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Cinema

Introduzione al cinema dell’orrore, ieri e oggi

Davanti a una nuova generazione, educata alla sicurezza, alle premure genitoriali e a un cinema che ti dice che il sangue non c’è e che i buoni vincono, anche quando li credevi morti, quale spazio per l’horror?

Alberto Mutignani

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Qualche tempo fa pensavo al motivo che mi ha allontanato dalla religione.

Quando ero bambino mi piacevano molto le chiese e mi piacciono ancora, ma all’epoca sapevo di non essere soltanto un turista che guardava il presbiterio e gli affreschi e poi se ne andava a zonzo per la città. Facevo catechismo, frequentavo la cattedrale e la chiesa più piccola nel mio quartiere quasi abitualmente, e mi divertiva il modo in cui il parroco ci parlava del mondo, perché c’erano il bene e il male ed era evidente che il diavolo fosse qualcosa di cui avere paura, e nell’iconografia a cui avevo assistito in età infantile questa dicotomia era ben visibile.

Nei testi della domenica, a messa, qualche prete più anziano leggeva ancora di parabole in cui l’incursione del demonio si era insidiata nella vita di poveri cristiani, e tra i giovani credenti non ancora cresimati il libro dell’Apocalisse tuonava come qualcosa di profetico e terribile.

Ci immaginavamo cosa sarebbe successo e qualcuno di tanto in tanto si presentava trafelato nelle ore di scuola, durante la ricreazione, per dire che in televisione aveva sentito che l’Apocalisse sarebbe arrivata, o giurava di aver visto il diavolo o un angelo in sogno, o che aveva chiamato il 666 al telefono e qualcuno aveva risposto.

Delle regole impartite dal parroco ce ne fregavamo, nessuno le ascoltava, per cui nessuno temeva che una bugia o il nome di Dio invano avrebbero compromesso la nostra immagine, né che il diavolo si sarebbe presentato sotto forma di serpente, ma sapevamo che il diavolo esisteva, cioè che esisteva il male. Era qualcosa di cui ridere ma tutti quanti sapevamo in cuor nostro, fuori dalla dimensione ludica, che certe cose non si potevano fare, che in certi posti era meglio non andare da soli, che a una certa ora la città diventava troppo buia e bisognava correre a casa.

Dopodiché le chiese sono diventate quello che la società in linea generale ha deciso di diventare, una celebrazione del bene.

Il diavolo, come figura, non è scomparsa soltanto dall’iconografia ma anche dai sermoni domenicali, in cui si parla di parabole da latte alle ginocchia e si rassicura i bambini che il mondo è un posto di benefattori.

Se penso al cinema, mi rendo conto che le cose sono scivolate nella stessa maniera e con le stesse tempistiche, quindi da un cinema schietto a un cinema pedagogico, dal cinema rivolto agli adolescenti al cinema che parla degli adolescenti. Provate ad aprire un libro qualunque di un attuale ragazzo del liceo: gli stessi concetti sono reiterati in maniera ogni volta più semplice, fino a ridurli in niente, e gli autori evidenziano in grassetto e con i corsivi le porzioni di testo fondamentali, come se chi legge fosse mentalmente leso.

Gli adolescenti nati nel secondo Novecento avevano l’abitudine di vivere di più per strada, con dei genitori mai ossessivi come quelli moderni, in famiglie più numerose e quindi più dispersive. Vivere per strada e non avere un parental control – che oggi ha senso, perché i contenuti di libero accesso sono di più e più immediati – ti imponeva un impatto con il mondo più violento, e che esistesse il male nel mondo te lo insegnavano al catechismo o lo imparavi a tue spese. In quel mondo, il cinema horror non fece fatica a diventare un fenomeno generazionale, qualcosa con cui divertirsi, sì, ma anche crescere. Credo che sia sempre servito come forma schietta di educazione, prima che come intrattenimento. Un film dell’orrore ti dice che il male esiste ed è inutile cercare di debellarlo, non può venir meno e continuerà ad esserci dopo la nostra dipartita, come ci insegna il finale del primo Halloween.

Quello che mi affascinava da bambino era che il male, nei film, non aveva origini né potevo spiegarne logicamente l’operato – non sappiamo perché uno squalo decida di attaccare una spiaggia né perché Michael Myers sia cattivo oltre che immortale – e questo è anche ciò che ti intrattiene quando diventi adulto e l’orrore al cinema non ti fa più alcun effetto. Una volta questi film rappresentavano una prova di maturità, ma nel mondo di oggi non hanno più presa, perché non sono più un fenomeno generazionale, come lo sono i cinecomics, per esempio.

C’è una nuova generazione, educata alla sicurezza, alle premure genitoriali e a un cinema che ti dice che il sangue non c’è e che i buoni vincono, anche quando li credevi morti. Quale spazio per l’horror?

Tendenzialmente il nuovo cinema dell’orrore è fatto di titoli che vogliono spiegare l’inspiegabile. Nessuno negli anni ’70 si sarebbe mai chiesto perché Linda Blair nell’Esorcista veniva posseduta da Satana, mentre oggi è fondamentale sapere perché Annabelle, la bambola di cera, rompe i bicchieri e apre le porte.

Mi rendo conto che James Wan è stato il primo a inculcare una vera propria educazione allo spiegone, che non è più un momento di noia ma quasi la parte cruciale del film, come se il giallo si sostituisse all’orrore. C’è una retrospettiva per ognuno dei nuovi villain cinematografici, addirittura film dedicati (i cosiddetti spin-off) e speciali televisivi. Non si approfondisce l’impatto che questo personaggio ha sul pubblico di massa, che è zero, ma quali siano le sue origini reali e di finzione, quali siano i suoi antenati cinematografici e se ci sarà un prequel sulle origini della creatura.

A proposito di questo, qualche tempo fa osservavo che il cinema dell’orrore contemporaneo mira quasi esclusivamente al paranormale. Sbagliavo.

Osservando più attentamente le filmografie dei registi di oggi, mi sono reso conto che il male che viene raccontato è sempre un male terreno, umano. Nella filmografia di Eli Roth, uno dei nomi più importanti dell’horror contemporaneo, la storia è sempre quella: sono uomini contro uomini e quasi raramente entità soprannaturali, e quando queste ci sono, la dietrologia di cui sopra serve proprio a dare, anche ai fantasmi e ai mostri in genere, un connotato umano, spicciolo, a un pubblico che si rifiuta di accettare il sovrannaturale. È necessario sapere dove è nato lo spirito e perché si manifesta, come ucciderlo e chi può farlo. Anche in questi film, come nei cinecomics di prima, il sangue è quasi totalmente assente. Non è che non ci sia, ma anche quando c’è sembra che sia completamente fuori luogo.

Prendiamo ad esempio un successo più o meno recente, “Insidious” di James Wan. È un film del 2013 in cui si immagina che un bambino possa viaggiare per dimensioni esterne alla nostra, arrivando con il suo corpo astrale in una sorta di mondo rovesciato chiamato “Altrove”, popolato da demoni che lo hanno rapito. Anche il padre, scopriremo più tardi, possiede questo dono, e verso la fine del film si avventura nell’Altrove per recuperare il bambino. Arrivati al punto di catarsi del film, dovremmo aspettarci due cose: che il bambino sia morto, o che il bambino sia vivo ma in condizioni vegetative. Quando il padre entra nell’Altrove, invece, il figlio è bello e felice, incatenato a un palo mentre un demone, molto distante, ascolta del rockabilly su un mangiadischi come un fighetto dei nostri giorni.

Mi pongo quindi la domanda che altri prima di me si sono già fatti: cosa succede, se questi demoni ti prendono?

Cosa potrebbe accadere se disgraziatamente Annabelle dovesse riuscire ad averci, o se la suora (The Nun) di The Conjuring 2 – sempre James Wan – riuscisse a pararsi davanti ai nostri occhi, senza vie di fuga immediate? La risposta è: assolutamente niente. Non essendoci sangue e non essendoci un vero elemento inquietante, il cinema dell’orrore moderno, che riesuma vecchi bidoni del cinema passato come bambole, suore, cannibali, contestualizzando tutto a dovere, è un mix perfetto tra il puro manierismo indirizzato ai nostalgici e una ciotola zuccherina di caramelle gommose per ragazzini scemi, addormentati. In due parole soltanto: Stranger Things.

Pescarese, classe 1998. Unico laureando in lettere a non aver ancora scritto la propria autobiografia. Interessi: le cose frivole, le chiacchiere a vuoto, gli scrittori comodi, il cinema popolare, i videogiochi. In un'altra vita è stato un discreto detective privato.

Cinema

Auguri a Ridley Scott, il suo Alien cambiò il cinema

Tanti auguri a Ridley Scott, regista poliedrico e prolifico. Nel ’79 firmò la regia di un capolavoro che non smette di affascinare, primo capitolo di una fortunata serie.

Federico Falcone

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Alien sta alla fantascienza cinematografica come l’ossigeno sta alla vita. Anche a quella xenomorfa, sì. Ridley Scott, che proprio oggi spegne 83 candeline, fu regista del capolavoro uscito nel lontano 1979. Un film che, come pochi, contribuì a sdoganare la figura aliena come dotata di intelligenza speculativa, quella in grado di premeditare, organizzare e agire.

Per gli appassionati della settima arte, il primo capitolo della lunga saga resta tutt’ora uno dei punti massimi del cinema di Ridley Scott. Il merito fu, tra gli altri, quello di portare il conflitto inter species a vette di pathos e di tensione raramente esplorate in precedenza. Tutto fu studiato nel dettaglio, dalle bozze grafiche dell’artista svizzero H.R. Giger ,“padre” dell’alieno, fino al set cinematografico talmente accurato da sembrare una vera base spaziale. Un lavoro minuzioso che è sopravvissuto alla prova del tempo e che sembra non invecchiare mai.

Per il film si stanziò un budget di 10 milioni di euro, chiamando anche un’attrice dalle enormi potenzialità: Sigourney Weaver. Ma il cinema statunitense, per stessa ammissione dei suoi protagonisti, deve ben più di qualcosa a quello nostrano e Dan O’Bannon, che di Alien era lo sceneggiatore, ammise candidamente di aver tratto ispirazione da alcune opere di Mario Bava come Terrore nello spazio.

Il mondo degli xenomorfi, specie aliena predatoria e parassita che si annida nei corpi dell’equipaggio della Nostromo, deve parte della sua ideazione al film It! The Terror from Beyond Space del 1958, dove una bestia aliena faceva strage di astronauti dispersi su Marte. Ma lo Xenomorfo ha anche origini italiane. Già, la sua ascendenza trova riscontro in quel Carlo Rambaldi, che per il suo lavoro vinse l’Oscar ai migliori effetti speciali. Ma originariamente l’Alien avrebbe dovuto essere molto più grande, permettendo alla sua Facehugger di avvolgere l’intera testa della vittima.

Oggi il capolavoro di Ridley Scott, inserito al 33esimo posto tra i 500 film fondamentali secondo l’Empire, non smette di spaventare. Pensato come una versione nello spazio di ‘Non aprite quella porta’, Alien è soprattutto metafora della prevaricazione, coloniale e tecnologica, dell’uomo sull’uomo e sul mondo esterno.

La sfida contro l’inumano, verso il quale subiamo una fascinazione misteriosa, è guidata dal primo grande personaggio anti-machista del cinema hollywoodiano: Ripley. Forte, coraggiosa, determinata, è un esempio di grande forza femminile, 40 anni prima che questo diventasse oggetto di dibattito nel pubblico di massa. Ma soprattutto, Alien rimane senza discussione la più grande pagina di fantascienza degli anni ’70, da vedere e rivedere per scoprire o rivivere il genio di uno Scott in stato di grazia.

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Addio a David Prowse: interpretò Darth Vader nella trilogia di Star Wars

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L’attore David Prowse, noto per aver  interpretato Darth Vader nella trilogia originale di Star Wars, è  morto questa domenica all’età di 85 anni. La morte dell’attore nato a  Bristol è stata annunciata questa mattina su Twitter dalla sua agenzia. Prowse, che ha messo il suo corpo, ma non la sua voce, a Darth Vader, era anche ampiamente conosciuto nel Regno Unito per una  campagna di sensibilizzazione stradale che insegnava ai bambini ad  attraversare la strada e per la quale nel 2000 ha ricevuto l’Ordine dell’Impero Britannico.

Dopo il suo ruolo in Star Wars, è rimasto lontano dal cinema, ma in precedenza ha avuto altri ruoli in film come Arancia meccanica e ha interpretato Frankenstein in tre occasioni.  “Che la Forza sia sempre con lui”, ha detto l’agente Thomas Bowington. Prowse è morto dopo una breve malattia – una perdita per “milioni di fan in tutto il mondo”.

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Maradona, l’omaggio della macchina da presa: otto lavori per conoscerlo meglio

Redazione

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Abbiamo scelto di occuparci più volte di Maradona perché la sua storia va ben oltre il pianeta del calcio. Per questo in più di un’occasione il calciatore argentino ha ispirato registi come Emir Kusturica e Paolo Sorrentino, ma anche documentaristi, intellettuali, artisti, musicisti. L’agenzia di stampa Agi ha scelto 8 lungometraggi ispirati alla controversa vicenda del Pibe de Oro, dentro e fuori dal campo.

“Diego Maradona” – gli appassionati di serie tv e di cinema in questi mesi avranno certamente visto in programmazione su Netflix il film documentario del 2019 di Asif Kapadia, ‘Diego Maradona’, realizzato in suo onore grazie alle 500 ore di materiale inedito che la famiglia del campione argentino ha messo a disposizione del regista inglese di origine indiane.

‘Maradona” di Kusturica. Se il “Diego Maradona” di Kapadia è un documento storico potentissimo, non è da meno il lavoro di Emir Kusturica presentato a Cannes nel 2008. Parliamo dell’incontro di due fuoriclasse, due istrioni. È un documentario che rasenta l’agiografia verso un personaggio che Kusturica ama e che giustifica in ognuna delle sue trasgressioni. Da sottolineare la scena in cui si vede un Diego Maradona molto ingrassato che canta “La mano de Dios” in un locale davanti alle figlie.

“Youth” di Paolo Sorrentino. L’omaggio è esplicito: nel resort-casa di cura dove sono Harvey Keitel e Michael Cane c’è anche Diego Armando Maradona che sta facendo una cura per dimagrire. Non è lui, ovviamente, ma l’attore Roly Serrano è di una somiglianza impressionate; bellissima la scena in cui palleggia con una palla da tennis calciandola in alto e riprendendola al volo (il tutto fatto al computer, ovviamente, ma scena realistica se si pensa che queste cose Maradona le faceva veramente). Proprio Sorrentino, ricorda l’Agi, era innamoratissimo come tutti i napoletani dell’ex numero 10, al punto da citarlo insieme a Federico Fellini, ai Talking Heads e a Martin Scorsese nel discorso di ringraziamento per l’Oscar per ‘La grande bellezza’ del 2013. A luglio ha iniziato la collaborazione con Netflix per il film originale ‘È stata la mano di Dio’ le cui riprese si sono svolte recentemente a Napoli. Un film, ha detto Sorrentino, “intimo e personale, un romanzo di formazione allegro e doloroso”.

“Santa Maradona” di Marco Ponti. Film di culto del 2000 per la generazione nata negli anni Ottanta, il cui titolo allude a una canzone dei Mano Negra e non direttamente al giocatore, che comunque compare in tutto il suo splendore nei titoli di testa.

“Tifosi” di Neri Parenti. Qui compare Diego nell’unico ruolo di finzione cinematografica: in una una scena del film ‘Tifosi’ di Neri Parenti del 1999, un cinepanettone dove ‘el Pibe de Oro’ compare ingrassato (e inseguito dal Fisco), nell’episodio “napoletano” con Nino D’Angelo e Peppe Quintale rapinatori inconsapevoli di un attico che appartiene proprio al loro idolo Maradona.

L’omaggio di Marco Risi del 2007. Unico biopic finora realizzato – in attesa di quello di Sorrentino – sul grande calciatore è invece “Maradona – La mano de Dios” di Marco Risi del 2007, che racconta la vita dell’argentino dall’infanzia fino al capodanno del 2000 ed è interpretato, in età adulta, da Marco Leonardi.

“Armando Maradona” di Javier Vazquez. un documentario classico e agiografico sul ‘Pibe de Oro’, con la non troppo originale concessione sul lato oscuro del calciatore che combatte contro le proprie debolezze umane e la dipendenza da cocaina.

“Maradonapoli”. Il film italiano, attualmente disponibile su Netflix, parla dell’eredità e del ricordo che ha lasciato a Napoli, città che vive ancora nella memoria e nella gratitudine verso Diego al quale in diversi vicoli sono stati addirittura eretti degli altarini come fosse un santo.

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