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Interviste

Violents: tra le atmosfere eteree del (vero) indie americano

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Jeremy Larson è un pianista di formazione classica, compositore e produttore che nel 2014 crea il progetto Violents.  I suoi lavori nascono interamente dalle sue mani, infatti è lui a comporre la musica, scrivere i testi, suonare tutti gli strumenti per poi impreziosire le canzoni con voci femminili ogni volta diverse. Nel suo ultimo lavoro “June” uscito nel 2019 Jeremy copre anche il ruolo di cantate. Ho avuto l’opportunità di poter parlare con lui del suo lavoro e dell’aria che si respira oggi in America.

Come nasce Violents?

Ho composto musica sotto il mio nome per anni, fino a quando ho deciso di dover  trovare un modo per ottenere un po’ di libertà creativa da me stesso.  Sotto il nome di “Jeremy Larson” ho scritto canzoni, le ho cantate, ho suonato gli strumenti e le ho prodotte io stesso. Per qualche ragione, col tempo, questo mi ha fatto sentire come se mi stessi costantemente mettendo in un angolo creativo da cui non riuscivo a uscire.  Ho ascoltato un sacco di diversi stili di musica e volevo esplorare molti di questi ma mi sentivo troppo insicuro per provare suoni diversi. Sembrava che avessi bisogno di provare qualcosa di un po’ più anticonvenzionale per uscire da quella scatola in cui continuavo a confinarmi.  Così ho avuto l’idea di scrivere e pubblicare musica regolarmente, ogni volta con una cantante diversa.  L’utilizzo di interpreti femminili sembrava divertente, dal momento che mi avrebbe permesso di scrivere per voci molto diverse dalla mia (in più, sono naturalmente attratto dalla vocalità femminile).  Ho inoltre dato per scontato che con una cantante diversa in ogni brano la gente si sarebbe sempre aspettata un sound diverso per ogni uscita.

“June”, il tuo ultimo lavoro, è un disco estremamente interessante e molto personale, puoi parlarcene?

Sì.  In realtà non ne ho parlato molto da quando l’ho scritto e pubblicato.  Dopo aver adottato mia figlia Nova nel 2017, ho sviluppato un grave caso di blocco dello scrittore.  Non so perché, ma non mi piaceva quello che scrivevo.  Questo è continuato fino a luglio del 2019, mentre ci preparavamo a tornare in Cina per l’adozione della nostra seconda figlia, Marigold.  Qualcosa finalmente si è aperto in me e ho iniziato a elaborare un sacco di sentimenti sulla prima e la seconda adozione, tutti in una volta.  Ho iniziato a scrivere canzoni molto personali sull’essere padre e su chi volevo essere per le mie figlie.  Poiché le canzoni non erano davvero per nessuno tranne che per loro, la paura e l’esitazione sono sparite.  Ho solo scritto quello che provavo e, onestamente, non ci ho pensato troppo.  Questo è probabilmente un altro motivo per cui ho fatto molto poco per spiegare o promuovere quell’EP, niente di tutto ciò aveva importanza.  Era per le mie ragazze.  Per questo motivo ho deciso che avrei dovuto essere io a cantare su quelle canzoni,  sarebbe stato strano avere un’altra cantante che canta della mia personale esperienza di padre.

In ogni tuo brano troviamo una voce femminile che perfettamente si intreccia con l’atmosfera. Con quale cantante hai trovato il feeling perfetto?

Beh, credo che nessuna delle mie uscite avrebbe funzionato se fossero state eseguite con un’ altra cantante.  Molte delle canzoni sono cambiate drasticamente una volta che abbiamo iniziato a registrare le voci.  Le canzoni sembrano sempre avvolgersi sulla persona che le canta. 

Quale è l’album al quale sei più legato?

Amo davvero ogni collaborazione, ma il disco che ho fatto con Monica Martin (Awake e Pretty Much Sober) ha creato molte opportunità.  Abbiamo lavorato con un’etichetta discografica per la pubblicazione e abbiamo fatto diversi concerti tra cui quello per la NPR. Ho sempre voluto fare un concerto dei Tiny Desk alla NPR, e sono molto grato per averlo fatto in occasione della pubblicazione di quel disco.

Da un punto di vista compositivo quali artisti rappresentano un punto di riferimento per la tua musica?

In realtà non sono sicuro!  Non sono una persona che ha una vasta conoscenza della musica pop o indie.  Ascolto principalmente podcast, ascoltare musica è qualcosa che normalmente non faccio nella giornata.  Ma posso dirvi che alcuni degli artisti che ho ascoltato di più in questi ultimi anni sono Clams Casino, Alvvays, M.I.A., James Blake, e Tame Impala.  Ma soprattutto ascoltiamo la musica in macchina, soprattutto gli artisti preferiti di nostra figlia, Elton John, Nancy Sinatra, The Beach Boys e The Flaming Lips.

Quanto ha influito la preparazione classica sulla tua produzione musicale?

Amo e tengo alla musica classica più di quanto mi sia mai importato di qualsiasi altro tipo di musica.  Quell’amore si è moltiplicato solo negli ultimi due anni perché ho lottato ancora e ancora per superare i blocchi creativi della mia vita.  Mi sono laureato in pianoforte, anche se non sono mai stato un bravo studente.  Studiavo a malapena e non ero così disciplinato come le persone intorno a me.  Ma in questi ultimi anni, mentre ero bloccato creativamente, mi sono completamente immerso nell’esercizio.  Mi sono esercitato di più negli ultimi due anni rispetto a tutti gli altri anni della mia vita messi insieme.  Era quasi come una meditazione per me, o una disciplina spirituale.  E penso che mi sia piaciuto di più perché non era per un voto, un pubblico, o una competizione.  Era per la mia sanità mentale. 

La pandemia ha sconvolto il mondo intero e ha provocato una profonda crisi, soprattutto nel settore musicale. Come ha influito sulla musica americana e sulla tua musica?

L’America è un paese in crisi in questo momento.  Non so come tutto appaia al resto del mondo dall’esterno, ma siamo in lutto.  Nashville, dove vivo, ha subito un tornado a marzo.  Il Covid ci ha colpito duramente in aprile, chiudendo la maggior parte delle scuole e delle imprese.  A maggio, George Floyd è stato ucciso dalla polizia scatenando indignazione e proteste a livello nazionale.  Tutto sembra teso, e tutti sono nervosi.  So che tutti vogliamo trasformare questo momento in qualcosa che faccia smuovere le coscienze (e abbiamo visto piccoli barlumi di progresso) ma al momento, ci si sente così, così impotenti.  Durante la quarantena, avevamo due bambini a casa, così non ho fatto assolutamente nulla musicalmente.  Mia cognata ha scritto un romanzo, conosco delle persone che hanno scritto un intero disco negli ultimi mesi.  Ognuno sta gestendo questo in modo diverso, ma se dovessi riassumere in una parola la musica che uscirà dall’America nei prossimi mesi, sarebbe la parola “outrage”.

Quali sono i progetti futuri? Possiamo sperare nell’uscita prossima di un disco nuovo?

Bella domanda.  Ho già dieci brani che mi sembrano promettenti.  So con quale cantante mi piacerebbe lavorare, ma non mi sono ancora avvicinato a lei  e penso che questo disco sarà più collaborativo dal punto di vista del songwriting.  È passato molto tempo dall’ultima volta che ho lavorato con un’altra cantante, e  sono emozionato per il nuovo progetto.

Rossana Lanzillotta

Interviste

Carolina Bubbico: “Vi presento il mio disco “felice”. Ai miei studenti? Consiglio di essere autentici”

Michela Moramarco

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Carolina Bubbico giunge al suo terzo album di inediti con “Il dono dell’ubiquità”

Cantante, pianista, arrangiatrice e direttrice d’orchestra, Carolina Bubbico ha un’idea della musica molto eterogenea. In questo suo nuovo progetto discografico esplora varie attitudini e sonorità, a volte sorprendenti e di certo ricche di sfumature. “Il dono dell’ubiquità” non si va a incastonare in nessun genere musicale preciso. Ed è questa l’essenza per poterlo ascoltare, liberi da ogni sterile collocazione.

Abbiamo parlato con Carolina Bubbico.

“Il dono dell’ubiquità” è un titolo d’impatto. Complessivamente, cosa vuoi raccontare?

Sicuramente voglio dare l’idea dell’ubiquità in senso musicale. Mi sono auto-dichiarata ubiqua poiché mi piacciono cose diverse, non voglio più etichettarmi o rispondere alla domanda “che genere fai?” Per me questo è un disco felice, riesce a restituirmi questo impatto che rispecchia i miei gusti. Ho cercato di dare un filo conduttore dal punto di vista compositivo. L’ubiquità è anche culturale, con l’idea di aprirsi al diverso.

Come è andata la fase di produzione in generale? Ci sono anche tante diverse collaborazioni..

Questo disco è stato molto particolare perché abbiamo registrato da febbraio a giugno. Probabilmente dal punto di vista creativo il lockdown mi ha aiutata. Ci sono infatti collaborazioni con musicisti a cui forse non avrei mai pensato di contattare. Abbiamo registrato a distanza. Mio fratello Filippo Bubbico è il produttore del disco e insieme abbiamo lavorato al Sun Village studio, ovvero lo studio che abbiamo a casa nostra in campagna. Abbiamo ragionato fuori dalle logiche di mercato, cercando di puntare in alto, verso la qualità. Nel complesso, è un disco molto collettivo, ne sono felice. Credo molto nella cooperazione. Le tracce che abbiamo acquisito per comporre questo puzzle musicale derivano da varie parti del mondo. Paradossalmente si è abbattuta la distanza, ma non si è persa la cura per l’ascolto, nonostante non stessimo fisicamente vicino.

Il brano “Amore infinito” vede la collaborazione di Nando di Modugno, un chitarrista classico. Com’ è andata la composizione di questo brano?

Ho coinvolto Nando in questo brano che è un po’ un omaggio al Brasile. Mi sono trovata molto bene, lui è una persona molto accogliente ed è un musicista straordinario, di grande sensibilità. Sapevo che prima o poi l’avrei contattato. Ho sempre avuto un rapporto di amore e odio con la chitarra, anzi, un amore a distanza. Non l’avevo mai inserita in un mio disco. Io stessa mi sono avvicinata allo strumento e incredibilmente alcuni pezzi li ho scritti alla chitarra. È nato dunque “Amore Infinito”, che è una sorta di preghiera di un padre che dichiara a sua figlia amore eterno. La produzione è avvenuta di persona. È stato divertente, in quel momento stare insieme è apparso ancora più prezioso.

Sei anche docente di conservatorio. Dunque, cosa ti senti di consigliare a un giovane che vuole intraprendere una carriera da musicista?

Consiglierei di non comporre necessariamente musica propria, a meno che non si abbia una vocazione. La musica si può vivere sotto tantissimi aspetti, ognuno deve proseguire ciò che lo fa stare bene. In questo lavoro spesso ci si impone dei ruoli che non si addicono alla persona. E invito ogni aspirante musicista a cercare la propria vocazione. Inoltre, consiglio di conservare la propria autenticità, che  fondamentale e mai scontato.

Mi racconti un aneddoto della tua carriera?

Mi viene in mente il viaggio in Giappone, quando sono andata a suonare a Tokyo. È stato un confronto con una cultura e un modo di porsi molto diverso dal nostro. Sono affascinata dalla diversità umana e ovviamente l’esperienza del viaggio è l’emblema del confronto. È stata un’esperienza quasi mistica, ecco cosa mi viene da raccontare in questo momento.

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Interviste

Altarboy e Levante insieme su Netflix: intervista al duo romano

Antonella Valente

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Gli Altarboy muovono i loro primi passi in una Roma anni ’80, fatta di riscoperte ed esplorazioni musicali dall’hip hop all’elettronica fino alla musica house. Al tempo però il progetto non era ancora nato. C’era solo una forte amicizia – che dura ancora ora – tra Attilio Tucci e Sergio Picciaredda, due ragazzi sedicenni che passavano i loro pomeriggi a registrare nastri dentro le cantine dei Parioli.

Oggi quei ragazzi sono cresciuti e nel corso della loro carriera a partire dal 2010 – anno della fondazione degli Altarboy – hanno sfornato una decina di dischi tra cui “Way beyond” contenente “Blow” e “You on me”, scelti per la colonna sonora della serie “Baby” prodotta da Netflix. A questi, però, si è aggiunto anche “Vertigine” il brano realizzato insieme a Levante, permettendo loro di consolidare la collaborazione con la produzione della serie Netflix.

“Vertigine” è il vostro ultimo singolo realizzato insieme a Levante per la serie Netflix “Baby”. Come è nata questa collaborazione?

L’idea di “Vertigine” è nata negli studi di Fabula Pictures insieme al produttore della serie di “Baby” Marco De Angelis. Noi eravamo già parte della colonna sonora delle prime due stagioni con quattro singoli (“Blow -You on Me” – “Keep it on Your Mind” – “Tonight”) e per la terza, quella finale, Marco aveva bisogno di qualcosa di eccezionale, così ha pensato che avrebbe potuto funzionare e unire un duo indie dal suono internazionale come noi con una artista italiana già molto affermata come Levante. Come dargli torto! La colonna sonora di “Baby” resta una delle più riuscite in assoluto.

Levante è una delle cantautrici più seguite nel panorama musicale attuale, com’è stato lavorare con lei?

Il brano è stato praticamente prodotto durante il lockdown per cui non ci siamo mai incontrati fisicamente. Lavorare con lei comunque è stato molto stimolante poiché abbiamo avuto la prova di quello che abbiamo sempre pensato cioè che Levante è un’artista che arriva direttamente alle persone ma in modo assolutamente originale, mai scontato e sapevamo che questo connubio avrebbe funzionato e il successo che sta riscuotendo “Vertigine” ne è una conferma.

Gli Altarboy nascono ufficialmente nel 2010, ma l’amicizia tra Attilio e Sergio va oltre questa data. Quando vi incontrate per la prima volta?

Siamo amici dai tempi della scuola e abbiamo sempre condiviso una grande passione per la musica poi siamo stati bravi a farlo diventare un lavoro realizzando il nostro sogno.

YouTube Music vi considera tra i 50 artisti che hanno dettato il suono del 2019, è così?

A quanto pare sì. Il nostro suono è come il nostro marchio di fabbrica ciò che ci identifica, quello che quando qualcuno sente un brano senza sapere chi è dice: “Altarboy”. Il 2020 ne è stata la conferma.

Cosa vi aspettate per il vostro futuro musicale? Durante il lockdown avete avuto modo di pensare ad altri progetti?

Stiamo lavorando ad un secondo album e a nuove collaborazioni sulla scia di “Vertigine”, quindi mettete l’orecchio sul binario che arriverà tanta nuova bella musica!

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Interviste

L’Avvocato Dei Santi: “essere me stesso è la mia più grande ambizione”

I suoi brani mescolano cantautorato e attitudine rock, collocando il progetto tra i più interessanti della scena underground italiana

Michela Moramarco

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L'Avvocato Dei Santi

L’Avvocato Dei Santi racconta il suo nuovo singolo “Luci Accese”

L’Avvocato Dei Santi, al secolo Mattia Mari, è un musicista romano eclettico e innovativo.

I suoi brani mescolano cantautorato e attitudine rock, collocando il progetto tra i più interessanti della scena underground italiana. Difficile definirlo in un genere. Potremmo azzardarci a dire che la sua musica è un genere a sé.

L’Avvocato dei Santi. Questo nome rende la domanda obbligatoria: a cosa si deve questa scelta?

L’Avvocato Dei Santi è una figura del mondo ecclesiastico, si occupa delle pratiche di canonizzazione. È un personaggio che ho incontrato davvero quando avevo diciotto anni. Lavoravo in un ristorante vicino Città del Vaticano e spesso arrivavano personalità legate a questo mondo, tra cui una figura che mi era apparsa sin da subito molto rispettabile. Chiesi a un mio collega chi fosse. “E’ l’avvocato dei Santi”, disse. Mi rimase impresso e pensai che sarebbe potuto diventare il nome di un mio progetto musicale. Inoltre penso che sia adatto come nome a rappresentare quello che faccio: un po’ misterioso, mistico, oscuro.

L’Avvocato Dei Santi è un genere musicale a sé. Un po’underground, un po’ cantautorale. Quali sono le tue influenze musicali?

Essere me stesso è la mia più grande ambizione, quindi grazie. Tra le mie influenze c’è molto dei miei ascolti del passato: dai Led Zeppelin a Battisti, per parlare di classici. Ad oggi ci sono cose alla “Arcade Fire” e simili.

“Luci accese” è il nuovo singolo

“Luci accese” è un brano che inizia un po’ cupo, poi si accende. Com’è nato? Cosa vuoi raccontare?

Si, a me piace dire che il brano si apre, come le braccia che si allargano per prendere un pezzo di vita. Credo di aver portato all’estremo l’elemento che caratterizza le mie canzoni, l’esperimento tra ombre e luce. Sono contento del risultato. L’ho scritto durante il lockdown. Volevo fare qualcosa che potesse rimanere nel tempo. Cesare mi ha mandato la base di batteria e in circa due giorni avevo chiuso il pezzo. Mi sono confrontato con Enrico Lupi (fiati; La Rappesentante di Lista, ndr) e con Carmine Iuvone (archi; Tosca, Motta, ndr); ognuno ha registrato le sue parti ed è nato “Luci Accese”.

Questo brano anticipa qualcosa?

In realtà penso che tutti i miei brani anticipino qualcosa. È un percorso. Sto indicando la strada a chi vuole seguirmi, per arrivare a qualcosa di più ampio. Sono un po’ perfezionista e questo disco uscirà quando sarò del tutto soddisfatto. Ho tante ipotesi. La situazione del mercato musicale non è delle migliori. Non poter promuovere un album dal vivo sarebbe un buco nell’acqua. Quest’inverno non uscirà il mio disco. Qualche singolo forse sì.

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