Gianni De Feo apre la stagione del teatro lo Spazio con “La Venere in Pelliccia”

Sarà la “Venere in Pelliccia” di David Ives ad aprire la nuova, ricca stagione del teatro Lo Spazio (Via Locri 42). A portarla in scena, insieme a Patrizia Bellucci, ci sarà, anche nei panni di regista, Gianni De Feo con il quale abbiamo parlato non soltanto dello spettacolo, ma anche del celebre adattamento cinematografico di Roman Polanski e di Leopold von Sacher-Masoch, autore del romanzo al quale la pièce si ispira.

In che modo ha rielaborato la materia narrativa di partenza? Si è tenuto più vicino al testo di Ives o ha scelto di ispirarsi di più alla versione cinematografica di Polanski?

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Ho scoperto il testo teatrale solo dopo aver visto il film di Polanski e francamente non conoscevo David Ives. Ho trovato magnifica quella versione cinematografica dalla quale sono stato immediatamente sedotto. L’idea di una mia messa in scena è rimasta qualche tempo in cassetto, o in memoria, in attesa che il caso si attivasse. Ho rivisto il film un paio di volte per poi volontariamente accantonarlo e tuffarmi nell’intrigante e complessa drammaturgia dell’autore americano. Lavoro molto su un progetto ma cerco al contempo di non lasciarmi troppo intrappolare da elucubrazioni di natura intellettuale. Seguo e studio piuttosto l’istinto del teatrante “sperimentale”. Il testo certo non è facile e si articola su diversi livelli di lettura. Il film ha un impatto diverso e i toni recitativi sono più calmi, adatti a inquadrature ferme, mentre il teatro ha necessariamente slanci emotivi più diretti. E poi la colonna sonora di Polanski è quasi monotematica, ossessiva seppure fortemente sensuale, mentre per scelta personale io amo sottolineare alcuni momenti scenici con musiche molto contrastanti, tra il classico, il contemporaneo, il pop. No, decisamente un film non si può imitare. Sarebbe una lotta impari, una battaglia persa.

La metateatralità del testo sembra essere uno dei suoi aspetti più interessanti a livello di sviluppo spettacolare. Come ha lavorato in termini di allestimento per sottolinearne l’importanza e qual è, secondo lei, il significato più profondo che “la Venere in pelliccia” vuole suggerire?

Finzione e realtà si rincorrono continuamente in questo testo ed è l’aspetto che trovo maggiormente interessante all’interno di un percorso artistico. Il passaggio emotivo, linguistico, fisico addirittura, l’altalenarsi dall’epoca attuale a quella ottocentesca, il ritmo diverso, l’ambiguità delle parole, l’atteggiamento del corpo, la metamorfosi dei personaggi che diventano altro e poi altro ancora, tutto questo intrigo pretende senz’altro una forte concentrazione. In termini di allestimento non ho voluto sottolineare certi passaggi con segni troppo marcati o definiti. La scenografia è scarna, i costumi sobri. Tutto è avvolto nel nero, come in una notte. Una notte ambigua dove maggiormente si confonde il sogno dal reale. Il teatro nel teatro converge in un tutt’uno. Quali sono i significati profondi che può suggerire un testo come questo? Ne ho intuito alcuni e ne conoscerò di certo altri durante le repliche. Un lavoro teatrale non si riesce mai a definire. E’ un viaggio continuo di sorprese inattese. Ma tra i tanti significati, al momento ne potrei definire uno, uno solo: forse in tutti noi si nasconde una natura sconosciuta che attende di essere esplorata per incontrare infine il proprio doppio col quale unirsi in un essere scintillante. “Il grande amore nasce dagli opposti, non dalle uguaglianze.”

Chi è il suo Thomas? Come lo ha costruito in scena e quanto le sembra attuale oggi rispetto al personaggio partorito dalla penna di von Masoch oltre due secoli fa?

Entrambi i personaggi dell’opera di Ives hanno a mio avviso carattere ambiguo, ambivalente. Thomas, in una prima parte dell’azione è il regista/autore confuso, non esattamente a suo agio rispetto alla realizzazione della messa in scena di “Venere in pelliccia”. E’ tormentato, convinto di non riuscire a trovare un’attrice capace di interpretare il raffinato ruolo di Wanda von Dunayev, protagonista del romanzo di Sacher-Masoch. Ha una scarsa considerazione delle attrici contemporanee, poco femminili, per niente capaci di approfondire un personaggio, metà vestite da veline e l’altra metà da maschi. Ecco un’evidente critica a una contemporaneità troppo superficiale, distratta e volgare. Ma proprio questo suo atteggiamento sarà presto spiazzato dalla femminilità sicura e dominante dell’attrice, anche lei di nome Wanda, presentatasi per il provino. La situazione presto si ribalta. La tensione vibra, i ruoli si confondono. Thomas si lascia irretire, si abbandona, si trasforma, si identifica, passando da un atteggiamento prima insicuro, poi dominatore, infine vittima volontaria, come sotto effetto ipnotico, fino all’estremo atto in cui lui stesso diventa Wanda von Dunayev traballante sui tacchi a spillo. Teatralissimo colpo di scena finale, partorito dall’abile penna di David Ives in contrapposizione al finale del romanzo di Sacher- Masoch, dove il protagonista rimane solo a rivivere i ricordi di una passione senza limiti. La costruzione di questo personaggio è lenta, respira piano per meglio aderire in tutte le sue pieghe. Thomas è critico rispetto a tutto un sistema attuale fatto di luoghi comuni, di frasi fatte, di ansie da prestazione, di autoanalisi infinite come fossimo tutti dimostrazioni di Freud o esempi di qualche cosa. E’ invece a suo agio quando entra nei panni del personaggio del romanzo ottocentesco. E proprio da questo personaggio che si lascia maggiormente sedurre. Un viaggio a ritroso dove il contemporaneo si annulla. Non penso a Thomas come a uno sconfitto, una vittima dell’alter ego femminile. Penso invece a un personaggio che ha scoperto un’altra identità, fino allora nascosta, e che sperimenta con coraggio una forte passione fino a toccare il fondo. Il “mio” Thomas è una creatura affascinante, ricca, complessa, ammanettata nelle sue molteplici sfaccettature.

L’opera pone forse il suo accento più marcato sull’ineluttabilità dialettica nel rapporto tra uomo e donna, che sembra potersi risolvere soltanto in un drammatico gioco di potere mai pacifico. Davvero non c’è altra soluzione dopo la seduzione (soprattutto ai giorni nostri e nella società in cui stiamo vivendo)?

“Questo è il futuro degli uomini e delle donne. Chi vuole inginocchiarsi si inginocchi, chi vuole sottomettersi lo faccia. In amore come in politica uno dei partner deve comandare. Uno è il martello, l’altro l’incudine”. Lo dice Thomas nel testo. Ma è davvero solo un gioco di potere il rapporto tra uomo e donna, tra individuo e società? E’ forse mai esistita un’epoca in cui questo gioco di potere ha avuto toni più pacati? Nel caso dell’opera di Leopold von Sacher-Masoch, datata 1870, il gioco di seduzione viene spinto fino all’estremo, “fino al superamento dei limiti della natura umana”, fino alla degradazione, al dolore fisico attraverso il piacere sensuale. Non a caso da quest’opera nasce il termine “masochismo”. La seduzione si ammanta, il più delle volte, di un fascino tutto particolare, addirittura inquietante quando arriva a far vibrare corde non ancora esplorate. La seduzione esercita un sottile potere insinuante, pericoloso, irrazionale. Probabilmente la parità, l’equilibrio intellettivo, etico, verbale, non scava e rimane su un piano elevato. Allora dobbiamo sperimentarci su altri piani, inoltrarci nelle grotte più profonde del nostro essere per trovare l’irrazionale e abbandonarci al bisogno naturale di sedurre e lasciarsi sedurre, disposti a correre ogni rischio. Fino al dolore come espiazione. Attenzione però, è solo un gioco. Un gioco di seduzione. Il potere, inteso come prevaricazione del più forte sul più debole nella nostra società come in quella di ieri, non può essere abuso.

Quali sfumature appartengono alla sua Wanda? In che modo l’ha dimensionata insieme a Patrizia Bellucci e quale delle sue (di lei) peculiarità attoriali le è risultata più funzionale rispetto a come la voleva plasmare in partenza?

Ho avuto l’idea di affrontare questo testo proprio dopo aver diretto Patrizia Bellucci ne “Le serve” di Jean Genet la scorsa stagione. C’era qualcosa nel suo sguardo, malinconico, smarrito, lucido ma con una punta di perversione o anche di rancore e di rabbia, qualcosa insomma di poeticamente maledetto, che mi ha subito riportato alla profonda e intensa staticità espressiva di Emmanuelle Seigner. E poi, sembrerà strano, la luce del biondo dei capelli, accende un’aura misteriosa di cui lei sicuramente ne è inconsapevole. E’ ovvio che tutto questo non basta per “plasmare” un personaggio, anche perché da subito ho voluto scongiurare ogni paragone con gli interpreti del film. Nessuna imitazione, per carità. Lo sguardo è stato solo un punto iniziale di ispirazione, come spesso accade quando affronto un nuovo progetto. Mi soffermo sul primo elemento istintivo che mi viene suggerito, ci giro intorno, lo sviluppo, e il mandala si disegna. Dentro questo disegno si muove il progetto. La Bellucci ha saputo aderire con grande attenzione alle molteplici sfaccettature caratteriali ed emotive che un personaggio così complesso come questa Wanda presenta ad ogni respiro di battuta. Ammetto che non è stato facile, anche per la mia ossessiva maniacalità nella ricerca della gestualità, del linguaggio del corpo, del possesso dello spazio scenico. A ogni battuta corrisponde un gesto. Un rigore apparentemente limitante ma che scatena paradossalmente una sfrenata libertà espressiva.

Cautamente, le stagioni a teatro stanno ripartendo. Quali sono le sue aspettative per questo spettacolo?

Arrivare al traguardo, ossia alla realizzazione di una messa in scena dopo un lungo lavoro di studio e di prove fino al raggiungimento catartico della rappresentazione davanti a un pubblico che sceglie di partecipare all’evento, soddisfa già, a mio parere, gran parte delle aspettative che di solito accompagnano il lento processo di costruzione. Il teatro ha, e forse deve avere, e a maggior ragione in questo momento storico, breve durata. Come un fiore, espande il suo profumo, se ne ha, e poi muore.

Dopo le repliche di “Venere in pelliccia” a Lo spazio, quali saranno i suoi impegni più prossimi sulla scena?

Si può parlare di futuro, oggi? Nonostante tutto, mi sto preparando, pur rimanendo ancorato al “qui e ora”, a una stagione ricca e articolata tra ruoli e generi molto diversi. In febbraio, sempre a Lo Spazio, riprenderemo un divertente e ironico testo di un autore francese, Jean Marboeuf, “Che fine hanno fatto Bette Davis e Joan Crawford” portato in scena lo scorso anno all’OFF/OFF Theatre con una entusiasmante risposta di pubblico. Io sarò Bette Davis, al mio fianco Riccardo Castagnari nel ruolo della Crawford e la regia di Fabrizio Bancale. Tra Napoli, la Toscana e la Puglia porterò in scena una pièce di Roberto Russo, “La fine del mondo”, dove, intersecate al racconto, canterò alcune canzoni di Charles Aznavour. Nell’immediato, sarò impegnato nella preparazione di un nuovo spettacolo musicale “Bambola” di Paolo Vanacore con la direzione musicale di Alessandro Panatteri. Il debutto romano è programmato il prossimo aprile all’OFF/OFF Theatre. I tempi evidentemente non sono facili e le difficoltà sembrano trattenerci a terra. Tuttavia, i progetti non possono morire e l’impegno creativo deve permetterci ancora di volare in alto, ad ali sempre spiegate. Ce la faranno i nostri eroi?

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