Connect with us

Interviste

A tu per tu con Giovanni Arezzo: cinema e teatro senza filtri, con Hungry Birds racconto la verità della strada

Domenico Paris

Published

on

È il protagonista del toccante Hungry birds”, lo short film scritto e diretto da Raffaele Romano (e interpretato anche da Dominic Chianese, celebre per le sue apparizioni ne “Il Padrino” e “I Sopranos”), che, dopo aver raccolto numerosi premi in molti festival internazionali, tra i quali il Best Indie Short al Los Angeles Film Awards, da poche settimane è disponibile sul canale YouTube sul link: https://youtube.be/_rpJH5wR5g.

Abbiamo raggiunto telefonicamente l’attore e regista ragusano Giovanni Arezzo, con già alle spalle una lunga esperienza sulle ribalte di tutta la penisola (tra i tanti spettacoli, ricordiamo “Il giorno del mio compleanno” e “The Aliens” per la regia entrambi di Silvio Peroni) e che ha lavorato in televisione in “Ris” e ne “Il commissario Montalbano”. Ecco quello che ci ha detto.

È stata la prima volta che ti è capitato di recitare in una lingua diversa dall’italiano? E, se sì, quali difficoltà hai riscontrato?

Sì, la prima. All’inizio pensavo che avrei avuto più problemi, ma all’atto pratico non ho sofferto per niente, anche perché non è che abbia tante battute nel corto. E comunque mi hanno aiutato molto anche i ragazzi della troupe. Ho avuto molte più difficoltà, da ragusano, a recitare in uno spettacolo scritto in catanese (ride, ndr)!

Il tuo homeless è un personaggio apparentemente molto duro da impersonare. Come ci sei arrivato, come lo hai costruito?

Sono partito per Londra qualche giorno prima di iniziare le riprese e mi sono installato a casa del regista, con il quale siamo molto amici da tempo. Ne ho approfittato per fare diversi giri per vari quartieri della metropoli, dove, purtroppo, ci sono moltissimi clochard in giro. Ho notato che ad accomunarli è un ritmo di vita diverso rispetto alle persone cosiddette normali. La loro quotidianità è molto più lenta, tutti sembravano quasi assuefatti ad una patina temporale fuori dalla velocità isterica della grande città. Ed io, nei limiti del possibile, ho cercato di appropriarmene. Con alcuni di loro, poi, ho parlato, ho cercato di capire la loro gestualità, e questa cosa mi ha dato molta forza sul set. Dove, ci tengo a dirlo, sono stato lasciato liberissimo di fare quello che volevo. Anche improvvisare diverse battute che sono rimaste nella versione definitiva del lavoro. Una cosa molto importante, poi, è stata che alcune scene sono state girate senza che la gente che viene ripresa sapesse di trovarsi davanti a una telecamera, catturando quindi le loro reazioni spontanee. Dal punto di vista umano, è stato molto toccante.

Ah, una curiosità. I soldi che ho raccolto chiedendo l’elemosina li ho poi regalati a un singolo clochard incontrato in giro. Immagina la scena: lui si è visto arrivare davanti un tizio apparentemente nelle sue stesse condizioni di povertà e disagio che lo ha riempito di monetine!

Per chi come te è impegnato contemporaneamente a teatro, nel cinema e nella televisione, una domanda dalla quale non si può sfuggire: come cambia il tuo modo di lavorare in ognuno di questi differenti ambiti?

Premettendoti che le mie esperienze in ambito teatrale sono molto più numerose rispetto a quelle che ho maturato in campo audiovisivo e che, quindi, su una ribalta mi sento molto più sicuro (anche per la mia formazione, sono diplomato alla “Silvio D’Amico”), l’obiettivo fondamentale è sempre quello di essere sciolto. Non amo sovradimensionare l’emotività dei miei personaggi, perché voglio che chi li guarda li percepisca come persone e non, appunto, come personaggi. Quindi, fin dall’inizio, impronto ogni interpretazione alla maggiore naturalezza possibile.

A tal proposito… Il registro espressivo che utilizzi in “Hungry birds” sembra molto naturale. Ti senti dunque più a tuo agio nei ruoli drammatici rispetto a quelli comici?

Quando recito cerco di non pensare troppo alla tipologia di personaggio con la quale ho a che fare, ma, come ti dicevo, alla sua “qualità umana”. Dunque, no, non credo di avere preferenze di registro o di avere problemi con la comicità. Inoltre il teatro contemporaneo ha spesso superato le partizioni rigide tra drammaticità e comicità, alternandole più volte nello stesso spettacolo e imponendo agli attori di comportarsi di conseguenza in scena. A me, per esempio, è capitato in “The Aliens” di Peroni, dove all’inizio si ride e poi, gradualmente, si è portati a piangere. Il teatro, d’altronde, non può certo prescindere dagli “sbalzi” umorali che sostanziano le nostre esistenze quotidiane, no?

Ti aspetti che la buona accoglienza di queste prime settimane possa portare questo cortometraggio ad ottenere dei grandi riscontri? E, più in generale, credi che la rete possa costituire davvero una ribalta proficua per chi fa il tuo mestiere?

Io sono assolutamente pro-rete, ritengo che sia una grande possibilità per chi fa il mio lavoro (pensiamo, solo per fare un esempio, alla forza che hanno piattaforme come Netfilx). Certo, questo periodo così particolare che stiamo vivendo impone anche altre riflessioni, nel senso che in questi giorni la rete non costituisce una delle alternative per un attore, ma la sola. In questo modo, il discorso si fa molto più complicato, perché comunque viene meno il rapporto tra attore e spettatore che sostanzia il teatro, ma anche il cinema, se vuoi. Ma, al momento, questo è…

Per quanto riguarda Hungry Birds, io spero che internet lo faccia conoscere a più persone possibile e che magari, finendo, che so, sul telefono di qualche produttore importante, possa andare incontro a qualcosa di grande. Lo meriterebbe, come dimostrano i premi che ha già ricevuto in tutto il mondo.

L’emergenza legata al Coronavirus ti ha impedito di portare a termine le nuove repliche di “Chet!” lo spettacolo che insieme a Laura Tornambene hai dedicato al grande trombettista americano. Ci puoi illuminare sul making of di questo spettacolo?

Potrei stare qui a raccontarti un milione di aneddoti, ma mi limiterò soltanto alla sua genesi. Io e Laura stavamo girando la Sicilia con una pièce dedicata a Leonardo Da Vinci e una sera, dopo una replica a Ragusa, siamo andati a casa mia per rilassarci, fare due chiacchiere. Mentre palavamo e bevevamo una birra, visto che in camera mia c’erano un po’ di dischi di Chet Baker in giro, abbiamo cominciato a parlarne, scoprendo di amarlo entrambi. A me già da tempo girava in testa l’idea di fare qualcosa su di lui e così ho chiesto a Laura se fosse interessata, lei che è una bravissima drammaturga, a lasciarsi coinvolgere in un eventuale progetto. Da cosa nasce cosa e, dopo un bel po’ di tempo, la prima stesura del testo era pronta. Ha subito diverse riscritture nel corso degli anni, prima di arrivare alla sua forma definitiva, ma, fondamentalmente, tutto quello di cui io e lei avevamo parlato quella sera a casa mia c’è sempre stato dentro. Ah, anche un’altra curiosità: durante un viaggio in Olanda con un amico (eravamo lì per lavorare ad un album), mi sono fermato a dormire una notte al Prince Hedryk hotel, nella stessa stanza in cui Chet trascorse le sue ultime ore di vita prima di suicidarsi. Inutile dirti che è stata un’esperienza molto forte.

Scegli un regista che ti piacerebbe ti dirigesse a teatro e uno che ti dirigesse al cinema. E, nello stesso tempo, scegli un attore che ti piacerebbe dirigere a teatro e uno al cinema.

Magari! A teatro sarebbe bello lavorare con Valerio Binasco, mentre al cinema mi piacerebbe Matteo Garrone. Per quanto riguarda qualcuno da poter dirigere io, ti direi Maria Paiato sulla scena e Francesco Montanari, che è un mio caro amico, dietro alla macchina da presa.

Appena terminato questo difficile periodo, compatibilmente a quelle che saranno le disposizioni sulla sicurezza che verranno adottate, ti rivedremo presto a teatro o al cinema? E temi che questi mesi di forzoso stop avranno conseguenze drammatiche per gli emergenti come te?

Non avendo ad oggi date certe di fine emergenza, è difficile capire quando si potrà tornare a lavorare. Ed è ancor più difficile capire come. Certamente mi sono saltati un bel po’ di lavori che spero di poter recuperare.

Quando penso alla situazione attuale, ci sono delle volte in cui mi sento molto ottimista, mi dico che ci sarà tanta voglia di fare, tante possibilità e tanta voglia da parte degli spettatori di ritornare a teatro. Altre volte, invece, pensando anche al fatto che il mio settore sarà uno degli ultimi a ripartire e che la gente sarà molto spaventata, mi preoccupo tantissimo. Non so, vivo fasi alterne. Speriamo vada bene

Interviste

Valentina Bertuzzi, la regista romana che rilancia l’horror italiano

Originaria di Roma ma molto legata all’Abruzzo, terra natale dei suoi nonni, Valentina Bertuzzi ci ha raccontato l’origine del suo fortunato cortometraggio e qual è il destino del cinema horror italiano

Alberto Mutignani

Published

on

Si è da poco conclusa l’ultima edizione dell’Apulia Horror Festival, che ha visto vincitore “Delitto Naturale” di Valentina Bertuzzi come miglior cortometraggio, in una selezione di 15 film da tutto il mondo. L’Apulia Horror Festival è però solo una delle numerose tappe nel viaggio che il corto horror della Bertuzzi sta percorrendo dentro e fuori dall’Italia, addirittura oltreoceano dove è candidato al San Diego Italian Film Festival.

Scritto dalla stessa Valentina Bertuzzi assieme alla sorella Francesca, e interpretato da Alida Baldari Calabria (Dogman, Pinocchio), Olivia Magnani (Le conseguenze dell’amore, Tutti i soldi del mondo) e Cecilia Scifoni, “Delitto Naturale” racconta l’avventura di Aida, una bambina alla ricerca della sua migliore amica, Lola, misteriosamente scomparsa tra i corridoi della propria scuola, probabilmente popolati da presenze maligne.

Originaria di Roma ma molto legata all’Abruzzo, terra natale dei suoi nonni, Valentina Bertuzzi ci ha raccontato l’origine del suo fortunato cortometraggio e qual è il destino del cinema horror italiano.

Delitto Naturale sta vincendo premi importanti in Italia e all’estero. È il tuo primo lavoro con un riscontro internazionale?

A dire il vero no. L’ultimo lavoro prima di Delitto Naturale era una web-serie, “Ghost Cam”, girata interamente in inglese, che ha vinto a Vancouver e addirittura a Seoul. In Italia non ha avuto molto seguito, ma all’estero abbiamo fatto un bel giro di festival.

E mi pare di capire che c’è un’idea di partenza molto diversa dal tuo ultimo lavoro

L’idea iniziale era un progetto interattivo. Io e Andrea Natella, di Guerriglia Marketing, abbiamo creato dei profili Facebook fittizi, dei veri e propri personaggi virtuali con le loro storie, le loro identità. Dopodiché abbiamo iniziato a postare sui loro profili alcuni self-tape, quelli presenti nel corto, e questa cosa ha avuto subito grande seguito, soprattutto grazie al pubblico più giovane. È stato divertente.

Delitto Naturale è un horror più tradizionale, ma è un bel passo avanti…

Lì c’è stata una vera e propria orchestrazione, abbiamo messo su una squadra di gente che lavora da anni nel cinema, Ferran Paredes Rubio per la fotografia, Paola Freddi al montaggio, Paki Meduri come scenografo e tanti altri. Sono persone che hanno un profondo rispetto per questa forma d’arte, e credo che questo nei festival sia stato molto apprezzato. Abbiamo fatto attenzione al suono, soprattutto, perché fosse olofonico, avvolgente.

Guardando il corto mi è venuto in mente “Stand by me”: il superamento dei limiti infantili e il trauma della crescita attraverso la paura, l’orrore. È giusto dire che “Delitto Naturale” è anche una storia di formazione?

Assolutamente sì, e sono contenta che si sia notato. È una storia fortemente ispirata ai romanzi di formazione, però in chiave horror. Una scelta decisiva per la lavorazione è stata non far leggere mai ai bambini la sceneggiatura. Io davo delle linee guida, ma nessuno sapeva mai il destino della protagonista, neppure la protagonista stessa. Per loro era una sorta di caccia al tesoro.

L’anno scorso è uscito “The Nest” di Roberto De Feo. Si è parlato molto di nuovo horror italiano, tu l’hai visto?

Sì, l’ho visto e mi è piaciuto. Sono contenta che il cinema italiano si stia aprendo in questo senso. Noi abbiamo fortemente bisogno di alzare l’asticella della qualità, e questi film formalmente molto curati, con delle grandi produzioni alle spalle, possono entrare nei circuiti giusti e fare la differenza.

In America stanno riscoprendo il folk horror, una paura rurale su cui l’Italia potrebbe osare molto. Perché all’estero ci riescono e noi ci proviamo appena?

Forse una scarsa autostima. In Italia siamo troppo autocritici, mentre a volte le serie italiane sono anche più belle di quelle americane. Non dovremmo buttarci giù così, dovremmo essere più consapevoli delle nostre possibilità e crederci maggiormente. E poi l’horror deve fare paura, noi qui siamo troppo abituati a mettere il dramma ovunque. In passato abbiamo venduto come horror prodotti che poi hanno puntualmente deluso le aspettative.

Quando scrivi i tuoi film guardi certamente ai grandi maestri del passato. Ma c’è qualche nuovo autore da cui ti piace sbirciare?

Sì, certo. Per esempio, ho adorato “It Follows” di David Robert Mitchell. Ha creato un immaginario importante, mi ha stimolato moltissimo. Lui poi ha avuto la fortuna di potersi produrre da solo e mettere su un film stupendo, anche dal punto di vista visivo.

Cosa ti spaventa?

Domanda difficile. Può sembrare banale, ma mi fanno paura gli oggetti fuori posto. Quando esci di casa, poi torni e c’è un oggetto che non è dove lo avevi lasciato. Sai che c’è qualcosa che è fuori controllo, ma non sai esattamente cosa.

Dopo i corti, stai pensando a qualche lungometraggio?

Sì, sto lavorando a due film, entrambi horror: uno sarà psicologico e l’altro sovrannaturale. Sono due progetti a cui tengo moltissimo. Sto lavorando anche a una serie, sempre di genere horror.

Continue Reading

Interviste

All that man is, according to David Szalay

Alberto Mutignani

Published

on

Like many Italians, I’ve choose a summer reading. An almost obscene term for some academic circles, but the temperatures were too high for Goeth’s Faust. I therefore chosed two books that I had not yet heard of, and frankly, the way in which I came in contact with these works and their extraordinary author also escapes me. The books are “All that is a man” and “Turbulence”, the author is David Szalay.

Canadian of Hungarian origins, he has traveled the world. A true traveler who has thoroughly scrutinized Europe, knows it outside the commonplaces and the most widespread stereotypes, those that we Europeans have learned to accept as indisputable truths. This is already a valid reason to read Szalay: to know us. As men and as inhabitants, because we all felt dispersed, disoriented, and we found a center in a person or place that seemed familiar to us.

These collections of short stories, which are actually two great novels of inner growth, represent the journey of contemporary man into the open and connected world that we are experiencing. But they are also stories of fragility, of the precarious condition of modern man. In Italy, Szalay – who has also published three novels in English, still unpublished by us – is published by Adelphi.

Reading “All the man is” it seems to me that in this collection the short stories are combined together to form a unique bigger narrative structure. Can you talk about the genesis of the work?

Well it was always intended that it should be a single organic work rather than a collection of short stories. All the stories, with one exception, were written to fit into their specific place in the structure of the book. The one exception was the story that is now the third in the book, which was written first, and initially conceived as a stand-alone piece for Granta, the English literary magazine. I enjoyed writing it and was happy with it, and I wondered whether to make it the basis of a longer work. Obviously one way of doing this would be to expand it – but that didn’t appeal to me somehow: I liked the way it was a self-contained drama, the way that we didn’t know much about the characters beyond their parts in the action. My first idea was to write a series of stories that were each about someone travelling within contemporary Europe. I had not seen much written that seemed to me to capture the essence of contemporary Europe and that one thing that I wanted to write about. But it quickly became clear to me that that would still be simply a collection of stories. It would not really be a single indivisible work. Soon after that I had the idea that each story would be about a slightly older male protagonist, starting with a teenager and ending with a man in his seventies. Each one is simply part of an organic whole. I hope that taken together they are able to say things that, taken individually, they would not be able to say.

In your book there is a strong sense of uprooting and a sense of confusion of the characters in finding their centre in the World. How autobiographical is there?

I think there is certainly a sense in which the basic feeling of being unsure of where one’s ‘centre’ is might be said to be autobiographical, in that this is a feeling that I do have myself. And it’s true that in both ‘All That Man Is’ and ‘Turbulence’ it is indeed something that characterises many of the characters – that is almost hard-wired into the books, since they are both about people undertaking actual journeys, and therefore often finding themselves away from ‘home’. Because often I think it is a familiar context that tells us who we are – who we are is fixed by our context, perhaps, more than by anything ‘inside’ us – and finding ourselves in an alien environment can often seem to open the question of who we are, in ways that are at once liberating, even exhilarating, and also of course frightening and confusing. This feeling is at the heart of many of the stories in both books. Of course more people travel now than have ever done so before (or at least that would have been true in 2019…) so this experience might be more common than in the past. But at the same time we tend, thanks to modern communications technology, to take more of ourselves with us when we travel then we ever did the past as well. There is a sense in which both books are about how small the world is now. It is harder now to run away than it ever has been before.

What gives you satisfaction when you write?

I take a particular pleasure in depicting the world I live in myself. The depiction of my own world in an entirely literal sense – the actual physical, emotional, intellectual texture of it – is what fascinates me. This is true of books I like to read as well as books I like to write. (And so, I have no interest in historical novels, fantasy, science fiction – many genres and literary subcultures are in that sense closed to me, as a reader and a writer.) I think that fiction has a unique ability to capture every aspect of what it means to be alive in a particular time and place, all the facets of human existence – it can do that, I think, in a more complete and ultimately more intense way than any other art form. 

In ‘All that man is’ there is a male centre of gravity that is often shaken by the experience with the opposite sex. Women are corpulent and mysterious figures, very reminiscent of the female characters of Federico Fellini. Did sexuality scare you when you were younger? 

Probably yes, in what might seem an almost cliched English way. It’s interesting that you make the Fellini comparison – it’s not one that I have thought of myself but there might be something in it. And certainly, I think you’re right that the sections of ATMI often seem to be about ‘a male centre of gravity shaken by the experience with the opposite sex’. Some of the stories obviously leave a stronger impression on readers in this respect than others, particularly perhaps the second about Bernard’s adventures in Cyprus. I do think there are also more nuanced depictions of female characters in the book, but it seems that they are not so vivid and memorable. (Which in itself says something of course.) Generally speaking, I think the female characters in the book are depicted as being more proactive and more sure of themselves than the male characters.

You were born in Canada but you are of Hungarian descent. What relationship do you have with these two worlds so distant?

In fact, I feel neither truly Canadian nor truly Hungarian – I feel British more than anything but even that is complicated, especially as I have not lived there for some years now. I suppose the result is that I have a certain detachment from the whole concept of nationality. At the same time, I envy people who have a clear sense of being rooted in a particular place – I think that is a nice thing to have, but perhaps only in theory because I seem to be restless by nature and have spent quite a lot of my adult life moving around Europe. My parents are like that too (they now live in Bahrain) and perhaps it was something I picked up from them – that that was somehow a ‘normal’ thing to do, not to be too attached to any one place. My childhood conception of Hungary was dominated by the fact that it was a Communist country – that was really its defining characteristic for me at that time (and I visited it almost once a year while I was growing up.) Of course, having lived there for a while, I now have a much more complex sense of the place but as with all the countries of the region, the traumatic experiences of the 20th century have cast a long shadow over them. In marked contrast, people often talk about Canada as some sort of perfect country – I was in Poland last week and it was described by some of my Polish hosts without irony as ‘paradise’. But my own way of seeing Canada is through the prism of my family there. Seen from this personal angle it is just another group of people trying to live their lives in a way that makes them happy, sometimes successfully, often not so successfully. On the whole, people exaggerate the differences between countries – and of course the differences are obvious and on the surface – but in deeper ways all countries are more alike than they are different, I think.

About the “aerial” setting of “Turbulence” and the device of communicating vessels that bind the stories: what different characters does it give us compared to those of “All that is a man”? How different is the inner drift you describe in the two books?

‘Turbulence’ started off as a commission for BBC radio. They wanted 12 stories that were strongly linked and yet definitely individual. I suppose they asked me to do this precisely because I had already done something similar in ATMI. And had it not been for this commission I probably wouldn’t have written something quite so similar as my next book. Of course, I was keen not simply to repeat myself so from the beginning I thought about how I could make ‘Turbulence’ different. One clear difference is that of the 12 protagonists in the book 7 are women, compared with zero in ATMI. The way the characters are connected to each other is also different, in that there are literal narrative connections, actual crossed paths. And the stories are of course very much shorter – this was also a requirement of the radio format – they wanted stories that would take 15 minutes to read on the radio, so that they also all had to be more or less exactly the same length. I would not normally write such short stories, I don’t think. It was a challenge. This gives the book a very different sort of texture to ATMI, which is more than four times longer – we spend much less time with each of the characters, we really get no more than a glimpse (or two or three glimpses) of each other. This of course was part of the point, part of what the book is trying to ‘say’ – that we live in a world where we tend to have short encounters with many people, and perhaps fewer deeply engaged relations with a small number of people than might have been normal in the past. (When there were fewer opportunities, either physical or virtual, of getting away from the people who physically surrounded you.) But similarly to ATMI I would hope that there is meaningful interaction between the stories of ‘Turbulence’ as well – that the stories as it were comment on each other, enlarge each other.

In your opinion, why do collections of short stories find so difficult to impose themselves on novels in literary competitions? Is there still a prejudice towards this literary form? 

I suppose I don’t really think in terms of these categories. Both ATMI and Turbulence were published and marketed as ‘novels’, no doubt for the reasons you allude to – the relative lack of prestige of the short story form. I have to say again that I do not consider either of them to be ‘collections of short stories’ as such, but a sort of hybrid form. But I don’t really think too much about it while I’m working – I think the works define the form rather than the other way around.

Continue Reading

Interviste

Le turbolenze dell’uomo moderno raccontate da David Szalay

Alberto Mutignani

Published

on

Come molti Italiani, anche io quest’estate ho scelto una lettura da ombrellone. Un termine quasi osceno per certi ambienti accademici, ma le temperature erano troppo alte per il Faust goethiano. Ho scelto quindi due libri di cui non avevo ancora sentito parlare, e francamente mi sfugge anche il modo in cui sia entrato in contatto con queste opere e con il loro straordinario autore. I libri sono “Tutto ciò che è un uomo” e “Turbolenza”, l’autore è David Szalay.

Canadese di origini ungheresi, ha girato il mondo. Un vero apolide che l’Europa se l’è vissuta tutta, la conosce fuori dai luoghi comuni e dagli stereotipi più diffusi, quelli che noi europei abbiamo imparato ad accogliere come verità indiscutibili. Questo è già un valido motivo per leggere Szalay: conoscerci. Come uomini e come abitanti, perché tutti ci siamo sentiti dispersi, disorientati, e abbiamo ritrovato un centro in una persona o in un luogo che ci sembrasse famigliare.

Queste raccolte di racconti, che sono in realtà due grandi romanzi di crescita interiore, rappresentano il viaggio dell’uomo contemporaneo nel mondo aperto e connesso che stiamo vivendo. Ma sono anche storie di fragilità, della condizione precaria dell’uomo moderno. In Italia, Szalay – che ha pubblicato in lingue inglese anche tre romanzi, da noi ancora inediti – è pubblicato da Adelphi.

Leggendo “Tutto ciò che è un uomo” mi sembra che questi racconti vadano a formare un corpo unico, come una sola grande storia. Ci racconta com’è nata l’opera?

L’idea iniziale era di raccontare una serie di storie che riguardassero persone che viaggiavano per l’Europa dei nostri giorni, visto che c’è così poca letteratura che racconta davvero l’Europa contemporanea. Poi mi sono accorto che così facendo sarebbero venute fuori tante piccole storie distaccate, non un corpo unico. Qualche tempo dopo mi è saltata in mente l’idea che ogni racconto avrebbe avuto un protagonista maschile ogni volta più adulto, partendo dall’adolescenza e arrivando alla senilità. E credo e spero che disponendo così questi racconti, abbiano trovato una dimensione unica capace di raccontare qualcosa che, singolarmente, non sono capaci di dire. Per cui è un’opera unica, e fatta eccezione per una sola storia, tutti i racconti sono costruiti perché abbiano il loro spazio preciso al suo interno. L’eccezione è il terzo racconto, che però ho scritto per primo. Ho iniziato a lavorarci su come un’opera a sé stante per Granta, una rivista letteraria inglese. Mi sono divertito molto a scriverlo e ho pensato che sarebbe potuto diventare un romanzo, allungando un po’ la storia. Però poi mi sono reso conto che mi piaceva nella sua forma breve, mi divertiva il fatto che non si conoscesse nulla dei personaggi al di fuori della parentesi che veniva raccontata.

Nel suo libro sembra che i personaggi facciano sempre fatica a trovare un proprio centro nel mondo. Quanto c’è di autobiografico in questo senso di dispersione?

Credo che il contesto famigliare di ognuno di noi stabilisca la nostra identità, e trovarci in una situazione a noi aliena può spesso aprirci a domande su chi siamo davvero, in modi che spesso sono liberatori, alcune volte sono esilaranti, e anche spaventosi e confusi. Questo sentimento è al centro di molte delle storie in entrambi i miei libri. Di certo si viaggia molto più oggi che in passato – o almeno, questo era vero fino al 2019 – per cui questa sensazione di smarrimento è più comprensibile adesso. E in entrambi i libri credo che emerga come il mondo sia davvero piccolo. È difficile, in quest’epoca in cui tutto è connesso grazie alle moderne tecnologie di comunicazione, scappare da ciò che si è. E di sicuro c’è un elemento autobiografico, è un sentimento che mi riguarda direttamente.

Cosa le piace della scrittura?

Mi piace particolarmente raccontare il mondo in cui vivo. La descrizione del mio mondo personale, inteso come una trama emotiva, fisica e intellettuale, è ciò che mi affascina maggiormente. Questo riguarda sia i libri che amo leggere sia ciò che amo scrivere, motivo per cui mi annoiano i romanzi storici o fantascientifici, e non ne scriverei mai uno. La letteratura ha questa qualità unica rispetto alle altre arti di cogliere il significato intrinseco dell’essere vivi in questo preciso momento storico e in un preciso punto dello spazio, con tutte le sfaccettature che ne derivano.

In “Tutto ciò che è un uomo” c’è un centro di gravità maschile che viene spesso sconvolto dall’esperienza con l’altro sesso. Le donne nel libro sono corpulente e misteriose, ricordano molto i personaggi femminili di Federico Fellini. La sessualità la spaventava quando era ragazzo?

Forse sì, e potrebbe essere quasi il classico cliché dell’educazione inglese. È interessante che tu faccia il paragone con Fellini, non c’avevo mai pensato ma potresti aver ragione. E certamente credo che tu ci veda giusto quando dici che alcuni momenti di “Tutto ciò che è un uomo” sembrino girare attorno a un centro di gravità maschile, sconvolto dall’incontro con l’altro sesso. Questo elemento è molto presente in alcune storie, soprattutto in quella di Bernard a Cipro, e più debole in altre. Però in generale credo che i personaggi femminili del libro siano più attivi e sicuri di sé rispetto a quelli maschili.

Lei è nato in Canada ma è di origini ungheresi. Che rapporto ha con queste due terre così distanti?

Devo dire che non mi sento né perfettamente canadese né perfettamente ungherese. Forse mi sento inglese, prima di tutto. Però è difficile da credere, considerando anche che non vivo più in Inghilterra da anni ormai. Diciamo che sono cittadino del mondo, ma allo stesso tempo invidio molto chi ha un legame specifico con un solo posto del mondo, è una cosa molto bella ma anche strana per me, avendo passato la mia vita a girare per l’Europa. Anche i miei genitori hanno fatto così e forse questa cosa l’ho ereditata da loro. Quando ero piccolo la mia unica visione dell’Ungheria era quella di un paese comunista, e l’ombra delle atrocità del ventesimo secolo è ancora viva lì, però crescendo e vivendoci ho sviluppato un’idea più complessa ed elaborata di quel posto. Al contrario, quando sento parlare qualcuno del Canada sento sempre dire di un paese perfetto. Alcuni miei amici polacchi dicono che sia il paradiso, non ironicamente. Per me il Canada è solo un posto come un altro dove conservo dei ricordi, la mia famiglia, i miei cugini. Persone che cercano di vivere la loro vita, a volte con ottimi risultati, altre volte no. In generale, le persone esagerano molto nel paragonare varie parti del mondo molto distanti tra loro. Sono più le analogie che le differenze anche tra posti apparentemente distanti.

Parlando dell’ambientazione aerea di “Turbolenza” e della sua struttura a vasi comunicanti, che personaggi e che connessioni diverse ci offre rispetto all’opera precedente?

“Turbolenza” è stato commissionato dalla BBC per la radio. Volevano 12 storie che fossero in qualche modo connesse ma che allo stesso tempo potessero avere una loro dimensione individuale. Immagino che me l’abbiano chiesto alla luce del precedente “Tutto ciò che è un uomo”. Però mai avrei scritto un altro libro così simile, se non me l’avessero chiesto. E quindi per prima cosa ho pensato a come diversificarlo. Una prima cosa è che dei 12 protagonisti del libro, 7 sono donne, contro le zero presenti nel precedente libro. Un’altra differenza è come le storie si toccano tra di loro, perché qui ho voluto inserire percorsi incrociati, c’è una struttura narrativa più fitta. Le storie sono anche più brevi: la BBC è stata chiara in questo, volevano storie che potessero essere lette in radio in una quindicina di minuti. Non mi piace scrivere storie così brevi, non è da me probabilmente. Però è stata una sfida, un gioco. In “Turbolenza” passiamo molto meno tempo con i personaggi rispetto al mio lavoro precedente, abbiamo appena un assaggio delle loro vite, e questo è il punto: viviamo in un mondo in cui abbiamo incontri fugaci con le persone, le conosciamo per appena un attimo. Spero comunque che, come per “Tutto ciò che è un uomo”, le storie abbiano un loro filo conduttore evidente, completandosi e commentandosi a vicenda.

Secondo lei come mai le raccolte di racconti fanno così fatica ad imporsi nei concorsi letterari contro i romanzi? C’è una forma di pregiudizio?

Capisco il tuo dubbio e sono perfettamente consapevole della minor fortuna delle raccolte di racconti, però non ragiono mai in questi termini. Entrambi i libri sono stato pubblicati come “romanzi”, e come dicevo non considero nessuna delle due opere come raccolte di racconti, ma devo anche ammettere che mentre scrivo non ci penso molto. Penso che sia l’opera a definire lo stile e non il contrario.

ENGLISH VERSION

Like many Italians, I’ve choose a summer reading. An almost obscene term for some academic circles, but the temperatures were too high for Goeth’s Faust. I therefore chosed two books that I had not yet heard of, and frankly, the way in which I came in contact with these works and their extraordinary author also escapes me. The books are “All that is a man” and “Turbulence“, the author is David Szalay.

Canadian of Hungarian origins, he has traveled the world. A true traveler who has thoroughly scrutinized Europe, knows it outside the commonplaces and the most widespread stereotypes, those that we Europeans have learned to accept as indisputable truths. This is already a valid reason to read Szalay: to know us. As men and as inhabitants, because we all felt dispersed, disoriented, and we found a center in a person or place that seemed familiar to us.

These collections of short stories, which are actually two great novels of inner growth, represent the journey of contemporary man into the open and connected world that we are experiencing. But they are also stories of fragility, of the precarious condition of modern man. In Italy, Szalay – who has also published three novels in English, still unpublished by us – is published by Adelphi.

Reading “All the man is” it seems to me that in this collection the short stories are combined together to form a unique bigger narrative structure. Can you talk about the genesis of the work?

Well it was always intended that it should be a single organic work rather than a collection of short stories. All the stories, with one exception, were written to fit into their specific place in the structure of the book. The one exception was the story that is now the third in the book, which was written first, and initially conceived as a stand-alone piece for Granta, the English literary magazine. I enjoyed writing it and was happy with it, and I wondered whether to make it the basis of a longer work. Obviously one way of doing this would be to expand it – but that didn’t appeal to me somehow: I liked the way it was a self-contained drama, the way that we didn’t know much about the characters beyond their parts in the action. My first idea was to write a series of stories that were each about someone travelling within contemporary Europe. I had not seen much written that seemed to me to capture the essence of contemporary Europe and that one thing that I wanted to write about. But it quickly became clear to me that that would still be simply a collection of stories. It would not really be a single indivisible work. Soon after that I had the idea that each story would be about a slightly older male protagonist, starting with a teenager and ending with a man in his seventies. Each one is simply part of an organic whole. I hope that taken together they are able to say things that, taken individually, they would not be able to say.

In your book there is a strong sense of uprooting and a sense of confusion of the characters in finding their centre in the World. How autobiographical is there?

I think there is certainly a sense in which the basic feeling of being unsure of where one’s ‘centre’ is might be said to be autobiographical, in that this is a feeling that I do have myself. And it’s true that in both ‘All That Man Is’ and ‘Turbulence’ it is indeed something that characterises many of the characters – that is almost hard-wired into the books, since they are both about people undertaking actual journeys, and therefore often finding themselves away from ‘home’. Because often I think it is a familiar context that tells us who we are – who we are is fixed by our context, perhaps, more than by anything ‘inside’ us – and finding ourselves in an alien environment can often seem to open the question of who we are, in ways that are at once liberating, even exhilarating, and also of course frightening and confusing. This feeling is at the heart of many of the stories in both books. Of course more people travel now than have ever done so before (or at least that would have been true in 2019…) so this experience might be more common than in the past. But at the same time we tend, thanks to modern communications technology, to take more of ourselves with us when we travel then we ever did the past as well. There is a sense in which both books are about how small the world is now. It is harder now to run away than it ever has been before.

What gives you satisfaction when you write?

I take a particular pleasure in depicting the world I live in myself. The depiction of my own world in an entirely literal sense – the actual physical, emotional, intellectual texture of it – is what fascinates me. This is true of books I like to read as well as books I like to write. (And so, I have no interest in historical novels, fantasy, science fiction – many genres and literary subcultures are in that sense closed to me, as a reader and a writer.) I think that fiction has a unique ability to capture every aspect of what it means to be alive in a particular time and place, all the facets of human existence – it can do that, I think, in a more complete and ultimately more intense way than any other art form. 

In ‘All that man is’ there is a male centre of gravity that is often shaken by the experience with the opposite sex. Women are corpulent and mysterious figures, very reminiscent of the female characters of Federico Fellini. Did sexuality scare you when you were younger? 

Probably yes, in what might seem an almost cliched English way. It’s interesting that you make the Fellini comparison – it’s not one that I have thought of myself but there might be something in it. And certainly, I think you’re right that the sections of ATMI often seem to be about ‘a male centre of gravity shaken by the experience with the opposite sex’. Some of the stories obviously leave a stronger impression on readers in this respect than others, particularly perhaps the second about Bernard’s adventures in Cyprus. I do think there are also more nuanced depictions of female characters in the book, but it seems that they are not so vivid and memorable. (Which in itself says something of course.) Generally speaking, I think the female characters in the book are depicted as being more proactive and more sure of themselves than the male characters.

You were born in Canada but you are of Hungarian descent. What relationship do you have with these two worlds so distant?

In fact, I feel neither truly Canadian nor truly Hungarian – I feel British more than anything but even that is complicated, especially as I have not lived there for some years now. I suppose the result is that I have a certain detachment from the whole concept of nationality. At the same time, I envy people who have a clear sense of being rooted in a particular place – I think that is a nice thing to have, but perhaps only in theory because I seem to be restless by nature and have spent quite a lot of my adult life moving around Europe. My parents are like that too (they now live in Bahrain) and perhaps it was something I picked up from them – that that was somehow a ‘normal’ thing to do, not to be too attached to any one place. My childhood conception of Hungary was dominated by the fact that it was a Communist country – that was really its defining characteristic for me at that time (and I visited it almost once a year while I was growing up.) Of course, having lived there for a while, I now have a much more complex sense of the place but as with all the countries of the region, the traumatic experiences of the 20th century have cast a long shadow over them. In marked contrast, people often talk about Canada as some sort of perfect country – I was in Poland last week and it was described by some of my Polish hosts without irony as ‘paradise’. But my own way of seeing Canada is through the prism of my family there. Seen from this personal angle it is just another group of people trying to live their lives in a way that makes them happy, sometimes successfully, often not so successfully. On the whole, people exaggerate the differences between countries – and of course the differences are obvious and on the surface – but in deeper ways all countries are more alike than they are different, I think.

About the “aerial” setting of “Turbulence” and the device of communicating vessels that bind the stories: what different characters does it give us compared to those of “All that is a man”? How different is the inner drift you describe in the two books?

‘Turbulence’ started off as a commission for BBC radio. They wanted 12 stories that were strongly linked and yet definitely individual. I suppose they asked me to do this precisely because I had already done something similar in ATMI. And had it not been for this commission I probably wouldn’t have written something quite so similar as my next book. Of course, I was keen not simply to repeat myself so from the beginning I thought about how I could make ‘Turbulence’ different. One clear difference is that of the 12 protagonists in the book 7 are women, compared with zero in ATMI. The way the characters are connected to each other is also different, in that there are literal narrative connections, actual crossed paths. And the stories are of course very much shorter – this was also a requirement of the radio format – they wanted stories that would take 15 minutes to read on the radio, so that they also all had to be more or less exactly the same length. I would not normally write such short stories, I don’t think. It was a challenge. This gives the book a very different sort of texture to ATMI, which is more than four times longer – we spend much less time with each of the characters, we really get no more than a glimpse (or two or three glimpses) of each other. This of course was part of the point, part of what the book is trying to ‘say’ – that we live in a world where we tend to have short encounters with many people, and perhaps fewer deeply engaged relations with a small number of people than might have been normal in the past. (When there were fewer opportunities, either physical or virtual, of getting away from the people who physically surrounded you.) But similarly to ATMI I would hope that there is meaningful interaction between the stories of ‘Turbulence’ as well – that the stories as it were comment on each other, enlarge each other.

In your opinion, why do collections of short stories find so difficult to impose themselves on novels in literary competitions? Is there still a prejudice towards this literary form? 

I suppose I don’t really think in terms of these categories. Both ATMI and Turbulence were published and marketed as ‘novels’, no doubt for the reasons you allude to – the relative lack of prestige of the short story form. I have to say again that I do not consider either of them to be ‘collections of short stories’ as such, but a sort of hybrid form. But I don’t really think too much about it while I’m working – I think the works define the form rather than the other way around.

Continue Reading

In evidenza