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Cinema

Thirty Seconds Milano – Erika Lemay, un amore che si rinnova con lo short movie “One day to fly”

Federico Falcone

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Thirty Seconds Milano Film & Video Production Company torna a collaborare, con la grande artista poliedrica Erika Lemay curando la produzione per lo short-movie dal titolo “One Day To Fly”, che come autore e regia vede il nome di Francesco Tolve. Erika Lemay, creatrice di spettacoli, danzatrice nel cielo, ambasciatrice di Physical Poetry e oratrice.

Nata in Canada, Erika Lemay e’ diventata un icona nel mondo delle performance dal vivo, usando il suo corpo in modi che sfidano la gravita’ e le possibilita’ umane. Il suo percorso di vita l’ha portata dalla sua prima lezione di balletto all’eta’ di quattro anni, al successo mondiale e diversi riconoscimenti. Erika e’ riconosciuta come un artista di prima classe nel mondo e ci si riferisce a lei come la creatrice di Physical Poetry.

Ogni spettacolo è letteralmente un momento in cui si sfida la vita – sotto l’ala dell’eleganza.

Si e’ esibita estensivamente come solista e ospite d’onore con il Cirque du Soleil ed e’ un Ambasciatrice delle Arti per il progetto non-profit “Pensare Oltre”.

Vanity Fair l’ha nominata come la nuova regina del Circo in un intervista che include anche delle foto esclusive del fotografo leggendario e creatore di icone di Hollywood Douglas Kirkland. Il suo ultimo libro “Physical Poetry Alphabet” e’ un tributo al lavoro di Erika.

Gia’ un autorita’ nel mondo degli eventi e nel bel mezzo della sua brillante carriera, Erika creo’ e si esibi’ in uno spettacolo solista nel 2012 in cui spingeva ancora oltre i confini fisici e artistici. Questo spettacolo di 75 minuti, acrobatico, di ballo, di tecnologie immersive e teatro e’ stato il primo del suo genere rappresentato e eseguito da una donna solista. La prima di Erika Lemay e che in seguito scaturi’ altrettanti spettacoli del genere; esempi noti si trovano in Tailandia, Grecia e Arabia Saudita.

Oggi, Erika attinge da due decenni di esperienza per creare spettacoli personalizzati per narrare le visioni di altre persone attraverso Physical Poetry

“One Day To Fly”: https://www.youtube.com/watch?v=ELEstuWlgv8 HYPERLINK

COSA C’È DA SAPERE SU THIRTY SECONDS MILANO CREATIVE FILM AGENCY

La loro passione, la loro mission è raccontare ed emozionare, ma soprattutto far conoscere le aziende con l’ausilio dei film e quindi attraverso la comunicazione visiva. Sono ormai piu’ di 20 anni che moltissimi brand illustri si affidano alla creatività dei due fratelli.

Passione, creatività, professionalità, esperienza e competenza. Queste le parole chiave che meglio descrivono l’attività di Thirty Seconds Milano Fillm & Video Production Company, una vera e propria factory creata dai due fratelli registi/producer, con alle spalle più di vent’anni nel mondo televisivo e dei grandi media.

Al centro della loro attività la produzione di video aziendali, documentari, spot televisivi e videoclip musicali. Thirty Seconds Milano sta ben attenta a differenziarsi dalla concorrenza con la creazione di video mai scontati e ad alto impatto emozionale e comunicativo, sfruttando la ricercata grammatica del cinema per dare al messaggio promozionale delle aziende una marcia in più da sfruttare al cospetto dei competitors e dei potenziali clienti.

Ma le capacità promozionali di questa creative lab non si fermano dietro alla macchina da presa: l’agenzia si occupa anche di organizzazione di eventi in Italia e in Svizzera, partendo dal concept fino alla realizzazione concreta dell’evento. Così come ogni azienda necessita di un video aziendale coordinato a dovere con la propria immagine, allo stesso modo ogni azienda merita un evento su misura, per veicolare al meglio il proprio messaggio.

Thirty Seconds Milano è l’agenzia di comunicazione video di riferimento per la produzione di filmati professionali, storytelling video marketing, video aziendali, video industriali, spot tv, video congressi per eventi, dalle riprese aeree, 4k con brevetti e tutto quello che concerne la tecnica e soprattutto la creatività video.

Tutto è rigorosamente prodotto con tecnologie di ultima generazione, dalle macchine da presa come Arri Alexa Mini camera Con grande perizia si occupa di tutte le fasi di lavorazione che compongono la produzione di un video: dalla pre e post produzione del progetto, passando allo sviluppo dell’idea stessa tramite la scelta del soggetto, la direzione della fotografia, la sceneggiatura, la creazione dello storyboard e la composizione delle musiche inedite, oltre ad occuparsi con massima attenzione del casting e delle location più indicate per la buona riuscita del progetto.

Thirty Seconds Milano ha collaborato e collabora con nomi e produzioni importanti nella realizzazione di eventi e produzioni video di grande fama e prestigio nel mondo della TV e della musica, nonché dei grandi brand aziendali. Questa esperienza permette di offrire alla nostra clientela un servizio altamente professionale con un altissima qualità tecnica e artistica.

La creazione video di Thirty Seconds Milano va però ben oltre al solo servizio di produzione video aziendali: il team di creativi e di professionisti della produzione realizza anche video documentari, spot televisivi, branded video content, video musicali, solo per citare alcuni dei principali servizi offerti.

Esperti nella produzione esecutiva, hanno voluto sfruttare l’esperienza e l’estro di Thirty Seconds Milano registi e artisti del calibro di Zucchero Fornaciari, Emma Marrone, Marco Mengoni, Caparezza, J-Ax, Tony Hadley e molti altri ancora. Nel portfolio di produzione di filmati aziendali non mancano anche illustri brand internazionali, come Samsung Italia, Nintendo, General Electric ed Electronic Arts, Raimondi Crane, CEIA Spa, Siretessile, China Shipping e molti altri.

Sono proprio le collaborazioni illustri e di successo portate avanti dalla Thirty Seconds factory giorno dopo giorno che garantiscono ai nuovi clienti un servizio di produzione video impeccabile, originale e di altissimo livello: d’altra parte l’alta qualità non deve per forza essere riservata alle sole produzioni televisive e cinematografiche Hollywoodiane. A prescindere dal settore in cui opera ogni azienda, attualmente il video è il migliore strumento per comunicare e presentarla al meglio, ma anche per istruire e formare il personale nonché promuovere i propri prodotti e servizi.

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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Cinema

Introduzione al cinema dell’orrore, ieri e oggi

Davanti a una nuova generazione, educata alla sicurezza, alle premure genitoriali e a un cinema che ti dice che il sangue non c’è e che i buoni vincono, anche quando li credevi morti, quale spazio per l’horror?

Alberto Mutignani

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Qualche tempo fa pensavo al motivo che mi ha allontanato dalla religione.

Quando ero bambino mi piacevano molto le chiese e mi piacciono ancora, ma all’epoca sapevo di non essere soltanto un turista che guardava il presbiterio e gli affreschi e poi se ne andava a zonzo per la città. Facevo catechismo, frequentavo la cattedrale e la chiesa più piccola nel mio quartiere quasi abitualmente, e mi divertiva il modo in cui il parroco ci parlava del mondo, perché c’erano il bene e il male ed era evidente che il diavolo fosse qualcosa di cui avere paura, e nell’iconografia a cui avevo assistito in età infantile questa dicotomia era ben visibile.

Nei testi della domenica, a messa, qualche prete più anziano leggeva ancora di parabole in cui l’incursione del demonio si era insidiata nella vita di poveri cristiani, e tra i giovani credenti non ancora cresimati il libro dell’Apocalisse tuonava come qualcosa di profetico e terribile.

Ci immaginavamo cosa sarebbe successo e qualcuno di tanto in tanto si presentava trafelato nelle ore di scuola, durante la ricreazione, per dire che in televisione aveva sentito che l’Apocalisse sarebbe arrivata, o giurava di aver visto il diavolo o un angelo in sogno, o che aveva chiamato il 666 al telefono e qualcuno aveva risposto.

Delle regole impartite dal parroco ce ne fregavamo, nessuno le ascoltava, per cui nessuno temeva che una bugia o il nome di Dio invano avrebbero compromesso la nostra immagine, né che il diavolo si sarebbe presentato sotto forma di serpente, ma sapevamo che il diavolo esisteva, cioè che esisteva il male. Era qualcosa di cui ridere ma tutti quanti sapevamo in cuor nostro, fuori dalla dimensione ludica, che certe cose non si potevano fare, che in certi posti era meglio non andare da soli, che a una certa ora la città diventava troppo buia e bisognava correre a casa.

Dopodiché le chiese sono diventate quello che la società in linea generale ha deciso di diventare, una celebrazione del bene.

Il diavolo, come figura, non è scomparsa soltanto dall’iconografia ma anche dai sermoni domenicali, in cui si parla di parabole da latte alle ginocchia e si rassicura i bambini che il mondo è un posto di benefattori.

Se penso al cinema, mi rendo conto che le cose sono scivolate nella stessa maniera e con le stesse tempistiche, quindi da un cinema schietto a un cinema pedagogico, dal cinema rivolto agli adolescenti al cinema che parla degli adolescenti. Provate ad aprire un libro qualunque di un attuale ragazzo del liceo: gli stessi concetti sono reiterati in maniera ogni volta più semplice, fino a ridurli in niente, e gli autori evidenziano in grassetto e con i corsivi le porzioni di testo fondamentali, come se chi legge fosse mentalmente leso.

Gli adolescenti nati nel secondo Novecento avevano l’abitudine di vivere di più per strada, con dei genitori mai ossessivi come quelli moderni, in famiglie più numerose e quindi più dispersive. Vivere per strada e non avere un parental control – che oggi ha senso, perché i contenuti di libero accesso sono di più e più immediati – ti imponeva un impatto con il mondo più violento, e che esistesse il male nel mondo te lo insegnavano al catechismo o lo imparavi a tue spese. In quel mondo, il cinema horror non fece fatica a diventare un fenomeno generazionale, qualcosa con cui divertirsi, sì, ma anche crescere. Credo che sia sempre servito come forma schietta di educazione, prima che come intrattenimento. Un film dell’orrore ti dice che il male esiste ed è inutile cercare di debellarlo, non può venir meno e continuerà ad esserci dopo la nostra dipartita, come ci insegna il finale del primo Halloween.

Quello che mi affascinava da bambino era che il male, nei film, non aveva origini né potevo spiegarne logicamente l’operato – non sappiamo perché uno squalo decida di attaccare una spiaggia né perché Michael Myers sia cattivo oltre che immortale – e questo è anche ciò che ti intrattiene quando diventi adulto e l’orrore al cinema non ti fa più alcun effetto. Una volta questi film rappresentavano una prova di maturità, ma nel mondo di oggi non hanno più presa, perché non sono più un fenomeno generazionale, come lo sono i cinecomics, per esempio.

C’è una nuova generazione, educata alla sicurezza, alle premure genitoriali e a un cinema che ti dice che il sangue non c’è e che i buoni vincono, anche quando li credevi morti. Quale spazio per l’horror?

Tendenzialmente il nuovo cinema dell’orrore è fatto di titoli che vogliono spiegare l’inspiegabile. Nessuno negli anni ’70 si sarebbe mai chiesto perché Linda Blair nell’Esorcista veniva posseduta da Satana, mentre oggi è fondamentale sapere perché Annabelle, la bambola di cera, rompe i bicchieri e apre le porte.

Mi rendo conto che James Wan è stato il primo a inculcare una vera propria educazione allo spiegone, che non è più un momento di noia ma quasi la parte cruciale del film, come se il giallo si sostituisse all’orrore. C’è una retrospettiva per ognuno dei nuovi villain cinematografici, addirittura film dedicati (i cosiddetti spin-off) e speciali televisivi. Non si approfondisce l’impatto che questo personaggio ha sul pubblico di massa, che è zero, ma quali siano le sue origini reali e di finzione, quali siano i suoi antenati cinematografici e se ci sarà un prequel sulle origini della creatura.

A proposito di questo, qualche tempo fa osservavo che il cinema dell’orrore contemporaneo mira quasi esclusivamente al paranormale. Sbagliavo.

Osservando più attentamente le filmografie dei registi di oggi, mi sono reso conto che il male che viene raccontato è sempre un male terreno, umano. Nella filmografia di Eli Roth, uno dei nomi più importanti dell’horror contemporaneo, la storia è sempre quella: sono uomini contro uomini e quasi raramente entità soprannaturali, e quando queste ci sono, la dietrologia di cui sopra serve proprio a dare, anche ai fantasmi e ai mostri in genere, un connotato umano, spicciolo, a un pubblico che si rifiuta di accettare il sovrannaturale. È necessario sapere dove è nato lo spirito e perché si manifesta, come ucciderlo e chi può farlo. Anche in questi film, come nei cinecomics di prima, il sangue è quasi totalmente assente. Non è che non ci sia, ma anche quando c’è sembra che sia completamente fuori luogo.

Prendiamo ad esempio un successo più o meno recente, “Insidious” di James Wan. È un film del 2013 in cui si immagina che un bambino possa viaggiare per dimensioni esterne alla nostra, arrivando con il suo corpo astrale in una sorta di mondo rovesciato chiamato “Altrove”, popolato da demoni che lo hanno rapito. Anche il padre, scopriremo più tardi, possiede questo dono, e verso la fine del film si avventura nell’Altrove per recuperare il bambino. Arrivati al punto di catarsi del film, dovremmo aspettarci due cose: che il bambino sia morto, o che il bambino sia vivo ma in condizioni vegetative. Quando il padre entra nell’Altrove, invece, il figlio è bello e felice, incatenato a un palo mentre un demone, molto distante, ascolta del rockabilly su un mangiadischi come un fighetto dei nostri giorni.

Mi pongo quindi la domanda che altri prima di me si sono già fatti: cosa succede, se questi demoni ti prendono?

Cosa potrebbe accadere se disgraziatamente Annabelle dovesse riuscire ad averci, o se la suora (The Nun) di The Conjuring 2 – sempre James Wan – riuscisse a pararsi davanti ai nostri occhi, senza vie di fuga immediate? La risposta è: assolutamente niente. Non essendoci sangue e non essendoci un vero elemento inquietante, il cinema dell’orrore moderno, che riesuma vecchi bidoni del cinema passato come bambole, suore, cannibali, contestualizzando tutto a dovere, è un mix perfetto tra il puro manierismo indirizzato ai nostalgici e una ciotola zuccherina di caramelle gommose per ragazzini scemi, addormentati. In due parole soltanto: Stranger Things.

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Cinema

Borat 2, il ritorno (fiacco) di Sacha Baron Cohen

Borat è tornato! La recensione del nuovo film con Sacha Baron Cohen, su Amazon Prime Video.

Alberto Mutignani

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È passato del tempo dal primo incredibile, divertentissimo e fallimentare viaggio negli Stati Uniti di Borat Sagdiyev (Sacha Baron Cohen), a beneficio della gloriosa nazione del Kazakhistan. Condannato ai lavori forzati nella sua terra d’origine, Borat riceve una nuova missione, direzione Casa Bianca, per consegnare a Mike Pence, vicepresidente di (Mc)Donald Trump, un primate come segno di rispetto del Kazakhistan verso gli Stati Uniti, e stringere un accordo di alleanza. Se fallirà, sarà condannato a morte. Da qui prende le mosse Borat 2, il film diretto da Jason Woliner, uscito in esclusiva su Amazon Prime Video a pochi giorni dalle elezioni presidenziali in America.

Le sorprese, per Borat, arrivano dai primi minuti del film: il suo vecchio collaboratore è diventato una squallida poltrona nell’ufficio del presidente kazako, scopre suo malgrado di avere una figlia quindicenne (Maria Bakalova), impertinente e cresciuta come una selvaggia, ed è diventato una celebrità negli Stati Uniti, dove viene fermato dai passanti per una foto o un autografo.

Ecco perché la prima cosa che Borat 2 ci mette in mostra è il marcatissimo abuso di travestimenti, che diventano sempre più eccessivi, macchiettistici, e in definitiva poco divertenti e meno dirompenti di quanto si sperasse – eccezione fatta per un’esilarante sequenza in sinagoga. La giovane Maria Bakalova regge sulle spalle molti dei momenti della seconda parte del film, e la presenza di un contrappeso femminile, che è il pretesto per raccontare il femminismo e l’emancipazione del mondo di oggi, è un elemento aggiunto che svecchia di molto la comicità a volte troppo datata di Cohen, nonostante il tentativo di proporre qualcosa di nuovo e diverso.

Il Borat di questo secondo capitolo è lo stesso personaggio folle e politicamente scorretto del primo film, ma in un mondo che, da quell’apparentemente lontano 2006, è cambiato in maniera velocissima e ci ha mostrato realtà decisamente più complessa – sparatorie nelle sinagoghe, una pandemia globale, il complottismo –, e da ognuna di queste cose Cohen riesce a trarre uno spunto inaspettatamente comico, dissacrante, che funziona nonostante l’eccessiva linearità e un’impronta più documentaristica, che tende a annoiare alla lunga.

Sono discrete le sequenze all’interno della dimora dei complottisti, convinti che Hilary Clinton beva il sangue dei bambini, e decisamente meglio è l’intero dialogo all’interno della sinagoga, dove Borat si rifugia intenzionato a suicidarsi (“Non avendo una pistola con cui uccidermi, mi sono chiuso in una sinagoga in attesa della prossima sparatoria di massa”). E nel melenso finale, pieno di retorica e con un noiosissimo scherzo ai danni di Rudy Giuliani, il film abbassa drasticamente un livello già non all’altezza del primo capitolo, sebbene piacevole.

In definitiva è una commedia di alti e bassi, che fa enorme difficoltà nello svecchiarsi da una comicità datata e fastidiosa, che a volte cade nel ridicolo e nella retorica filo-democratica, e che manca di un obiettivo preciso che non sia questa impresa brancaleonesca di documentare il peggio della società, che tutti già conosciamo, ma che trova una sua dimensione più nitida e piacevole fuori dalla dimensione politica, nelle poche sequenze esterne alla linea narrativa principale, dove il film riesce a regalare più di una risata.

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Cinema

Pietro Castellitto, il regista che voleva essere cattivo

La recensione dell’esordio alla regia di Pietro Castellitto, con Giorgio Montanini e Massimo Popolizio

Alberto Mutignani

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Se è vero ciò che abbiamo detto più di una volta, ossia che il cinema è un’industria, è vero quindi che il film è un prodotto, un bene che per essere consumato ha bisogno di ammiccare a una fetta di pubblico. Sono prodotti anche i film d’essai con un macellaio che di notte diventa un cerbiatto e riflette su Dio, perché indipendentemente dalle chiacchiere dei registi, non esiste film che non nasca per guadagnare e non esiste che un film non si rivolga a un pubblico specifico. “I Predatori”, l’esordio alla regia di Pietro Castellitto, è un film che si rivolge a un pubblico ben preciso: la critica.

Potrà sembrare noioso allo spettatore medio, o inconcludente, ma ai critici questo film è piaciuto tantissimo, tanto da ricevere un premio per la miglior sceneggiatura e la nomea di “esordio bomba” e “pellicola feroce”. Non sappiamo che film abbiano visto.

“I Predatori” si articola per strade già battute decine di volte nel cinema italiano, dalla famiglia povera e fascista a quella ricca che pippa cocaina e fa le vacanze in Toscana, dal tradimento coniugale alla riflessione meta-cinematografica. Tutto in un calderone senza capo né coda, che risponde alla sola necessità di raccontare uno spaccato, come si dice oggi, cioè di mostrare quella che secondo Castellitto è l’Italia del nostro tempo.

Ci sono delle scelte coraggiose, una tra tutte la peripezia tragicomica del personaggio interpretato dallo stesso Castellitto, un ricercatore che viene escluso dal team che esaminerà per la prima volta la salma di Nietzsche, e decide di vendicarsi. È una storiella che assomiglia ad alcuni racconti postmoderni di Roberto Bolano, e che con un forzato sistema di incastri riesce anche a sembrare coerente con il resto delle vicende raccontate.

La difficoltà non sta tanto nel far intersecare questo episodio con gli altri ma nel trovare un fil rouge che leghi tutte le trame, essendo questo un film a episodi solo apparentemente accostabili e mai davvero incisivi l’uno nell’altro.

Una regista senza budget, un medico cinico e cocainomane, un figlio colto e intollerante verso le chiacchiere a vuoto – che ricorda molto, forse troppo, il primo Nanni Moretti – e dall’altro lato un’armeria, una vecchia truffata e un padre di famiglia convintamente fascista e senza un soldo bucato – e pare che queste due cose ormai siano collegate.

Se nella forma Castellitto canna quasi tutte le inquadrature, nel tentativo di imitare senza successo Paolo Sorrentino, i suoi zoom lenti e le pause interminabili, ma anche richiamando un certo fascino borghese per i ristoranti lussuosi, le grandi ville perse nella campagna, l’arredamento bianco e asettico, nella sostanza invece c’è un gran chiasso che spiega poco o nulla – della trama, delle intenzioni, dei personaggi.

Non funziona la linea comica – nonostante il cast vanti la presenza di due comici noti, Dario Cassini e Giorgio Montanini – né riescono i tentativi di dare al film un tono provocatorio, da satira spietata. Pietro Castellitto assomiglia a uno studente del liceo classico (e forse è stato studente del classico), o più realisticamente a uno studente di Filosofia che ama Pasolini per le nudità e pensa che l’arte debba schiaffeggiare le coscienze.

Solo che poi, camera alla mano, non ci riesce (non che se ne senta la necessità, parlando da spettatore), e ricorda un bambino che digrigna i denti per farti capire che è arrabbiato. Non è molto chiaro chi siano i predatori del titolo: forse sono i poveri fascisti? O i ricchi boriosi? O forse siamo noi spettatori? Non ho avuto modo di confrontarmi su questo, perché in sala, al cinema, c’ero solo io.

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