A fari spenti nella notte: il viaggio “slow” di Mogol e Battisti

Avevo in mente di fare un viaggio lungo a cavallo. Chiesi a Lucio: “Perché non mi accompagni?”
“Semplice – mi rispose – perché non so cavalcare”
“Beh, impari”. E così è stato

Nella vita ti trovi a fare tante cose. Gran parte di questo, se non tutto, può aiutarti in qualche modo a diventare quello che vuoi diventare. Il resto finisce comunque nel bagagliaio.

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Uno come Giulio Rapetti Mogol non lo ricordi per i suoi viaggi avventurosi quanto piuttosto per le parole messe alle musiche di Lucio Battisti e di molti altri artisti di successo. Eppure è stato tra i pionieri in Italia del viaggio “slow”. Celebre il viaggio a cavallo nel 1970 insieme a Lucio Battisti.

Da Carpiano a sud di Milano, verso Pavia. Da Castel San Giovanni e poi verso il mare di Sarzana, vicino a La Spezia. Sfruttarono strade poco battute verso la Versilia. Dopo Castiglioncello, Cecina, Grosseto, Urbino, Capalbio, fiancheggiano l’Aurelia, su strade poderali bianche. Mogol possedeva già un cavallo e quindi sapeva montare. Battisti invece partiva da zero. Dopo due giorni però era già in grado di galoppare. Aveva instaurato un feeling particolare con il cavallo.

“Una delle prime volte che venne qui alla Cascina Longora per esercitarsi c’era anche sua madre. Si sorprese quando scoprì che suo figlio sapeva cavalcare”, ricorda il barone Albert Moyersoen, uno dei più grandi uomini di cavalli che l´Italia abbia a disposizione. Il barone offrì il supporto tecnico-logistico nell’arco dell’intero viaggio.

L’itinerario non fu pianificato per intero, lasciando un margine di scelta lungo il viaggio. “A cavallo”, si trovò a raccontare Battisti, scomparso 22 anni fa, “le strade sono diverse, tutto è diverso in questa Italia semisconosciuta che frughiamo lentamente giorno per giorno. Percorriamo sentieri in mezzo ai boschi, stradine polverose, viottoli di montagna, spiagge. Qualche volta, ma è raro, incontriamo una striscia d’asfalto…”.

Non è un caso se quell’anno è uscita una canzone come Emozioni . Il portale Libreriamo ci aiuta a entrare nel vivo del testo. “Tutto quello che vediamo, sentiamo, che proviamo sulla nostra pelle ci trasmette emozioni: gli aironi che volano sopra il fiume, un prato verde, il sole che va a dormire, la brughiera la mattina. L’impegno è nel gestire e occuparsi di queste emozioni. Forte, nella canzone, è il senso della fine, tanto che può venire voglia di fare follie, come guidare come un pazzo a fari spenti nella notte per vedere se poi è tanto difficile morire. Ma la speranza – la speranza che nasca un giorno una rosa rossa – non la perderemo mai. Ci avvicineremo, gli uni agli altri. E continueremo a cantare questa vecchia intramontabile poesia”.

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Fabio Iulianohttp://www.fabioiuliano.it
Giornalista, docente di lingue straniere, tra le collaborazioni l’agenzia Ansa e il Centro (testata ex gruppo L’Espresso-Finegil Editoriale). In passato ha lavorato a Parigi e Milano con Eurosport e Canal +. Come blogger, oltre ad aver seguito vari eventi sportivi internazionali, dalle Universiadi (in Europa e in Asia) alla Race Across America – la folle corsa ciclistica da un capo all’altro degli Stati Uniti – ha condotto alcune inchieste sull’immigrazione con reportage in Italia, Romania e Marocco. Nel 2007 ha vinto il premio giornalistico Polidoro. Nel 2016 ha firmato “New York, Andalusia del Cemento – il viaggio di Federico García Lorca dalla terra del flamenco alle strade del jazz” (Aurora edizioni), l’anno successivo Lithium 48, sempre per la stessa casa editrice.

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