, improvvisare. Funk, rumorismo, funambolismi d’acchito? Con quei due a supportarlo, Hendrix sente che può osare dove, come e quando vuole. Inoltre, il fatto di avere in Miles una “spalla” compositiva che sa farsi rispettare, nonché un cantante di spiccata personalità e versatilità, contribuisce a mutare enormemente anche l’approccio alle armonie vocali e all’utilizzo in chiave strumentale della voce.

Se non è una rivoluzione completa rispetto al pur recentissimo passato, poco ci manca. Nella Band of Gypsys tutto finalmente si dilata oltre ogni ragionevole misura. A nessuno viene in mente di star lì a contare le battute o a preoccuparsi di eventuali appeal radiofonici. I pezzi vanno avanti, divorano i secondi, i minuti, in un flusso che può ritenersi completo soltanto quando chi lo innesca lo riconosce come tale. “Who Knows” o “Machine Gun“, opener e seconda traccia del disco sono esemplificative a tal proposito: Hendrix in queste canzoni rompe qualsiasi argine.

La sua chitarra parte da ritmi funk per andare poi a esplodere in un’incontenibile orgia di wah wah quando passa in solista (nella prima), oppure si scatena in un’allucinata panoplia rumoristica tantalizzata e, nello stesso tempo, raddoppiata e amplificata dai colpi del rullante (nella seconda), con il cantato libero di innestarsi su questo tappeto sonoro tanto nelle vesti di normale avvicendamento di strofe, quanto nelle sembianze di quasi di “scat-toso” gioco fonetico. Siamo

davvero su un altro piano rispetto alle fatiche in studio precedenti e l’idea viene rafforzata anche dai pezzi contenuti nella seconda facciata di “Band of Gypsys”. Pur non avendo la forza dirompente della coppia di gemme contenuta nel lato A, “Changes” e la conclusiva “We Gotta Live Togheter“, entrambe scritte da Miles, mischiano il funk con il soul e, per quanto improntate sull’ugola e sugli umori del loro autore (in particolare la prima, dove si segnala uno splendido “duetto” dietro al microfono tra il batterista e il chitarrista), nondimeno permettono a Hendrix di fare la sua parte, soprattutto nel torrenziale assolo della seconda.

Mentre “Power To Love” e “Message Of Love“, forse le composizioni più equilibrate e rifinite dell’intero lotto, pur denotando un retaggio power blues che parrebbe agganciarsi al passato, tradiscono l’ormai appalesato desiderio del Mancino di Seattle di flirtare in totale libertà con le ritmiche funky e, più in generale, con le suggestioni della più varia black music. Sei canzoni, quindi, un’incisione tratta da un live e la voglia di creare delle basi solide per guardare il più avanti possibile.

E se è innegabile che “Band of Gypsys” per la velocità con la quale venne assemblato (la prima facciata pare fosse stata missata da Hendrix già dopo una settimana dalle esibizioni al Fillmore!) e per la sua natura di album dal vivo possa prestare il fianco alle critiche degli audiofili più integralisti e ai maniaci delle produzioni perfette, resta il fatto, anche a distanza di cinquant’anni, che offre delle suggestioni davvero notevoli. E non stupisce che lo stesso Hendrix, da quel momento fino alla sua morte (il 18 settembre del 1970), considerò questo “veloce” disco e la brevissima militanza nel combo che lo incise come la parentesi migliore della sua avventura nel mondo delle sette note.

Peccato che i suoi artefici, quattro settimane dopo i concerti newyorchesi, non fossero già più insieme: il 28 gennaio del 1970, infatti, si sciolsero a dir poco prematuramente dopo una disastrosa performance al Madison Square Garden, dove un Hendrix in più che evidente stato di alterazione lisergica, dopo aver battibeccato con una fan che gli chiedeva insistentemente di suonare classici del suo passato (Foxy lady, sembrerebbe nello specifico), venne portato via dal palco.

In questi drammatici giorni che stiamo vivendo, è forse giunto il momento di tirar fuori “Band of Gypsys” dalla pila dei cd o dei vinili ovvero di inserirlo in una delle tante piattaforme in rete, sedersi comodi e tornare a farlo “parlare”. Buon ascolto. Con la speranza (no, la certezza!) che, come ogni capolavoro che ha fatto la storia della musica, possa continuare sempre a regalarvi nuove chiavi di lettura.

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Valentina Tereškova: la storia della prima donna a viaggiare nello spazio

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«This is Ground Control to Major Tom
You’ve really made the grade
»

Così cantava nel 1969 David Bowie nel celebre brano Space Oddity. Il viaggio nello spazio, l’astronauta che ce l’ha fatta. L’impresa finalmente riuscita. Ed è proprio con queste parole che vogliamo ricordare il 16 giugno di 58 anni fa, quando una giovanissima ed allora sconosciuta Valentina Vladimirovna Tereškova divenne la prima donna ad essere mandata nello spazio. Una missione che all’epoca fu di vitale importanza: da un lato aumentò il prestigio dell’URSS nei confronti degli USA, dall’altro ebbe un impatto culturale notevole. Chi avrebbe mai detto, nel 1963, che una donna, il cui stereotipo la vedeva in casa ad accudire i figli, potesse essere capace di un’impresa simile? In un periodo storico come quello che stiamo vivendo nel quale la parità di diritti tra i sessi e la libertà generale dell’individuo sono temi all’ordine del giorno, una storia del genere è più che attuale.

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Ma, come ogni racconto che si rispetti, la verità sta sempre nel mezzo. Non è un segreto che durante la guerra fredda la propaganda dei due blocchi controllasse ogni singolo aspetto della vita. Tutto era finalizzato all’accrescere il prestigio e l’egemonia. Eventi anche banali venivano spacciati come imprese; di contro incidenti e fallimenti subivano una damnatio memoriae. Ricostruiamo quindi la vera storia di Valentina Tereškova.

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La futura Miss Universo (così venne ribattezzata), nacque da una famiglia bielorussa nel 1937 a Jaroslavl, sul fiume Volga. Fin da subito Valentina Tereškova mostrava un certo interesse per il paracadutismo, forte anche della sua ammirazione per Jurij Gagarin, il primo uomo a volare nello spazio. Diversi furono i tenativi della ragazza per cercare di entrare nell’accademia per cosmonauti ed uscire da quella monotona vita rurale fatta di lavoro in fabbrica e miseri guadagni. La svolta per la giovane arrivò a 25 anni, ossia nel 1962, quando la ragazza riuscì finalmente a passare l’esame di assunzione per il primo gruppo di donne cosmonaute. Il programma sovietico selezionò ben 4 candidate su 1000, tra cui la nostra protagonista. Per Valentina Tereškova non era che l’inizio di un percorso che la porterà ad essere conosciuta in tutto il mondo.

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Gli addestramenti durarono un anno. La ragazza risultò la più idonea per l’imminente lancio, a soli due anni di distanza dall’eroica impresa di Gagarin. Così come il suo idolo, la Tereškova partì per lo spazio il 16 giugno 1963 dal cosmodromo di Bajkonur, la più vecchia base di lancio al mondo. Una missione di ben 3 giorni ed un totale di 49 orbite terrestri. Ma, come dicevamo all’inizio, la verità sta nel mezzo. Se da un lato Valentina Tereškova riportò a casa un successo clamoroso, dall’altro l’operazione fu tutt’altro che perfetta. A bordo della navicella Vostok, la stessa usata da Gagarin, la nostra “gabbianella” (nome datole dal progettista dei razzi Sergej Korolev) riscontò alcuni problemi.

«Mi accorsi che la navicella si stava allontanando dalla traiettoria calcolataracconta grazie al continuo scambio di dati con il centro di controllo, però, riuscimmo a risolvere il problema. Il volo della “gabbianella”, come mi chiamava Sergej Korolev, dando così il nome in codice per le comunicazioni radio alla missione, poté così proseguire con regolarità». Inoltre c’era da fare i conti con l’assenza di gravità. Tanto che, come ella stessa ricorda scherzosamente, dovette incastrare le braccia nella cintura mentre dormiva, così da evitare che queste fluttuassero nell’abitacolo. Per non parlare del cibo nei tubetti simili a quelli del dentifricio.

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Ma facciamo un salto indietro di due giorni. Avete presente quando siete in macchina e da lontano scorgete qualcuno che conoscete alla guida e lo salutate? Quante volte vi sarà capitato? centinaia, migliaia di volte. Immaginate una situazione simile, ma nello spazio! È ciò che avvenne tra Valentina Tereškova della missione Vostok 6 e Valerij Fëdorovič Bykovskij della Vostok 5. Quest’ultimo venne lanciato in orbita il 14 febbraio 1963 con l’intento di restare nello spazio circa 8 giorni. Tuttavia il razzo della navicella ebbe un guasto e la spinta non gli permise di raggiungere la quota prestabilita. Cosa che costrinse l’astronauta ad anticipare il rientro dopo soli due giorni. Durante l’operazione le due navicelle si incontrarono ad una distanza di 5km l’una dall’altra (a quanto pare non è stata una casualità ma tutto frutto di precisi calcoli da terra). «Ehi, gabbianella, mi senti?» diceva Bikovskij. «Sì, perfettamente» rispondeva lei. Così, come due amici che scambiano due chiacchiere mentre sono fermi al semaforo in attesa di ripartire…

Comunque sia, il rientro di Valentina avvenne senza intoppi, esattamente alle alle ore 08:20 del 19 giugno nella steppa kazaka da cui era partita. Lì alcuni contadini, stupiti nel vedere quella strana scatola metallica scendere dal cielo, la aiutarono a liberarsi delle imbracature. In quell’occasione una donna le chiese: «hai incontrato Dio?».

La storia della nostra eroina si concluse con grandi onorificienze e riconoscimenti non solo dall’Unione Sovietica (le dedicarono anche un francobollo), ma da tutto il mondo. Ecco la vera Miss Universo, così titolavano i giornali alla notizia. Non solo un esempio di coraggio e determinazione, ma anche e soprattutto un simbolo. Il viaggio di Valentina Tereškova rappresentò, soprattutto considerando il periodo storico, la rivincita del mondo femminile. Lo schiaffo in faccia ad una società fin troppo patriarcale. La prova tangibile che anche una donna è in grado di arrivare fin sopra il cielo e di tornare sana e salva.

«Chiunque abbia passato un po’ di tempo nello spazio lo amerà per il resto della vita. Io ho raggiunto il mio sogno di gioventù nel cielo»

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Libertà di espressione nel 2021: quando giornalisti e docenti sono perquisiti per un tweet di troppo

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In queste settimane dove il significato e l’uso delle parole sono al centro di numerose discussioni, proprio chi con le parole ci lavora è stato investito da un uragano.

Si tratta in particolare di Francesca Totolo, giornalista, e del professore universitario Marco Gervason. I due, infatti, rientrano tra gli 11 indagati e sottoposti a perquisizioni nelle proprie abitazioni da parte dei Ros. Il motivo è l’inchiesta dei pm romani Eugenio Albamonte e Gianfederica Dito, coordinati dal procuratore Michele Prestipino, per i reati di offesa all’onore e al prestigio del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e per istigazione a delinquere.

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Senza entrare nel merito della questione dei post pubblicati su alcuni social network, la questione che si pone è un’altra. Laddove si grida ai quattro venti la libertà di espressione e di stampa, è giusto colpire con un atto del genere professionisti e non, per avere espresso (tralasciando la forma più o meno edulcorata) la propria opinione?

Entra ovviamente in gioco l’etica professionale, la deontologia. Così come il buon gusto e la capacità di esprimere dissenso pur senza scadere nel becero insulto. Ma ognuno è libero di esporre le proprie idee (anche se a tutto c’è un limite, come ad esempio l’apologia di determinati comportamenti e minacce) senza dover temere una censura.

I post passati al vaglio sarebbero infatti relativi al modus operandi del governo, in particolare di Mattarella, nel fronteggiare la pandemia.  È stata rilevata la diffusione nel web di numerosi post offensivi nei confronti del Capo dello Stato che, stando a quanto scrivono i carabinieri del Ros, sembrano rientrare in un attacco elaborato verso le più alte Istituzioni del Paese. Le perquisizioni fanno parte di un’indagine che la Procura di Roma sta svolgendo da tempo con il Ros, che già nello scorso agosto ha eseguito analogo provvedimento nei confronti un 46enne residente nella provincia di Lecce, molto attivo su Twitter.

In questo caso, da destra a sinistra, si sono levate alcune parole di solidarietà con gli indagati. Se da una parte Vittorio Feltri ha così commentato “Giù le mani da Gervasoni che è un ottimo professore ed eccellente editorialista con l’unico vizio di non essere di sinistra”, dall’altra Piero Sansonetti tuona “Mi sembra molto improbabile che Gervasoni organizzi minacce a Mattarella, ma mi sembra anche molto curioso che si debba fare un’inchiesta su messaggi contro Mattarella: contro Mattarella dici quello che vuoi, in una società libera si può dire quello che si vuole. Una ‘campagna d’odio contro Mattarella’ è un concetto ridicolo. Il reato di vilipendio al presidente della Repubblica è il reato più ridicolo che esista in un qualunque codice penale. Bisognerebbe spiegare a questi che siamo nel 2021, ma non sarà facile”.

In uno Stato in cui si critica il governo russo per aver arrestato giornalisti organizzatori di manifestazioni non autorizzate per 3 settimane, sembra paradossale che non ci sia stata un’alzata di scudi contro una perquisizione all’alba per alcuni tweet politicamente scorretti. Ammesso e non concesso, non è dato sapere infatti esattamente cosa viene contestato agli indagati, che le parole usate siano state effettivamente sopra le righe, il trattamento riservatogli appare più adatto a dei terroristi che a dei giornalisti e professori.

Se la libertà di parola è un diritto riconosciuto e sacrosanto in questo caso si rischia una deriva autocensoria. Si può dire di tutto, ma è meglio non dirlo? Questa sarebbe la più grande sconfitta per qualsiasi Stato si dica democratico. 

Per citare Nanni Moretti “le parole sono importanti” (tra l’altro lo schiaffo che riservò alla giornalista in quel film oggi gli costerebbe la gogna mediatica per settimane nonché il boicottaggio della pellicola). Sono importanti è vero. Come è vero che è importante anche chi le dice. La pericolosità di una persona non la fanno certamente 150 caratteri battuti su un social. Né tantomeno qualche like a pagine più o meno discutibili. Ciò che invece è pericoloso è la censura delle idee. La legge è uguale per tutti. Ma alcuni sembrano essere più uguali degli altri.

Un personaggio pubblico e il cui operato è sempre oggetto di analisi e critiche deve assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Conscio, tra l’altro, del pensiero altrui che potrebbe differire dal suo. La psico-polizia del nucleo anti-odio online sembra richiamare i “pompieri” di Bradbury. O ancor di più “I love radio rock” (The boat that rocked). Il film del 2009 sulle radio pirata degli anni ‘60 costrette a trasmettere a largo del mare della Gran Bretagna. In quel caso il ministro Sir Alistair Dormandy affida al segretario Pirlott l’incarico di ostacolare le trasmissioni delle stazioni pirata, in particolar modo di Radio Rock. L’ottusità, la chiusura mentale verso ciò che è diverso portò il governo ad una battaglia contro queste trasmissioni. Salvo poi doversi scontrare con la solidarietà della popolazione inglese accorsa a salvare i propri paladini del rock.

La massima affibbiata a Voltaire passata alla storia (in realtà fu scritta da Evelyn Beatrice Hall in The Friends of Voltaire del 1906), rivenduta a iosa dai creatori di immagini per i 50enni di Facebook, “non sono d’accordo con quello che dici ma darei la vita affinché tu possa dirlo”, in questo caso viene sminuita. Uno dei capisaldi su cui si fonda lo Stato viene meno. La Libertà, in questo caso di pensiero e di parola, perde di credibilità. Come se fosse qualcosa da conquistare e non un diritto.

In un mondo dove si tende ad equiparare tutto, all’inclusività, un atto censorio, quasi intimidatorio, del genere pone troppi paletti ad una realtà, come quella giornalistica, che vive di analisi e critiche dell’attualità e di ciò che la circonda. Il silenzio è d’oro quando spontaneo. Non quando imposto.

Photo by Kristina Flour on Unsplash

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Maya Deren e la danza onirica del Cinema

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Sperimentazione, macchina da presa, low budget, pellicola 16 mm e rivoluzione del Cinema.

Qualche termine per sintetizzare l’innovazione totale e l’influenza sulla settima arte che Maya Deren, nata Eleanora Derenkovskaja il 29 Aprile 1917 a Kiev, ha portato al mondo del film. Maya Deren nasce in una famiglia ebrea benestante e di grande cultura. Il padre, un’importante psichiatra, avrà, stando alle parole della stessa regista, un’influenza fondamentale nelle sue opere. A cause delle simpatie trotskijste del suddetto padre e del timore di rappresaglie antisemite da parte del governo sovietico, la famiglia fugge a New York, negli Stati Uniti, nel 1922. Qui ottengono la cittadinanza americana e cambiano il cognome in Deren.

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Ed è qui, a New York, che la Nostra inizia a studiare giornalismo e scienze politiche alla Syracuse University e a frequentare i circoli socialisti locali che contribuiranno alla maturazione delle sue salde idee femministe. Idee che possiamo ritrovare in seguito nelle sue opere. Inizia inoltre a interessarsi al fenomeno artistico delle avanguardie, subendo in particolar modo l’influenza del surrealismo francese. L’anima di New York è fondamentale per Maya Deren, poiché è qui che inizia a prendere forma la rivoluzione del film per come era visto fino ad allora. Qui nasce il fenomeno dell’underground, della sperimentazione totale, della spietata critica al sistema Hollywoodiano.

All’inizio degli anni ’40 grazie a una parte dell’eredità paterna, Maya Deren acquista la sua prima cinepresa, una Bolex 16mm con cui gira il suo primo film: Meshes of the Afternoon (1943). Primo film girato, dalla durata di 14 minuti, che fa uso di una sperimentazione allucinante: tecniche di ripresa completamente innovative, un modo alieno di produrre e guardare un film. Capolavoro. Il primo tentativo cinematografico sancisce già la rivoluzione visiva, per chi vuole, per chi è stufo di Hollywood e dei suoi divi e dive, per chi è ormai intollerante e nauseato dalla plastificazione del cinema, il cambiamento è stato provato.

Le sue tecniche di ripresa in Meshes espongono un modo nuovo, vivo, di fare un film. La realtà dell’immagine non è più statica: niente più marionette così nostalgiche del teatro, basta ai film fatti di continui dialoghi, basta parlare nel film, si inizia a far parlare il film. Ecco che allora entra in scena la danza della cinepresa (ricordiamo che la stessa Maya Deren si appassiona all’arte della danza negli anni Trenta e Quaranta): l’immagine non è catturata dalle reti della storia, ma si svolge libera e nuda nell’atmosfera magica della realtà, come il corpo del danzatore che vediamo nel brevissimo cortometraggio A study in Choreography for Camera (1945).

La realtà stessa può vivere dentro l’obiettivo della cinepresa e noi, spettatori confusi, possiamo vedere un mondo, una realtà delle cose che solo nel cinema possono esistere. Questo, forse, è il messaggio più importante che Deren ci insegna, ipnotizzandoci con le sue brevi e allucinanti pellicole. È l’idea di un «cinema personale, praticato al di fuori di ogni condizionamento» come scrive Antonio Costa in Saper vedere il cinema. Ci troviamo di fronte a una tipologia di film così viva che si potrebbe definire piuttosto una creatura filmica, totalmente al di fuori dei canoni tradizionali della settima arte, lontana dai meccanismi di distribuzione intrinseci a una considerazione del cinema come mercato e industria.

Con Deren e altri film–makers, come essi stessi si definirono (coniando un termine ancora oggi utilizzato) e tutta l’esperienza del Living Theatre, il più importante e conosciuto gruppo teatrale di avanguardia, nasce questa volontà di usare e vivere il cinema in totale libertà creativa. La stessa libertà che in altre forme artistiche come la pittura e la poesia aveva già preso piede anni prima, basti pensare al Futurismo o al Surrealismo.

Prendendo invece in esame l’opera At Land del 1944, possiamo notare più facilmente il carattere puramente onirico che si estende per tutta la pellicola.  Notiamo una Maya Deren che, come nel precedente Meshes of the Afternoon, interpreta anche il ruolo di attrice protagonista immersa in questa dimensione sognante, senza un senso apparente. Le stesse atmosfere e scenari svolgono la funzione di contrasto e contraddizione: si guardi a come si passa nella stessa sequenza dalla spiaggia a una cena di gala, dalle onde del mare a una scacchiera. Lo spettatore viene quindi catapultato in una terra sconosciuta, assurda, consapevole di vivere un sogno, ma senza che questo venga detto esplicitamente.

Sono le stesse tecniche che possiamo ritrovare nel cinema di Lynch, che viene fortemente influenzato dall’artista che stiamo trattando. Anche Lynch riesce sempre a creare l’atmosfera di un sogno vivo che si svolge intorno a te, immergendoti completamente in un’ambiente alieno e assurdo, ma che evoca figure e movimenti di macchina che fanno della realtà quotidiana un apparato magico vivo e pulsante. Si parla, inoltre, di un tipo di immagine “aliena” o “magica” non a sproposito. Infatti la Deren intraprende numerosi viaggi ad Haiti, attirata dalla cultura locale, in particolare dal Voodoo, dalla quale rimane estremamente affascinata. Scrive quindi un libro in collaborazione con Joseph Campbell, Divine Horsemen: the Living Gods of Haiti, tradotto in italiano come I Cavalieri divini del Vudù.

Questa passione per la cultura Voodoo si trasforma poi in un’adesione alla religione stessa. Ella, infatti, inizia a partecipare attivamente alle cerimonie e le viene assegnato uno spirito guida, secondo la tradizione, riuscendo quindi a divenire parte di quella comunità a tutti gli effetti. Questa passione di Maya Deren per la cultura haitiana e in particolare per il Voodoo possiamo ascoltarla nelle registrazioni che lei stessa fa partecipando alle cerimonie haitiane. Queste poi vengono incise su di un vinile mono che abbiamo la fortuna di poter ascoltare in versione digitalizzata su YouTube.

Leggi anche: “Yuliya Mayarchuk e La Lanterna Magica: “Le emozioni che raccontano un territorio”

Articolo a cura di Riccardo Di Girolamo

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