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Cinema

Black Mamba vs O-Ren Ishii – La vendetta come ideale in Kill Bill

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La vendetta non è mai una strada dritta: è una foresta. E in una foresta è facile smarrirsi. Non sai dove sei né da dove sei partito.

Se si vuole confrontare un film di Quentin Tarantino bisogna confrontarlo con qualsiasi altro film creato, cioè non creato, da Quentin Tarantino. Eclettico, fuori dagli schemi, provocatorio, capace di creare delle pellicole davanti le quali è impossibile annoiarsi. È proprio questa infatti la sua più spiccata abilità: saper scartare, eliminare il superfluo (nonostante l’onnipresente dialettica spinta al parossismo) per lasciare intatta solo la polpa, la sostanza, per colpire dritto in faccia lo spettatore senza lasciargli il tempo di replicare. Un Mike Tyson dei tempi d’oro del cinema, potremmo azzardare a definirlo.


È stato descritto spesso dalla critica come un regista “omaggiante“, o addirittura “copione”, ma francamente non me la sento di giudicare un così spudorato e sfacciato feticista delle estremità femminili. Quel che è certo è che Quentin è il più maniacale cinefilo di tutti i tempi, da quando lavorava come impiegato in una videoteca di Los Angeles. Se guardi film tutto il giorno, tutti i giorni, qualcosa la impari, fosse anche solo per osmosi. Con buona pace delle migliori prestigiosissime accademie e/o università, di cui non ha mai avuto bisogno.

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Veniamo anche noi subito al dunque: Kill Bill è il capolavoro insuperabile di Tarantino, la pellicola che più gli somiglia. Un film diviso in due volumi, che rispecchiano le due personalità del regista: una più orientaleggiante (Vol. 1), frutto dell’influenza che ha avuto il cinema di Hong Kong sulla sua formazione (Bruce Lee sopra tutti), ed una più Occidentale (Vol. 2), dove la componente spaghetti Western e l’imponente ombra di Sergio Leone si fanno più che sentire, soprattutto nelle musiche.


Entrambe le parti sono un tripudio di sangue (1700 litri di sangue finto come se piovesse), arti amputati e occhi strappati dalle loro sedi, ma è (a parere del sottoscritto) il primo volume quello più spettacolare. Quello in cui risiede tutto il significato del film, così pregno ed intriso di filosofia orientale del combattimento che manderebbe in estasi mistica lo stesso Sun Tzu con tutta la sua arte della guerra.


In questa quantomeno drammatica e truculenta storia, che scivola nel sottogenere del “revenge movie”, tutto parte da quello che è il sentimento umano più potente che esista: l’odio. Odio che si trasforma in sete di vendetta; ma una vendetta lucida e ragionata, non ingenuamente istintiva. Una vendetta che porterà la protagonista Beatrix Kiddo (la sposa), nome in codice Black Mamba (interpretata magistralmente da Uma Thurman) a scalare i vertici della catena alimentare, a suon di fendenti della sua katana firmata Hattori Hanzo, per arrivare a Bill, numero 1 della sua lista di morte, reo di averle sparato in testa quattro anni prima e di averla lasciata in fin di vita alle prove del suo matrimonio.

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La sposa imbrattata di sangue quindi compie una scelta: dedicare tutte le sue risorse e le sue energie al suo piano di vendetta verso Bill, suo ex capo ed ex fidanzato. Per farlo dovrà prima passare attraverso tutti i componenti della ex squadra di assassini D.V.A.S. (vipere mortali), ormai sciolta, complici del pestaggio organizzato da Bill 4 anni prima. E ci riuscirà, nel secondo volume, lasciandosi una lunga scia di sangue e una montagna di cadaveri avversari alle spalle.

Ma è solo alla fine del primo atto che assistiamo alla più totale indiscussa maestria del genio di Tarantino, e cioè lo scontro tra Black Mamba e Cottonmouth ( incarnata da una bellissima e bravissima Lucy Liu) ex membro delle vipere mortali ed antagonista principale del film. Non è sempre possibile descrivere le sensazioni e le emozioni, altrimenti avremmo una parola per tutto, ma non è così. Posso solo confermarvi qui quello che avete percepito anche voi, se lo avete percepito, altrimenti non troverete altro nelle prossime righe.


La sposa viene ampiamente descritta per tutta la durata del film dalle sue azioni, mentre Tarantino ad un certo punto della pellicola ci presenta O-Ren Ishii, alias Cottonmouth. E lo fa con soli 7 minuti di anime abilmente diretti da Mahiro Maeda, regista e sceneggiatore giapponese. Ma in quei 7 commoventi minuti di animazioni (accompagnate da musiche stupende di matrice Leoniana) è racchiusa la storia del personaggio, e si inizia ad intravedere anche la somiglianza psicologica tra quest’ultima e Black Mamba.

Sì, perché O-Ren e Beatrix Kiddo hanno un comune denominatore che le unisce con un invisibile ma indistruttibile filo: la vendetta. Anche se in fasi diverse della propria vita.


La storia di O-Ren Ishii che ci viene presentata, con disegni volutamente grezzi, sporchi, ma intensamente espressivi, è a dir poco dolorosa. Nacque in una base militare mezza cinese mezza giapponese, e fece conoscenza della morte a soli 9 anni, nel peggiore dei modi possibili per una bambina.

Il boss Matsumoto, sotto i suoi occhi innocenti, uccise con la Katana di Bill sua madre e suo padre, lasciandola orfana in un istante, costringendola in quello stesso momento ad abbandonare ogni sentimento ed emozione, per diventare una fredda macchina omicida.


Abbiamo appena detto “con la katana di Bill”. Ebbene sì, perché sembra proprio che lo scagnozzo di Matsumoto che operativamente uccide il padre di O-Ren, e che dà fuoco alla casa calciando un sigaro, altro non sia che Bill da giovane, in quanto allievo del boss. Ma O-Ren ovviamente non lo scoprirà mai.


Da quel momento in poi, l’unico obiettivo di O-Ren non sarà altro che vendicarsi di Matsumoto, e lo ucciderà qualche anno più tardi in camera sua, sfruttando la sua più ignobile depravazione. Ma la fame non si placa, e continua così la sua carriera di assassina, diventando in breve tempo uno dei killer più pericolosi al mondo, oltre che una donna estremamente determinata, razionale, ma spietata verso chiunque. Esattamente come Beatrix una volta uscita dal coma.


Come in ogni film di Tarantino, nulla è lasciato al caso, nemmeno i nomi dei personaggi. Tarantino è bravissimo a lasciare indizi disseminati qua e là, per lasciar intendere spesso che c’è dell’altro, e ciò che mostra non è mai tutto, o non è mai tutta la verità.


Fa riflettere dunque il nome scelto per il personaggio di Cottonmouth: O-Ren Ishii. La O in giapponese, quando viene prima di un nome di persona, esprime semplicemente l’onorevolezza della persona. Ren, invece, è di genere sia maschile che femminile, ed a seconda del tipo di Kanji può significare “loto”, oppure “amore”. In cinese poi, Ren è la virtù confuciana, e sta ad indicare la qualità di un essere umano virtuoso, altruista. Ishii invece è un soprannome, e significa “pozzo di pietra“.


Nomen omen. Come se nel nome fosse già racchiuso tutto il suo destino. Una bambina pura, ingenua e indifesa che avrebbe potuto diventare un essere umano altruista, pieno d’amore da offrire… E che al contrario, i traumi fatali della vita hanno reso un pozzo di pietra. Profondo certo, ma vuoto, buio, freddo… Duro. Come la pietra.

La vendetta è un piatto che va servito freddo.

Lo scontro vero e proprio tra Black mamba e O-Ren Ishii avviene, come dicevamo, nell’ultimo capitolo del film intitolato “Resa dei conti alla casa delle foglie blu”, il locale dove la sposa compie letteralmente una strage prima di arrivare a O-Ren. Quei 15 minuti di violenza allucinante, di arti marziali fenomenali, di splatter esagerato tipicamente Tarantiniano, in cui Beatrix sfrutta alla grande i crudeli insegnamenti di Pai Mei e dà il meglio di sé con la sua katana, mozzando arti e squartando ognuno degli 88 folli (guardie del corpo di O-Ren) che gli si para davanti, diventando puro istinto di vendetta.

Si giunge quindi al faccia a faccia tra le due giovani donne ed ex colleghe. In quei quasi 10 minuti di leale ed onorevole combattimento, assistiamo al vero ed inarrivabile capolavoro di tutta la carriera cinematografica di Tarantino. Un sunto di tutta la bellezza estetica che il regista ha accumulato in tutta la sua vita di fanatico dell’Oriente.

Lo scontro avviene in un giardino invernale arredato in stile tipicamente giapponese, con tanto di pura e candida neve, bianchissima, che rende visivamente impattante il contrasto con le macchie di sangue che schizzano via dalle katane delle due combattenti.


Una fontanella di bamboo che si riempie e si svuota di continuo, come a simboleggiare la filosofia di Lao Tzu, per vivere in pace ed in perfetta armonia: svuotati, e sarai colmato. Il tutto mentre Beatrix e O-Ren sono intente a ferirsi a vicenda con l’affilatissimo acciaio delle loro spade, ma sempre rispettandosi a vicenda. Un mix di contrasti geniale, poetico, proprio per la rara abilità nel saper come mostrare, con elegante e furiosa maestria, l’apparente inconciliabilità delle teorie orientali, che solo pochi possono “sentire”, o capire a fondo. Non per nulla gli orientali chiamano gli occidentali “demoni bianchi”.


Il duello termina quando Black Mamba taglia di netto la calotta cranica di Cottonmouth, che vola via nello spazio infinito della notte, atterrando silenziosamente sulla neve. Incredula, per aver sperimentato su di sé che quella era realmente una spada di Hattori Hanzo. La vincitrice si siede a riprendere fiato, e a contemplare ciò che ha appena fatto. Il resto, come sappiamo, è storia.


Il film, nella sua interezza, è interpretabile come una trasposizione cinematografica dei concetti di “volontà”, di “conseguenze”, e di “inevitabilità”. Quando si prende una decisione, e si decide di portarla a termine a qualunque costo, anche a costo di trapassare il Buddha in persona con la propria lama. Senza nessun egocentrismo, senza nessuna pietà. Col cuore limpido, con la fermezza della propria posizione, senza arretrare mai, se non per caricare il colpo da assestare al proprio nemico.


Un capolavoro di creatività, di ingegno, di forma e sostanza, e di estetica. Tutto questo è Kill Bill, che resterà nella storia come il film che ha dato il via ad un nuovo genere di action movie, moderno e vintage allo stesso tempo, capace di suscitare realmente sentimenti di vendetta in chiunque. Un mix di contrasti da cui solo gli uomini di genio posso far nascere qualcosa di veramente innovativo, rivoluzionario.

D’altronde, è dal caos che nascono stelle danzanti… Sulle note di You never can tell.

OSS!

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Golden Globes poco inclusivi: le polemiche e la cancellazione della cerimonia per il 2022

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I Golden Globes sono in mezzo a un polverone, anzi a una tempesta tropicale, a causa delle rivelazioni venute alla luce nell’inchiesta del Los Angeles Times. La testata giornalistica americana ha evidenziato come l’organizzazione di stampa estera che presiede i premi, la Hollywood Foreign Press Association, abbia grossi problemi di inclusività. (Golden Globes 2021, ecco i vincitori. Emozione per il premio a Chadwick Boseman)

La polemica segue l’onda dei cambiamenti epocali che stanno avvenendo, con lotte e sacrifici, nella società statunitense e a cui Hollywood si sta contrapponendo, in alcune sue istituzioni, come retroguardia di diseguaglianze e disparità. All’interno dell’inchiesta viene fatto notare come nessuno dei membri della HPFA, negli ultimi vent’anni, sia stato di origine afroamericana e come l’ex presidente dell’organizzazione, Philip Berk, abbia definito in una delle sue mail il Black Lives Matter un “movimento di odio razzista”.

Altro tema scottante trattato nell’articolo è l’ombra che si allunga sulla possibilità della non totale imparzialità dei giudici nell’assegnamento dei premi: sembra infatti che alcune nominations e addirittura alcune vittorie, possano essere state frutto di “pressioni” da parte degli Studios. Come ha rivelato il LA Times, infatti, i membri dell’organizzazione sarebbero stati più volte influenzati con viaggi superlusso sui set per fare in modo che si avesse un “occhio di riguardo” per le pellicole.

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A seguito dell’articolo e delle conseguenti polemiche, la Hollywood Foreign Press ha annunciato un piano di riforme che prevedono, tra l’altro, l’aumento del 50% del numero dei propri membri entro il prossimo anno e mezzo e l’assunzione di consulenti per la diversità, oltre a restrizioni sui doni da parte degli Studi e sui pagamenti che i membri hanno ricevuto finora per far parte dei suoi comitati.

Questo piano di cambiamento non sembra però aver placato gli animi. Molte star, oltre ai vertici delle principali piattaforme (Netflix e Amazon), hanno giudicato inaccettabili i tempi (18 mesi) e i contenuti della riforma dell’associazione. I colossi dello streaming si sono tirati indietro chiedendo misure più significative sul fronte delle membership e delle regole etiche. Posizione sostenuta anche dalla NBC, emittente televisiva che trasmette la premiazione e che si è defilata dichiarando di non voler più trasmettere la cerimonia.

“Continuiamo a credere che la HPFA voglia intraprendere riforme significative. Ma cambiamenti di questa grandezza richiedono tempo e lavoro e pensiamo fermamente che l’associazione debba fare le cose per bene. Per questo non manderemo in onda i premi 2022 ma pensiamo di poterlo fare nel gennaio 2023”.

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Questo significa per la HPFA perdere il principale sponsor, l’unico in grado di sostenere le spese organizzative dell’evento. L’organizzazione ha fatto finora affidamento sulla rete, che versava 60 milioni di dollari all’anno per assicurarsi i diritti di trasmissione. Nel 2018 aveva rinnovato il contratto con la Dick Clark Produtions per trasmettere lo show fino al 2026, per cui ora non è chiaro se questoverrà sospeso o se il network dovrà comunque pagare i 60 milioni programmati per il 2022, pur non trasmettendo la trasmissione.

Alla protesta si sono uniti anche molti attori dello Star Sistem americano, tra queste Scarlett Johansson, Mark Ruffalo e Tom Cruise, che con un gesto clamoroso ha restituito i tre premi ricevuti per le pellicole Jerry Maguire, Magnolia e Nato il quattro luglio.

La vera domanda, quella che resta sospesa è: come mai Hollywood ci ha messo così tanto a prendere posizione su un tema che è sempre stato il segreto peggio costruito dell’ambiente cinematografico, e che spesso è stato oggetto di discorsi di intrattenimento durante la ricezione dei premi? A quanto pare però, la conseguenza più influente rimane la perdita di “importanza” del premio dopo la pubblicazione del reportage sul Los Angeles Time, ad oggi la vittoria di un Golden Globe potrebbe non essere più simbolo di eccellenza e prestigio, avendo grosse conseguenze sugli incassi e la promozione delle pellicole. E questo potrebbe decretare la cancellazione definitiva dei premi.

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In arrivo nelle sale “Morrison” di Federico Zampaglione: una storia di vita, amicizia e speranza

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Arriva nelle sale a partire dal 20 maggioMorrison, opera diretta da Federico Zampaglione e liberamente tratta dal suo romanzo Dove tutto è a metà, scritto insieme a Giacomo Gensini e pubblicato da Mondadori. Una storia di vita, amicizia e speranza, che mette a confronto due vite diverse ma legate dalla grande passione per la musica: Lodo, giovane e pieno di grandi sogni da dividere con la sua band, interpretato da Lorenzo Zurzolo (Baby, Sotto il sole di Riccione), e Libero, una ex rockstar in cerca del grande rilancio, interpretato da Giovanni Calcagno (Il primo Natale, Il traditore).

Nel cast anche Carlotta Antonelli (Bangla, Suburra – La serie) e Giglia Marra (Una serata speciale, Squadra antimafia – Palermo oggi), oltre all’amichevole partecipazione di Riccardo De Filippis (Giorni, Romanzo criminale) e la partecipazione di Adamo Dionisi (Suburra, The Shift). Morrison è una produzione Pegasus Entertainment e QMI in collaborazione con Vision DistributionSky Amazon Prime Video, prodotto da Ilaria Dello Iacono e Martha Capello e sarà distribuito a partire dal 20 maggio 2021 da Vision Distribution. Online è disponibile il trailer ufficiale.

Sinossi

Lodo ha vent’anni e vive le difficoltà della sua età, tra un difficile rapporto con il padre e il tentativo di conquistare Giulia, la sua coinquilina di cui è follemente innamorato. Si esibisce con i MOB, una band indie, in un leggendario locale romano: il Morrison. Un giorno, casualmente, la strada di Lodo incrocia quella di Libero Ferri, ex rockstar dalla carriera in stallo, che cerca di ritrovare il successo ma finisce per chiudersi sempre di più in se stesso, trascurando la bella moglie Luna e vivendo isolato nella sua lussuosa villa piena di ricordi. Tra sogni, fallimenti, amicizia, amori tormentati e curiosi personaggi, il loro incontro diventerà uno stimolo reciproco ad andare avanti, ma a tratti anche un difficile confronto tra generazioni e modi di essere molto diversi.

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Infortunio per De Niro in Oklahoma, ma le riprese del film di Scorsese non si fermano

Infortunio per Robert De Niro mentre era impegnato in Oklahoma per il nuovo film di Martin Scorsese, il noir “Killers of the Flowers Moon”. L’incidente non è accaduto sul set o durante le riprese

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Infortunio per Robert De Niro mentre era impegnato in Oklahoma per il nuovo film di Martin Scorsese, il noir “Killers of the Flowers Moon”. L’incidente non è accaduto sul set o durante le riprese e l’attore è tornato a New York per farsi visitare. Nessun problema per le riprese, in quanto gran parte del lavoro dell’attore è stato già svolto e non ci sono appuntamenti per lui programmati prima di tre settimane.

Il film, come ricorda l’agenzia Ansa, è tratto dal bestseller di David Grann ed è ambientato nel 1920 in Oklahoma. Si rievoca la serie di oltre 60 fra omicidi e scomparse avvenuta tra il 1921 e il 1926 di nativi americani appartenenti alla Osage Nation, in una zona ricca per la presenza nel territorio del petrolio. Crimini noti anche come il regno del terrore di Osage. La storia ripercorre anche l’indagine intergovernativa sui fatti, cui prese parte l’Fbi.

Il film vede Leonardo Di Caprio nei panni di Ernest Burkhart, e Lily Gladstone nel ruolo di Mollie Burkhart, una donna di etnia Osage che si innamora di Ernest. Nel cast di anche Jesse Plemons, Tantoo Cardinal, Cara Jade Myers, JaNae Collins, Jillian Dion, William Belleau, Jason Isbell, Louis Cancelmi, Scott Shepherd, Sturgill Simpson.

La sceneggiatura è scritta da Eric Roth e dallo stesso Scorsese.

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