Dal Nobel per la letteratura all’esilio, l’incredibile storia di Alexandr Solženicyn

Per alcuni è stato tra i più grandi scrittori del Novecento, per altri, invece, una spina nel fianco. Per altri ancora una “penna” difficile da comprendere, proprio perché russa, quindi inevitabilmente pilotata da un determinato spirito patriottico. O forse no?

Aleksandr Solzenicyn è stato, molto più semplicemente, l’antonomasia della libertà di espressione e della scrittura scevra da condizionamenti e forzature politiche. La sua onestà intellettuale, la sua indipendenza di pensiero, infatti, non vennero mai piegate. Ancora oggi, per la letteratura sovietica (quella libera) resta un punto fermo.

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Nato a Kislovodsk, è stato tra i primissimi a parlare apertamente e senza filtri dei Gulag, campi di lavoro riservati a dissenti e oppositori del regime dell’allora Unione Sovietica. In uno di questi, in Siberia, vi fu anche rinchiuso. Per otto anni. Ne aveva ventitré quanto venne arrestato perché, in una sua missiva diretta a un amico, ma intercettata dalla polizia sovietica, osò criticare Stalin. Era il 9 febbraio del 1945.

Pochi giorni prima, il 27 gennaio, con un gesto eroico salvò la vita ad alcuni suoi commilitoni. La spedizione tedesca in Russia, ultimo baluardo prima del crollo definitivo dell’Europa, era in affanno, disperata nel tentativo di fare breccia nell’Est. L’epilogo della Seconda Guerra Mondiale si decideva lì. Ogni assalto fu vano e venne dunque respinto. Solzenicyn, con il suo coraggio, con la sua tenacia e con la forte determinazione che lo contraddistingueva, guadagnò sul campo i gradi da capitano.

Gli anni spesi sul fronte lo portano a scrivere una delle sue opere più acclamate, “Agosto 1914“.

Fu durante la prigionia che gettò su carta”Una giornata di Ivan Denissovic“. Lo fece di notte, in semi oscurità, illuminato solo da una candela. L’opera racconta la giornata di un detenuto politico all’interno di un gulag. Su carta è impressa la sofferenza, la fatica, il dolore di chi, suo malgrado, si ritrovata costretto a vivere – se così si può dire – in quei campi di prigionia. Fame, sfinimento fisico e mentale e oppressione erano quotidianità.

L’opera verrà pubblicata in seguito, nel 1962, sulla rivista Novyi Mir. L’impronta anticomunista di Solzenicyn non piacque, ovviamente, al regime sovietico che non mancò di ostacolarlo.

La dura posizione dello scrittore verso lo stesso, considerato una conseguenza delle influenze politiche dell’Occidente piuttosto che una naturale evoluzione della cultura nazionalista del Cremlino, gli valse quindi il riconoscimento di “oppositore”. E, come tale, fu trattato. Nel 1970 il Nobel per la letteraturaper la forza etica con cui ha perseguito le indispensabili tradizioni della letteratura russa“. Per paura di ritorsioni lo scrittore non prese parte alla cerimonia di premiazioni.

Ritorsioni che puntualmente vi furono. Quattro anni dopo fu esiliato dall’Unione Sovietica, trovando rifugio in un ridente paese del Kazakistan. Ivi rimase fino al 1956, anno in cui Nikita Chruscev, concesse a lui, e ad altri, l’amnistia politica. Ritornò in Russia solo nel 1994, una volta sgretolatosi il sistema sovietico.

Con “Arcipelago Gulag“, tra le sue opere più famose, fu il primo a raccontare in Occidente l’inferno dei campi di prigionia sovietici. Secondo recenti stime si calcola che il libro, ad oggi, abbia venduto circa 30 milioni di copie. L’esilio negli Stati Uniti riportò in luce un suo vecchio amore: la letteratura. Tenne, in diverse università, delle lezioni, diventando una sorta di “mito” tra i teenagers dell’epoca che in lui vedevano l’archetipo del rivoluzionario. Nonostante ciò, però, Solženicyn, nei suoi discorsi pubblici condannò spesso la perdita di valori che aleggiava in Occidente. Morì a Mosca nel 2008, a 89 anni. Un anno dopo, Arcipelago Gulag, divenne lettura obbligatoria in tutte le scuole russe.

La sua indipendenza di pensiero influenzerà migliaia di scrittori e giornalisti russi. In loro infonderà il coraggio, misto a senso del dovere e responsabilità verso la società civile, di denunciare le perversioni di uno Stato profondamente contraddittorio e votato a un certo tipo di oscurantismo. Le cronache di questi giorni sono qui a ricordarcelo.

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Federico Falcone
Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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