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Cinquant’anni di Band Of Gypsys: una finestra sull’Hendrix che sarebbe potuto essere

Domenico Paris

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Per i posteri, è l’ultimo album che Jimi Hendrix pubblicò in vita. Per i seguaci del Mancino di Seattle e per la critica musicale, costituisce il classico “pomo della discordia” a livello di gradimento. Per i semplici amanti della musica rappresenta, con infinito dolore, una finestra verso un nuovo universo sonoro che purtroppo rimase solo in abbozzo. Sia come sia, oggi “Band of Gypsys” compie il fatidico mezzo secolo.

Immesso nel mercato americano il 25 marzo del 1970, raggiunse la quinta posizione in classifica, fregiandosi nel corso del tempo di almeno due dischi di platino (in Inghilterra venne pubblicato soltanto il 14 giugno, con una copertina diversa, issandosi fino al sesto posto delle charts albioniche). I suoi estratti, live, provengono dalla registrazione dei quattro concerti tenuti dall’omonima band tra il 31 dicembre 1969 e il 1° gennaio del 1970 al Fillmore East di New York, anche se le tracce che si trovano sull’ellepì originale sono state prese soltanto dagli ultimi due. La formazione: Jimi Hendrix alla chitarra e alla voce, Buddy Miles alla batteria e alla voce, Billy Cox al basso. Fin qui, la storia. Adesso, invece, andiamo oltre.

Agli inizi del 1969, dopo aver sciolto gli Experience e aver incantato il mondo con la leggendaria performance al festival di Woodstock, il re riconosciuto della sei corde è un uomo in grande, grande difficoltà: oltre che da eccessi psicotropi e non di ogni sorta, è infatti attanagliato da un’infinità di altri problemi di varia natura. Economici, innanzitutto. A molti potrebbe sembrare strano che uno sulla cresta dell’onda come lui, possa averne, eppure è letteralmente sommerso di debiti e di oneri.

La realizzazione dei tanto agognati Electric Lady Studios sembra aver messo in ginocchio le sue finanze e per liberarsi del contratto che lo lega al suo manager Ed Chaplin deve necessariamente tirar fuori qualcosa da far arrivare nei negozi nel più breve tempo possibile. Non bastasse tutto ciò, essendo ormai un’icona riconosciuta dell’universo black, è vittima di un costante, quotidiano logorio psicologico. Molti lo ritengono un “venduto”, un pupazzo senza orgoglio in mano all’establishment bianco.

E per finire, beh, c’è anche un inconveniente di carattere strettamente artistico: da un po’, sembra aver perso quasi del tutto il piacere di suonare. Gli ultimi tempi con gli Experience e la necessità di doversi in qualche modo conformare con le limitazioni imposte dal “come dovrebbe sempre essere” il rock, lo hanno avvelenato. Giunto ad una soglia di visionarietà compositiva e, prim’ancora, percettiva che non può più rifiutarsi di attraversare, sente il bisogno, ineludibile, non di un semplice superamento di certi limiti strutturali che neanche troppo tacitamente gli vengono raccomandati dallo stritolante sistema del music biz, ma di fare, in assoluto, quello che vuole.

Ormai, a 27 anni, non riesce più a immaginare un quotidiano in cui la libertà di creare in libertà gli venga negata. Non è una rockstar o quello che alla gente fa più comodo credere, è un musicista tout court, ormai, quello che senza indugiare troppo sulla pomposità del titolo si deve considerare un “compositore”. Guarda a Davis, a Coltrane, a tutti coloro che si sono spinti oltre, che, anzi, hanno visto l’oltre e lo hanno cominciato ad abitare con le loro idee. Jimi vuole essere come loro, vuole essere con loro, immagina il suo futuro solo in questo senso.

L’incontro con Buddy Miles, in un periodo di così forte pressione e turbamento, rappresenta per lui uno spiraglio di luce inaspettata. Si conoscono e si stimano da tempo, hanno già collaborato fugacemente in “Electric Ladyland”, ma dopo lo scioglimento della band che ha suonato a Woodstock, le cose assumono subito un’altra piega. E dopo qualche apparentemente innocua jammata tra amici, cominciano subito a fare sul serio: Miles, infatti, con il suo a dir poco eccellente bagaglio di R&B e soul maturato negli Electric Flag, rappresenta per Hendrix la possibilità di svolta che andava cercando.

Quella di avere finalmente a disposizione, tenendo presente anche la solidità e la naturale “appartenenza” di Cox al basso (si ricordi che Noel Redding negli Experience si ritrovò alle quattro corde per pura costrizione. E non ne era conseguito niente di buono), un apparato ritmico completamente diverso dal passato sul quale lasciarsi andare. E sul quale poter edificare non soltanto la costruzione di un groove nuovo rispetto a quello del suo gruppo precedente, ma anche e soprattutto di poter dare sfogo a quelle istanze “panmusicali” che sente fremere nelle dita delle sue mani, tutte votate alla contaminazione, all’espansione dei generi in un “oltre genere” smarcato da qualsiasi obbligo di minutaggio e di forma.

Ecco allora che lunghe sessioni in studio diventano ogni volta l’occasione di andare “lungo”, improvvisare. Funk, rumorismo, funambolismi d’acchito? Con quei due a supportarlo, Hendrix sente che può osare dove, come e quando vuole. Inoltre, il fatto di avere in Miles una “spalla” compositiva che sa farsi rispettare, nonché un cantante di spiccata personalità e versatilità, contribuisce a mutare enormemente anche l’approccio alle armonie vocali e all’utilizzo in chiave strumentale della voce.

Se non è una rivoluzione completa rispetto al pur recentissimo passato, poco ci manca. Nella Band of Gypsys tutto finalmente si dilata oltre ogni ragionevole misura. A nessuno viene in mente di star lì a contare le battute o a preoccuparsi di eventuali appeal radiofonici. I pezzi vanno avanti, divorano i secondi, i minuti, in un flusso che può ritenersi completo soltanto quando chi lo innesca lo riconosce come tale. “Who Knows” o “Machine Gun“, opener e seconda traccia del disco sono esemplificative a tal proposito: Hendrix in queste canzoni rompe qualsiasi argine.

La sua chitarra parte da ritmi funk per andare poi a esplodere in un’incontenibile orgia di wah wah quando passa in solista (nella prima), oppure si scatena in un’allucinata panoplia rumoristica tantalizzata e, nello stesso tempo, raddoppiata e amplificata dai colpi del rullante (nella seconda), con il cantato libero di innestarsi su questo tappeto sonoro tanto nelle vesti di normale avvicendamento di strofe, quanto nelle sembianze di quasi di “scat-toso” gioco fonetico. Siamo

davvero su un altro piano rispetto alle fatiche in studio precedenti e l’idea viene rafforzata anche dai pezzi contenuti nella seconda facciata di “Band of Gypsys”. Pur non avendo la forza dirompente della coppia di gemme contenuta nel lato A, “Changes” e la conclusiva “We Gotta Live Togheter“, entrambe scritte da Miles, mischiano il funk con il soul e, per quanto improntate sull’ugola e sugli umori del loro autore (in particolare la prima, dove si segnala uno splendido “duetto” dietro al microfono tra il batterista e il chitarrista), nondimeno permettono a Hendrix di fare la sua parte, soprattutto nel torrenziale assolo della seconda.

Mentre “Power To Love” e “Message Of Love“, forse le composizioni più equilibrate e rifinite dell’intero lotto, pur denotando un retaggio power blues che parrebbe agganciarsi al passato, tradiscono l’ormai appalesato desiderio del Mancino di Seattle di flirtare in totale libertà con le ritmiche funky e, più in generale, con le suggestioni della più varia black music. Sei canzoni, quindi, un’incisione tratta da un live e la voglia di creare delle basi solide per guardare il più avanti possibile.

E se è innegabile che “Band of Gypsys” per la velocità con la quale venne assemblato (la prima facciata pare fosse stata missata da Hendrix già dopo una settimana dalle esibizioni al Fillmore!) e per la sua natura di album dal vivo possa prestare il fianco alle critiche degli audiofili più integralisti e ai maniaci delle produzioni perfette, resta il fatto, anche a distanza di cinquant’anni, che offre delle suggestioni davvero notevoli. E non stupisce che lo stesso Hendrix, da quel momento fino alla sua morte (il 18 settembre del 1970), considerò questo “veloce” disco e la brevissima militanza nel combo che lo incise come la parentesi migliore della sua avventura nel mondo delle sette note.

Peccato che i suoi artefici, quattro settimane dopo i concerti newyorchesi, non fossero già più insieme: il 28 gennaio del 1970, infatti, si sciolsero a dir poco prematuramente dopo una disastrosa performance al Madison Square Garden, dove un Hendrix in più che evidente stato di alterazione lisergica, dopo aver battibeccato con una fan che gli chiedeva insistentemente di suonare classici del suo passato (Foxy lady, sembrerebbe nello specifico), venne portato via dal palco.

In questi drammatici giorni che stiamo vivendo, è forse giunto il momento di tirar fuori “Band of Gypsys” dalla pila dei cd o dei vinili ovvero di inserirlo in una delle tante piattaforme in rete, sedersi comodi e tornare a farlo “parlare”. Buon ascolto. Con la speranza (no, la certezza!) che, come ogni capolavoro che ha fatto la storia della musica, possa continuare sempre a regalarvi nuove chiavi di lettura.

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5 aprile: il giorno in cui morì il grunge. Kurt Cobain e Layne Staley uniti da una tragica ricorrenza

Il 5 aprile sarà per sempre ricordato come il giorno il cui il grunge morì. Non cessò di esistere il genere nato in quel di Seattle, quello no, cessò però l’esistenza delle sue due stelle più luminose.

Federico Falcone

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Il 5 aprile sarà per sempre ricordato come il giorno il cui il grunge morì. Non cessò di esistere il genere nato in quel di Seattle, quello no, ma l’esistenza delle sue due stelle più luminose. Kurt Cobain, fondatore, cantante – chitarrista e leader dei Nirvana, e Layne Staley, cantante degli Alice In Chains. Chi la strada l’ha tracciata e chi la strada l’ha seguita. Due musicisti straordinariamente talentuosi, due uomini terribilmente fragili, schiavi della propria emotività e delle proprie fragilità.

Un destino ineluttabile, scritto con largo anticipo. Cosa vuoi che importi la scalata al successo fino alle punte più alte, cosa che vuoi che possano rappresentare milioni di dischi venduti o cosa vuoi che interessi se nel giro di brevissimo tempo si è diventati i massimi esponenti di un filone che vedrà negli anni ’90 la sua massima espressione e che coinvolgerà milioni di persone in tutto il mondo, se poi, dentro di te, nel profondo del tuo cuore, si annidano demoni subdoli e tentatori?

Nulla. Tutto ciò non conta nulla. A Kurt e Layne non è mai interessata la fama, esattamente come il vendere dischi o essere i migliori lì, sopra quel palco nel quale il proprio ego poteva trovare l’unica stabilità possibile. Due uomini in missione, verrebbe da dire. Effettivamente era così. Dare voce agli ultimi, rompere con quel sistema che vedeva nell’ordinarietà e nell’ostentazione i punti cardine cui aggrapparsi, ridicolizzare il music business, spesso tanto effimero quanto asettico e privo di contenuti umani.

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Largo alle emozioni più nascoste, al grido di disperazione di una generazione, al disagio di una società ipocrita e malata. Tutto ciò alla fine ha avuto il sopravvento, ha logorato, sfinito e dilaniato l’animo dei due artisti che, sotto il peso di questi flagelli, ha ceduto. Il picco è stato raggiunto il 5 aprile. Anni diversi, modalità non propriamente analoghe ma tragicamente simili. A loro modo precursori anche in questo. Come non citare le drammatiche coincidenze che legano la morte di John Lennon e Dimebag Darrell.

Kurt Cobain si suicida il 5 aprile del 1994, dopo aver imbracciato il suo fucile calibro 20 ed essersi sparato in testa. Il corpo viene ritrovato tre giorni dopo, nella sua villetta nella contea di King, nello stato di Washington, da Gary Smith, elettricista che si trovava a lavoro nei paraggi. Racconterà di aver visto un corpo riverso a terra e di averlo inizialmente scambiato per un manichino. Solo in un secondo momento avrebbe notato una pozza di sangue. L’autopsia accerterà che nel sangue del cantante dei Nirvana c’è una quantità esagerata di eroina e valium.

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Mark Lanegan, amico di Kurt Cobain e componente degli Screaming Trees dichiarò: “Non lo sentivo da almeno una settimana. Non mi ha chiamato e non ha chiamato neanche altre persone. Non ha chiamato la sua famiglia, non ha chiamato gli amici, non ha chiamato nessuno“.

Layne Staley, invece, non si è sparato in testa. Non ha scelto una morte violenta, si è abbandonato al peggiore nemico, la droga. Venne ritrovato morto il 19 aprile del 2002, due settimane dopo una dose fatale di speedball. Il cadavere, già in procinto di decomporsi, fu l’ultimo, umiliante, atto del talentuoso vocalist. La depressione, mista all’uso di stupefacenti e vicissitudini personali, lo han condotto lentamente verso un destino che in molti avevano intravisto. Un’angosciante caduta verso il basso culminata con l’eccesso che meglio gli riusciva. Isolato dal mondo esterno, lontano dall’energia espressa con gli Alice In Chains, Staley capitolò il 5 aprile di diciotto anni fa.

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Layne, come Kurt, non ha mai giocato a essere un’altra persona. Non ha mai sacrificato alla gloria la sua personalità. Non fiero, non orgoglioso, semplicemente reale, se stesso. La tossicodipendenza del padre è stata la chiave di volta verso una vita vissuta sempre sull’orlo del precipizio. Una debolezza mai celata, mai messa da parte. Quella debolezza, però, è stata la sua forza, capace di veicolare una vena artistica stupefacente. Ma quel senso di vuoto no, non l’abbandonerà mai e lo traghetterà verso le sponde della perdizione. Un viaggio di sola andata. Fatale, purtroppo.

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The Jaded Hearts Club: come un “gruppetto di amici” creò la supercoverband dei Beatles. E anche molto di più

Muse, Blur, The Last Shadow Puppets, Jet, The Zutons e, occasionalmente, ¼ di Beatles. Una line up che manderebbe in estasi qualsiasi amante della musica

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Muse, Blur, The Last Shadow Puppets, Jet, The Zutons e, occasionalmente, ¼ di Beatles. Una line up che manderebbe in estasi qualsiasi amante della musica. Ma non stiamo parlando di un evento irripetibile, bensì del gruppo che da qualche anno si è mosso dalla penombra inglese, infiammando il più che leggendario 100 Club di Londra.

Non solo sono stati descritti come la cover band definitiva dei Beatles, spaziando agilmente da “Please Please Me” a “Helter Skelter”, ma hanno riportato sul palco l’energia di pezzoni come “Gloria” e “My Generation”. La formazione, prima Dr. Pepper’s Jaded Hearts Club, si è già esibita in tutto il mondo e nel 2017 supporta il live di Roger Daltrey (Who) alla Royal Albert Hall di Londra. Non il classico debutto live per parenti e amici.

Scopro il tutto con un post Instagram di Matthew Bellamy, data 29 settembre 2017:

“Top night. Newfound respect for macca’s bass playing. Happy B’day Jamie. We are @drpeppersjadedheartsclubband”. [https://www.instagram.com/p/BZo62jYjqoy/?utm_source=ig_web_copy_link]

Troppe facce note in un solo video per non indagare! Certamente non ha bisogno di presentazioni il creatore di questo post: voce, chitarra e visioni psichedeliche dei Muse, dall’inconfondibile presenza scenica. Al microfono, riconosco subito Miles Kane, attualmente in carriera solista dopo i successi con varie band tra cui i The Last Shadow Puppets, fortunato progetto col suo amico di merende Alex Turner (Arctic Monkeys).

Fanno parte dei Jeaded Hearts Club anche Graham Coxon dei Blur, Sean Payne dei The Zutons e Nic Cester. Proprio Nic, ex voce dei Jet che ogni tanto si riformano, ha regalato non poche gioie ai fan italiani: una travolgente versione di Back In Black sul palco di S. Siro insieme, guarda caso, ai Muse; un debutto come solista nel 2017 con il l’album Sugar Rush (che ha un cuore italiano, data la collaborazione con i Calibro 35, la produzione a cura di Tommaso Colliva, e la residenza di Nic a Como); apre tutte le date italiane dell’ultimo tour dei Muse; e si esibisce nel Bel Paese con i Milano Elettrica (in cui suonano anche Sergio Carnevale dei Bluvertigo e Adriano Viterbini dei Bud Spencer Blues Explosion). Per non farsi mancare nulla, Nic ci ha svelato anche il suo lato vintage sul palco dello Swing Crash Festival di Como, voce inaspettatamente azzeccata per il genere.

Nessuno comunque si aspettava che i Jeaded Hearts rimanessero solo una cover band, ed infatti ecco qui il loro primo singolo Nobody But Me, uscito proprio lo scorso 2 marzo.

Una chitarra apre il primissimo secondo della canzone, basso e batteria si aggiungono e creano un mood tranquillo ma incalzante, scandito da un clapping contagioso. Le strofe hanno un gusto d’altri tempi, un assolo di chitarra con una distorsione più moderna si infila nel ritmo allegro e ci riporta agli anni 2000. Il basso continua a viaggiare e spiana la strada alla voce insolente di Miles Kane, che ci ripete ossessivamente che nessuno-sa-fare-cose-come-me, e ci crediamo tutti perché quando hai dei riff così, un sound così, una band così… non hai troppi rivali!

Nobody But Me, cover del brano del 1962 degli Isley Brothers, è una canzone semplicissima. Non cercherò di farne una gemma o una pietra miliare, ma soddisfa aspettative e appetiti dei fan di ogni pezzetto che compone la band. Non ci sono esagerazioni, forse proprio quel micro-assolo di chitarra ma ci aspettavamo anche quello. È la stessa band a suggerirci l’immediatezza della loro musica e a dirci cosa sono gli Jeaded Hearts: basta mettere una giacca di pelle, occhiali da sole, e il gioco è fatto. È l’estetica del rock puro e semplice di cui c’è sempre bisogno!

E se c’è cotanto ben di Dio sul palco, perché se ne parla ancora così poco? Di certo il lancio del primo singolo non sta passando inosservato, ma c’è qualcosa di strano nel marketing delle side-band. Si inizia di nuovo da zero, anche se tutti sono parte di alcune delle band più famose al mondo. Si inizia da una serata live con gli amici, quando uno di loro voleva solo una cover band dei Beatles, e ci si ritrova con delle rockstar che diventano un tutt’uno e danno vita a nuove produzioni. E lo fanno solo per loro perché, alla fine, ognuno si diverte come può e questi ragazzi possono fare grandi cose, come nessun altro sa fare

Marina Colaiuda

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Pink Floyd a Venezia, quel concerto leggendario tra polemiche bigotte e cumuli di rifiuti

Federico Falcone

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Stime ufficiali parlano di duecentomila persone, ma la verità è che quel giorno, a Venezia, avere reale contezza degli spettatori presenti era pressoché impossibile. Gli spazi, gestiti e organizzati in modo tale da ospitare la folla, però, non potevano tenere conto di chi si affacciava dai balconi, di chi era sui tetti, di chi, a bordo della propria imbarcazione, anche se distante, fissava con occhi estasiati il palco, consapevole di vivere un momento irripetibile. Quel 15 luglio del 1989, i Pink Floyd scrissero una delle pagine più belle della loro storia.

La band inglese, al tempo guidata dal chitarrista David Gimour ma orfana di Roger Waters, uscito dal gruppo quattro anni prima, non ha mai nascosto la profonda attrazione per le bellezze artistiche e archeologiche del nostro paese. Antonomasia di ciò è il live a Pompei, concerto capace di trascendere la mera esibizione musicale per consegnarsi alla storia come uno dei momenti più emozionanti ed esaltanti mai immortalati dal grande schermo. Uno show a tratti surreale, quasi onirico. La classe dei Pink Floyd al cospetto dell’anfiteatro romano più conosciuto al mondo, secondo solo, per fama, al Colosseo di Roma.

Dall’uscita di Waters all’esibizione a Venezia i Floyd registrarono un album, il controverso “A Momentary Lapse of Reason“, in cui però l’assenza del cantante e bassista si avvertiva come un macigno sullo stomaco, e pubblicarono un live, “Delicate Sound of Thunder” (da cui fu tratto anche un video). Se da un lato, quello creativo, si manifestava una brusca frenata, da un’altro, quello dell’appeal sul pubblico, la band inglese non risentì del tutto dell’uscita del suo naturale leader. E’ vero, l’assenza di Waters ridimensionò l’immagine del gruppo e certamente non contribuì a favorirne gli apprezzamenti da parte dei fan di ultima data, ma gli autori di quei capolavori senza tempo chiamati “The Wall” o “The Dark Side of the Moon“, giusto per citarne due a caso, erano in possesso di talmente tanta qualità, anche in chiave live, da richiamare folle oceaniche.

David Gilmour, Nick Mason e Richard Wright lo sapevano, ne erano certi. Quel giorno, a Venezia, stupirono tutti, confermando il loro status di divinità musicali viventi con un concerto memorabile. Il costo del biglietto? Zero mila lire. Il concerto fu gratuito. E poi lo stage, su una piattaforma galleggiante. Qualcosa di folle, geniale, magistrale. Non stupisce, quindi, che in decine di migliaia si riversano su una delle città più belle del mondo per assistere all’ultima tappa del tour italiano della band inglese.

Ma non andò tutto liscio. Già dai giorni precedenti all’esibizione era chiaro che vi sarebbero stati dei problemi di ordine pubblico. Non vi era un percorso predefinito e chi conosce Venezia sa perfettamente che tra le sue caratteristiche non vi è quella degli spazi aperti. Inevitabilmente si crearono ingorghi, con lunghe file di gente incanalata che tentava di avanzare facendosi spazio tra i piccoli vicoli della meravigliosa città lagunare. Piazza San Marco venne presa d’assalto.

Col passare delle ore la tensione aumentò, fino a sfociare nelle cariche della polizia contro diverse decine o centinaia di ragazzi affollati, impazziti di fronte alla possibilità di vedere un concerto che non avrebbe mai più avuto un seguito. Un evento unico a cui tutti volevano assistere ma che avrebbe generato qualcosa come 400 tonnellate di immondizia e rifiuti di vario genere. Ci vollero giorni per ripulire completamente la città. La band, però, entusiasta all’idea di esibirsi il giorno del Redentore, cioè il giorno che a Venezia simboleggia la fine della peste e che si tiene il secondo sabato di luglio, partecipò di proprie tasche alle spese sostenute per mettere in piedi il concerto. Ripetiamo: i Pink Floyd finanziarono un loro concerto. Pelle d’oca.

Artefice dell’appuntamento, in principio identificato con un banale e generico “Venice, the lagoon“, fu Francesco Tomasi che, dopo aver portato i Pink Floyd per tre date all’Arena di Verona, due a Livorno e due a Cava dei Tirreni (fantastico, ndr), ebbe il lampo di genio – più una visione a dire il vero – di allestire un palco galleggiante di fronte a San Marco. Roba che solo a pensarla mette i brividi. Dio benedica i sognatori. Ma, anche qui, non andò tutto per filo e per segno, perché l’evento non fu originariamente pensato per essere realizzato nella Laguna, bensì sulla terra ferma, sull’isola della Giudecca. Dai rilievi dei tecnici e della commissione sulla sicurezza, emersero chiaramente criticità sulla sicurezza pubblica e sulla gestione dell’evento. Scattò quindi il piano B, quello che conosciamo.

Abbiamo citato i grossi cumuli di rifiuti e l’incredibile calca che non si riuscì a gestire in modo coordinato, ma non si possono non tenere in considerazione le scarse condizioni di igiene o di sicurezza oppure il formidabile lavoro di chi si preoccupò di allestire il palco, montare l’impianto audio-luci e quindi fare gli allacci della corrente. Il tutto su una piattaforma galleggiante lunga 97 metri, larga 27 metri e alta 24 metri. Un’impresa macroscopica, anche quella di tenere a freno lo humour contrastante della popolazione locale. Tra chi lamentava che tutto ciò avrebbe snaturato la festa del Redentore e chi tentò di boicottarlo fino all’ultimo, c’era anche chi, addirittura, ipotizzava che i volumi avrebbero causato il crollo del campanile.

Per la cronaca: la Soprintendenza alle Belle Arti stabilì il limite massimo di 60 decibel, non uno di più. Sempre la stessa Soprintendenza, però, non acconsentì all’utilizzo dei bagni chimici. Il motivo? “Decoro pubblico“. Secondo le stime dell’epoca, il concerto costò qualcosa come due miliardi di lire. Circa la metà di questa somma fu investita dalla Sacis, una società che vendette al resto del mondo i diritti televisivi per trasmettere il concerto in diretta per conto di mamma Rai. Grossi incassi li ebbero i commercianti, molti dei quali, in virtù dell’appuntamento, alzarono i prezzi dei propri prodotti in maniera spropositata.

La giunta comunale, di concerto con il Prefetto, valutò addirittura l’opportunità di annullare l’evento ma poi, ragionando con il cervello anziché con altre parti del corpo, ritenne più giusto che lo stesso si svolgesse. Non parliamo di settimane precedenti, ma di ore prima. Fino all’ultimo è stata valutata questa possibilità. Resta un mistero come lo avrebbero comunicato ai duecentomila spettatori senza che questi insorgessero.

Già, ma il concerto? Andò tutto relativamente bene, nel senso che venne portato a termine in modo del tutto indolore anche se, a causa degli stacchi pubblicitari della diretta, venne chiesto – e ottenuto – che Gilmour riducesse i suoi assoli. L’esibizione dei Pink Floyd durò solamente novanta minuti. La band suonò quattordici brani. A conclusione dello show si tennero gli immancabili giochi pirotecnici, tipici della festa del Redentore.

Setlist:

Shine On You Crazy Diamond (Part I-V)
Learnint to Fly
Yet Another Movie
Round and Around
Sorrow
The Dogs of War
On the Turning Away
Time
The Great Gig in the Sky
Wish You Were Here
Money
Another Brick in the Wall (Part 2)
Comfortably Numb
Run Like Hell

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