Connect with us

Speciali

Trent’anni senza Stevie Ray Vaughn, il Jimi Hendrix bianco che cambiò il volto del blues

Federico Falcone

Published

on

Stevie Ray Vaughn, per la musica blues, è stato fondamentale. Su questo inciso tutti saranno d’accordo. Devono esserlo. Il “Jimi Hendrix bianco“, come veniva ribattezzato negli ambienti, ha rappresentato, come pochi altri, il punto d’incontro tra il blues della scuola afroamericana, esclusivista e accessibile solo ai pionieri del genere, oltre che a quella stretta cerchia di eletti dagli Dei del rock, e quello bianco, appartenente alla società internazionale.

Scena altrettanto ricca di talenti e sicuramente ambiziosa a dire la propria in un contesto come quello del blues. Anima, cuore, passione, improvvisazione: queste le basi sulle quali poter dire di essere parte o componente di quel girone dantesco dove i bluesman sono soli cimentarsi in lunghe e infuocate jam session tra un boccale di birra e un sigaro. Stevie Ray Vaughn era The Man, The Bluesman, The White Hendrix.

Nella sua breve carriera e, purtroppo, vita, l’impronta lasciata dal nativo di Dallas è impossibile da scalfire. E’ impressa su pietra, come le ben più note tavole. Con esse condivide l’impossibilità di usura che il tempo, nel suo inevitabile incedere, vorrebbe recapitargli. Ma la leggenda non può essere in alcun modo intaccata dal trascorrere degli anni. Figuriamoci, poi, se riguarda chi, se pur con quattro album sulle spalle e una manciata di live – a loro volta divenuti leggendari – è considerato tra i più grandi esponenti della storia del blues-rock.

Nacque, come detto, a Dallas, in Texas. Perse la vita nei pressi di East Troy, sperduto paesetto nelle campagne del Wisconsin. Era il 27 agosto del 1990. L’elicottero sul quale viaggiava si schiantò al suolo a causa delle pessime condizioni atmosferiche. Era decollato dall’Alpine Valley Music Theater di Alpine Valley, vicino East Troy, appunto. Quella sera, nella sala concerto, oltre a lui erano presenti altre stelle della sei corde: Eric Clapton, Buddy Guy, Robert Cray. E anche il fratello Jimmie.

Tutti loro alloggiavano a Chicago e per muoversi più rapidamente in direzione concerto, sia all’andata che al ritorno decisero di avvalersi di un elicottero. Il primo, subito dopo il concerto di quella sera, a dover salire su di esso per tornare a casa avrebbe dovuto essere Eric Clapton. Ma non andò così. Stevie Ray, stanco per l’esibizione, chiese di poter andare via per prima. Il destino si frappose sulla sua strada. O meglio, in quel tragitto di cielo che stava percorrendo con l’elicottero. La fitta nebbia, la scarsa visibilità e quindi l’impossibilità di orientarsi nel modo migliore condussero il mezzo all’impatto contro una montagna.

Oltre al chitarrista e al pilota morirono anche alcuni componenti dello staff di Clapton che, a differenza sua, sul velivolo salirono per davvero. Bobby Brooks, Nigel Browne e Colin Smythee i loro nomi. Dopo la sua morte vennero pubblicati numerosi tributi, omaggi discografici e raccolte di materiale più o meno inediti. Un solo disco fu composto da pezzi inediti: “The Sky Is Crying” dove, fra gli altri, era presente una cover di “Little Wing” di Jimi Hendrix.

Anche dopo la sua morte Vaughn ha ottenuto numerosi riconoscimenti. Nel 1985 fu il primo artista bianco a vincere il premio “Entertainer of the Year della WC Handy Blues Foundation”. Il leggendario BB King affermò: ”Ho detto che suonare il blues è come dover essere nero due volte. Stevie Ray Vaughan non lo è stato neppure una volta, ma non me ne sono mai accorto”.

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

Speciali

“Buona fortuna, bambina”: Casablanca è ancora il film di cui abbiamo bisogno

Antonella Valente

Published

on

Il 26 novembre del 1942, all’Hollywood Theater di New York, debuttava Casablanca. Diretto da Michael Curtiz e liberamente ispirato a “Everybody Comes to Rick’s“, opera teatrale firmata dalla coppia Murray Burnett – Joan Alison, (mai messo in scena in precedenza, e che fu sceneggiato da Julius & Philip Epstein e Howard Koch) la pellicola vantava una coppia di protagonisti fuori dal comune: Ingrid Bergman e Humphrey Bogart, tra i più affascinanti e magnetici della storia del cinema a stelle e strisce.

A distanza di settantotto anni dalla sua uscita, Casablanca è ancora considerato come uno dei film più romantici di sempre, complice anche l’innegabile vortice di suggestioni che il bianco e nero dello schermo può esibire. Un classico intramontabile, reso ulteriormente immortale dai tre premi Oscar (miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura).

Oscar – 1944

  • Premio miglior film
  • Premio miglior regista a Michael Curtiz
  • Premio migliore sceneggiatura non originale a Julius J. Epstein, Philip G. Epstein, Howard Koch
  • Candidatura miglior montaggio a Owen Marks
  • Candidatura migliore attore non protagonista a Claude Rains
  • Candidatura migliore attore protagonista a Humphrey Bogart
  • Candidatura migliore colonna sonora per un film non musicale a Max Steiner
  • Candidatura migliore fotografia per un film in bianco e nero a Arthur Edeson

Fa sorridere pensare che nel 1946, prima della sua uscita nelle sale cinematografiche italiane, fu sottoposto a una rigida censura. Ferrari (uno dei personaggi) divenne Ferrac, e alcune scene che ritraggono un ufficiale militare italiano, goffo e maldestro, vennero tagliate. Il fascismo era ormai alle spalle, ma i retaggi si estesero ugualmente sulla pellicola…

Humphrey Bogart è Rick Blaine, americano espatriato a Casablanca, nel Marocco francese sotto il regime filo-nazista, durante la Seconda Guerra Mondiale. E’ proprietario del Rick’s Café Americain ma ha alle spalle un passato nel contrabbando d’armi a fianco dell’Etiopia al tempo dell’invasione italiana del 1935, e da repubblicano nella Guerra Civile spagnola del ’36.

Una sera arriva nel suo caffé Ugarte (Peter Lorre), noto criminale, con due lettere di transito rubate a due soldati tedeschi che lui stesso ha ucciso; il suo intento è incontrarsi con un compratore a cui vuole venderle, ma prima che possa riuscirci viene arrestato, non prima di aver consegnato a Blaine le lettere, dei preziosissimi lasciapassare per gli Stati Uniti. Il giorno seguente arriva a Casablanca la profuga norvegese Ilsa Lund (Ingrid Bergman), vecchia fiamma di Blaine di cui lui è ancora innamorato, insieme al marito Victor Laszlo (Paul Henreid), leader della ribellione ceca e fuggito da un campo di concentramento.

La coppia è in pericolo e cerca di procurarsi proprio delle lettere di transito per scappare, quando viene a sapere che proprio Blaine ne possiede due. Rick è tormentato perché vorrebbe vendicarsi di essere stato abbandonato dalla donna e anche perché vorrebbe rimanere con lei, ma quando capisce fino a che punto il marito sia disposto a sacrificarsi per metterla in salvo, cambia idea e decide di aiutarli, mettendo in pericolo tutto ciò che si è costruito a Casablanca.

I personaggi interpretati da Bogart e Bergman sono diventati iconici, anche grazie alle numerose frasi e citazioni memorabili che hanno conquistato intere generazioni di appassionati di cinema. “Suonala ancora, Sam. Mentre il tempo passa…“, “Viva la libertà“, “Un giorno capirai, sono sicuro“, “Buona fortuna, bambina“, “Con tanti ritrovi nel mondo, doveva venire proprio nel mio“. Un film indimenticabile, esattamente come la scena finale in cui Bogart saluta una Bergman in lacrime prima di partire. Un culto lungo quasi mezzo segolo. Immortale.

Storie d’altri tempi, modi d’intendere il cinema e il messaggio intrinseco allo stesso che sembrano così lontani dai giorni nostri. Nei cento e poco più minuti di Casablanca troviamo alcuni, ovvi, cliché dell’amore e del rapporto che intercorre tra due amanti: dal cinismo alla disillusione, dal vortice incontrastabile di chi vorrebbe abbandonarsi alle braccia dell’amore passando per la paura di rischiare tutto e perdere, quindi, tutto. Casablanca è ancora il film di cui abbiamo bisogno, per sognare, lasciarci trasportare dalla nostra intimità e credere che, in fin dei conti, domani è un altro giorno. Ah, no, quella è un’altra storia…

Continue Reading

Speciali

“Scream”, la morte vivente dei Misfits targata George A. Romero

Il video di “Scream!” è pura opera di Romero. Facilmente riconoscibile grazie al suo trademark inconfondibile

Federico Falcone

Published

on

Dopo l’uscita di Glenn Danzig dalla band, in molti consideravano i (The) Misfits come una band sulla via del tramonto. Incapaci di rialzarsi dopo aver perduto il leader, venivano bollati come dei morti viventi. Per lo meno dai fan di vecchia data, quelli storicamente più intransigenti. Furono anni indubbiamente complessi, tra tanti bassi e pochi alti, ma nel 1999 Jerry Only fece di tutto per assecondare questa etichetta. E ci riuscì.

Leggi anche: Halloween, curiosità sulle origini della festa più spaventosa del calendario

Superato il contraccolpo dall’uscita del frontman, che nel frattempo si era dato ad altri progetti, pur mantenendo viva la disputa legale per il possesso del moniker della band, Only tirò su, non senza qualche difficoltà, la seconda incarnazione del gruppo. Una line up tirata a lucido. Lui al basso, ai cori e alla voce, Dr. Chub alla batteria, Doyle Wolfgang von Frankenstein alla chitarra e Micheal Graves alla voce.

Una mano scheletrica, sporca, con brandelli di carne penzolante, stava uscendo fuori da una tomba. La resurrezione stava per avvenire...

Nel 1997 il ritorno sulle scene grazie all’album “American Psycho“. Diciassette i brani presenti (più una ghost track) e una prima hit, “Dig Up Her Bones“. Del brano fu registrato un video, il primo mai prodotto dalla band, a firma di John Cafiero. Ambientato in un cimitero, alternava spezzoni di concerti dei Misfits a parti del film horror La sposa di Frankenstein del 1935. Un’immagine della sposa, inoltre, è impressa sulla copertina del singolo.

Nel 1999 la resurrezione è completa. I morti tornano dall’aldilà…

I Misfits pubblicano “Famous Monsters“, secondo full-lenght dell’era Graves, nonché l’ultimo prima del suo abbandono. Il disco esce su una major lanciatissima, la Roadrunner Records. E i morti viventi citati in precedenza tornano in gran forma come un tempo. Diciotto tracce (più 3 bonus tracks, rispettivamente per l’edizione giapponese e inglese) e una hit clamorosa: “Scream!“. Jerry Only ebbe la sua rivincita facendo dirigere il video a uno dei maestri del cinema horror, George Andrew Romero, autore di quel “Night of the Living Dead” del 1968, pietra miliare del genere.

Leggi anche: Introduzione al cinema dell’orrore, ieri e oggi

Originariamente, però, il videoclip della canzone doveva essere affidato a Wes Craven che, al al tempo, era impegnato sul set di “Scream 2“. L’idea era quella di inserire il brano nella soundtrack del film. Il progetto non si realizzò e la scelta ricadde su Romero. Anch’egli era impegnato dietro una macchina da presa, precisamente con “Bruiser – la vendetta non ha volta“, pellicola che sarebbe uscita a distanza di sette anni da “La metà oscura“, film ispirato all’omonimo romanzo di Stephen King.

Leggi anche: Quando il Daily News di Bangor uccise Richard Bachman. Stephen King: “sono colpevole”

Romero si trovava a Toronto quando fu raggiunto dalla telefonata con cui si chiedeva la collaborazione. Caso volle che necessitasse di una band per una scena del film. Nacque così il sodalizio tra i principi dell’horror punk e il maestro delle tenebre.

Il video di “Scream!” è pura opera di Romero. Facilmente riconoscibile grazie al suo trademark inconfondibile, propone gli inevitabili cliché del genere, tra momenti splatter e zombie in fuga da una corsia d’ospedale che fino a pochi minuti prima era immacolata, linda e pinta. Tutt’a un tratto irrompono dei ceffi, male vestiti e sanguinanti. Lamentano dolori e ferite e vengono quindi soccorsi. Ma ben presto divampa la lotta per la sopravvivenza.

Entra una barella. Sopra di essa vi è un uomo coperto da una lenzuolo infradiciato di sangue. E poi un’altra, e un’altra ancora. Sono feriti gravi, volto squarciato e viso tumefatto. Da un’altra barella un uomo col ciuffo di capelli appuntito in avanti si alza e aggredisce un’infermiera. Sono i componenti della band. I Misfits sono diventati zombie. Sono dei morti viventi…

Continue Reading

Speciali

I nostri dieci fumetti preferiti da leggere ad Halloween

Riccardo Colella

Published

on

È la notte di Halloween: la vigilia di Ognissanti e il momento in cui le anime tormentate dei defunti tornano dall’Aldilà per vagare sulla terra.

Fuori fa freddo, è buio pesto e avete deciso di rimanere in casa (scelta, di questi tempi, tutt’altro che peregrina). Forse non avete voglia di vedere un film o di leggere un libro. E allora? Ecco che la Nona Arte può rappresentare un valido condotto per l’Oltretomba. The Walk of Fame propone una selezione di fumetti e graphic novel che vi guideranno per addentrarvi nella notte più spaventosa dell’anno!

BATMAN: IL LUNGO HALLOWEEN

È senza dubbio uno dei cicli narrativi più famosi del pipistrello e la miniserie che ha ispirato, almeno in parte, Il Cavaliere Oscuro, seconda pellicola di Christopher Nolan. Nell’opera, ritenuta una delle migliori storie di Batman (se non la migliore), il duo Loeb/Sale struttura l’intero universo mafioso che più volte incontreremo nelle avventure dell’eroe incappucciato. Lo stesso Batman dovrà misurarsi, oltre che col proprio Io, anche con l’infinita parata di criminali dell’universo di Gotham City. Un albo in cui si andrà a scavare nel profondo dei personaggi e a seguire la lenta ma inesorabile discesa negli inferi di Harvey Dent: da incorruttibile Procuratore Distrettuale di Gotham al supercriminale Due Facce. Parliamo di un capolavoro senza tempo, arricchito dalle tavole di Tim Sale, dove proprio i disegni, al pari della storia, fano la parte del leone. IMPERDIBILE.

LA TOMBA DI DRACULA

In questo caso parliamo forse del più grande tra i classici dell’horror: che sia in ambito fumettistico, cinematografico o in quello letterario, la figura di Dracula è quella che più di ogni altra, ha incarnato un incubo orrorifico senza tempo. Nel più classico dei formati Omnibus targato Panini, La tomba di Dracula (Vol. 1 e 2) raccoglie le migliori storie sul celebre vampiro pubblicate negli anni ’70. Da Blade a Van Helsing, il genio creativo di Marv Wolfman e il comparto grafico d’eccezione di Gene Colan, danno vita ad un’opera che non risente minimamente dell’età e, anzi, può essere considerata senza ombra di dubbio, un must have per appassionati e collezionisti. Horror di livelli altissimi, come nella migliore tradizione dell’epoca.

HELLBLAZER

John Constantine è forse l’antieroe per eccellenza. Una figura così potente e radicata nel panorama fumettistico mondiale con cui, come accaduto per Superman, tutti i maggiori autori hanno voluto confrontarsi. Garth Ennis, Neil Gaiman, Grant Morrison e Jamie Delano sono solo alcuni dei nomi che, nel corso degli anni, hanno dato vita alle storie del celebre detective dell’occulto che sfida le forze demoniache dell’aldilà. Dicono di lui: “Cosa saresti disposto a sacrificare? Quanti amici e amanti lasceresti soffrire, o addirittura morire, prima che il numero delle perdite diventi troppo considerevole e, di conseguenza, pesante da sopportare?”.

Constantine è una figura perennemente tormentata: il rimorso per non essere riuscito a salvare i suoi amici e la sua ex ragazza, il tumore ai polmoni che lo attanaglia e i continui fallimenti lo umanizzano fin troppo, rendendolo quanto di più lontano esista dall’eroe classico. Poco da aggiungere: se non l’avete mai letto, fatevi un regalo e rimediate.

Leggi anche: La ricezione artistica di Halloween: intervista all’illustratrice Diana Gallese

UZUMAKI: SPIRALE

Junji Ito può, a ragione, essere considerato il maestro dell’horror a fumetti. Non esiste, al momento, un autore che, con altrettanta semplicità, riesca a prendere degli elementi apparentemente innocui (e che altrimenti non apparterrebbero ai canoni classici dell’horror) e tirarne fuori delle storie così viscerali, claustrofobiche, e d’atmosfera per il lettore, in pieno stile Lovecraftiano. Protagonista della storia è Kirie Goshima che dovrà affrontare gli inspiegabili eventi sovrannaturali che stanno sconvolgendo il tranquillo paesino di Kurozu-cho. L’horror è solo una sovraccoperta: di fondo, troviamo tematiche di ben più attualità, quali il bullismo, l’amicizia e l’amore. Ne viene fuori un’opera per palati fini, in grado di apprezzare le sottili trame orientali.

IL CORVO

Qui ci troviamo davanti a un fumetto che, nella sua trasposizione più famosa, ha davvero fatto la storia del Cinema. Un grande classico dove horror, gotico, fantastico, romanticismo, amore e dolore convergono per dar vita allo sfogo e alle frustrazioni del creatore James O’Barr. L’opera, infatti, trae spunto dalle vicissitudini personali dell’autore, a seguito di un incidente in cui perse la vita la fidanzata. Il punto di forza di quello che a tutti gli effetti può essere considerato un vero e proprio cult delle graphic novel, non sta propriamente nella particolarità dei disegni, che pure sono di altissimo livello, ma nello strazio e la disperazione che la storia emana. Un’opera davvero imperdibile per gli amanti del fumetto, che riesce nella sua tragicità, a eclissare addirittura il successo planetario dell’ultimo film di Brandon Lee.

DEVILMAN

Quando il nome dell’autore vale, da solo, il “prezzo del biglietto”. Perché Go Nagai è questo: forse il più famoso mangaka di tutti i tempi e autore di opere che hanno contribuito in maniera quasi inarrivabile alla diffusione del fumetto nel mondo. Creatore di Mazinga e Goldrake, dichiarerà di essersi ispirato alle illustrazioni di Gustavo Dorè ne La Divina Commedia, per dar luce a Devilman e Mao Dante. L’Apocalisse è alle porte e i demoni hanno deciso di annientare la razza umana e tornare a dimorare sulla terra. L’unica speranza di sopravvivenza, è affidata al timido Akira Fudo che, fusosi con il demone Amon, combatterà le orde demoniache che si nascondono tra noi. In questo manga c’è tutto: amore, odio, vendetta, violenza, e sacrificio. Alla base dell’opera troviamo l’eterno dualismo tra bene e male e lo scavare più profondo nell’animo umano, in un crescente connubio tra drammaticità e orrore. In una parola: PERFETTO.

IL MOSTRO. FRANKENSTEIN E ALTRE STORIE

Ancora Junji Ito nella nostra speciale selezione a tema Halloween. Il volume è una raccolta di ben 10 storie dell’artista giapponese; e quella centrale e più corposa si rifà, nemmeno a farlo apposta, all’omonimo romanzo di Mary Shelley. L’adattamento di Ito è una delizia per gli occhi, tanto da aggiudicarsi l’Eisner Award nel 2019. Al centro della raccolta vi è il tema del body horror: il protagonista delle prima cinque storie, Toru Oshikiri, non accetta il suo corpo per via della sua bassa statura; mentre la creatura di Viktor Frankenstein incute terrore negli occhi di chi lo guarda. Chiude l’albo la “critica” dell’autore alla società moderna, attraverso due storie liberamente autobiografiche. Lo stile di Junji Ito è quello di sempre, efferato, a volte disturbante ma di sicuro impatto. L’opera non è tra le più famose, ma sicuramente meritevole di essere letta la notte di Halloween.     

DYLAN DOG

Nato dalla mente di Tiziano Sclavi e realizzato magistralmente (almeno agli inizi) da Claudio Villa, è impossibile non citare uno di quei personaggi che hanno fatto la storia del fumetto italiano. Tra i più longevi protagonisti di casa Bonelli, Dylan Dog è l’indagatore dell’incubo che, a bordo del fedele maggiolone e accompagnato dall’inseparabile aiutante Groucho, affronta lupi mannari, vampiri, demoni, fantasmi e assassini seriali. Recentemente ha subito un profondo “restyling”, ottenendo le più disparate ed eterogenee critiche sia dalla vecchia guardia che dalle nuove generazioni. È, però, indiscutibile l’influenza di questa testata, così come la qualità di moltissime storie che coprono l’intero ciclo narrativo. Albo consigliato per la notte delle streghe? Uno dei miei preferiti: tra filastrocche, spettri e serial killer, il numero 34, Il Buio

HIDEOUT

Scritto da Masasumi Kakizaki, è un manga autoconclusivo che si rifà nemmeno troppo velatamente allo Shining di Stephen King. Anche qui, infatti, il protagonista è uno scrittore alle prese col classico blocco creativo che, in vacanza con la famiglia, dovrà fare i conti, presto o tardi, con una vorticosa discesa nel turbinio della follia. Attenzione però, non tutto è quello che sembra e il confine tra vittima e carnefice è davvero sottile. I disegni di prim’ordine e le tonalità dark, si sposano perfettamente col genere horror e lo stile narrativo dell’autore. Di difficile reperibilità e, forse, sconosciuto ai più, il consiglio è quello di recuperarlo senza pensarci due volte.

SANDMAN

Qui la facciamo davvero breve: Sandman è roba di Neil Gaiman. E chi ama il poliedrico artista americano, sa bene cosa questo voglia dire. Caposaldo del fumetto mondiale e assoluto capolavoro di quello americano moderno: qualcosa che si rifiuta di trovare collocazione in un unico genere. Una storia complessa e onirica, quasi surreale; tutte caratteristiche intrinseche nell’allora casa editrice Vertigo. Il protagonista è figura eterna e personificazione dei sogni. Sandman attraversa miriadi di temi, generi e mondi. Una lettura fondamentale per appassionati e neofiti, ma non da svago. Parliamo di un’opera che racchiude in sé tratti mistici. Semplicemente colto, appassionante e al di sopra del fumetto terreno. Se dico “La Divina Commedia del fumetto” è troppo?

Continue Reading

In evidenza