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Beyoncé gira “Black is king” e noi non sappiamo che farcene

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Accade spesso nel corso delle epoche che si inneschino sotto i nostri occhi dei processi, artistici o politici o sociali, che viviamo in presa diretta ma di cui ci sfugge l’origine. Quando sono iniziati? Ricordiamo le polemiche femministe che sono tutt’ora una parte rilevante del dibattito pubblico internazionale, ma sapremmo dire con certezza qual è stata la miccia?

Succede lo stesso con le battaglie afroamericane. Esistono da sempre ma ogni volta sembra che riciclino se stesse. Si spengono, si riaccendono. Sempre per motivi diversi, però accomunate da slogan pressoché simili ed esiti non sempre felici. Su George Floyd si è scritto ormai di tutto, inutile aggiungere una parola.

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Però i risultati di queste battaglie secolari e che allo stesso tempo ci appaiono sempre contemporanee esistono e si riciclano perché una causa per essere rumorosa dev’essere collettiva, e per essere collettiva dev’essere tanto commerciale da diventare inattendibile. Così si possono ottenere dei risultati politici, qualche nuova legge più progressista, ma è un risultato incerto.

È certo invece che allargare il target porta a una deriva mainstream della protesta, e quanto possa essere nocivo è presto spiegato: su Disney + è disponibile l’album visivo di Beyoncé, intitolato “Black is King”, che racconta a una generazione molto giovane e spesso impreparata cosa significa essere neri, quale civiltà culla la cultura afroamericana.

Il progetto era iniziato un anno fa, quando con “The Gift”, l’album di Beyoncé dedicato al live action Disney de Il Re Leone – di cui Black is King è una rilettura in carne ed ossa – la stella di Houston ci aveva spiattellato in faccia 50 minuti di afrobeat, mentre la Disney chiamava a raccolta un po’ di afroamericani a cantare qualche canzoncina, come dei baluba. Gente che non ha mai visto l’Africa probabilmente, ma i bonghi li saprà suonare, si saranno detti. Con “Black is king” arriviamo a un livello successivo.

Se questo fosse un post su Twitter potremmo dire in due parole: una compagnia neonazista ha prodotto un film sul potere afroamericano. Avremmo superato le soglie del postmodernismo e saremmo probabilmente di fronte alla nascita di un’avanguardia. Invece la Disney si deve solo allentare la cravatta per mandare giù il boccone indigesto, perché se non si adegua non vende – un po’ di potere ce l’ha ancora su Star Wars, dove i neri stanno con i neri e i bianchi con i bianchi –, serve un ritorno d’immagine e sa che quello del black-power è un tema caldissimo.

Nel visual album c’è un giovane re, nato in Africa ma strappato alla propria terra quando è ancora un poppante per ritrovarsi in un mondo di corruzione, ma è sempre guidato dal candore della propria terra madre e dalla luce degli antenati. Insomma, Il Re Leone. Questa però non è animazione: voglio credere che tra leoni le cose accadano con una linearità più semplice, ma la storia dei popoli africani è leggermente diversa. Per esempio: che fine ha fatto quella complessa pluralità di villaggi, tribù, culture radicalmente distinte presenti in tutto il continente africano?

C’è una comunità, un piccolo villaggio di gente indistinta che si spreca per portare in scena tutti gli stereotipi legati a un immaginifico passato regale e austero. La diaspora africana qui è un passaggio di impoverimento: si lascia un continente glorioso per raggiungere una terra blasfema che ha dimenticato i valori degli ancestrali antenati. Difficile non pensare a quelle pagine di storia in cui gli stessi sovrani africani vendevano per pochi soldi i propri sudditi e cittadini ai conquistatori.

Beyoncé si carica da sola del significato centrale dell’epopea: la sua bellezza esaltata dai movimenti sinuosi della danza e dai costumi elegantissimi curati da Zerina Acker sono uno sfoggio di ricchezza e un’esaltazione dell’estetica occidentale, ma applicata al contesto africano sembrano uno strumento per conferire una raffinata dignità a un continente che non può essere tinteggiato, per ragioni commerciali e ideologiche, nella sua forma reale.

Insomma, l’Africa sì, ma che resti Disney. Il risultato è simile a quello di Black Panther, dove si ipotizzava che il massimo miracolo tecnologico raggiungibile da una popolazione africana – il Wakanda – avesse avuto in ogni caso la paglia come tetto degli edifici e un sistema di successione al trono a colpi di mazze e pietre. Qui siamo a un livello successivo: c’è l’invito a riscoprire certi canoni estetici e un sistema di valori che però viene sostituito dall’omologazione estetica del glamour che mette tutti d’accordo e dall’omissione di fatti storici rilevanti, se si vuole raccontare una realtà per quella che è.

Pescarese, classe 1998. Unico laureando in lettere a non aver ancora scritto la propria autobiografia. Interessi: le cose frivole, le chiacchiere a vuoto, gli scrittori comodi, il cinema popolare, i videogiochi. In un'altra vita è stato un discreto detective privato.

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Il mito intramontabile di Grease, simbolo della rebel generation

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Grease fil John Travolta Hoolywood

Generazioni e generazioni hanno rischiato di rimanere senza capelli per imitare John Travolta. Lui e la sua combriccola con giacchetti di pelle e litri di brillantina. Quella “grease” che ha dato il titolo al musical forse più famoso di sempre. Sicuramente il più longevo e apprezzato anche dai ragazzi di oggi. Chi non ha provato a fare un movimento “anca-bacino” sulle note di “Greased Lightning” ? In ogni villaggio vacanze che si rispetti almeno uno spettacolo dell’animazione è sempre stato ripreso da uno spezzone di questo film.

Brillantina, gelatina o cera che fosse, sono stati milioni i ragazzi che hanno provato a pettinarsi come Danny Zucco. 

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Risultati del pubblico a parte, lo stile del giovanissimo Travolta ha fatto la storia. Jeans, chiodo e atteggiamento da un lato spaccone. Un duro, amante dei motori e delle donne. Ma in grado di sciogliersi solo davanti a Sandy. La bella australiana conosciuta durante l’estate.

Come ogni bulletto che si rispetti Danny non poteva lasciar trasparire i suoi sentimenti verso di lei. Però, come in ogni storia d’amore che si rispetti, alla fine sarà proprio Cupido a trionfare.

Il tutto in un trionfo di canzoni travolgenti, balli e galloni di “grease”.

Il 16 giugno del 1978 usciva nelle sale cinematografiche americane questo splendido musical che ancora oggi, quando viene trasmesso in TV, tiene incollati al divano generazioni di ogni età.

GREASE NONOSTANTE LE POLEMICHE

Nonostante la cancel culture abbia provato ad additarlo come “sessista e razzista” il successo di questo film non è venuto meno.

Continua a rappresentare un simbolo, una favola in carne e ossa. Quell’amore estivo, nato al tramonto in spiaggia, sognato da milioni di ragazze in attesa del principe azzurro. O di un macho in decappottabile e sigaretta sempre accesa. 

Un film del 1978 ambientato negli anni ‘50. Impossibile non contestualizzarlo. Inutile, quanto stupido, fare il contrario. La stessa Olivia Newton John zittì le polemiche affermando che “è solo un film. È una storia degli anni Cinquanta, anni in cui le cose erano sensibilmente diverse. Tutti dimenticano che, alla fine, anche lui cambia per lei. Sandy è solo una ragazza che ama un ragazzo, e pensa che se proverà a cambiare, riuscirà nel suo intento. È una cosa abbastanza reale. Le persone lo fanno l’una per l’altra. E’ solo una divertente storia d’amore”.

Ed è stato proprio questo a far appassionare il pubblico. Attratto dai movimenti, dai canti, dal carattere di Danny Zucco. Dalla bellezza di Sandy Olsson. Dalla leadership di Rizzo che sotto quell’aria matriarcale nascondeva un bisogno di essere considerata una ragazza adolescente. E quante giovani donne hanno imitato le Pink Ladies. Quelle studentesse vestite uguali, un po’ ribelli e un po’ bambine. 

Perché “Grease” è stato questo. La trasposizione cinematografica del musical omonimo. Ma soprattutto una perfetta rappresentazione, almeno agli occhi del pubblico, dei “favolosi” anni ‘50. Il decennio in cui le star del cinema a stelle e strisce invasero le copertine delle riviste femminili. Da Marilyn Monroe alla piccola Audrey Hepburn, la cui immagine è legata a doppio filo con quel giro in Vespa insieme a Gregory Peck in “Vacanze romane”.

A distanza di 43 anni “Grease” continua a resistere nelle classifiche dei film più visti e apprezzati. E lo fa senza invecchiare. Perché, nonostante l’ambientazione, la storia e i personaggi sono senza spazio e al di là del tempo. Chiunque, ancora oggi, può riconoscervisi. Magari con maggiore difficoltà nel reperire un tubetto di brillantina. Ma qualche nonno, o papà, ormai calvo, sicuramente l’avrà conservato in qualche cassetto in soffitta. In ricordo di fantastiche “summer nights”.

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Asian Film Festival, il programma della 18° edizione a Roma

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Asian Film Festival a Roma Giappone e Cina

Giappone, Corea del Sud, Cina, Filippine, Hong Kong, Taiwan, Indonesia, Malesia, Thailandia, Vietnam e Singapore. Saranno gli 11 Paesi coinvolti nella diciottesima edizione dell’Asian Film Festival, la manifestazione organizzata da Cineforum Robert Bresson e diretta da Antonio Termenini in programma dal 17 al 23 giugno al Farnese Arthouse di Roma (piazza Campo de’ Fiori 56).

Il ricco calendario, che prevede quattro proiezioni quotidiane, comprende 28 lungometraggi e 2 cortometraggi con 5 anteprime internazionali, 6 anteprime europee e numerose anteprime italiane. Un’iniziativa che rivolge in particolare il proprio sguardo agli esordi e ai “Newcomers”, i giovani registi più promettenti.

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Provengono dal Giappone il film di apertura dell’Asian Film Festival. “Wife of a Spy” di Kiyoshi Kurosawa, già vincitore del Leone d’Argento all’ultimo festival di Venezia e altre pellicole stranianti, divertenti e pieni di contaminazioni. Come “Dancing Mary” di Sabu, “Red Post on Escher Street” di Sion Sono e il più autoriale “Under the Stars” di Tatsushi Ohmori.

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Tra gli eventi speciali, avrà luogo la seconda edizione del Korean Day. Una intera giornata – sabato 19 giugno – dedicata al cinema sudcoreano in cui saranno presentati 4 lungometraggi e un cortometraggio, in collaborazione con l’Istituto di Cultura Coreano di Roma. Lo sguardo impertinente e autoriale dell’Hong Sang-soo di “The Woman Who Ran” si alternerà alla commedia sentimentale amara “Our Joyful Summer Days”, allo sguardo sulle tradizioni delle pescatrici dell’isola di Jeju in “Everglow”, fino al noir al femminile di “Go Back”, della regista indipendente Seo Eun-young.

Altro evento speciale, in collaborazione con l’Ambasciata del Vietnam in Italia è il Vietnam Day, che vedrà presentare il 22 giugno 4 lungometraggi in anteprima assoluta: si passa dagli straordinari successi, ancora nelle sale in Vietnam, di “Dad I’m Sorry”, commedia generazionale, e “Blood Moon Party”, nuovo inaspettato remake di “Perfetti sconosciuti”, all’affascinante “Rom” e l’horror “Home Sweet Home”. L’iniziativa porta a compimento una fruttuosa collaborazione con il Vietnam, dopo la promozione di cinema italiano a Hanoi e Ho Chi Minh City tenutasi lo scorso anno in collaborazione con l’Ambasciata italiana a Hanoi e il consolato a Ho Chi Minh City.

Dalla Cina, verranno poi presentati una serie di opere significative. Le spiazzanti e abbacinanti “The Waste Land” e “Sons of Happiness”, firmate da registi esordienti ma dallo sguardo maturo, forte e riconoscibile, e “Mosaic Portratit”, inteso ritratto di un’adolescente vittima di un abuso.

Altri temi che percorrono in filigrana il festival sono i difficili e complessi rapporti familiari sviscerati nel cinese “Grey Fish”, in “Leaving Hom e” da Singapore, nel malese “Sometime, Sometime”, in “Malu” di Edmund Yeo e nel filippino “Tangpuan”Il senso di perdita dovuto a problemi economici (“Repossession”). Lo sviluppo sostenibile e i cambiamenti climatici dell’omnibus che attraversa cinque paesi “Mekong 2030”, seguendo il corso del fiume Mekong.

Completano il programma dell’Asian Film Festival, “Genus Pan” del maestro filippino Lav Diaz e l’anteprima europea dell’hongkonghese “Stoma”, film quasi-biografico sul fotografo e regista prematuramente scomparso Julian Lee.

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The Gloaming – le ore più buie: dall’Australia il nuovo thriller disponibile su Disney Plus

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Non sono presenti molti prodotti australiani nel mondo delle serie tv e del cinema. Spesso le riprese vengono effettuate in Australia e Nuova Zelanda, grazie alla bellezza dei paesaggi sconfinati e alle molteplici possibilità che questi offrono, ma le produzioni effettivamente ambientate in quei luoghi sono sempre state più uniche che rare. Basti pensare a successi come Il Signore degli Anelli e True Detective, entrambi girati in Nuova Zelanda ma collocati, nella storia, altrove.

Questo è uno dei motivi che rende The Gloaming un prodotto interessante. Una serie thriller- sovrannaturale ambientata in Tasmania, dalle parti di Hobart, dove una donna viene brutalmente assassinata. A indagare sul caso vengono chiamati due detective dal passato tormentato, che si ritrovano a fare i conti, oltre che con le difficoltà delle indagini, anche con la corruzione locale.

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Ad indagare è la poliziotta poco ortodossa e problematica Molly McGee (Emma Booth), insieme all’ex marito e collega Alex O’Connell (Ewan Leslie). I due non si parlano da più di vent’anni, ma ora sono disposti a collaborare per scoprire la verità sull’efferato delitto, che sembra essere collegato ad altri omicidi irrisolti del passato, accomunati dalla corruzione politica e dalla presenza di pratiche occulte.

The Gloaming si sviluppa su una struttura crime piuttosto convenzionale, dove troviamo una coppia di detective che inizialmente si detestano ma pian piano legano sempre di più, c’è un delitto iniziale che scuote una piccola cittadina e rivela segreti inconfessabili e c’è un vecchio trauma, legato ai casi irrisolti del passato, che fa da collante per tutti i protagonisti. Uno schema classico che viene però reso unico dalle atmosfere cupe, che generano una forte suspance, e dalla componente sovrannaturale creata da delle presenze mute, che vivono nell’ombra e possono essere percepite solo da alcuni abitanti del luogo.

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La serie, creata da Victoria Madden e prodotta da Sweet Potato Film per Stan, che ne ha rilasciato tutti gli episodi il 1° gennaio 2020, è stata trasmessa da Starz negli Stati Unti ed è distribuita a livello internazionale da Disney plus, dove appare nella sezione dedicata agli adulti del catalogo Star.

Nel cast della serie troviamo, oltre ai già citati Emma Booth, vista in C’era una volta e Alex O’Connell (Top of the Lake), Martin Henderson, il Dottor Rigs di Grey’s Anatomy e Jack di Virgin River, nel ruolo di Gareth McAvaney. Al suo fianco Aaron Pedersen (Mistery road) nei panni dell’ispettore Lewis Grimsham, Rena Owen (The Orville) nella parte di Grace Cochrane, Josephine Blazer (True History of Kelley Gang) che interpreta Lily Broomhall e Matt Testro (Nowhere Boys) nel ruolo di Freddy Hopkins.

Al momento sembra si stia discutendo della possibilità di una seconda stagione, fortemente voluta dal governo della Tasmania, che si è reso disponibile a finanziare lo sviluppo della sceneggiatura di un potenziale seguito. Per ora non risulta nulla di ufficiale, ma gli autori sono al lavoro su nuove storie, sempre in collaborazione con l’emittente Stan.

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La prima stagione di The Gloaming è composta da 8 episodi, disponibili a partire dall’11 giugno nel catalogo Star di Disney Plus, che saranno rilasciati con cadenza settimanale tutti i venerdì.

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