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B.B. King, il “Martin Luther King del blues” uscito fuori dai campi di cotone

Federico Falcone

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Mi sembra che i giovani di oggi che si accostano alla musica lo fanno solamente per fare soldi e non per una passione autentica

Non è stata una stella dello star system, comodamente sdraiata sul divano della propria abitazione, ad affermare ciò. Non è stata neanche una meteora da reality show che, sull’onda dell’estemporaneo successo frutto dell’ennesimo singolo usa e getta, si è sentita in dovere di vantare una presunta esperienza agli occhi dei più.

Ad affermare ciò fu B.B. King, uomo, artista, che la storia della musica l’ha fatta per davvero.

Chiedete a chi, come lui, ha vissuto la povertà assoluta, l’onta del razzismo sulla propria pelle e il dover lavorare nei campi di cotone per sopravvivere, quale valore abbia l’arte. Cosa vuol dire rifugiarsi in essa per emergere e credere che l’esistenza non sia costellata esclusivamente da dolore e sofferenza. Che la fuori c’è altro, magari un palco dal quale potersi esibire per lasciarsi alle spalle, anche solo per due ore, lo spettro di una vita che avrebbe potuto riservare altro.

Da contadino a bluesman. Non uno dei tanti, però. Di nome, e di fatto. Senza di lui, il blues non sarebbe stato quello che conosciamo.

Per il suddetto genere musicale ha rappresentato un’evidente sliding door. La sua influenza, su tutta la musica nera del Novecento e, quindi, su ciò che essa ha influenzato a sua volta, è pressoché sconfinata. Una storia d’altri tempi, la sua, di una generazione che ha dovuto lottare con pericoli ben più grandi della gavetta o dei cachet ridotti.

Viviamo i mesi del movimento Black Lives Matter. Sappiamo tutti come è nato, e perché. Allora facciamo un salto indietro di quasi un secolo e andiamo nello Stato del Mississippi dove Riley B. King nacque il 16 settembre del 1925. Proviamo per un attimo a immaginare cosa volesse dire, per un bambino di colore nato povero, vivere il sogno della musica. Per la concezione del tempo, i neri potevano “solo lavorare e, al massimo, cantare”. Il blues e il gospel nacquero proprio così.

A sette anni già gli sanguinavano le mani nei campi. Negli anni del Proibizionismo, la comunità di colore era una valida manovalanza a basso costo. A tenergli compagnia sotto al sole cocente del Mississippi vi erano la madre e la nonna.

Guadagnava una miseria, meno di 30 centesimi di dollari per quattro ore di lavoro. Nel mentre, però, cantava. Improvvisava liriche, ideava metriche vocali.

I primi ad accorgersi di quel talento furono i suoi compagni di fatica, certamente, ma anche alcuni impresari locali che cercavano artisti da far esibire nei locali del posto. Il passo successivo fu andare in chiesa per i recital gospel. Nel giro di poco, fu chiaro a tutti che Riley B. King non era un semplice ragazzino in gamba, ma un diamante grezzo da far brillare e che, presto o tardi, avrebbe espresso tutta la sua maestosità. Così avvenne.

Per la comunità afroamericana dalla musica, King non fu un semplice musicista o una star come tutte le altre. Per alcuni, analogamente a Buddy Guy, fu una sorta di Martin Luther King del blues. Un passaggio nella storia fondamentale per l’emancipazione della popolazione di colore, passata dall’essere schiava al veder riconosciuti i propri diritti civili. Un cammino lunghissimo, infinito, che, come abbiamo detto poco sopra, prosegue anche oggi, seppur con forme e modalità differenti.

Non a caso, durante uno dei suoi primi show, leggenda narra che affermò: “Voglio dimostrare che sappiamo fare tante cose oltre a lavorare ed essere servi”.

Migliaia di concerti all’attivo, centinaia di brani registrati, un’infinità di collaborazioni con artisti di tutto il mondo, sono solo una piccola dimostrazione di come sia riuscito nel suo intento. Collezionava chitarre, ne aveva più di 500. La più famosa, Lucille, la conosciamo tutti. Una Gibson ES-335 nera. Se dare un nome a una chitarra potrà sembrarvi singolare, beh, allora dovreste conoscere la storia che si cela dietro la compagna di palco di B.B.King.

Arkansas, 1949. L’inverno, particolarmente rigido, male si sposava con le necessità dei locali di intrattenere i residenti con la musica dal vivo. Non tutti, infatti, disponevano di riscaldamenti adeguati. King si esibì – guarda un po’ – in uno di questi. Così, per tenere caldo l’ambiente, venne posizionato nel mezzo della sala un barile con del kerosene al suo interno che fu acceso. Fin qui tutto bene, niente di insolito, non per i tempi. Ma qualcosa andò storto.

Due uomini, in preda ai fumi dell’alcool, diedero vita a una rissa. Nella colluttazione uno di loro fu scagliato contro il barile che rovesciò a terra il contenuto provocando un incendio. Il primo, e chissà, forse unico pensiero di King fu quello di mettere in salvo la sua chitarra. Cosa unisce il nome della chitarra alla rissa scoppiata quella sera? Lucille, il nome della ragazza contesa dai due litiganti.

Quattordici Grammy vinti, considerato il sesto chitarrista più bravo di tutti i tempi dalla celebre rivista Rolling Stone, numerose e straordinarie collaborazioni da poter vantare (fra gli altri, Eric Clapton, David Gilmour, Pavarotti, Phil Collins, Tracy Chapman, Zucchero, Jerry Lee Lewis, James Brown, Elton John, Aretha Franklin, U2, Ray Charles), settantaquattro volte nella classifica R&B di Billboard tra il 1951 e il 1985 e…laureato. Ad honorem, per la precisione, nel 2004. B.B. King, una leggenda.

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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Salvador Dalì in Italia nel 1959, il genio dell’arte si racconta

Antonella Valente

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Mix di stravaganza, genialità e delirio, Salvador Dalì è stato una delle personalità più famose ed influenti della storia dell’arte. Esponente del Surrealismo, col suo esplicito richiamo alla pittura di De Chirico e chiara influenza della psicanalisi freudiana, fu una figura di spicco per la pittura moderna ed ebbe un ruolo fondamentale tra le due Guerre.

“Volevo diventare cuoco, a 10 anni Napoleone, poi le ambizioni sono sempre cresciute!”

Dal forte carattere egocentrico – “La modestia non è la mia specialità” , dichiarò una volta, Dalì fu un grande amico di Federico Garcia Lorca, la cui poesia “Ode a Salvador Dalì” è dedicata proprio al pittore spagnolo.

Leggi anche: Quando Dalì usò cioccolatini e formiche per ritrarre il cervello di Alice Cooper. La vera storia di un incontro surreale

Amante di Raffaello, l’artista nato a Figueres l’11 maggio 1904 fu promotore di diverse teorie bizzarre come quella sul rinoceronte che lui stesso spiega nella famosa intervista italiana del 1959 ad opera di Carlo Mazzarella.

“Il rinoceronte è l’unico animale che trasporta un’incredibile somma di conoscenza cosmica all’interno della sua armatura

Una performance / intervista che si chiude con Salvador Dalì che decide di battezzare l’intervistatore con un corno di rinoceronte.

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Chris Cornell: storia di un artista in lotta con i suoi mostri

Il suo è l’esempio perfetto di come la fama, la notorietà ed il denaro non siano la formula perfetta della felicità

Luigi Macera Mascitelli

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Quando si parla di un artista, spesso, molto spesso, si tende ad ignorare il messaggio nascosto che emerge dalle sue produzioni. Ciò avviene soprattutto in ambito musicale e per il fan occasionale e distratto. Eppure i testi, la melodia, il pathos, sono lì, a portata di stereo o di cuffietta; basta saper ascoltare con il cuore e non con le orecchie. Nel panorama dei grandi autori che hanno saputo regalare al mondo un pezzo della loro anima c’è stato sicuramente Chris Cornell.

Frontman dei Soundgarden prima e degli Audioslave dopo, ed infine cantante solista. Una vita intera dedicata alla musica, forse l’unica terapia per placare una vita di incomprese sofferenze, culminate con il suicidio il 18 maggio 2017.

Il suo è l’esempio perfetto di come la fama, la notorietà ed il denaro non siano la formula perfetta della felicità. Al pari di altri grandi nomi della scena grunge di Seattle, quali Kurt Cobain (Nirvana) o Layne Staley (Alice In Chains), egli non è riuscito a vincere la sua battaglia con la vita. Ma non sta a noi giudicare, perché non possiamo sapere, né, tantomeno, comprendere cosa voglia dire cercare di sopravvivere.

Leggi anche: “5 aprile: il giorno in cui morì il grunge. Kurt Cobain e Layne Staley uniti da una tragica ricorrenza”

Nato a Seattle il 20 luglio 1964, Chris Cornell dovette fin da subito affrontare la sofferenza ed il travaglio di una situazione familiare infelice. Periodi di depressione legati anche al divorzio dei suoi furono delle costanti, che lo accompagnarono nell’adolescenza. Ed è in questo contesto che la musica fece capolino, come una valvola di sfogo, un testamento (forse inconsapevole all’inizio) nel quale buttare dentro la sua anima.

In quel lontano 1984 nacquero i Soundgarden, ad oggi considerati al pari di Nirvana, Alice In Chains e Pearl Jam, fondatori e pietre miliari del genere grunge. In particolare, fu proprio Cornell l’ingrediente che diede vita alla magia della band. Da un lato una musica a tratti avvolgente, a tratti spigolosa, forte delle influenze punk ed heavy metal. Dall’altro la voce di Chris: potente, squillante, disperata e malinconica.

La particolarità del frontman erano i testi delle tracce. Sempre scritti da lui, spesso sotto l’effetto di alcol e droghe di cui divenne dipendente. L’incredibile estensione vocale veicolava dei messaggi disperati, impauriti, esistenziali. Un chiaro segno di quel tentato attaccamento alla vita. Quella lotta che non ha mai abbandonato l’animo tormentato di Chris Cornell e che si traduceva in una fortissima potenza evocativa.

Cambiarono i musicisti, ma non l’indole del vocalist. Anche negli Audioslave, attivi dal 2001 al 2007, Chris non cambiò mai la sua attitudine nel raccontarsi e nel raccontare la vita. Quelle parole, che oggi, dopo la sua morte, assumono il loro vero significato, non smisero mai di mostrare la sua anima. La dolcezza delle note, a tratti liquide, in Like a Stone , sono il foglio bianco nel quale Cornell cantava:

In your house I long to be/Room by room patiently/I’ll wait for you there like a stone/I’ll wait for you there/alone.

(Vorrei essere nella tua casa/Stanza per stanza pazientemente/Ti aspetterò come una pietra/Ti aspetterò lì/Da solo).

Quella pietra, immobile, incapace di reagire agli eventi, lasciata lì da sola e in balia del mondo. L’attesa infinita di una pace che non giungerà mai. La consapevolezza che la vita vada presa in mano, per una volta sola. Infine l’atto estremo. Chris Cornell si impiccò in un hotel a Detroit all’età di 52 anni, lasciando un vuoto incolmabile nel cuore dei fan e dei familiari. Ma, come dicevamo all’inizio, non sta a noi giudicare, perché non possiamo sapere, né, tantomeno, comprendere cosa voglia dire cercare di sopravvivere.

Il nostro speciale a cura di Alessandro Martorelli per AmaROCKriminale

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Ladri gentiluomini: storie dei veri Lupin

Federico Rapini

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A poco più di 10 giorni dall’uscita della serie Netflix “Lupin, nell’ombra di Arsenio”, in cui le gesta del protagonista richiamano alla lontana quelle del celebre ladro Lupin ideato da Marcel Leblanc, la figura del ladro gentiluomo è tornata in auge. Se nella “Casa di Carta” i protagonisti facevano leva sul conquistare l’appoggio del popolo, questo modus operandi prende sicuramente ispirazione a personaggi realmente esistiti.
Manigoldi come Alexandre Marius Jacob, Ned Kelly, Jules Bonnot, Albert Spaggiari sono solo alcuni dei più noti nel loro campo per aver sempre cercato una via, per così dire, più etica. Ladri astuti, innovatori, che hanno sempre, o quasi, evitato l’uso della violenza per i loro furti, le cui vittime erano ricchi e potenti, banche o qualsiasi istituto o ente che nella loro visione del mondo era responsabile dell’oppressione del popolo.

La figura dei ladri gentiluomini da sempre è fonte di ispirazione per scrittori e registi cinematografici, grazie soprattutto alle loro vite da pirati della terraferma.

Spaggiari e la rapina del secolo

In alcuni di loro l’attività criminale era legata anche ad idee politiche di estrazione anarchica, ma nel caso di Spaggiari era abbastanza nota la vicinanza al mondo del neofascismo.

Nato nel 1932 in un paesino della Provenza è noto come l’artefice nel 1976 della “rapina del secolo” ai danni della filiale di Nizza della Société Générale.
Ex paracadutista in Indocina ed ex militante dell’Organisation de l’armée secrète (OAS), Spaggiari lavorò con la sua banda per circa tre mesi prima di arrivare al caveau della banca di Nizza. Questa rapina, ma in generale anche la sua vita avventuriera e romantica, ispirarono Ken Follet per “La grande rapina di Nizza” e il regista Josè Giovanni che nel 1979 girò il film “Les egouts du paradis” (“Le fogne del paradiso”).

In quella famosa rapina i ladri riuscirono a scassinare 371 cassette di sicurezza, rubando denaro e oggetti preziosi per un totale stimato di 30 milioni di euro odierni. La mattina seguente i dipendenti della banca trovarono un caveau tappezzato di immagini pornografiche, con centinaia di oggetti di scarsi valore lasciati a terra ed una frase, che passerà alla storia, scritta su un armadio proprio da Albert Spaggiari: “Senza odio, senza violenza, senza armi”. 

Una beffa. Così come la sua evasione, dopo che fu arrestato per una soffiata, durante un interrogatorio in cui si lancerà dalla finestra atterrando su una Renault 4 e scappando in moto con un complice. Il proprietario della macchina nei mesi seguenti si vedrà recapitare un assegno di 3 mila franchi per il risarcimento. Un vero gentiluomo dunque. Che morì di cancro in latitanza tra Sud America e Spagna avvistato molte volte ma mai preso. Morì senza fare mai i nomi dei suoi complici e sostenendo, riguarda la grande rapina di Nizza, di non aver “tenuto un soldo. La mia parte è andata agli oppressi di Portogallo, di Jugoslavia, d’Italia”

Marius Jacob: il vero Lupin

Il ladro gentiluomo più famoso però è sicuramente Arséne Lupin, nato dalla penna di Marcel Leblanc che si ispirò al francese Alexandre Marius Jacob, anarchico ed inventore di alcune tecniche di furto veramente rivoluzionario. Grazie ad alcune tecniche di arrampicata e di utilizzo delle corde imparate sulle navi o all’acquisto di un negozio di casseforti con cui volle istruire affiliati secondo la sua esperienza. A tali tecniche unì la capacità di travestimento sfruttando la rilevazione di un negozio di costumi. Questa caratteristica, i fan del manga di Lupin III la conoscono molto bene. Così come le sue vittime.

Come Monsieur Gilles, direttore del Monte di Pietà di Marsiglia che nel 1899 subì una delle più grandi beffe organizzata da Jacob. Insieme ad alcuni complici si presentarono come Commissario e poliziotti per cercare prove riguardo un orologio rubato che, secondo fonti, sarebbe stato depositato lì. Poiché nel giro dei pegni c’era sempre qualche usura da nascondere, il direttore acconsentì a chiudere le porte e ad aiutare nella catalogazione di vari oggetti di valore che veniva inseriti nelle ampie valige. Fu dopo 3 ore di di ricerche che il Commissario mise le manette al direttore dicendogli che lo avrebbe condotto in commissariato, davanti al giudice, per accertamenti. Costui, con la coscienza sporca per alcuni prestiti ad alto interesse, impegnò la sua testa alla ricerca di giustificazioni. Condotto al Palazzo di Giustizia fu fatto accomodare su una panchina. I finti poliziotti si allontanarono e quando il Commissario tornò gli tolse le manette e gli disse di attendere lì l’interrogatorio del giudice. Solo la sera, alla chiusura degli uffici, il direttore capì la beffa e cominciò a strillare provocando per questo il suo vero arresto da un affrettato giudice (questa volta vero).

L’intento di Jacob e dei travailleurs de la nuit, quei ladri che lui stesso aveva addestrato, più che il bottino era farsi beffe di un ricco e potente che lucrava sulla povera gente. L’esproprio proletario consisteva anche in questo: far pagare chi guadagnava dalla sfortuna e dalla fatica altrui. Jacob voleva colpire, come spiegava costantemente ai suoi amici anarchici, di voler colpire coloro che vivono sulle spalle degli altri e non del loro lavoro. Armatori, magistrati, grandi proprietari terrieri, preti. Mentre medici, avvocati, commercianti, scrittori sarebbero stati lasciati in pace. Jacob fu un innovatore in tutti i sensi. Utilizzò addirittura le rane come “pali” durante i furti, perché capì che queste gracidavano solo quando passava qualcuno e sicuramente non avrebbero destato sospetti.

Jacob fu sicuramente un personaggio affascinante, cresciuto tra fallimenti e sogni infranti, come quello di diventare ufficiale di Marina. Nella sua dichiarazione davanti ai giudici nel 1905 spiegò perché divenne un ladro. “Se mi sono dato al furto non è per guadagno o per amore del denaro, ma per una questione di principio, di diritto. Preferisco conservare la mia libertà, la mia indipendenza, la mia dignità di uomo, invece di farmi l’artefice della fortuna del mio padrone”.

Jules Bonnot: alla ricerca della felicità

Chi fu affascinato dalle sue imprese fu un altro francese, attivo nel campo dei furti soprattutto alla fine del primo decennio del ‘900. Jules Bonnot, l’anarchico a capo della Banda Bonnot che preferiva comunque vivere per conto suo. Cresciuto tra ingiustizie, umiliazioni e povertà cominciò a leggere Bakunin e Proudhoun nella biblioteca di sir Arthur Conan Doyle, l’autore di Sherlock Holmes, per il quale lavorava come autista. Come Jacob si innamorò di una prostituta che gli fu però portata via dalla polizia, che lo costrinse ogni volta ad allontanarsi da quella felicità che gli “spettava”.

La felicità, la tranquillità fu il suo sogno infranto. Bonnot provò più e più volte ad avere una vita legale, provando a farsi una famiglia, ma ogni volta il suo passato, la sua storia, il suo provenire da una classe sociale ritenuta colpevole per il solo fatto di esistere, tornavan o ad allontanarlo da quella chimera. 

Lui e la sua banda di ladri anarchici “illegalisti”, come Raymond La Science ed Edouard Carouy, furono i primi ad utilizzare le automobili ad altra cilindrata nelle rapine. Le loro azioni, come nel caso di Jacob, erano dirette solo a banche, poste, ricchi. Anche in questo caso c’era una sorta di riappropriazione delle classi subalterne. Tant’è che parte dei loro proventi erano destinati ai circoli anarchici.

Bonnot non godeva di questa vita. SI sentiva costretto a farla. Il suo testamento, la sua ultima lettera recitava queste parole “avevo il diritto di viverla, quella felicità. Non me lo avete concesso. E allora, è stato peggio per tutti. Dovrei rimpiangere ciò che ho fatto? Forse. Ma non ho rimorsi. Rimpianti si, ma in ogni caso nessun rimorso”.

Alle gesta di questa banda di ladri anarchici è ispirato il film “La banda Bonnot”, diretto da Philippe Fourastié nel 1969, con l’attore francese Bruno Cremer, e soprattutto il libro di Pino Cacucci “In ogni caso nessun rimorso” che ha romanzato splendidamente la vita di Jules Bonnot.

Ned Kelly: il Robin Hood australiano

Erano dei reietti. Come i galeotti inglesi mandati in Australia dopo per farla diventare una colonia penale. Uomini malati, distrutti nel corpo e nello spirito. Assassini, ladri, apaches, militanti politici scomodi. Come Luoise Michel, incarcerata per aver partecipato alla Comune di Parigi, che fondò una scuola per gli indigeni e per la quale intervenne addirittura Victor Hugo per farla liberare. 

In Australia crebbe un altro di questi ladri gentiluomini. Edward “Ned” Kelly fu il bandito più famoso della colonia inglese (alla sua vita è ispirato il film diretto da Gregor Jordan nel 2003 “Ned Kelly“). E proprio contro la polizia e l’autorità inglese, insieme alla sua banda, mise in atto la maggior parte delle sue azioni. Puntò soprattutto alle banche e ai ricchi proprietari terrieri e di bestiami e tutt’oggi divide l’opinione pubblica australiana tra chi lo vede come un “Robin Hood” e chi come un semplice bandito che meritò l’impiccagione a soli 25 anni. Alla sua condanna però seguì una petizione in suo favore di 32 mila cittadini australiani.

Come a dire che per il popolo c’era un nemico più grande, nonché in comune, piuttosto che un giovane ribelle.
D’altronde come disse Bertolt Brecht “cos’è rapinare una banca in confronto al fondarla?”.

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