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Cinema

Vivica A. Fox a lezione da Uma Thurman: manuale di istruzioni per interagire con Quentin Tarantino

Fabio Iuliano

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“Amica mia, da Quentin puoi ottenere ciò che vuoi, ma devi renderti conto che può licenziarti da un momento all’altro. Con lui non si scherza”. Da una parte Vivica A. Fox, dall’altra Uma Thurman sul set di Kill Bill.

“Aveva scritto un ruolo per una donna di colore in Kill Bill”, ha ricordato la prima, “una sceneggiatura di cui si parlava tantissimo. Vernita Green era una spietata assassina che si nascondeva nella periferia di Pasadena finché Uma Thurman non va a stanarla. Ero così ansiosa quando mi sono recata al coffee shop. Era come un’audizione. La prima cosa che Quentin mi ha detto è che era in un video store e ha visto il mio nome sulla copertina del DVD Un gioco per due. ‘Vivica Fox!’ Quentin ha urlato il mio mio nome come se fossi già un’eroina action. Porto il DVD a casa e se mi convince ecco chi interpreterà la mia Vernita Green”.

Vivica A. Fox ricorda vividamente la fatica per stare al ritmo delle richieste di Tarantino. Incapace di tacere, Vivica A. Fox rinfaccia a Quentin Tarantino il suo atteggiamento dispotico, ma più tardi l’attrice viene raggiunta da Uma Thurman che le fornisce i consigli necessari.

“Mi ripeteva con voce calma ‘Ho già lavorato con lui. Non devi prendere in maniera letterale quello che ti dice. Devi imparare a gestire la situazione in modo da trarne vantaggio, devi saper tacere perché lui ha il potere di licenziarti e io non voglio che accada’. Uma ha dimostrato solidarietà fraterna, e quando è arrivato il momento di girare si è comportata da grande star e leader del set. L’ho vista discutere con Quentin, in modo intelligente e con successo, sui cambiamenti nel guardaroba e nei dialoghi. Kill Bill è un lavoro incredibile per via degli sforzi condivisi di tutti e per il loro approccio, come se non si trattasse di un semplice lavoro, ma di una pietra miliare delle loro carriere”.

Che si inizi a pensare di un Kill Bill volume 3? Per i protagonisti non è un’opzione impossibile.

Giornalista, docente di lingue straniere, tra le collaborazioni l’agenzia Ansa e il Centro (testata ex gruppo L’Espresso-Finegil Editoriale). In passato ha lavorato a Parigi e Milano con Eurosport e Canal +. Come blogger, oltre ad aver seguito vari eventi sportivi internazionali, dalle Universiadi (in Europa e in Asia) alla Race Across America – la folle corsa ciclistica da un capo all’altro degli Stati Uniti – ha condotto alcune inchieste sull’immigrazione con reportage in Italia, Romania e Marocco. Nel 2007 ha vinto il premio giornalistico Polidoro. Nel 2016 ha firmato “New York, Andalusia del Cemento – il viaggio di Federico García Lorca dalla terra del flamenco alle strade del jazz” (Aurora edizioni), l’anno successivo Lithium 48, sempre per la stessa casa editrice.

Cinema

Jared Leto sarà Andy Warhol: “Manca il suo genio”

Federico Falcone

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Ennesima trasformazione per Jared Leto. L’attore statunitense, noto anche per il suo ruolo di cantante – chitarrista nei 30 Seconds To Mars, vestirà i panni di Andy Warhol in quello che, stando ai rumors e alle prime informazioni in nostro possesso, dovrebbe essere un biopic vero e proprio sul creatore della pop art.

A svelarlo è lo stesso attore protagonista di pellicole come “Fight Club”, “American Psycho”, “Requiem For a Dream”, anche premio Oscar come Migliore Attore per la straordinaria interpretazione in “Dallas Buyers Club”. In occasione del compleanno di Warhol, Leto ha affidato a Instagram le sue parole per comunicare la notizi: “Sono così grato ed emozionato per l’opportunità. Ci manchi tu e il tuo genio”.

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Cinema

Nuova vita per il bus di Into The Wild, sarà esposto in un museo

Fabio Iuliano

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Quando all’incirca due mesi il bus in cui visse (e morì) Christopher McCandless, reso ulteriormente celebre dal film “Into The Wild“, fu rimosso dalla sua storica collocazione in Alaska, in molti pensarono che fosse giunto alla fine dei suoi giorni. Che sarebbe stato rottamato o lasciato a morire nel dimenticatoio di qualche hangar. Ma a volte le cose vanno in maniera diversa. Fortunatamente.

E’ di oggi la notizia che il bus troverà un posto all’interno del Museo del Nord dell’Università dell’Alaska, diventando così immortale. Spostato per ragioni di sicurezza – era diventato una sorta di luogo ritrovo per amanti dell’avventura all’aria aperta e della pellicola diretta da Sean Penn – adesso vivrà la sua terza esistenza, quella che, si spera, non verrà più toccata da nessuno.

Negli ultimi anni per raggiungerlo due persone sono morte e nel 2019 cinque turisti italiani furono salvati dal congelamento. Capisco che “faccia parte dell’immaginazione popolare, ma causa di questo veicolo abbandonato e deteriorato erano necessari costosi e pericolosi sforzi di soccorso. Ed era costato la vita ad alcuni visitatori”, ha detto Corri Feige, commissario per le Risorse naturali dell’Alaska. Fra il 2009 e il 2017, le autorità hanno dovuto organizzare 15 missioni per soccorrere turisti in difficoltà.
Leggi anche: Il Magic bus di Into The Wild rimosso dal Denali National Park

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Cinema

Perché guardare oggi Wes Craven

Alberto Mutignani

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Questo agosto ricorrono 81 anni dalla nascita di Wes Craven e cinque dalla morte. Non volendo ricorrere alla sequela di recensioni commemorative, troppo facili e disoneste nei confronti del regista e del lettore, ho dato uno sguardo a quello che il cinema horror americano ha prodotto nell’ultimo decennio.

Se c’è un’eredità che Craven ha lasciato ai suoi posteri, non è stata ancora raccolta, ma mentre le scorse generazioni guardano con nostalgia alla vecchia leva, le nuove perdono, ignorandone l’esistenza, un lascito monumentale. E per i cinefili già caldi sulle testiere: “Drag me to hell” di Raimi non basta a fare numero. La condizione di salute del cinema horror contemporaneo è precaria, ma cosa è successo dagli anni ’90?

Volendo dare ascolto allo stesso Craven, un po’ c’è di mezzo Tarantino. Quando Pulp Fiction conquistò il mondo, insegnò al pubblico una nuova declinazione della violenza. Sia chiaro, Tarantino ne aveva tutto il diritto. Non ha inventato lui il pulp, ha rispettato degli stilemi propri di un genere che ha ragione di esistere e che non va giudicato eticamente. Quello che è successo è che il pubblico si è abituato a vedere nella violenza non più l’anticamera della morte, come la definiva Craven, ma un gioco divertente che non solo viene bramato dallo spettatore (succedeva anche con il pubblico urlante di Stab in Scream 2) ma è assecondato dai registi, che trattano con compiacimento la morte, ne sono evidentemente affascinati.

Trasformare la violenza in qualcosa di fascinoso e la brutalità in un elemento glamour ha reso il cinema dell’orrore un tempio dell’estetica senza spirito, una sfinge senza enigma che trova nella compiacenza verso l’omicidio e la tortura la chiave risolutiva di un giochino di pancia e fine a se stesso. Sia chiaro che non si sta tirando in ballo l’elemento ironico del cinema dell’orrore. Paradossalmente, un Annabelle si prende molto più sul serio di Scream, dove però il sangue è una cosa seria.

Non si scherza con la morte e si ha il coraggio di raccontarla, perché faccia paura. Così, quando nel finale di Scream 3, Neve Campbell dorme finalmente con le finestre aperte, lo spettatore si libera con lei di un mostro che oggi non esiste più. E se Ari Aster ha portato a compimento questo amore chic per la paura, mettendo una pietra tombale sulla fine del genere, Robert Eggers tenta la via del sublime come nuova parabola della terrore.

È un tentativo interessante, ma le storie e i ritmi sono vecchi di cent’anni – i fasti della narrativa ottocentesca sono un fardello molto caro ai registi sensibili e al loro pubblico cinefilo – e non hanno spessore, si cade sempre in un’estetica troppo ingombrante. Alla Hemingway, il consiglio per i giovani registi è misurare il proprio stile come arredamento e non ornamento barocco della propria opera. Il rischio di un secondo James Wan non ce lo possiamo permettere.

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