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“1917” trionfa ai Golden Globe. “The Irishman” a mani vuote, felicità Tarantino

Federico Falcone

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Sconvolte le previsioni della vigilia, “The Irishman” esce a mani vuote dai Golden Globe 2020 e Martin Scorsese deve accontentarsi delle sole 5 nomination. Alla vigilia nessuno lo avrebbe detto, essendo il film con Robert De Niro, Al Pacino e Joe Pesci considerato tra i nomi di punta di questa edizione.

Invece, i 90 votanti dell’HFPA (Hollywood Foreign Press Association) hanno portato in trionfo “1917” di Sam Mendes: “Miglior Film Drammatico” e “Miglior Regia“. “Dedico questo premio a mio nonno che a 17 anni si arruoló nella prima guerra mondiale. Mi auguro non accada mai più una cosa simile”, ha dichiarato Mendes che, nel ricevere i premi, non ha nascosto un po’ di stupore.

Once upon a time i Hollywood” ottiene il premio per “Miglior commedia o musical” e a Brad Pitt va il “Miglior attore non protagonista” per il personaggio di Cliff Booth, attore e stuntman controfigura del Rick Dalton interpretato da Leonardo Di Caprio. Gioia per Tarantino, dunque, per un film capace come pochi di spaccare pubblico e critica, che si fregia anche della “Miglior sceneggiatura“.

Laura Dern si assicura il premio di “Miglior attrice non protagonista” e Joaquin Phoenix quello di “Miglior attore in un film drammatico” per Joker, film campione di incassi tra i più apprezzati dalla critica cui va anche la “Miglior colonna sonora originale“. L’interpretazione di Judy Garland nel biopic sulla cantante vale a Reneé Zellweger il riconoscimento di “Miglior attrice in un film drammatico“. “Parasite“, già vincitore della Palma d’oro a Cannes, è il “Miglior film straniero“. “Miglior attrice in una commedia” è la rapper Awkwafina. Nel corso della serata sono stati assegnati anche due premi alla carriera a Ellen DeGeneres e Tom Hanks.

A “Rocketman“, biopic sulla vita di Elton John, va il premio per la canzone originale, “I’m gonna love me again” e “Miglior attore in commedia o musical” assegnato a Taron Egerton che sconfigge Eddie Murphy, dato per trionfatore dai bookmakers. Olivia Colman e Brian Cox sono i migliori attori in una serie drammatica, rispettivamente per “The Crown” e “Succession“. Patricia Arquette e Stellan Skarsgård vincono il premio di migliori attori protagonisti in una serie con “The Act” e “Chernobyl“. Michelle Williams e Russel Crowe portano a casa il premio di migliori attori in una miniserie TV, rispettivamente per “Fosse/Verdon” e “The Loudest Voice“.

Missing Link” è il “Miglior film d’animazione” mentre “Chernobyl” è la “Miglior miserie tv“. “Fleabag” è la “Miglior serie tv commedia“. Phoebe Waller-Bridge e Ramy Youssef vincono i premi per miglior attori in una serie tv commedia con “Ramy” e “Fleabag“.

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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“Betlemme in perenne lockdown, ma il Covid non c’entra”: l’intervento

Fabio Iuliano

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“Non c’è Natale senza Betlemme. Eppure la televisione e i grandi mezzi di comunicazione hanno smesso di illuminare il luogo della nascita di Gesù bambino”. Inizia così l’intervento di Flavio Lotti, coordinatore della tavola della Pace, che riportiamo di seguito.

Salvo qualche servizio di rito sulle principali cerimonie religiose, la città di Betlemme resta oscurata anche nel giorno in cui diventa la capitale del mondo. Il 25 dicembre dovrebbe essere naturale riaccendere i riflettori sul posto dove tutto è cominciato. E, invece.

Betlemme è una città in perenne lockdown. Ma la colpa non è del Covid-19. I muri impressionanti che la attraversano e che gli sono stati costruiti attorno, fanno brutta mostra da più di 10 anni e fanno rimpiangere a molti il tempo in cui l’occupazione militare israeliana mostrava il suo volto originale.

Si racconta che al tempo di Gesù c’era Erode. Oggi si preferisce non raccontare niente perché la realtà contemporanea di Betlemme è dolorosa e ci guasta la festa.

Così Betlemme, avvolta dal silenzio del mondo, continua la sua dura lotta per la vita.

La libertà di movimento che noi abbiamo perso con l’emergenza sanitaria, per i palestinesi di Betlemme è una pluridecennale normalità. Peggio di loro ci sono solo i bambini e le bambine di Gaza che stanno crescendo senza aver avuto la possibilità di scoprire cosa sia la libertà.

Di Betlemme è meglio non parlare. Ci ricorda troppe ingiustizie, violenze e sofferenze, una terra assegnata a due popoli ma abbandonata alla legge del più forte, illegalità infinite e crudeltà impunite, parole di pace e fatti di guerra, promesse tradite e impegni dimenticati.

Betlemme è una ferita aperta nella coscienza di tutte le donne e gli uomini che si sono sinceramente spesi per favorire l’affermazione della pace in Terra Santa, mettere fine all’occupazione militare israeliana e costruire uno Stato Palestinese, pacifico e democratico, accanto a quello di Israele.

Betlemme è un simbolo. Ma non solo del cristianesimo. Oggi Betlemme è Damasco, Bagdad, Kabul, San’a’, Mogadiscio, Tripoli,. e tutte le altre città del mondo abbandonate alle proprie tragedie.

Ecco perché, mentre rivolgiamo il nostro pensiero al Natale e a Betlemme, non ci stanchiamo di ripetere che è tempo di prenderci cura della nostra umanità.

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George Harrison, il ricordo di un artista all’avanguardia

A soli cinquantotto anni Harrison chiuse per sempre gli occhi

Luigi Macera Mascitelli

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«Mi piacerebbe pensare che tutti i vecchi fan dei Beatles siano cresciuti e si siano sposati e abbiano avuto dei bambini e siano tutti più responsabili, ma abbiano ancora uno spazio nei loro cuori per noi»

É con questa sua bellissima dichiarazione che oggi, 29 novembre 2020, vogliamo ricordare l’anniversario della scomparsa di George Harrison. Compositore, musicista e soprattutto chitarra solista e seconda voce dei Beatles. A lui si deve la composizione di alcune delle migliori tracce del quartetto di Liverpool, tra cui Something, Here Comes the Sun e While My Guitar Gently Weeps.

Nato a Liverpool il 25 febbraio 1943, il giovane Harrison mostrò fin da subito una spiccata propensione avanguardistica per la musica. Non è un caso, quindi, che nel 2004 venne inserito nella Rock’n’Roll Hall of Fame.

La sua ascesa tra le divinità e leggende della musica iniziò a soli quindici anni, nel 1958, quando l’allora sconosciuto amico e compagno di scuola Paul McCartney lo presentò ad un altrettanto sbarbatello John Lennon. Era il 1956 quando quest’ultimo fondò i The Quarrymen, di fatto la prima band che fu poi il trampolino di lancio per i futuri Beatles.

Talentuoso ed abilissimo nel suonare la chitarra, Harrison impressionò Lennon eseguendo alla perfezione il brano Raunchy di Bill Justis Jr. e Sid Manker. Fu in quel momento che gli astri si allinearono, e un’aura quasi mistica si concretizzò, dopo tre anni, ossia il 16 agosto 1960, nel progetto The Beatles. Infine, il cerchio fu completo con l’entrata definitiva di Ringo Starr dietro le pelli.

Quel giorno di sessant’anni fa, grazie alla personalità forte e decisa e alla bravura nel saper pizzicare le corde, George Harrison diede il via alla Beatlemania e al colossale fenomeno di massa che ne derivò e che, a buon diritto, consacrò il quartetto al primo posto nella lista delle cento migliori band di tutti i tempi.

Ma non finisce qui, perché dopo lo scioglimento nel 1970, Harrison avviò il suo progetto solista, esplorando i meandri più ingarbugliati della musica. In particolare quella indiana di cui divenne uno dei maggiori interpreti. Il suo All Things Must Pass, il primo triplo album mai pubblicato da un solista, fu un vero e proprio successo che sbalordì fan e critica.

Ma il fato ama giocare brutti scherzi, e un terribile tumore al cervello, causato da un carcinoma polmonare, privò il mondo del suo talento unico ed inimitabile. A soli cinquantotto anni e con alle spalle una carriera musicale leggendaria e all’avanguardia, Harrison chiuse per sempre gli occhi, in quel maledetto 29 novembre 2001.

Il corpo vene infine cremato e le ceneri raccolte e sparse nel fiume Gange secondo la tradizione induista. Quel giorno la celebre Abbey Road divenne un luogo di ritrovo per tantissimi fan, vecchi e nuovi, raccolti per piangere la scomparsa di uno dei più grandi artisti di tutti i tempi.

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Musica

“Qualunque cosa tu faccia, non andare nel 2020”: è Marty McFly che parla

Fabio Iuliano

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“Qualunque cosa tu faccia Nas, non andare nel 2020”. Sullo schermo Michael J. Fox, tornato a interpretare Marty McFLy, il mitico protagonista delle Trilogia di Ritorno al futuro.

Non è un ritorno sul grande schermo, ma uno spot pubblicitario, andato in onda negli States per annunciare l’uscita della canzone Holiday, singolo del rapper americano Lil Nas X, previsto per il 13 novembre.

Il teaser di Lil Nas X è ambientato nel selvaggio west, come l’ultimo capitolo di Ritorno al futuro. Lil Nas X prende il posto di Santa Claus. Mentre inizia a nevicare, il cavallo si trasforma in renna e il musicista si ritrova su una slitta pronta a volare, probabilmente attraverso lo spazio e il tempo. E a questo compare Michael j Fox nei panni di Marty McFly che avverte l’artista con queste parole: 2Qualunque cosa tu faccia Nas, non andare nel 2020”. Come dargli torto?

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