Alessio Boni ha postato cringe

Se siete mai stati a tavola con qualcuno che, a un certo punto, ha fatto una battuta talmente brutta da gelare i commensali, allora sappiate che quella sensazione, nello slang di internet, si chiama “cringe”. Tuttavia, se seguite abitualmente Alessio Boni sul suo profilo Instagram, non devo spiegarvi nulla.

Siete già stati educati a una sequela di monologhi recitati in dolcevita, da vero attore shakespeariano di provincia, un po’ impostato, un po’ piacione, famoso abbastanza, solo ruoli impegnati, anche quando in “Tutti pazzi per amore”, da secondario comico, strambo e spettinato, ha trasformato il suo personaggio in un ornitologo che piange in tutte le scene.

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Quando sotto quarantena la RAI ha promosso la piattaforma “Posso.it”, dove tanti artisti si rendevano disponibili a intrattenere gli italiani costretti in casa nei modi più confacenti al loro mestiere, Boni si è messo in prima linea per leggere, pensate un po’, le poesie di Alda Merini. Ama il Gaber di “libertà è partecipazione” e nelle foto non ride mai, perché la risata è una forma di sottomissione alla felicità, e lui è un attore tragico, serissimo. Più recentemente l’istrionismo boniano si è manifestato attraverso un video di pochi minuti, caricato sull’IGTV (Instagram TV) dell’attore, in cui il nostro recitava, in italiano, le ultime parole di George Floyd (ha ancora bisogno di presentazioni?), gonfiando le vene del collo come i duri rockettari italiani, accennando uno strano slang afroamericano, una sorta di baluba che avremmo visto bene, per esempio, nell’Africa de “Gli occhi del cuore”.

Boni si contorce, piange, urla, diventa rosso, si gonfia, sembra che stia per esplodere. Poi il lamento finisce, Floyd è morto. Lui, serissimo, inizia a blaterare qualcosa sul razzismo. Qualcosa sul fatto che quello che è successo è tremendo, intollerabile. Sembra di sentire Erdogan parlare del genocidio armeno. Per nostra disgrazia (era davvero esilarante), il video è stato rimosso. Al suo posto, oggi, è comparso un messaggio che condanna le accuse di auto-celebrazione mosse da molti contro l’attore: “Ho fatto questo video con il cuore” – dice Boni – “ho pensato che far sentire le parole di Floyd nella nostra lingua avrebbe contribuito ad aumentare l’indignazione […]. Per molti è stato così e ringrazio di aver capito”.

Non abbiamo capito noi, insomma. “Purtroppo tanti hanno mal interpretato il mio gesto” – che vi dicevo? Non abbiamo capito noi – “C’è chi si è concentrato a insultare sulla performance, senza capire che non c’era nessun intento performativo”. Se siete mai stati a tavola con qualcuno che, a un certo punto, ha fatto una battuta talmente brutta da gelare i commensali, sapete cosa segue subito dopo: “Non volevo far ridere, era una battuta che non prevede risata” e “Non avete colto”.

Due sempreverdi. “Dulcis in fundo” – chiude, con un latinismo – “c’è chi mi ha augurato di fare la sua stessa fine. Mi arrendo al vostro odio. Elimino il video”. Poi si dice contento perché “un ragazzo mi ha scritto su Instagram per dirmi che, grazie alla mia traduzione, si è indignato di più”, che tradotto nel nostro esempio diventa: “questa battuta l’ho fatta a un gruppo di amici e l’hanno capita tutti.” Evidentemente siamo noi. Mentre piccoli attori di fiction chiuse all’episodio pilota parlavano, indignati o meno, di Boni come di un “collega” con cui condividono “l’amore per il mestiere”, riflettevo sul senso di questa farsa.

Forse, il grande merito di Boni è quello di essere riuscito a infierire su una morte più di ogni altro meschino tentativo della compagine avversaria, i bianchi wasp e conservatori, che hanno soffocato Floyd e se ne sono andati. In questo quadretto, Boni è qualcosa di più. Non l’omicida né il manifestante arrabbiato. Non ha fatto raccolte fondi e se ne infischia di aiutare la causa in maniera fisica, concreta, tangibile. No, in questo quadretto Boni è al di là. È il bambino curioso che, dopo l’omicidio, con un bastone, si avvicina al cadavere sperando che, punzecchiando, esca ancora qualche umore dal corpo, contando che qualcuno lo stia guardando ma senza voltarsi a controllare.

E per una società che ha messo a ferro e fuoco le strade attendendo la più spettacolare delle ordinarie morti degli afroamericani, come si attende il corpo del nemico sulla sponda del fiume, con una certa impazienza ma fingendo una imperturbabile fermezza dello spirito, ecco servito un doppio spettacolo in poche ore, ricco di omaggi e con un raffinato tocco umoristico. La vita che imita il cinema.

Alberto Mutignani

Foto: Tpi

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