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Musica

Pandemia, isolamento e concertoni: l’Italia che suona guida la resistenza ma non vuole abituarsi allo streaming

Federico Falcone

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Organizzare un concerto evitando assembramenti: quella che dovrebbe essere la regola, cioè la presenza di centinaia o migliaia di spettatori sotto al palco, o anche semplicemente di poche decine, ora, invece, è l’eccezione. Anzi, per ora è pura utopia. L’emergenza sanitaria scaturita dalla diffusione globale del Coronavirus, passato in poche settimane da epidemia a pandemia, ha totalmente stravolto la nostra vita, così come i canoni della musica dal vivo e del mondo dell’intrattenimento in generale.

Magari potessimo promuovere un concerto da dieci persone. Ora, purtroppo, non c’è garanzia neanche su quello. Vige il divieto di assembramenti e continuerà a rimanere tale fino a che non ci sarà una svolta. Come è anche naturale e inevitabile che accada quando si combatte un nemico invisibile che, potenzialmente, può annidarsi in ognuno di noi. E così, ieri, 1 maggio, giornata storicamente dedicata alla musica dal vivo e alle lotte a difesa dei diritti dei lavoratori, non si è potuti scendere in piazza né per manifestare né, tantomeno, per intrattenere gli appassionati della live music che in essa vedono un reale motivo di evasione alla quotidianità.

La pandemia ha messo in ginocchio gran parte delle nostre esigenze e necessità. Fra queste, appunto, il bisogno di vivere le nostre passioni, toccarle con mano, portare avanti quella morbosità che ci fa sognare a occhi aperti, sempre proiettati al poi, all’ennesimo concerto da vedere, all’ennesimo disco da acquistare, all’ennesimo libro o spettacolo teatrale da recensire e consigliare a chi, come noi, fa della curiosità e della voglia di scoprire cosa c’è la fuori dei novelli Gulliver. Anche questa redazione, come altre, ha scelto di adeguarsi al momento.

Ieri, a partire dalle 11 fino alle 20.30, in diretta sulla nostra pagina Facebook si sono esibiti dodici artisti, ognuno proveniente da un diverso angolo d’Italia. L’Aquila, Avezzano, Genova, Milano, Parma, Perugia, Livorno. Un concerto che ha voluto mettere in luce alcune realtà tricolori, non necessariamente tra le più conosciute e celebrate, ma altrettanto valide e, qualitativamente parlando, rilevanti. E, proprio per questo motivo, meritevoli di attenzioni, stima e supporto. Chiunque imbracci uno strumento, si metta dietro un microfono e scelga di colorare il mondo con le proprie note e i propri versi merita rispetto e si, anche gratitudine. Come loro, anche chi fa delle parole e dei concetti, come filosofi e autori, il proprio credo e stile di vita.

L’apertura dell’evento virtuale è stata affidata alla filosofa Marielisa Serone che ha incentrato il proprio discorso sulla necessità di non dimenticare chi fa parte dell’ingranaggio chiamato “arte, spettacolo e intrattenimento”, espressione volutamente onnicomprensiva per evitare di dimenticare, senza assolutamente volerlo, qualcuno. Dopo di lei si sono esibiti Federico Vittorini, frontman delle Lingue, Richi Rossini, Fabio Iuliano & YAWP, Dabadub Sound System, Enrico Bosio degli En Roco, Francesco Torge, Serena Cataldi, Giovanni Artegiani, Brandes e Tacoma. Ha chiuso l’evento, sulle note di “Wish You Where Here” dei Pink Floyd, dopo un monologo incentrato sulle storie più affascinanti di alcuni protagonisti della storia della musica, l’attore Alessandro Martorelli.

Tra chi aveva alle spalle diversi dischi registrati, carriere decennali o una gavetta basata su una lunghissima serie di concerti in ogni dove, e chi, invece, era all’esordio assoluto, è andato in scena un evento che per qualche ora ci ha riconciliati col mondo, ricordando, una volta di più, quanto la musica e l’arte siano preziose per la nostra vita e per la nostra società.

Ma ciò che per alcuni è stata un’occasione e un passaggio temporaneo a tematiche differenti rispetto a quelle abitualmente trattate, per noi, però, ha rappresentato la mera normalità. Non l’eccezione, dunque, ma la regola. Da più di un mese, infatti, The Walk Of Fame ha deciso di dare spazio agli artisti emergenti della musica italiana. Già, quegli stessi artisti che ora, analogamente ai colleghi più famosi, non hanno certezza di tornare presto sui palchi ma che avvertono la necessità di esibirsi, di promuoversi, di far parlare dei propri brani e dei propri testi. Le condizioni per farlo dal vivo non ci sono, e allora ci arrangiamo e guardiamo oltre, lavorando su idee e proposte e sviluppando una rete di collaborazioni che, ne siamo certi, darà ben presto grandi soddisfazioni. Ma non commettiamo l’ingenuità di pensare che tutto ciò possa e debba durare. La collocazione naturale della musica è dei musicisti è sopra un palco, non dietro uno streaming.

E allora guardiamo oltre, al futuro più tangibile, quello odierno. Perché in queste ore, in questi giorni, possiamo costruire la nostra storia. Possiamo cementare la nostra forza d’animo, il nostro talento, la nostra passione e il nostro coraggio. Possiamo ripartire, forse feriti, forse colpiti nel profondo delle nostre abitudini e speranze, ma con una convinzione: l’arte farà il suo corso e neanche questa orribile e subdola pandemia la potrà fermare. Dal canto suo, anche prima di ieri, The Walk Of Fame c’era, c’è e sempre ci sarà.

Federico Falcone
Direttore Responsabile – The Walk Of Fame

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

Musica

BMG firma i Nomadi: nuovo album dal 2021

Con 60 album all’attivo fra dischi in studio, live e raccolte, per un totale di oltre 15 milioni di copie vendute e con una media di 90 concerti all’anno, i Nomadi sono una delle band più longeve e prolifiche in Italia e non solo

redazione

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I Nomadi, la storica band italiana fondata nel 1963 da Augusto Daolio e Beppe Carletti, che continua a portarne alta la bandiera e divulgarne il messaggio, firmano con BMG. L’accordo si articola fra discografia, catalogo e edizioni e prevede un progetto ricco e ambizioso che prenderà forma con varie iniziative nel corso dei prossimi tre anni, a cominciare dall’uscita di un nuovo album di inediti nel 2021.

Beppe Carletti rivela: “Dal 2011 avevamo scelto di proseguire il nostro percorso da indipendenti, poi sulla strada dei Nomadi è apparsa la BMG e già dal primo incontro ci siamo piaciuti. È nata una grande sintonia, con una squadra giovane ma consapevole della nostra storia e soprattutto entusiasta e propositivo. Con loro è nato un bel rapporto che sicuramente darà buoni frutti nei prossimi anni, per noi così importanti dato che ci avviciniamo al sessantesimo anniversario di vita nomade”.

Anche BMG Italy, nella persona del suo Managing Director Dino Stewart, esprime la propria soddisfazione per l’inizio della collaborazione: “Mi dà grande gioia avere firmato un nome mitico non solo della musica ma anche della cultura italiana. Cominciamo a lavorare insieme con una visione d’intenti condivisa e vogliamo realizzare album di qualità, che non inseguiranno le mode ma confermeranno una cifra artistica ben riconoscibile, quella che caratterizza da sempre la musica dei Nomadi e del vastissimo pubblico che ancora oggi vuole acquistare musica autentica!”.

Con 60 album all’attivo fra dischi in studio, live e raccolte, per un totale di oltre 15 milioni di copie vendute e con una media di 90 concerti all’anno, i Nomadi sono una delle band più longeve e prolifiche in Italia e non solo. Fra i successi che nel corso degli anni hanno costellato una carriera a dir poco leggendaria vale la pena ricordare Io Vagabondo, Dio è morto, Canzone per un’amica. Numerose anche le collaborazioni con altri artisti di grande spessore, da Francesco Guccini agli IntiIllimani.

Leggi anche: 73 anni fa nasceva Augusto Daolio, voce indimenticabile dei Nomadi

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Musica

Naima: quando un capolavoro di John Coltrane ha il nome di una donna

La semplicità e profondità della melodia dona a “Giant Steps” un intenso respiro attenuando così l’esplosività sonora degli altri brani contenuti nel disco

Antonella Valente

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“Quella che io considero la mia migliore composizione è Naima” – John Coltrane

Sarebbe stato bello vedere il volto di Juanita Naima Grubbs al primo ascolto della canzone che John Coltrane compose per lei nel 1959. Chissà quale reazione ebbe la ragazza – prima moglie del musicista – che nel 1955 sposò uno dei sassofonisti jazz più famosi di tutti i tempi. Possiamo solo lasciare spazio all’immaginazione e abbandonarci ai 4 minuti e 18 secondi di dolcezza, inseriti, poi, nel disco Giant Steps, capolavoro del 1960.

Naima“, in arabo “che vive una vita dolce”, è una lenta ballad in cui domina dall’inizio il sassofono di Coltrane. Nel corso dello scorrere dei minuti si aggiunge l’assolo di Wynton Kellys al pianoforte. La semplicità e profondità della melodia dona a “Giant Steps” un intenso respiro attenuando così l’esplosività sonora degli altri brani contenuti nel disco.

Si abbandona, quindi, la complessità armonica per lasciare spazio ad una maggiore espressività passionale che trasforma “Naima” nel giro di pochissimo in un classico del jazz.

Molte furono le occasioni live in cui Coltrane eseguì “Naima” durante l’arco della sua carriera. Anzi, nel corso degli anni, il brano ha addirittura subito alcune trasformazioni ed evoluzioni. Particolare è la versione in “free jazz” contenuta nell’album del 1966 “Live ad the Village Vanguard Again!”.

Coltrane dedicò alla sua prima moglie anche un altro singolo dal titolo “Wise One” nel 1964. All’epoca le loro strade, però, si erano già divise. Il sassofonista originario del Nord Carolina aveva, infatti, incoltrato Alice McLeod, ai più nota con il nome di Alice Coltrane, pianista statunitense che lo affiancò fino alla morte avvenuta nel 1967.

foto di Jim Marshall

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Musica

Dodici anni senza Richard Wright, nel 2008 se ne andò un pezzo di storia dei Pink Floyd (e della musica)

Fabio Iuliano

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Out of the blue, così all’imropovviso, il 15 settembre 2008, arrivò l’annuncio della morte di Richard William Wright. Cantautore, polistrumentista e compositore britannico, fu tra i fondatori – come tastierista – dei Pink Floyd insieme a Syd Barrett, Roger Waters e Nick Mason.

Tuttavia, ben prima di unirsi alla band definitivamente, e mentre studiava armonia al London College of Music, Rick aveva già composto professionalmente alcuni brani, uno dei quali, intitolato You’re the Reason Why fu utilizzato come lato B del 45 giri di Adam, Mike & Tim Little Baby, pubblicato nel 1964 su etichetta Decca e oggi quasi impossibile da reperire per i collezionisti.

Dopo l’uscita di Syd Barrett avvenuta agli inizi del 1968, Wright, prima arrangiatore e “armonizzatore” dietro le quinte delle geniali ed oblique intuizioni di Barrett stesso, diventò il compositore melodico del gruppo. La sua scomparsa ha fatto tramontare ogni remota possibilità di reunion della band.

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