Angela da Mondello, cioè il lato peggiore della televisione italiana

Quando il trash supera la fantasia. Anche la peggiore, la più scadente, quella più gretta e imbarazzante. Quella capace di trascendere moralismo e moralisti, bigotti e bigottismo, cinici e cinismo per mettere d’accordo tutti sulla propria perversa natura e sulla scadenza della sua forma e l’inconsistenza della sua sostanza. Quella di fronte alla quale l’unica risposta è un conato. Quello, almeno, è sincero.

Usiamo parole dure, ne siamo consapevoli, per censurare volontariamente l’ennesimo ed evitabile siparietto tragicomico da serie z che la tv italiana sponsorizza con tanta superficialità e ostentata arroganza. Nei mesi scorsi auspicavamo che dalle tragedie ne saremmo usciti migliori, ma si trattava di false speranze. Nessuno ci ha mai creduto realmente. Perché, di fatto, l’essere migliori, o il provare a esserlo, richiede quanto meno una comprensione degli errori formulati. L’inerzia, come sempre viene sottolineato, non insegna nulla, ma un errore dà l’opportunità al suo autore di non ripeterlo. Quindi è un insegnamento. Un fattore pedagogico la cui utilità, in questo preciso momento storico, è tutto fuorché in discussione.

Angela Chianello da Mondello, resa famosa dallo sciagurato “Non ce n’è di Coviddì“, non fa ridere. Non nell’accezione più nobile del suo significato e del suo intento. Non è neanche intrattenimento, quello che prova a portare avanti con disgraziata goffaggine. A qualcuno piace, ne prendiamo atto. E quindi persevera, insiste nel suo brutto folklore e nella sua triste comicità. E si spinge oltre, verso nuovi orizzonti di inutile bruttezza. Perché il trash piace, lo sappiamo. Anche se noi continuiamo a spingere per la qualità. Perché stupidamente crediamo che la televisione italiana possa e debba ancora ricoprire un ruolo primario nell’educazione di chi la guarda o in essa trova ristoro.

Forse piace a chi non si è reso conto del periodo storico che stiamo vivendo. Dopo la inusuale e profetica espressione gergale (mix di ignoranza, superficialità e dissociazione dal mondo circostante) è tornata alla carica, e del suo tormentone estivo sta addirittura girando un video musicale. Non serve scomodare la Legge di Murphy per sottolineare che quando va tutto male, in fin dei conti può andare anche peggio.

Lasciando da parte la tempestività (girarlo a novembre, sulla spiaggia, in piena seconda ondata della pandemia) che dimostra una totale assenza di consapevolezza di mezzi e misure, la Chianello ha addirittura trovato chi le producesse questo capolavoro. Salvo che la seconda ondata per lei, e per chi la sponsorizza, non fosse un’opportunità di esibizionismo. Ma no, non riusciamo a riderci sopra. Non quando c’è una pandemia che sta flagellando il mondo, la salute di chi lo vive e l’economia di chi prova tra lutti, sofferenze e fatiche, a tirate la carretta. Per sé e per gli altri. Non fa ridere. L’ironia è altro.

L’ironia è un’arte, è una cosa seria. Il saper far ridere richiede sforzi cognitivi estranei al sopra citato tormentone il quale, forse, è riferibile a una nicchia, magari composta da chi è totalmente disinteressato a cosa si sta verificando e vede nel trash televisivo e del web un sollievo. Ma non a chi ha un minimo di raziocinio e sale in zucca. E’ il baratro, semmai, della televisione italiana che vede in Barbara D’Urso – ma guarda un po’ – la sua più fiera portabandiera. Che dura e perdura, che avanza incessantemente tra sgomento e frustrazione.

Sono morte migliaia di persone per il covid 19. Moltissime continuano a morire e moltissime ne stanno soffrendo. Anche i più negazionisti hanno alzato bandiera bianca nel riconoscerne l’esistenza. Viviamo la più grave crisi sanitaria da un secolo e più a questa parte e ridere e ballare (in rigoroso assembramento senza mascherine e distanziamento) su una spiaggia per omaggiare Angela Chianello è qualcosa di cui non abbiamo bisogno e che respingiamo con forza e decisione. Per rispetto di chi, del “coviddì”, si è ammalato. Non fa ridere. Neanche un po’. E a scanso di equivoci lasciate da parte la falsa retorica moralista, perché non troverà terreno fertile in questa critica. Scegliamo volutamente di non pubblicare foto e video di tale sciagurata e insensata idea. Ognuno è libero di pensarla come vuole, ma noi preferiamo prenderne le distanze e non darne ulteriore visibilità.

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Giornalista, docente di lingue straniere, tra le collaborazioni l’agenzia Ansa e il Centro (testata ex gruppo L’Espresso-Finegil Editoriale). In passato ha lavorato a Parigi e Milano con Eurosport e Canal +. Come blogger, oltre ad aver seguito vari eventi sportivi internazionali, dalle Universiadi (in Europa e in Asia) alla Race Across America – la folle corsa ciclistica da un capo all’altro degli Stati Uniti – ha condotto alcune inchieste sull’immigrazione con reportage in Italia, Romania e Marocco. Nel 2007 ha vinto il premio giornalistico Polidoro. Nel 2016 ha firmato “New York, Andalusia del Cemento – il viaggio di Federico García Lorca dalla terra del flamenco alle strade del jazz” (Aurora edizioni), l’anno successivo Lithium 48, sempre per la stessa casa editrice.