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Alive and kicking, tutti pazzi per lo swing. Un salto dentro il mondo del lindy hop, dalle origini alla rinascita

Federico Falcone

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Lungo le strade di quel magico microcosmo che è Netflix, è possibile imbattersi in ogni sorta di cose e non vi nascondo la mia gioia nel trovare Alive and Kicking, un dinamico documentario sulla scena swing attuale. Dall’uscita del film (2017) ad oggi, sono cambiate un po’ di cose ma il cuore è lo stesso: voglia di divertirsi ed essere sé stessi.

Lo swing è stato il genere che ha cambiato per sempre la storia della musica. Esploso in America tra gli anni venti e trenta, ha stravolto completamente i canoni mantenuti fino ad allora, sia nella musica che nella società. La nascita e l’evoluzione dello swing sono strettamente legate al ballo simbolo di quest’epoca: il lindy hop.

Nato nelle strade e nelle ballroom di Harlem – in luoghi iconici come il Savoy, dove le big band suonavano ogni sera per più di un centinaio di persone – il lindy hop è certamente uno dei balli più fenetici e pieni di stile, che riesce ad adattarsi a qualsiasi tempo e contesto sociale, senza mai mostrare i segni dell’età.

A raccontarci tutto questo sono alcuni dei più importanti protagonisti del lindy hop; ballerini che dedicano tutta la loro vita a insegnare e gareggiare in giro per il mondo, rendendo di fatto il lindy hop uno dei balli più “social” di sempre. Questo “social” non ha nulla a che vedere con i like e i repost, ma si riferisce proprio all’aspetto più umano del ballo, ossia l’interazione tra persone diverse tra loro e con una passione in comune.

C’è un leader e c’è una follower

“Il leader deve sempre essere un passo avanti, pensare a cosa c’è dopo, a come far muovere il partner. Il compito della follower è rispondere a ciò che il partner sta facendo e si crea così questa fantastica conversazione”.

Il lindy hop non è solo divertimento. C’è una grandissima ed importantissima componente storica che non va mai dimenticata. È un ballo che affonda le sue radici nell’authentic jazz e nei movimenti provenienti da diversi balli africani ed afroamericani, con influenze anche dal tip tap e dal charleston. Fu un vero e proprio fenomeno sociale, fondamentale nell’integrazione tra bianchi e neri. Frankie Manning, ambasciatore di questo ballo, ricorda con una bellissima frase tutto quello che il lindy hop rappresentava: “Al Savoy, non importava di che colore fossi: nero, bianco, verde, giallo o qualunque altro. Non mi ricordo neppure del colore della pelle della gente con cui ho ballato. La sola cosa che ti chiedevano quando entravi era: “Sai ballare?

(Potrà sembrare un po’ utopico parlare di contesti sociali senza discriminazioni ma sono felice di poter dire che, in pista, è effettivamente così)

Evita Arce, Sharon Davis, le Decavita Sisters, Meschiya Lake [voce pazzesca, fidatevi!], Frankie Manning, Norma Miller, Dawn Hampton, Chester Whitmore… sono solo alcuni dei protagonisti di questo documentario, vere icone e leggende del ballo e della musica swing!

Tra video storici, dietro le quinte delle competizioni più importanti e testimonianze in prima persona, Alive and kicking riesce a dare un assaggio di cosa significhi vivere all’interno di questo movimento, che cresce sempre di più ed è ormai un fenomeno mondiale.

Il lindy hop è talmente travolgente che nemmeno l’Italia è rimasta ferma e sono molte le scuole e gli eventi nati nel corso degli anni, con una community di ballerini in continua crescita. Se provate a cercare nella zona in cui vivete, qualunque zona, sicuramente riuscirete a trovare degli appassionati vicino a voi!

Alive and kicking mostra la parte divertente e trasparente del ballo che più di tutti continua ad affascinare amanti del vintage e non, ma rivela anche una parte un po’ più dura, raccontando senza mezzi termini di come sia difficile vivere proprio di questo ballo: gareggiare nelle competizioni, insegnare nella propria scuola e in giro per il mondo, non avere tempo per tornare a casa tra una settimana di studi e l’altra, prepararsi per altre gare e nuovi show… una vita dinamica e sempre in bilico, non c’è nulla di stabile.

“Come ballerina full-time, ricavo la maggior parte del mio guadagno dall’insegnamento. Non vinci molti soldi con le competizioni, non è per niente come il circuito dei balli da sala”, Evita Arce

E mai come in questi mesi la pressione si sta facendo sentire: quasi tutti gli eventi swing sono stati cancellati e i professionisti del settore – ballerini, musicisti, organizzatori – sono attualmente senza lavoro, essendo fermi anche tutti i corsi locali. Ma lo spirito del lindy hop non si è fermato e sono moltissime le iniziative online che stanno pian piano prendendo forma, tra video divertenti e sfide all’ultimo passo, lezioni e talk live, tutto rigorosamente a casa.

Se questo film vi farà venir voglia di ballare e conoscere tutto il mondo che c’è dietro la piccola parola swing, questo è il momento giusto per farlo comodamente dal divano, in attesa di scatenarsi di nuovo in pista!

Marina Colaiuda

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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Ratched piace a tutti, confermata la seconda stagione

Saranno otto gli episodi che daranno seguito alla vita dell’infermiera Ratched

Antonella Valente

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La seconda stagione di Ratched si farà, ma non prima del 2022. A pochi giorni dalla sua uscita, la serie targata Netflix è considerata tra le più interessanti dell’intero catalogo, risultando tra le più viste negli ultimi mesi. Un successo di pubblico che ha convinto la produzione ad annunciare, con largo anticipo, un secondo appuntamento.

La protagonista Mildred Rathed, interpretata da Sarah Paulson, è un personaggio tanto affascinante quanto inquietante. Puntata dopo puntata assistiamo a un’evoluzione ben marcata e costante, capace di palesare un ventaglio di sfumature umane di cui nessuno avrebbe sospettato, per lo meno dopo i primi due o tre episodi.

Leggi anche: Ratched: esercizi di stile per la serie Netflix del momento

Merito va riconosciuto anche a Ryan Murphy, regista e sceneggiatore della serie che ha messo su un cast di altissimo livello, soprattutto con riguardo ai caratteri femminili: oltre alla Paulson, infatti, troviamo la Miranda di Sex & The City – Cynthia Nixon – la fantastica Judy Davis e l’eterna Sharon Stone.

L’accordo tra Netflix e Murphy prevede una seconda stagione. Intesa che non arriva a seguito del successo di questa prima, anzi, era sottoscritta già prima della sua messa in onda.

Saranno otto gli episodi che daranno seguito alla vita dell’infermiera Ratched.

Le vicende di Mildred Ratched, la sadica e manipolatrice infermiera che si imbuca nella clinica psichiatrica di Santa Lucia, prendono spunto dal romanzo di Ken Kesey “Qualcuno volò sul nido del cuculo”.

Leggi anche: 83 anni di Jack Nicholson: da Shining a Batman, il ghigno del cinema americano innamorato di Picasso e Louis Armstrong

Scritto che ha ispirato anche l’omonimo film con protagonista Jack Nicholson. La pellicola, uscita nel 1975, vinse cinque premi Oscar: miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura non originale, miglior attore protagonista e miglior attrice protagonista. Cioè quella Louise Fletcher che interpretava l’infermiera Ratched.


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Le “magnifiche rose” di Alberto Arbasino

Leggere Arbasino diventa sia un viaggio nel tempo che una corsa contro di esso

Alberto Mutignani

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Anni fa uscì su la Repubblica un intervento che Alberto Arbasino dedicava al ricordo degli amici scomparsi, quei nomi con cui aveva condiviso le esperienze di un’epoca e che adesso vedeva scomparire come l’Italia che aveva raccontato nei suoi libri.

Sembra, leggendo Arbasino, che l’oggetto delle sue riflessioni sia, nel momento esatto in cui lo registra, già destinato alla sparizione, e che davvero ciò che interessasse a quel mite Lombardo fosse la natura crepuscolare del mondo che lo circondava. Il teatro che a Roma, nei primi anni ’60, era ancora vivissimo e il suo pubblico sempre più ingordo di spettacoli, e le colonne de “Il Mondo”, “Tempo Presente” e “L’Espresso”, la vitalità intellettuale e il melodramma, l’eredità classica del teatro greco e le incursioni di Shakespeare nella drammaturgia contemporanea.

Di ognuna di queste cose Arbasino, nel momento in cui le osserva, ne presagisce la fine imminente. Leggendo “Grazie per le magnifiche rose – Una scelta”, la raccolta da ieri nelle librerie – edita Adelphi – dei pezzi più significativi di quell’omonimo volumetto, troviamo molti di questi presagi: dalla stagione dei musical di Broadway del ’59 a quella Romana, e poi un giro per l’Atene che ha dimenticato Eschilo e Sofocle ma è ancora affascinata dalla tragedia Euripidea, fino alle riletture del teatro vittoriano in mano agli “sciagurati”.

Ci sono Karajan e la Callas già truccata che vuole entrare in scena a tutti i costi, Visconti e i neologismi a lui associati (“visconteggiare”), ma anche Wanda Osiris e la compagnia dei Legnanesi. Scritti che non sono “teorizzazioni ipotetiche”, come si precisava, ma “testimonianze su spettacoli innegabilmente avvenuti”.

E poco conta se dei festival di Monaco e Bayreuth del ‘65 o degli “uffizialetti italiani con gli stivali lucidi e tanta brillantina sui capelli” nessuno conservi più alcun ricordo, né è necessario conoscere i protagonisti delle – spesso disdicevoli – esperienze teatrali raccontate: il potere di queste pagine è la conservazione della memoria, come una resina che mantiene intatto il tempo, che non possiamo rivivere ma osservare con dovizia di dettagli.

Ma è soprattutto stupendo leggere Arbasino nella sua esplosione di energie, quando scrive divertendosi a stroncare e quando rimane sinceramente folgorato da certi musical di Broadway, nell’America Amore (o Amara) immortalata con gli occhi di un Europeo che “quando arriva a New York è ingordissimo di teatri, apre i giornali alla pagina degli spettacoli, trova una trentina di titoli e non riesce a orientarsi”.

È il piacere della scoperta e la curiosità di conoscere, come diceva egli stesso, “i luoghi, le persone, le idee che trova stimolanti e lo interessano”, arrivando a toccare e guardare tutto quello che può. Così, leggere Arbasino diventa sia un viaggio nel tempo che una corsa contro di esso, perché l’essenziale è in quella miriade di nomi di attori, di luoghi, di ristoranti, di strade che oggi hanno cambiato forma o sono scomparse.

Sono cartoline dell’Italia che fu, immortalata nei gesti di uno spettatore sbuffante davanti a una pièce troppo noiosa e nelle donne profumate che girano con dei buffi pellicciotti all’interno dei grandi teatri romani, o di quella diatriba tra Celeste Aida Zanchi e il capocomico Ruggeri, che le proibiva di mettere le iniziali “C.A.Z.” sui propri bauli.

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Il Dossier Wallenberg di Davide Amante vince il premio Mediolanum – Un Certain Regard

L’autore riesce, con uno stile raffinato, a restituire nitidezza e drammaticità a un’epoca storica che non va dimenticata.

redazione

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Appena uscito in Italia e vincitore di un premio letterario, ‘Il Dossier Wallenberg’ di Davide Amante, distribuito da Feltrinelli, fa già parlare di sé. Il romanzo si basa su un dossier nazista che sarebbe all’origine della sparizione di Raoul Wallenberg, uno degli uomini-chiave della Shoah, e offrirebbe una spiegazione plausibile alla vicenda storica.

Non c’è dubbio, il miliardario svedese Raoul Wallenberg con le sue azioni è l’uomo che di gran lunga più di ogni altro – certamente ben più di Schindler e Perlasca, solo per citarne due – ha contribuito al salvataggio di migliaia di famiglie ebree durante la Shoah.

In aggiunta, è risaputo che Wallenberg ha agito a rischio della propria vita con iniziative spettacolari e ad alto rischio durante la sua permanenza a Budapest nel 1944 e 1945.

Tuttavia, a differenza di altri soccorritori noti e sui quali sono stati realizzati film, ancora oggi il grande pubblico conosce ben poco sull’uomo che salvò decine di migliaia di famiglie ebree, sottraendole alla deportazione e direttamente dalle mani di Adolf Eichmann.

Perché? Una vicenda complessa che coinvolge i servizi segreti di Stati Uniti, Unione Sovietica e Svezia, una donna importante e un Dossier denominato Dossier Wallenberg.

Eppure ancora oggi si cerca di capire, con numerose commissioni d’inchiesta e interrogazioni parlamentari nel mondo che cosa sia effettivamente accaduto a Raoul Wallenberg: un eroe sparito in circostanze misteriose nel 1945; dato ufficialmente per morto nel 1947 dalle autorità Sovietiche sebbene il suo nome sia stato cancellato da qualsiasi documento; confermato in vita da testimoni oculari a metà degli anni ’50; probabilmente vissuto fino alla vecchiaia sotto identità protetta grazie al Dossier. 

Lo scrittore Davide Amante, in un romanzo-indagine, ripercorre con precisione storica e sorprendenti dettagli la vita di Raoul Wallenberg.

L’autore, dopo oltre un anno di ricerca sulla documentazione storica disponibile e quella più recentemente messa a disposizione dagli Stati Uniti con il Freedom of Information Act, rivela una scioccante verità su Raoul Wallenberg, alla base della quale c’è un dossier che Adolf Eichmann, di base a Budapest, aveva ordinato ai suoi ufficiali della sezione speciale: il famoso Dossier Wallenberg. 

Il Dossier Wallenberg ricostruisce giorno per giorno la vita e gli avvenimenti che hanno portato il miliardario svedese a ideare i famosi ‘Schutz-Pass‘, i falsi passaporti che hanno permesso a decine di migliaia di famiglie ebree di sfuggire alla deportazione messa in atto con particolare efficienza e aggressività dal colonnello Adolf Eichmann, capo delle forze naziste di stanza Budapest, in Ungheria, e responsabile dell’ideazione e attuazione della nota ‘soluzione finale’. 

Il romanzo ricostruisce i rapporti di Wallenberg con una donna ebrea misteriosa, di cui era nota l’esistenza, in grado di determinare l’intervento congiunto di diverse forze alleate, la disponibilità del famoso generale Kartashov, a capo del controspionaggio militare sovietico, che più volte incontrerà Wallenberg, ma soprattutto la volontà di un ragazzino ebreo che Wallenberg aveva salvato durante la guerra.

Insieme, queste persone determineranno – sulla base del Dossier Wallenberg – una serie di eventi sorprendenti, che finalmente restituiscono il senso della vita di un uomo come Wallenberg e offrono la risposta più plausibile al suo destino. Il romanzo dello scrittore Davide Amante racconta una delle vicende più drammatiche della Shoah con esattezza storica e vigore narrativo, mettendo in luce un interessante intreccio fra atrocità e umanità.

L’autore riesce così, con uno stile raffinato, a restituire nitidezza e drammaticità a un’epoca storica che non va dimenticata.

Il romanzo è vincitore dell’Edizione 2020 del premio letterario ‘Mediolanum – Un Certain Regard’.  

Titolo – Il Dossier Wallenberg
Autore – Davide Amante
Pagine – 250 pagine (edizione paperback)
ISBN 9788894315622  

Il romanzo è distribuito negli USA (e paesi di lingua inglese) con il titolo The Wallenberg Dossier e ISBN 9788894315615.  Davide Amante è autore di numerosi romanzi fra cui un bestseller ed è stato tradotto in 3 lingue.

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