Connect with us

Cinema

Beyoncé gira “Black is king” e noi non sappiamo che farcene

Alberto Mutignani

Published

on

Accade spesso nel corso delle epoche che si inneschino sotto i nostri occhi dei processi, artistici o politici o sociali, che viviamo in presa diretta ma di cui ci sfugge l’origine. Quando sono iniziati? Ricordiamo le polemiche femministe che sono tutt’ora una parte rilevante del dibattito pubblico internazionale, ma sapremmo dire con certezza qual è stata la miccia?

Succede lo stesso con le battaglie afroamericane. Esistono da sempre ma ogni volta sembra che riciclino se stesse. Si spengono, si riaccendono. Sempre per motivi diversi, però accomunate da slogan pressoché simili ed esiti non sempre felici. Su George Floyd si è scritto ormai di tutto, inutile aggiungere una parola.

Però i risultati di queste battaglie secolari e che allo stesso tempo ci appaiono sempre contemporanee esistono e si riciclano perché una causa per essere rumorosa dev’essere collettiva, e per essere collettiva dev’essere tanto commerciale da diventare inattendibile. Così si possono ottenere dei risultati politici, qualche nuova legge più progressista, ma è un risultato incerto.

È certo invece che allargare il target porta a una deriva mainstream della protesta, e quanto possa essere nocivo è presto spiegato: su Disney + è disponibile l’album visivo di Beyoncé, intitolato “Black is King”, che racconta a una generazione molto giovane e spesso impreparata cosa significa essere neri, quale civiltà culla la cultura afroamericana.

Il progetto era iniziato un anno fa, quando con “The Gift”, l’album di Beyoncé dedicato al live action Disney de Il Re Leone – di cui Black is King è una rilettura in carne ed ossa – la stella di Houston ci aveva spiattellato in faccia 50 minuti di afrobeat, mentre la Disney chiamava a raccolta un po’ di afroamericani a cantare qualche canzoncina, come dei baluba. Gente che non ha mai visto l’Africa probabilmente, ma i bonghi li saprà suonare, si saranno detti. Con “Black is king” arriviamo a un livello successivo.

Se questo fosse un post su Twitter potremmo dire in due parole: una compagnia neonazista ha prodotto un film sul potere afroamericano. Avremmo superato le soglie del postmodernismo e saremmo probabilmente di fronte alla nascita di un’avanguardia. Invece la Disney si deve solo allentare la cravatta per mandare giù il boccone indigesto, perché se non si adegua non vende – un po’ di potere ce l’ha ancora su Star Wars, dove i neri stanno con i neri e i bianchi con i bianchi –, serve un ritorno d’immagine e sa che quello del black-power è un tema caldissimo.

Nel visual album c’è un giovane re, nato in Africa ma strappato alla propria terra quando è ancora un poppante per ritrovarsi in un mondo di corruzione, ma è sempre guidato dal candore della propria terra madre e dalla luce degli antenati. Insomma, Il Re Leone. Questa però non è animazione: voglio credere che tra leoni le cose accadano con una linearità più semplice, ma la storia dei popoli africani è leggermente diversa. Per esempio: che fine ha fatto quella complessa pluralità di villaggi, tribù, culture radicalmente distinte presenti in tutto il continente africano?

C’è una comunità, un piccolo villaggio di gente indistinta che si spreca per portare in scena tutti gli stereotipi legati a un immaginifico passato regale e austero. La diaspora africana qui è un passaggio di impoverimento: si lascia un continente glorioso per raggiungere una terra blasfema che ha dimenticato i valori degli ancestrali antenati. Difficile non pensare a quelle pagine di storia in cui gli stessi sovrani africani vendevano per pochi soldi i propri sudditi e cittadini ai conquistatori.

Beyoncé si carica da sola del significato centrale dell’epopea: la sua bellezza esaltata dai movimenti sinuosi della danza e dai costumi elegantissimi curati da Zerina Acker sono uno sfoggio di ricchezza e un’esaltazione dell’estetica occidentale, ma applicata al contesto africano sembrano uno strumento per conferire una raffinata dignità a un continente che non può essere tinteggiato, per ragioni commerciali e ideologiche, nella sua forma reale.

Insomma, l’Africa sì, ma che resti Disney. Il risultato è simile a quello di Black Panther, dove si ipotizzava che il massimo miracolo tecnologico raggiungibile da una popolazione africana – il Wakanda – avesse avuto in ogni caso la paglia come tetto degli edifici e un sistema di successione al trono a colpi di mazze e pietre. Qui siamo a un livello successivo: c’è l’invito a riscoprire certi canoni estetici e un sistema di valori che però viene sostituito dall’omologazione estetica del glamour che mette tutti d’accordo e dall’omissione di fatti storici rilevanti, se si vuole raccontare una realtà per quella che è.

Pescarese, classe 1998. Unico laureando in lettere a non aver ancora scritto la propria autobiografia. Interessi: le cose frivole, le chiacchiere a vuoto, gli scrittori comodi, il cinema popolare, i videogiochi. In un'altra vita è stato un discreto detective privato.

Cinema

Maledetto Modigliani: ecco il docu-film sul famoso artista livornese

redazione

Published

on

In occasione del centenario dalla morte di Modigliani, arriva al cinema solo per il 12, 13, 14 ottobre, “Maledetto Modigliani” un film documentario prodotto da 3D Produzioni e Nexo Digital.

Il docu-film, diretto da Valeria Parisi e scritto con Arianna Marelli su soggetto di Didi Gnocchi, racconta la vita e la produzione di Amedeo Modigliani (1884-1920), un artista d’avanguardia diventato un classico contemporaneo amato e imitato in tutto il mondo, un artista giudicato maledetto, ribelle, un genio scandaloso e maestro indiscusso dell’arte del Novecento.

La vita dell’artista verrà raccontata dal punto di vista di Jeanne Hébuterne, l’ultima giovane compagna che si suicidò due giorni dopo la morte dell’amato, avvenuta all’Hôpital de la Charité di Parigi il 24 gennaio 1920. Partendo dalla figura della donna e dalla lettura di passo dai Canti di Maldoror, il libro che Modigliani teneva sempre con sé, ha inizio il film-documentario che si ispira alla mostra Modigliani – Picasso. The Primitivist Revolution, a cura di Marc Restellini presso l’Albertina di Vienna. 

Tra gli interventi del docu-film, oltre a quelli dello storico dell’arte e specialista di Amedeo Modigliani Marc Restellini, quelli di Ann L. Ardis, professoressa e Dean al College of Humanities and Social Sciences della George Mason University, esperta di letteratura modernista inglese; Chloe Aridjis, scrittrice e studiosa di poesia francese dell’Ottocento; Harry Bellet, giornalista di Le Monde, studioso e critico d’arte; Giovanna Bertazzoni, Co-Chairman Impressionist and Modern Art Department Christie’s; Laura Dinelli, responsabile Musei Civici di Livorno; Pier Francesco Ferrucci, Direttore Unità di Bioterapia dei Tumori, IEO che da studente è stato tra gli autori della famosa “beffa delle teste” del 1984 a Livorno; l’ebraista Paolo Edoardo Fornaciari; lo scrittore Simone Lenzi, attualmente assessore alla Cultura del Comune di Livorno; il gallerista David Lévy; la pittrice Mira Maodus; lo stilista, costumista e artista Antonio Marras; la pittrice Isabelle Muller; la curatrice del Musée d’Art Moderne de Paris Jacqueline Munck; l’artista John Myatt che grazie al suo talento per l’imitazione, tra il 1986 e il 1995 ha falsificato e collocato sul mercato – insieme al suo complice John Drewe – 200 opere di maestri moderni; il collezionista Gérard Netter; l’artista Jan Olsson; la curatrice del Musée Picasso Paris Emilia Philippot; il Direttore Generale dell’Albertina di Vienna Klaus Albrecht Schröder; il Vicepresidente della Comunità Ebraica di Livorno, Guido Servi; il regista, sceneggiatore e produttore cinematografico Paolo Vir

Le musiche originali del docu-film sono di Maximilien Zaganelli e di Dmitry Myachin, già autori della colonna sonora di Ermitage. Il potere dell’arte di Michele Mally (Nastro d’Argento 2020 come miglior documentario d’arte). La colonna sonora Originale del film, disponibile su etichetta Nexo Digital/Believe, contiene anche il brano di Piero Ciampi “Fino all’ultimo minuto” (courtesy of Warner Music Italy / Sugar Music).

Continue Reading

Cinema

La devianza di Perfect Blue: Mima Kirigoe e l’antieroismo contemporaneo

Sophia Melfi

Published

on

Perfect Blue è il primo film anime di Satoshi Kon. Il lungometraggio del 1997 si annovera, secondo la critica, tra i maggiori cult dell’animazione giapponese. La regia fortemente avanguardistica del thriller psicologico attirò allora un notevole interesse su di se, sebbene Kon adotti una sceneggiatura non originale tratta dall’omonimo romanzo del 1991 attribuito a Yoshikazu Takeuchi.

Nonostante gli ottimi presupposti e l’eredità dal maestro Katsuhiro Otomo (Akira), la gestazione del film è stata segnata da non poche difficoltà. Concepito inizialmente come un live action a puntate, il progetto sfociò in un film anime in seguito al terremoto di Kobe del 1995 che distrusse molteplici studi cinematografici. La durata fu compressa da 120 a 80 minuti e il budget limitato incise sulla qualità grafica. Benché minate da queste problematiche, le scelte registiche di Kon si sono dimostrate vincenti e in grado di focalizzare l’attenzione sui punti di forza del lungometraggio.

Mamma mia che stronzata.

Già, l’ho visto anch’io Doppio legame. Che pacco! Non ho ancora capito perchè i thriller in questo paese fanno  tutti cagare.

Dallo scambio di battute fra due personaggi si evince la doppia finalità registica di Kon. Il mercato cinematografico giapponese di fine anni ’90 era saturo di film d’animazione a tema storico/fantasy (si pensi alle produzioni dello Studio Ghibli). Si percepiva dunque l’esigenza di raccontare qualcosa di nuovo buttandosi ad esempio sul novizio ed attraente genere thriller, pressoché sconosciuto nel Giappone di quell’epoca. Così, Kon decise di approfittarne non solo per dare una nuova veste al mondo degli anime, ma soprattutto per snocciolare una delle tematiche più caratterizzanti e filmicamente trasponibili di fine millennio: la crisi d’identità di fronte ad una realtà sempre più alienante e artificiale. Per fare questo, Kon si ricollega ad un fenomeno di massa particolarmente diffuso nel Giappone degli anni ’80, quello delle idol. Il termine, già evocativo di per se, indica una tendenza presente nella cultura giovanile giapponese ad idolatrare degli adolescenti divenuti popolari nel mondo della musica e dello spettacolo. Si tratta di giovani attori, modelli o cantanti pop la cui carriera ha una durata piuttosto breve. E se in Giappone spopolavano le idol, nel ’99 Britney Spears cavalcava l’onda del successo con “Baby One More Time” e un numero indefinito di boyband pubblicava singoli finiti nel dimenticatoio nel giro di pochi anni. Da oriente a occidente, il problema “morale” in questione ruota attorno al sempre più insistente sfruttamento dell’immagine di questi adolescenti a scopo di lucro da parte di agenzie inerenti al mondo dello show business. Kon estende la questione all’intero sistema sociale, considerato come un organo fagocitante e distruttivo che ingloba  e risputa a suo piacimento i soggetti desiderati, trasformandoli e attaccandoli dall’interno, ancorandosi come un parassita alle insicurezze più profonde di questi.

Mima Kirigoe è una celebre idol, parte del gruppo delle Cham. Quando i profitti cominciano a diminuire e l’insoddisfazione si fa sempre più persistente, in accordo con la sua agente, Mima lascia il terzetto per diventare un’attrice di film drammatici, suscitando il disappunto dei fan. Il pubblico delle idol si compone in larga parte di ragazzini, ma anche di adulti che, con il tempo, finiscono per affezionarsi in maniera maniacale all’immagine di queste adolescenti caste e pure, da proteggere a tutti i costi. Uno di questi wota si ossessiona a tal punto da creare un blog, Mima’s Room, con informazioni strettamente personali e riservate sulla ragazza aggiornate giorno per giorno.

Un piccolo avvenimento nella quotidianità della tua vita può generare una catena di eventi tali da distruggere le certezze e la tranquillità che possiedi. Per questo vivi la tua vita concentrandoti nel superare gli ostacoli che il caso ti pone davanti. Il passo successivo è quello di iniziare a mettere in discussione la tua esistenza e a cominciare un viaggio ricco di esperienze di vita che ti porterà a sentire un senso di identità. E a realizzare infine qual è realmente lo scopo della tua esistenza.

Una lettera ricevuta dallo stalker di Mima e le successive ed insistenti minacce inizieranno a compromettere la sua stabilità mentale, totalmente disintegrata nel momento in cui si troverà a girare una scena di stupro non prevista. Come conseguenza, il progressivo accanimento mediatico sul suo aspetto fisico. Più l’immagine di Mima viene sessualizzata più Mimaniac entra ossessivamente nella sua vita e nella sua testa. Il costante stato di ansia e il senso indotto di perdita dell’innocenza della ragazza la fanno sprofondare in uno stato paranoico costellato di allucinazioni e sdoppiamento di personalità. Kon sovrappone realtà e finzione per amplificare il senso di disorientamento che colpisce anche lo spettatore. La morte artistica di Mima-idol e il progressivo decadimento della sua carriera da attrice, che ha nettamente deluso le sue aspettative, consentirà di identificarla come un vero e proprio personaggio pirandelliano. Anche Mima è un’anti-eroina della contemporaneità, diventando al tempo stesso vittima e carnefice, in preda alle allucinazioni che metteranno in dubbio la propria stessa esistenza. Anche le certezze di Mima diventano relative di fronte ad una realtà sempre più sterile e opprimente, la realtà fallocentrica dello show business nipponico. Questo genera in lei una profonda crisi psicologica a causa della quale Mima diventa uno, nessuno e centomila. Solo affrontando le sue paure sarà in grado di riacquistare la propria identità, accettando il suo passato e dando senso al tempo presente evitando di svalutarsi e annichilirsi. Il grande obbiettivo di Mima, come quello di tutti gli uomini d’età contemporanea, è quello di riuscire a trovare se stessi in una società sempre più omologante e spersonalizzante.

Ed è questa una delle lezioni  più emblematiche del film debutto di Kon: fuggire l’apparenza e l’ostentazione e riuscire a trovare quel tesoro prezioso, quella piena consapevolezza di se e degli altri che è in grado di riempire e significare l’esistenza degli uomini. Una consapevolezza in grado di generare un profondo senso di appartenenza.

Un’ulteriore nota di merito delle scelte registiche di Kon è rappresentata dalle citazioni metacinematografiche che, fin dai tempi di Funeral Parade Of Roses di Toshio Matsumoto, piacciono tanto ai registi giapponesi. Il film, nel suo genere, è un vero e proprio tributo ad Alfred Hitchcock (Psycho) e David Lynch (Mulholland Drive, Velluto Blu). L’omaggio, poi ricambiato, ai grandi registi hollywoodiani termina con una delle scene più struggenti del film. Mima, subito dopo aver avuto un’allucinazione, si immerge in posizione semi fetale nella vasca da bagno urlando con la testa interamente sottacqua. L’immagine è esplicita. Richiama senza mezzi termini quella di Jennifer Connelly in Requiem For A Dream, in cui il personaggio, come Mima, disorientato e in preda al panico cerca di svegliarsi dall’incubo della realtà circostante, soffocando per respirare nuovamente.

Continue Reading

Cinema

“Non odiare”, i limiti di un’opera prima senza idee

Un’idea potenzialmente buona viene appiattita da una regia scialba, per non dire inesistente, e un intreccio lineare, asciutto.

Alberto Mutignani

Published

on

Parlavamo la scorsa volta di Charlie Kaufman e del suo labirinto sentimentale. Guardando pellicole di quel livello, viene spesso da chiedersi quale sia il vero, grande limite del cinema italiano e perché un film come “Sto pensando di finirla qui” possiamo aspettarcelo solo dall’estero. Forse è vero che questo paese, quando non produce commedie per famiglie, si fossilizza sul dramma della criminalità organizzata.

Le realtà periferiche sono diventate il teatro di quasi tutti i set italiani, e se prima erano un fenomeno da cinema underground, ora questa odissea tra eco-mostri e delinquenza giovanile affascina anche le grandi firme e diventa un fenomeno prima italiano, poi internazionale. Dobbiamo molto a “Gomorra – La serie”, se l’Italia è riuscita a esportare un marchio di successo fuori dai confini di casa nostra, ma questo è anche il macigno che oggi ci condanna a raccontare una versione macchiettistica della realtà, con la voglia di essere un po’ documentario, un po’ dramma, un po’ parabole delle facili emozioni – il cinema dei D’Innocenzo non è altro che questo.

“Non odiare”, opera prima di Mauro Mancini, arriva a Venezia alla Settimana della Critica senza nessuna urgenza cronistica. Non è, come si potrebbe pensare, la periferia truce dei bassifondi romani alle prese con sparatorie a bordo di vecchi scooter. Il film di Mancini, con protagonisti Alessandro Gassman e Sara Serraiocco, assomiglia più a un tentativo di emulazione del bellissimo “American History “, che ci regalò la miglior interpretazione di Edward Norton. Solo che qui non c’è nessun Norton, ma la faccia statica, perennemente compressa di Gassman, che nei drammi cerca di impostarsi come faceva il padre, e sembra lessato e stanco, senza carisma.

La storia è quella antica del perdono impossibile: Gassman è un chirurgo di origini ebraiche, che soccorre un morente padre di famiglia durante un incidente in auto. Scopre che è nazista da una svastica tatuata sul petto, e decide di lasciarlo morire. Poi, preso dai sensi di colpa, assume la figlia dell’uomo (Sara Serraiocco) come domestica per una buona paga, ma il fratello di lei, fervente nazista, lo minaccia: “mia sorella non lavora per quelli come te”. Da qui in poi, la trama non decollerà mai.

Un’idea potenzialmente buona, con premesse quantomeno originali per il nulla cosmico in cui viaggia il cinema italiano a schiena dritta, viene appiattita da una regia scialba, per non dire inesistente, una sceneggiatura che sceglie i silenzi al dialogo, perché quando c’è mostra una grave carenza di inventiva, e un intreccio lineare, asciutto. Sarebbe stato bene in esclusiva per la televisione, al cinema è ben più di una semplice occasione sprecata. Accogliere con così tanti entusiasmi un film che perde la bussola dopo i minuti introduttivi è sintomatico dello stato di salute – gravissimo – in cui riversa il cinema italiano.

Continue Reading

In evidenza