Anna Coleman Ladd, l’arte funzionale nel primo dopoguerra

Non sempre l’arte è fine a se stessa. L’arte funzionale, applicata alla quotidianità ebbe un esponente di spicco in Anna Coleman Ladd.

La scultrice statunitense, attiva a cavallo tra XIX e XX secolo, ha legato indissolubilmente il suo nome a quello della prima guerra mondiale. Trovandosi in Francia con suo marito, medico della Croce Rossa americana, entrò in contatto Francis Derwent Wood, fondatore a Londra del “Dipartimento di Maschere per visi sfigurati”.

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L’artista fino ad allora si era dimostrata una ritrattista notevole. Il suo ritratto dell’attrice teatrale Eleonora Duse, vera icona del suo tempo, ebbe un successo sensazionale.

Vedendo in prima persona le mutilazioni riportate dai soldati della “Grande Guerra” decise di avventurarsi nel campo dell’arte reintegrativa. L’idea che questi reduci dovessero essere ripudiati dalla società e dalle loro famiglie che ne erano spaventati per l’aspetto, era per lei intollerabile.

In collaborazione con Wood fondò a Parigi il laboratorio “Studio for Portrait-Masks”, dove la sua arte fu messa al servizio della riabilitazione dei soldati sfigurati in guerra.

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Anna Colema Ladd in un mese riusciva a realizzare una maschera che ricostruisse le parti mancanti del volto. Da un calco di gesso del viso passava poi ad una protesi facciale in rame zincato. Il colore veniva effettuato da lei stessa mentre il paziente indossava la sua creazione. Il tutto per arrivare ad tonalità quanto più reale e coerente.

Addirittura usava capelli veri per ricostruire baffi e sopracciglia. Un lavoro certosino e altamente patriottico per restituire una vita quanto più normale a chi aveva servito la propria Nazione.

Una donna che con la sua arte cercò di limitare i danni post traumatici causati dal conflitto bellico. Una guerra che fece contare oltre venti milioni di vittime, tra soldati morti, dispersi e civili uccisi. La cosiddetta guerra di posizione, di logoramento. Dove i soldati erano immobili all’interno delle trincee, dalle quali sporgevano il viso per frazioni di secondo. Il tempo necessari, a volte, per una raffica che poteva uccidere o sfigurare. Una guerra lunga 4 anni che vide in campo, per la prima volta, eserciti da ogni continente.

Un conflitto che lasciò strascichi che portarono anche allo scoppio della seconda guerra mondiale. Quantomeno per lo spirito revanscista che si diffuse negli Stati che ne uscirono sconfitti o delusi. Come l’Italia.

Fu la guerra non solo dei soldati. Ma delle donne che presero il posto dei mariti in fabbrica. Dei bambini che divennero immediatamente adulti e che con le loro lettere sostenevano da lontano i loro eroi. Fu una guerra totale, per l’appunto. Che coinvolse ogni aspetto della vita.

E proprio per questo le conseguenze furono visibili anche nel piccolo quotidiano. La chirurgia estetica ancora non esisteva. E i reduci, in molti casi, dovettero sopportare anche questa umiliazione. Un rifiuto dalla società per il loro aspetto. Che si andava a sommare, in alcuni paesi, anche all’abbandono da parte del Governo.

Il lavoro di Anna Coleman Ladd si andò a inserire proprio in questa situazione. Mettere le proprie capacità, la propria arte a servizio di chi aveva combattuto.

Questo impegno le fece meritare il più alto riconoscimento da parte del governo francese: la nomina a Cavaliere della legione d’onore francese.

Ma soprattutto, le 185 maschere che lei e suoi 4 collaboratori realizzarono per i mutilés le valsero un posto da protagonista nella Storia dell’arte. E non solo.

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Federico Rapini
Nato a Roma grazie alle notti magiche di Italia 90, si laurea in Lettere con indirizzo storico all’Università di Roma “Tor Vergata”. Cresciuto tra la passione per la Roma ed i libri di Harry Potter punta ad una nuova laurea in Filologia. Ancora deve capire se essere un Grifondoro o il nuovo Totti

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