Stevie Ray Vaughn, l’anima bianca del blues

Stevie Ray Vaughn, per la musica blues, è stato fondamentale. Su questo inciso tutti saranno d’accordo. Devono esserlo. Il “Jimi Hendrix bianco“, come veniva ribattezzato negli ambienti, ha rappresentato, come pochi altri, il punto d’incontro tra il blues della scuola afroamericana, esclusivista e accessibile solo ai pionieri del genere, oltre che a quella stretta cerchia di eletti dagli Dei del rock, e quello bianco, appartenente alla società internazionale.

Scena altrettanto ricca di talenti e sicuramente ambiziosa a dire la propria in un contesto come quello del blues. Anima, cuore, passione, improvvisazione: queste le basi sulle quali poter dire di essere parte o componente di quel girone dantesco dove i bluesman sono soli cimentarsi in lunghe e infuocate jam session tra un boccale di birra e un sigaro. Stevie Ray Vaughn era The Man, The Bluesman, The White Hendrix.

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Nella sua breve carriera e, purtroppo, vita, l’impronta lasciata dal nativo di Dallas è impossibile da scalfire. E’ impressa su pietra, come le ben più note tavole. Con esse condivide l’impossibilità di usura che il tempo, nel suo inevitabile incedere, vorrebbe recapitargli. Ma la leggenda non può essere in alcun modo intaccata dal trascorrere degli anni. Figuriamoci, poi, se riguarda chi, se pur con quattro album sulle spalle e una manciata di live – a loro volta divenuti leggendari – è considerato tra i più grandi esponenti della storia del blues-rock.

Nacque, come detto, a Dallas, in Texas. Perse la vita nei pressi di East Troy, sperduto paesetto nelle campagne del Wisconsin. Era il 27 agosto del 1990. L’elicottero sul quale viaggiava si schiantò al suolo a causa delle pessime condizioni atmosferiche. Era decollato dall’Alpine Valley Music Theater di Alpine Valley, vicino East Troy, appunto. Quella sera, nella sala concerto, oltre a lui erano presenti altre stelle della sei corde: Eric Clapton, Buddy Guy, Robert Cray. E anche il fratello Jimmie.

Tutti loro alloggiavano a Chicago e per muoversi più rapidamente in direzione concerto, sia all’andata che al ritorno decisero di avvalersi di un elicottero. Il primo, subito dopo il concerto di quella sera, a dover salire su di esso per tornare a casa avrebbe dovuto essere Eric Clapton. Ma non andò così. Stevie Ray, stanco per l’esibizione, chiese di poter andare via per prima. Il destino si frappose sulla sua strada. O meglio, in quel tragitto di cielo che stava percorrendo con l’elicottero. La fitta nebbia, la scarsa visibilità e quindi l’impossibilità di orientarsi nel modo migliore condussero il mezzo all’impatto contro una montagna.

Oltre al chitarrista e al pilota morirono anche alcuni componenti dello staff di Clapton che, a differenza sua, sul velivolo salirono per davvero. Bobby Brooks, Nigel Browne e Colin Smythee i loro nomi. Dopo la sua morte vennero pubblicati numerosi tributi, omaggi discografici e raccolte di materiale più o meno inediti. Un solo disco fu composto da pezzi inediti: “The Sky Is Crying” dove, fra gli altri, era presente una cover di “Little Wing” di Jimi Hendrix.

Anche dopo la sua morte Vaughn ha ottenuto numerosi riconoscimenti. Nel 1985 fu il primo artista bianco a vincere il premio “Entertainer of the Year della WC Handy Blues Foundation”. Il leggendario BB King affermò: ”Ho detto che suonare il blues è come dover essere nero due volte. Stevie Ray Vaughan non lo è stato neppure una volta, ma non me ne sono mai accorto”.

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Federico Falcone
Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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