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Buon compleanno Yellow Submarine, colonna sonora dell’omonimo film

Federico Falcone

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Quaranta minuti e una manciata di secondi per entrare nella storia. Per l’ennesima volta, ovviamente. Perché affiancare il nome The Beatles al concetto di storia è tautologico. I Fab Four sono la storia, per lo meno della musica. Anche se, a giudicare dagli effetti sulla cultura e sulla società degli ultimi cinquanta anni, affermare che l’universo “beatlesiano” sia molto più ampio di quanto si possa percepire, è tutto fuorché esagerato.

Ricorre oggi l’anniversario della pubblicazione di “Yellow Submarine“, undicesimo studio album della band uscito, appunto, il 13 gennaio del 1969. Contenente 13 brani e vincitore di un disco di platino e di uno d’oro, fece da colonna sonora all’omonimo film uscito nelle sale cinematografiche il 17 luglio del 1968. Diretto da George Dunning, per protagonista aveva gli stessi The Beatles.

Il pattern, diviso in due lati, vede in quello A sei brani dei “baronetti”, di cui solo quattro inediti (“All Togheter Now“, “Only a Nothern Song“, “Hey Bulldog” e “It’s All Too Much” che, originariamente scritta per Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band fu rieditata e accorciata rispetto alla prima versione che durava ben 8 minuti). Presenti, inoltre, la title track e “All You Need is Love“, presa in prestito dall’album Revolver.

Il lato B, invece, chiamato “Original Film Score“, porta la firma di George Martin e presenta solo brani orchestrali, ideati e scritti da Martin stesso. Le registrazioni avvennero nell’autunno del 1968 ai celeberrimi Abbey Road Studios di Londra. Nessuno dei componenti della band ne prese parte, però. Rispetto alle versioni presenti nel film, quelle incise su disco presentano diverse variazioni, volute al fine di marcare la differenza tra pellicola e colonna sonora.

Nonostante l’album non ebbe un successo planetario (arrivò al massimo in terza posizione in classifica) potè vantare la partecipazione di numerose star. Per citarne alcune: Brian Jones, Mick Jagger, Eric Clapton, Keith Richards, Pattie Harrison, Graham Nash, Gary Leeds.

Nel 2018, in occasione dei festeggiamenti dell’anniversario dei 50 anni dalla sua pubblicazione, il film diretto da Dunning – con Heinz Edelmann in qualità di art director – è stato nuovamente proiettato al cinema. In Italia venne ospitato dal cinema Caravaggio di Roma e dal teatro Guanella di Milano. Presero parte solamente pochi “eletti”, essendo che i posti vennero assegnati alla Universal Music Italia in collaborazione il The Official Beatles Fan Club Pepperland e con Beatlesiani d’Italia Associati.

Cinquanta anni sono un bel traguardo e, quindi, meritano di essere festeggiati a dovere. Oltre a diverse uscite discografiche, mostre e concerti tributo, vale la pena citare l’adattamento a fumetti di “Yellow Submarine”, edito dalla Titan Comics. Scritto da Bill Morrison (pregevoli i suoi lavori con i Simpson e Futurama) vede la cooperazione di Andrew Pepoy (Fables, Futurama Comics).

Questa la sinossi:

Il paradiso subacqueo amante della musica di Pepelandia è stato invaso dagli ostili Biechi Blu. Questa orda di creature mostruose trasforma gli abitanti di Pepelandia in statue viventi, lanciandogli contro delle mele e imprigionando in una sfera di vetro blu i suoi guardiani, la Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band, per poi sequestrare tutti gli strumenti musicali della città. Il sindaco di Pepelandia manda il Capitano Fred in cerca di aiuto a bordo del suo sottomarino giallo, il quale viaggia fino al mondo degli umani, dove si imbatte nei Beatles e chiede loro di soccorrere il suo popolo. La band accetta e unisce le forze con Geremia l’uomo inesistente per sconfiggere i perfidi Biechi Blu grazie alla musica e all’amore.

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

Musica

George Harrison, il ricordo di un artista all’avanguardia

A soli cinquantotto anni Harrison chiuse per sempre gli occhi

Luigi Macera Mascitelli

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«Mi piacerebbe pensare che tutti i vecchi fan dei Beatles siano cresciuti e si siano sposati e abbiano avuto dei bambini e siano tutti più responsabili, ma abbiano ancora uno spazio nei loro cuori per noi»

É con questa sua bellissima dichiarazione che oggi, 29 novembre 2020, vogliamo ricordare l’anniversario della scomparsa di George Harrison. Compositore, musicista e soprattutto chitarra solista e seconda voce dei Beatles. A lui si deve la composizione di alcune delle migliori tracce del quartetto di Liverpool, tra cui Something, Here Comes the Sun e While My Guitar Gently Weeps.

Nato a Liverpool il 25 febbraio 1943, il giovane Harrison mostrò fin da subito una spiccata propensione avanguardistica per la musica. Non è un caso, quindi, che nel 2004 venne inserito nella Rock’n’Roll Hall of Fame.

La sua ascesa tra le divinità e leggende della musica iniziò a soli quindici anni, nel 1958, quando l’allora sconosciuto amico e compagno di scuola Paul McCartney lo presentò ad un altrettanto sbarbatello John Lennon. Era il 1956 quando quest’ultimo fondò i The Quarrymen, di fatto la prima band che fu poi il trampolino di lancio per i futuri Beatles.

Talentuoso ed abilissimo nel suonare la chitarra, Harrison impressionò Lennon eseguendo alla perfezione il brano Raunchy di Bill Justis Jr. e Sid Manker. Fu in quel momento che gli astri si allinearono, e un’aura quasi mistica si concretizzò, dopo tre anni, ossia il 16 agosto 1960, nel progetto The Beatles. Infine, il cerchio fu completo con l’entrata definitiva di Ringo Starr dietro le pelli.

Quel giorno di sessant’anni fa, grazie alla personalità forte e decisa e alla bravura nel saper pizzicare le corde, George Harrison diede il via alla Beatlemania e al colossale fenomeno di massa che ne derivò e che, a buon diritto, consacrò il quartetto al primo posto nella lista delle cento migliori band di tutti i tempi.

Ma non finisce qui, perché dopo lo scioglimento nel 1970, Harrison avviò il suo progetto solista, esplorando i meandri più ingarbugliati della musica. In particolare quella indiana di cui divenne uno dei maggiori interpreti. Il suo All Things Must Pass, il primo triplo album mai pubblicato da un solista, fu un vero e proprio successo che sbalordì fan e critica.

Ma il fato ama giocare brutti scherzi, e un terribile tumore al cervello, causato da un carcinoma polmonare, privò il mondo del suo talento unico ed inimitabile. A soli cinquantotto anni e con alle spalle una carriera musicale leggendaria e all’avanguardia, Harrison chiuse per sempre gli occhi, in quel maledetto 29 novembre 2001.

Il corpo vene infine cremato e le ceneri raccolte e sparse nel fiume Gange secondo la tradizione induista. Quel giorno la celebre Abbey Road divenne un luogo di ritrovo per tantissimi fan, vecchi e nuovi, raccolti per piangere la scomparsa di uno dei più grandi artisti di tutti i tempi.

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Musica

“Qualunque cosa tu faccia, non andare nel 2020”: è Marty McFly che parla

Fabio Iuliano

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“Qualunque cosa tu faccia Nas, non andare nel 2020”. Sullo schermo Michael J. Fox, tornato a interpretare Marty McFLy, il mitico protagonista delle Trilogia di Ritorno al futuro.

Non è un ritorno sul grande schermo, ma uno spot pubblicitario, andato in onda negli States per annunciare l’uscita della canzone Holiday, singolo del rapper americano Lil Nas X, previsto per il 13 novembre.

Il teaser di Lil Nas X è ambientato nel selvaggio west, come l’ultimo capitolo di Ritorno al futuro. Lil Nas X prende il posto di Santa Claus. Mentre inizia a nevicare, il cavallo si trasforma in renna e il musicista si ritrova su una slitta pronta a volare, probabilmente attraverso lo spazio e il tempo. E a questo compare Michael j Fox nei panni di Marty McFly che avverte l’artista con queste parole: 2Qualunque cosa tu faccia Nas, non andare nel 2020”. Come dargli torto?

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Entertainment

Truth Seekers, la caccia ai fantasmi di Simon Pegg e Nick Frost

La recensione della nuova serie tv di Amazon Prime Video, una comedy-horror inglese firmata dall’irresistibile duo Pegg-Frost

Alberto Mutignani

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Se c’è una cosa che detesto degli horror contemporanei è la totale mancanza di umorismo. Sembra sia diventato impossibile prendersi in giro e ridere delle proprie paure, come se fosse proibita ogni forma di esorcizzazione o come se qualcuno volesse creare realmente un’aura lirica attorno alla rissosa “Annabelle” e alle monache incattivite.

Le comedy horror, dal canto loro, hanno subito un decorso rapido e sconfortante: dopo i primi, interessanti esperimenti di Scary Movie, le parodie sono diventate qualcosa di più simile a un susseguirsi di gag fisiche senza capo né coda che a un vero e proprio festival del citazionismo intelligente, con quel tocco pecoreccio che ha permesso ai fratelli Wayans di entrare nell’Olimpo dei parodisti moderni.

A mettere una pezza c’è un duo di cui è stato facile innamorarsi, nei primi anni 2000: Simon Pegg e Nick Frost, che firmano insieme tutti gli episodi della nuova serie per Amazon Prime Video, “Truth Seekers”. Comedy-horror dal sapore fin troppo inglese, Truth Seekers vede un cast di nomi già noti al grande pubblico, partendo dagli stessi Nick Frost, che riveste i panni del protagonista, e Simon Pegg – con un magnifico parrucchino biondo –, passando per Malcom McDowell (Arancia Meccanica), Susan Wokoma (Chewing Gum) ed Emma d’Arcy (Wanderlust).

Al centro c’è la Smyle, un’agenzia che si occupa di connessione internet – e che ha un logo identico a quello di Amazon –, e il suo informatico più brillante, Gus Roberts (Nick Frost), a cui il suo boss (Simon Pegg) assegna Elton John, un giovane apprendista (Samson Kayo) che si dimostrerà un contributo fondamentale per quelle che lentamente, da questioni collaterali, si dipaneranno nella trama come la forza trainante della narrazione.

Parlo non soltanto di alcune apparizioni spiritiche che diventeranno sempre più frequenti all’interno degli episodi, ma anche e soprattutto dell’ossessione che Gus dimostra per il soprannaturale (che condivide su Internet attraverso un canale YouTube – ‘Truth Seekers’).

Mentre la storia procede fino all’ultimo degli otto episodi di questa prima stagione, tra pochi alti e diversi bassi, l’orrore diventa sempre più insistente, le presenze spiritiche – mai placide in questa serie tv – prendono forma e sostanza, ne viene chiarita l’origine e si intrecciano in un piccolo groviglio di sotto-trame che spostano sempre il baricentro della narrazione.

Troppe sarebbero le citazioni da menzionare, prima fra tutte l’Hotel del secondo episodio, una struttura fatiscente in cui ogni camera d’albergo è dedicata a un classico del cinema dell’orrore, più una stanza inaccessibile per ‘motivi oscuri’, e poi ancora X-Files e Ghostbusters, dai quali la serie riprende a piene mani per modellare i toni e lo spirito demenziale e complottistico dell’avventura.

Poco umorismo, però. Se le intenzioni erano quelle di regalare al pubblico una piccola armata brancaleonesca contro i fantasmi, il risultato è però un prodotto fiacco, che fatica a ingranare e che in più di un’occasione si lascia sedurre dalla battuta facile e dalla reiterazione di gag poco convincenti. Manca l’estro innovativo e brillante della ‘Trilogia del Cornetto’ e vengono meno molti dei momenti geniali a cui Pegg e Frost ci hanno abituati, e così “Truth Seekers” finisce per essere niente più che una serie tv discreta, che intrattiene senza particolari meriti e che vanta una durata piacevolmente breve – 25 minuti per episodio, il vero grande pregio della serie.

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