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Interviste

È uscito “Biglietto per il Purgatorio” di Duccio Fumero: corsi e ricorsi storici sullo sfondo di una storia noir…

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Da qualche giorno è uscito “Biglietto per il Purgatorio“, primo romanzo di Duccio Emanuele Fumero, giornalista e blogger, blogger e giornalista o un blogger-giornalista, come ama scherzosamente definirsi. Da sempre appassionato di politica e della storia recente del nostro Paese, gestisce inoltre il primo blog d’informazione professionale sul rugby. Dopo due racconti già pubblicati, arriva finalmente anche l’esordio come “scrittore su lunga distanza”…

Ciao, Duccio, e benvenuto su The Walk Of Fame. E’ da poco uscito “Biglietto per il Purgatorio”, il tuo primo romanzo. Con l’editoria già in crisi e l’emergenza sanitaria in itinere, la scelta di dare alle stampe un libro è davvero molto coraggiosa…

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Effettivamente questo non è il periodo migliore per chi vuole lanciarsi in una nuova avventura, ma forse proprio l’emergenza ha dato una spinta all’uscita del mio libro. Il lockdown forzato mi ha dato modo di sistemare un’opera che era lì nel cassetto a prendere polvere e al mio editore, Lupi Editore, di scegliere di scommetterci proprio in questo periodo.

“Biglietto per il Purgatorio” è in tuo primo lavoro editoriale, a eccezione di alcuni racconti precedentemente pubblicati. Quali differenze hai trovato – in termini di approccio – nella sua stesura?

All’apparenza scrivere è sempre scrivere, che sia un articolo di giornale, una poesia, un racconto breve o un romanzo. Ma, invece, parliamo proprio di mondi diversi. Io avevo già scritto e pubblicato un paio di racconti brevi, sempre thriller, ma non mi ero mai cimentato con un romanzo. Diciamo che, al di là dei tempi di scrittura, la grande differenza è che un racconto sgorga immediato dalla penna, in un flusso di idee immediato e dall’incipit alla fine è tutta una tirata. Un romanzo, anche se l’idea di base c’è, è un lavoro più certosino, devi far crescere i personaggi, dar loro una forma, un carattere. Poi, almeno nel mio caso, c’è stato dietro anche un grande studio della storia, così come dell’urbanistica di un paio di città per poter raccontare la storia nella maniera più credibile e reale possibile.

Quali, invece, le difficoltà nel raccontare una storia che richiedere canoni stilistici e narrativi differenti rispetto al settore che normalmente tratti, che è quello sportivo?

Qui, devo dire, che le difficoltà sono state minori. Quando posso, infatti, anche il mio stile giornalistico vuol essere ironico, giocando sulle parole e divertendo il lettore oltre a informarlo. Il mio romanzo è così, un mix di avventura, di giallo, storia, ma anche tanti giochi di parole e battute.

La trama dell’opera è di chiaro stampo noir. Ti sei ispirato a qualche accadimento in particolare oppure è tutto frutto della tua fantasia letteraria?

Il sottotitolo del romanzo è “Ustica-Bologna: andata e ritorno”, quindi è facile immaginare a cosa volgeva il mio sguardo quando ho messo mano al libro. Anche se è un noir che si svolge ai giorni d’oggi la storia giocoforza fa dei balzi temporali, almeno nella descrizione degli avvenimenti, a 40 anni fa. Molto di quello che racconto è verità storica, altro è frutto della mia fantasia letteraria, o – almeno – è una versione alternativa di quello che ci è stato raccontato in questi anni.

Sullo sfondo della storia sono richiamati due episodi drammatici e controversi della storia italiana: le stragi di Bologna e di Ustica. In entrambi i casi la verità ancora stenta a venire a galla. Perché proprio questi due episodi?

Come dici tu, nonostante siano passati 40 anni la verità ancora stenta a venire a galla. Nei ringraziamenti finali del mio romanzo ringrazio anche i governi italiani, i servizi segreti (anche quelli deviati) e tutti quelli che in 40 anni non ci hanno permesso di sapere tutta la verità. Come dico, grazie a loro anche noi scrittori possiamo raccontare verità fantasiose e apparire credibili come loro.

Possiamo affermare che la forza di una storia noir sia quella di trarre spunto da elementi di spaccato quotidiano tali da essere rielaborati e rivisitati in chiave personalistica?

Assolutamente sì. Il mio romanzo è un noir, ci sono morti, minacce, c’è la componente storica e politica, ma tutto mixato e rivisitato con quello che sono io. Dal protagonista, Gabriele, alle ambientazioni fino a quelle che sono le mie personali opinioni su questi avvenimenti della storia, tutto si mescola come in un cocktail all’interno del libro.

Viviamo la più grave crisi sanitaria da un secolo a questa parte, la più grave crisi economica dal 1929 e la più grave crisi sociale dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. In più tu sei di Milano, città tra le più colpite dal Coronavirus. Ci sono elementi a sufficienza per scrivere un nuovo romanzo?

Perché, non è già un romanzo quello che stiamo vivendo? Un horror cupo, reso ancora più cupo sia dall’incertezza della scienza davanti al virus sia dal sensazionalismo della stampa che passa dal tranquillizzare tutti a spaventarli. Al di là degli scherzi, nella testa mi è frullato qualcosa che riguardasse il periodo storico che stiamo vivendo, ma non credo sia facile. Il rischio è buttare tutto in caciara, trasformando il romanzo in uno dei quei kolossal catastrofistici di Hollywood. Gli elementi ci sono, forse però è meglio evitare gli istant-book che rincorrono l’attualità e far decantare e passare questo momento che è veramente difficile.

Come credi che ripartirà il mondo della cultura e anche dell’editoria dopo queste settimane drammatiche? Di cosa si avverte un bisogno primario?

Di vivere. Il lockdown aveva validissimi motivi, il dramma sanitario che ci ha colpito – soprattutto qui in Lombardia – andava combattuto con forza. Ma bisogna ripartire. Sia da un punto di vista economico sia, penso ancor più importante, da un punto di vista della socialità, pensando anche alle difficoltà psicologiche che questi mesi si lasceranno dietro. Il mondo della cultura e l’editoria sono stati tra i più colpiti, visto che già non se la passavano benissimo, e rischiano veramente grosso. Ma, forse, proprio la fame di vita, di socialità, di vivere che abbiamo e che avremo nei prossimi mesi potrebbero essere lo spunto per far rinascere anche la cultura e l’editoria in Italia.

Prima di chiudere, una domanda rivolta al Duccio giornalista: come giudichi il lavoro svolto dal mondo dell’informazione durante questa emergenza? Quale sarà, invece, il suo ruolo nell’immediato futuro?

Prima ero stato più diplomatico e ho parlato di sensazionalismo. Io temo che il mondo dell’informazione abbia fatto un pessimo lavoro in questi mesi, con una comunicazione al limite del terroristico, ma anche con notizie in netto contrasto tra loro. Non c’è stato un filtro, un rallentamento del flusso informativo, ma si rincorreva lo scoop. Così abbiamo trovato su giornali o siti nazionali due notizie opposte, messe lì una accanto all’altra. Questo non ha aiutato i cittadini a capire cosa stesse succedendo e non ha aiutato a vivere con maggior tranquillità mentale un periodo oggettivamente difficile.

Lascio a te lo spazio per salutare i nostri lettori …

Ringrazio te e i tuoi lettori per l’ampio spazio che mi hai dedicato e hai dedicato al mio romanzo. Non so se né io né il mio libro meritino quest’attenzione e spero che, se avrò acceso la curiosità in qualcuno, chi leggerà “Biglietto per il Purgatorio” non ne resti deluso. Lo confesso, io l’ho riletto appena pubblicato e sì, mi è piaciuto.

Biglietto per il Purgatorio – Sinossi:

Gabriele Donchi è un trentenne senza molta voglia di lavorare. Fuori corso all’università, si dedica a lavoretti saltuari ma preferisce concentrarsi sulle serate in birreria e sulla caccia di ragazze. Una sera, mentre è al pub, è testimone del suicidio di un vecchio barbone. L’uomo, però, prima di morire gli chiede di trovare sua figlia che non vede da anni e chiederle scusa.

Quella che sembra una richiesta strana, ma tutto sommato banale, si trasforma velocemente in qualcosa di ben diverso. Da quel momento, infatti, Gabriele si ritrova coinvolto in una ricerca sulla verità che ha portato l’anziano suicida ad abbandonare 25 anni prima la figlia e a diventare un barbone. Una verità che affonda le radici negli anni di piombo, nelle stragi di Bologna e Ustica, nella collusione tra politica e giustizia. Gabriele, assieme ai suoi amici, si trova coinvolto suo malgrado in un’avventura politica, dove il passato ritorna pericolosamente d’attualità, con troppe persone che vogliono che quello che successe allora resti nel passato.

Gabriele, da sempre disinteressato di politica e storia, tra una birra e un’avventura sentimentale si trova così a confrontarsi che vecchi fascisti, vecchi comunisti, ex agenti dei servizi deviati, contestatori degli anni ’70 diventati famosi avvocati e due stragi ancora senza una risposta. La politica si mischia alla storia, la cronaca nera a quella politica, in un giallo ironico che passa dagli anni ’70 a oggi.

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

Interviste

Alan+: dopo 11 anni torna la “spoken word music”. L’intervista esclusiva

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Spoken Word Music: ossia narrare un testo su una trama musicale. Uno stile, questo, insolito quanto unico nel suo genere, poiché permette di uscire dagli schemi e dai rigidi stilemi della rima e della metrica. Gli ALAN+, duo composto da Tony Vivona e Alessandro Casini, hanno fatto loro questo approccio, elaborandolo e modellandolo sulla loro proposta musicale. Un processo che, dal debutto del 2010 al qui presente secondo album Anamorfosi, non ha mai smesso di rinnovarsi. Per gli ALAN+ la musica è un medium, una forma di comunicazione attraverso la quale l’ascoltatore viene catapultato su un’altra dimensione.

Merito di tutto ciò è il genere proposto: post-rock elettronico dal quale emerge una forte vena ambient ed elettronica. Ma per capire meglio il ritorno dei due artisti dopo 11 anni, ci siamo rivolti direttamente a loro. Attraverso questa chiacchierata con gli ALAN+ esploreremo più da vicino Anamorfosi e la particolare musica proposta dal duo. Buona lettura!

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Ciao ragazzi e benvenuti su The Walk Of Fame Magazine, è un piacere. Il 14 maggio è uscito Anamorfosi, il vostro secondo album. Un lavoro molto diverso rispetto al debutto del 2010, e immagino che questi 11 anni siano serviti per rinnovare la vostra proposta musicale. Cosa potete dirci a riguardo? Come è nato questo disco?

Alessandro
Ciao a tutti e grazie dell’invito. Sì, 11 anni non sono pochi. In un lasso di tempo così ampio cambiano molte cose: i punti di vista e anche noi stessi, è inevitabile. Non sono stati anni dedicati esclusivamente ad ALAN+. Sia io che Tony abbiamo lavorato ad altri progetti molto diversi da, ma alla fine tutta l’energia e le esperienze fatte in altri ambiti sono state lo stimolo e la spinta per fare questo nuovo album.

Anamorfosi lo definirei un disco introverso ed ipnotico ma con una grande potenza evocativa, frutto di un’esplorazione più viscerale della musica. Cosa volete comunicare con questo album?

Tony
Scrivere per me è una vera e propria esigenza. I testi mi nascono nelle circostanze più disparate e spesso non hanno una immediata collocazione. Scrivo molto, spinto dal desiderio di fermare nero su bianco momenti importanti del mio vissuto, o riflessioni che nascono dal mio osservare i comportamenti altrui. La musica invece nasce spesso dopo le parole e anche se apparentemente ha un ruolo funzionale al testo, in realtà ha il suo preciso sviluppo che genera quella che tu definisci giustamente una ‘grande forza evocativa’.  Sommando quindi le due componenti, e con la mediazione del nostro confronto di musicisti, otteniamo una sorta di entità a se stante (l’insieme delle singole tracce) che racconta anche a noi che abbiamo scritto qualcosa che non sapevamo. Vorremmo che fosse proprio questo a passare: il racconto di ciò che, fino a che il disco non è finito del tutto, nemmeno noi conosciamo al cento per cento.

All’interno di una struttura che vede come protagonisti il synth, la chitarra e le basi elettroniche, si staglia la voce di Tony che non canta, ma racconta, quasi sciogliendosi all’interno delle melodie. Perché questa scelta di esplorare la spoken word music?

Tony
Non si tratta in realtà di una esplorazione per noi. In altri progetti precedenti, compreso anche il nostro primo disco, nonché il CD Puro Nylon realizzato a nome Casini-Nistri-Vivona, abbiamo utilizzato il parlato. Ancora prima, alla fine degli anni ’90 e anche successivamente quando si è presentata l’occasione, abbiamo spesso fatto delle performance di musica improvvisata e recitazione di testi, nostri, ma anche di autori famosi. Ci piace molto lo spoken word perché permette di esprimersi senza la restrizione della classica struttura in cui obbliga la canzone: rima, metrica, ritornello. In Anamorfosi comunque la componente melodica è ampiamente presente nelle parti strumentali.

La vostra è una musica che fonde musica elettronica, ambient (spesso dissonante) e post-rock. Quali sono le vostre principali fonti di ispirazione?

Alessandro
Abbiamo ascolti molto variegati e diversi ma su certi artisti siamo totalmente in accordo. Primo tra tutti Nick Cave (anche nel progetto Grinderman), poi Mogwai, Einstürzende Neubauten, Low, The Cinematic Orchestra. Con il senno del poi, mi rendo conto che questi ascolti hanno inconsciamente influenzato il sound di Anamorfosi. Le dissonanze, poi, sono frutto di uno studio accurato sugli strumenti, sia per ottenerle che per inserirle correttamente negli arrangiamenti. Personalmente dedico molto tempo alla ricerca di sonorità estreme e su come riprodurle. Ne ho fatto anche un mini album dal titolo Vibroplettri e sto lavorando al suo seguito.

La pandemia ha in qualche modo influito sul vostro modo di approcciarvi alla musica?

Alessandro
Questa pandemia ha cambiato le abitudini di tutti noi. Il fatto di non poterci incontrare però non ci ha fermato. Abbiamo lavorato a distanza scambiandoci file audio. Per certi versi è stato un stimolo maggiore per andare avanti a dispetto di un mondo che si era fermato. Un esempio ne è il brano Collisioni, nato proprio da un riff di chitarra messo in reverse e spedito a Tony che lo ha completato con basso e testo. Certo, tutto ciò va bene per una situazione provvisoria e non può essere la normalità. La musica è condivisione, confronto, unione, non può essere distanziamento.

Porterete in live Anamorfosi, oppure vi concentrerete su altri progetti, magari qualche collaborazione? Potete anticiparci qualcosa?

Tony
Sì, faremo dei concerti appena sarà possibile, in duo, con l’ausilio di basi ma solo in alcuni brani. Basso chitarra e voce saranno i protagonisti e stiamo lavorando per dare spazio anche a momenti di improvvisazione. Io e Alessandro siamo anche componenti della band Le Jardin Des Bruits, con la quale abbiamo appena finito di registrare il nuovo disco. Anche in questo caso si tratta di un secondo episodio (il primo è Assoluzione). Inoltre come ALAN+ abbiamo realizzato la colonna sonora, che a breve pubblicheremo, per una serie video (on demand su YouTube) di nome S.A.L.I.G.I.A. con altrettanti monologhi teatrali sui sette peccati capitali, prodotta da Live Art di Borgo San Lorenzo e già disponibile in rete.

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Interviste

Follia e calma nel primo Ep dei 43.Nove: intervista al duo versiliese

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I 43.Nove sono una giovanissima realtà nata durante il periodo del lockdown. Il duo versiliese è composto da Elia Fulceri e Cristiano Giannecchini e propone uno stile tutto suo, frutto del lavoro di entrambe le menti. Il 19 aprile i 43.NOVE hanno pubblicato il loro primissimo Ep Storia di un uomo per Bonnot Music, anticipato dal singolo Immagini. Un disco nel quale follia, insicurezze e, in breve, il viaggio della vita, si fondono accompagnando l’ascoltatore all’interno di un mood tutto particolare.

Possiamo quindi dire che quella dei 43.NOVE sia una musica concettuale che fa emergere la personalità del duo senza filtri, così com’è. Ed è per questo motivo che abbiamo scambiato con Elia e Cristiano qualche parola. Insieme cercheremo di approfondire il loro background musicale ed il messaggio che si nasconde dietro a Storia di un uomo. Ecco a voi l’intervista ai 43.NOVE. Buona lettura!

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Ciao ragazzi e benvenuti su The Walk Of Fame Magazine. Il 19 aprile è uscito Storia Di Un Uomo il vostro primo Ep. Come è nata l’idea? A cosa vi siete ispirati durante la scrittura?

Alla scrittura di Storia di un Uomo abbiamo abbinato un’estate, quella passata, all’insegna del vivere una vita accettando e lottando davanti a tutto quello che ci veniva incontro, di conoscerci e conoscere il rapporto che la musica ha con il territorio da cui veniamo. Ci ha sorpresi la velocità con cui andavano le cose e soprattutto quanto ci stessimo scoprendo noi stessi come musicisti e scrittori. Abbiamo riversato tutto lì dentro, investito le nostre energie e anche un gran pezzo di cuore, soprattutto nelle due sale prove che frequentiamo.

Il vostro è un progetto giovane, nato durante il lockdown, eppure si percepisce già un lavoro di squadra notevole. A cosa si deve questa particolare intesa?

Beh anche se ufficialmente il progetto è nato solamente un anno fa, in realtà io [Cristiano, ndr] ed Eli è dai tempi di scuola che suoniamo insieme. La prima volta che l’ho visto in vita mia aveva la chitarra in mano e stava suonando i Red Hot. Amore a prima vista.

Storia Di Un Uomo è un lavoro introspettivo nel quale emerge un costante incontro-scontro tra follia e calma. Direi quasi una voglia di evadere ma allo stesso tempo restare con i piedi per terra. Qual è il messaggio che volete mandare a chi vi ascolta?

Questa è una bellissima, e giustissima interpretazione, perché noi siamo così: il risultato di questa battaglia duale che ci scaraventa a terra o ci fa volteggiare nell’aria. Le cose belle stanno in quei piccoli momenti di equilibrio in cui tutto tace, e si ritrova nell’intimità quasi un senso di imbarazzo per essersi accorti che in quell’ esatto momento sta succedendo qualcosa dentro di noi. Il nostro messaggio è questo, ma anzi tutto è un promemoria per noi stessi: rimanere attenti per aspettare di viversi questi momenti.

Irriverenti e sfacciati ma al contempo profondi e con degli ideali. Possiamo dire quindi che i 43.NOVE siano la concretizzazione della personalità di Cristiano Giannecchini ed Elia Fulceri?

Mah può essere dai. Alla fine siamo noi, però ogni tanto mi piace pensare che sia una cosa anche un po’ più grande delle nostre personalità. Così che la possiamo vedere anche per cercare degli insegnamenti e delle risposte. Ci aiuta.

Dicevamo prima come il progetto 43.Nove abbia visto la luce durante il lockdown. Quanto ha influito quel periodo sulla vostra musica?

Ha influito tanto sulle nostre persone e di conseguenza sulla musica. Era un periodo in cui  eravamo lontani, sia fisicamente che umanamente, siamo cresciuti, abbiamo iniziato a scrivere in italiano, io [Cristiano, ndr] ho iniziato a pubblicare, lui [Elia, ndr] veniva da un anno a suonare in giro per i locali di Londra. Il giorno che ci siamo rivisti, mi pare il 5 maggio 2020, dopo due ore abbiamo scritto Storia di Uomo che poi ha dato il nome a questo progetto.

Avete intenzione di pubblicare un album completo più in là? Potete darci qualche anticipazione sul futuro del progetto?

Ovviamente quello è l’obbiettivo, l’album sarà un po’ il nostro punto di partenza nella musica, quindi vogliamo lavorarci tanto e soprattutto bene. Fare qualcosa che in Italia non c’è o almeno che non è sotto i riflettori, dare importanza agli strumenti facendolo nel modo giusto, sempre coscienti che siamo figli della nostra epoca, ma con un distacco che deve esserci per forza se vuoi creare una controcorrente. Stiamo andando verso un sound. Ne sentirete delle belle.

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Interviste

Camille Cabaltera si racconta: dall’esordio a 13 anni al singolo per la Disney

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Camille Cabaltera è una giovane cantante italiana, tra i nomi di punta degli artisti emergenti. Nata il 30 ottobre 1999 a Manila (Filippine) e trasferitasi qui in Italia da bambina, la cantante è da sempre immersa nella musica. Il suo esordio inizia prestissimo, all’età di 13 anni, quando per la prima volta debutta a su Rai Uno a Ti lascio una canzone. Ma per Camille Cabaltera non è che l’inizio di una carriera musicale che la porterà lontano. Molto lontano. Dal palco di X-Factor fino a Sanremo Giovani, la ragazza ha scalato diverse classifiche italiane con la sua musica. Nel 2021, poi, arriva il grande traguardo. Il 16 aprile Camille Cabaltera pubblica Scegli, la versione italiana del brano Lead The Way presente nel film Disney Raya e l’ultimo drago.

Per l’occasione abbiamo scambiato qualche parola con l’artista, cercando di approfondire meglio il suo background e la sua straordinaria capacità musicale. Ecco quindi una breve intervista a Camille Cabaltera, alla quale facciamo i migliori auguri per la sua carriera. Buona lettura!

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Ciao Camille e benvenuta su The Walk Of Fame Magazine, è un piacere. Lo scorso 16 aprile è uscito il tuo singolo Scegli, riadattamento in italiano del brano Lead the Way di Jhené Aiko presente nella colonna sonora del film Disney Raya e L’ultimo Drago. Vuoi raccontarci come tutto è iniziato?

Tutto è iniziato da un email. Verso dicembre 2020 mi hanno contattato chiedendomi se mi facesse piacere far parte di questo progetto. Io essendo una fan di Disney non ho esitato di dire si.

La musica è parte integrante della tua vita fin da piccola. Canti, suoni il pianoforte, la chitarra ed il violino. Com’è nato questo amore? Cosa ti ha spinto a dedicarti così attivamente alla musica?

Nella mia famiglia la musica è sempre stata presente. Nelle nostre feste il karaoke non manca mai e anche mia mamma mi ha sempre spinto verso questa direzione. Diciamo che crescendo ho capito quanto mi piacesse farlo veramente come lavoro perché non mi sembra di lavorare quando sono sul palco. Mi diverto.

Hai debuttato all’età di 13 anni su Rai Uno a Ti lascio una canzone, in cui hai duettato con professionisti del calibro di Luca Barbarossa, Anna Tatangelo e Annalisa Minetti. Inoltre nel 2017 hai partecipato ad X-Factor. Ti eri già esibita dal vivo quando eri più piccola?

Si ho iniziato a cantare all’età di 3 anni. A parte le feste in famiglia facevo anche concorsi locali, audizioni etc. Forse è per questo che mi sento a mio agio sul palco. Perché ci sono sempre stata! 

Dal 2017 in poi la tua carriera di artista ha raggiunto dei traguardi veramente notevoli. Il tuo singolo di esordio, Worth It, è stato tra i più venduti in Italia. Poi ancora nel 2018 con Every time you’re here hai spiazzato le classifiche, e nel 2019 sei arrivata sul palco di Sanremo Giovani. Ti saresti mai aspettata di arrivare così in alto? Che sensazioni provi?

Allora, in realtà ho avuto alti e bassi. Il singolo nel 2018 non ha fatto successo e Sanremo Giovani sono entrata nei 60 ma non nei 20. Quindi io personalmente sto ancora puntando in alto, ma sono sicura che le cose succedono sempre nel momento giusto.

Camille, sei originaria di Manila (Filippine) e parli ben tre lingue. Possiamo quindi dire che sei una cantautrice internazionale che ha avuto la fortuna di venire a contatto con diverse realtà. Questo ha influito sulla tua musica?

Sicuramente. Le mie canzoni sono un misto di sound diversi. Mi influenzano le Filippine, l’Italia, gli Stati Uniti, l’Inghilterra ma anche la Corea Del Sud. 

Hai intenzione di pubblicare un album completo? Puoi dirci qualcosa in merito ai tuoi piani per il futuro?

Album completo sarebbe la cosa più ideale, ma per ora ho altri piani che purtroppo non posso ancora svelare. Quindi vi invito a seguirmi sui social dato che presto annuncerò li i miei progetti.

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