“ArcheoFame”: teatro, satira e intrattenimento, viaggio nelle antiche civiltà del passato

Anno nuovo, rubrica nuova. La prima, in realtà, nella neonata storia di The Walk of Fame. Ideata casualmente durante un banale giorno di dicembre, “ArcheoFame”, questo il nome della rubrica, si pone l’obiettivo di focalizzare l’attenzione, mediante appositi approfondimenti, sui principali argomenti trattati sulle pagine del magazine.

Con una particolarità: per farlo, partiremo da lontano. Molto lontano. Un excursus storico, un viaggio all’interno di tradizioni, abitudini e sfoghi culturali di alcune civiltà del passato. Perché la storia può rivelarci molto del presente che viviamo. Un piccolo spazio di divulgazione culturale proprio come lo vorrebbe Alberto Angela (a proposito Alberto, se vuoi un’intervista sono qui!)

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Come si divertivano i nostri antenati? Come trascorrevano il tempo libero? Che significato avevano teatro, musica, giochi e sport?

Tutto questo, e molto altro, lo affronteremo nei prossimi articoli; dalla Grecia agli Etruschi passando per l’Egitto e attraversando tutto il Vicino Oriente, approdando in nord Europa e da lì fino alle Americhe, faremo un lungo tour dell’intrattenimento nell’antichità. Il nostro tragitto prende il via dalla Città Eterna e, in particolar modo, proprio dal teatro che, nella sua declinazione italica, acquista tutto un altro significato rispetto alla precedente esperienza ellenica.

Le origini

Era il IV secolo a.C. e, durante una festa in onore di Dioniso, un officiante sgozzò un capretto. Mentre si svolgeva il sacrificio i partecipanti al rituale intonarono i “Canti del Capro”, storie di miti accompagnate da danze e musica. Passando da quelle parti il leggendario poeta Tespi si incuriosì e decise di fermarsi. Aggiunse al canto e alle danze il dialogo; in quel momento nacque la tragedia.

In un giorno d’autunno di qualche secolo più tardi – il III a.C. – un uomo, nato e vissuto nella colta Magna Grecia, venne deportato a Roma come schiavo dopo la conquista per mano capitolina della sua città natale, Taranto (seconda guerra punica: assedio di Taranto, 209 a.C. -ndr). Era conosciuto come Livio, nome che assunse una volta liberto, ma lui aggiunse Andronico, nome greco con cui era nato. Del resto il sangue non è acqua e, come è noto, il più famoso derby dell’antichità (fino a un certo punto, ovvio) si giocava proprio da Ovest a Est dell’Adriatico.

Le radici, le origini, erano essenziali e chi era nato greco ci teneva a ostentarlo, pure da “poraccio”

Qualche anno dopo (240 a.C:), quello stesso uomo avrebbe messo in scena a Roma un dramma teatrale che è tradizionalmente considerato la prima opera letteraria scritta in lingua latina. La guerra era servita a Roma più di quanto la città potesse sperare; aveva portato con sé il futuro della letteratura latina, tanto amata dai moderni studenti, fino al punto che un secolo dopo, un altro poeta avrebbe detto della deportazione di Livio Andronico che “Nella seconda guerra punica la Musa, con incedere alato, si recò tra la bellicosa e rozza stirpe di Romolo”. Forse severo, comunque giusto.

L’architettura

Insomma, questi romani, oltre a girare per il mondo seminando morte distruzione e infrastrutture, che facevano? Come trascorrevano il loro tempo libero? Sicuramente il teatro è stato uno dei passatempi preferiti degli antichi abitanti dell’urbe. Non bisogna però subito pensare alla maestosità architettonica del teatro Marcello, prima, molto prima non esistevano strutture in muratura dove potersi esibire, e come negli anni cambiava l’architettura così’ cambiavano le rappresentazioni.

Agli albori del teatro italico gli spettacoli avvenivano in strutture mobili lignee composte solo di pulpito (il palco) e scena (lo sfondo). Soltanto dopo l’88 a.C. i romani iniziarono a costruire teatri in muratura. Per dare a tutti la possibilità di partecipare alle rappresentazioni gli spettacoli erano gratuiti, gli schiavi si sedevano in fondo alla cavea, in mezzo il popolo, e da Augusto in poi, i cavalieri si sedevano nelle prime 14 file. Inoltre per evitare che gli spettatori si squagliassero sotto il sol leone dell’estate romana tutta la cavea era aperta da un telo, il velarium.

Ma siccome il caldo, si sa, fa anche sudare, per evitare il puzzo mefitico venivano spruzzate sulla folla acque aromatizzate e profumate.

Gli attori e i generi

Le tragedie faranno sempre parte del teatro romano, quelle di imitazione greca dette “cothurnatae” (dal nome dei calzari degli attori greci) e quelle con ambientazione romana dette “praetextae” (dal mantello indossato dai magistrati capitolini). In seguito sembrano prendere piede rappresentazioni più divertenti e leggere, al contrario di quello che avviene in Grecia, dove il teatro ha scopo educativo e moralizzatore. Anche queste commedie avevano nomi diversi a seconda del diverso tipo di ambientazione: palliate se greca, Togate se romana.

Come racconta Tito Livio in “Ab Urbe Condita“, i primi spettacoli teatrali si tennero intorno al 364 a.C. in occasione del Ludii dedicati alle divinità, all’inizio ad opera di attori etruschi “esperti del settore”, come lo saranno in seguito schiere di schiavi. In effetti a Roma quello dell’attore eri considerato tra i mestieri più infami visto che ti mascheravi (discorso che approfondiremo in seguito) e ti mostravi davanti al pubblico con atteggiamenti poco consoni per un onesto cittadino: della serie “è uno sporco lavoro ma qualcuno deve pur farlo”. Questi etruschi vennero appositamente chiamati a Roma per eseguire un particolare insieme di danze, canti e parodie chiamato Fescennina.

Sull’origine del nome Fescennina sono state avanzate alcune ipotesi

La più interessante è quella che attribuisce alla parola un senso fallico, dal sapore osceno e apotropaico. Durante questi spettacoli ci si abbandonava a danze grottesche intervallate da dialoghi drammatici che in seguito vennero addirittura vietati per legge.

Sopravvissero però a livello popolare, diventando col tempo sempre più espliciti tanto da diventare testi di quelle che oggi chiameremmo “stornelli”, tipo un “All’osteria numero 1000” ma con il merito di aver contribuito alla formazione della drammaturgia latina. Un altro tipo di rappresentazione erano le Atellane, improvvisazioni brevi a carattere farsesco “mandate in onda” alla fine delle tragedie per restituire un minimo di respiro a quei poveri spettatori che si erano appena sorbiti 10 ore di drammi.

Con il tempo le Atellane diventeranno sempre più strutturate e professionali, sfornando anche dei personaggi classici come il Pappus, il vecchio stupido, o il Maccus, lo scemo bullizzato da chiunque. Infine il Mimo e la Satira. Il primo ebbe il merito di introdurre attrici femminili sui palchi romani che di contro resero gli spettacoli eccessivamente osceni e lascivi. In pratica la gente andava a teatro solamente per vedere queste poverine spogliarsi, fino a che in tarda repubblica i bollori si calmarono e il genere si corona di dignità letteraria.

La satira (di cui parleremo ancora) è probabilmente il tipo di rappresentazione che più di tutte ha avuto fortuna, non solo tra i romani ma nei secoli dei secoli, diventando con gli anni espressione del dissenso popolare

Nato con significato rituale, sfondo di cerimonie religiose, spettacoli in omaggio alle divinità, fondamentale nelle feste. Insomma, aperto a tutti, dotato dei migliori comfort, ludico e didattico, andare a teatro doveva essere davvero una piacevole pausa tra un massacro e l’altro. Non solo per distrarsi dalla vita estremamente difficoltosa di un qualsiasi antico ma anche e soprattutto per ritrovarsi comunità, popolo, ridere e dissentire, esprimersi in qualche modo, anche senza essere protagonisti diretti.

Articolo a cura di Licia De Vito

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