Connect with us

Interviste

Ray Gelato & The Giants: intervista al padrino dello swing

Abbiamo incontrato Ray Gelato, meglio noto come “il padrino dello swing europeo” in occasione del tour che celebra i 25 anni insieme ai The Giants

Antonella Valente

Published

on

Un’ artista unico, capace di riportare a modo suo lo swing, il jazz, il r&b in tutto il mondo a partire dagli anni ’80. Stiamo parlando ovviamente di Ray Gelato, cantante, sassofonista, autore e leader dai molteplici talenti che insieme alla sua band di prim’ordine, The Giants, presenta uno spettacolo ad alta energia che non smette mai di trascinare la folla, farle battere i piedi e chiedere ancora di più.

Classe 1961, il leggendario “padrino dello swing” in oltre venti anni di attività ha riportato successi e sold out in giro per il mondo, tanto da essere considerato “uno degli ultimi grandi intrattenitori jazz”.

Sono esattamente 25 gli anni che legano il sassofonista italo-britannico alla sua storica band The Giants. Per celebrare questo anniversario importante hanno organizzato una serie di concerti in Gran Bretagna e in tutta Europa, facendo tappa anche in Abruzzo, in occasione della stagione musicale 2018/2019 al Teatro dei Marsi di Avezzano.

25 anni di successi, sold out, concerti in tutto il mondo e tanto altro. Lo avresti mai detto?
No, non quando ho iniziato. Non avrei mai immaginato che sarebbe stato così bello, ma è stata una bellissima carriera, anche se più lunga di 25 anni.

Qual è il momento che ricordi particolarmente di questi 25 anni?
È molto difficile rispondere perché ce ne sono stati molti. Direi che un momento saliente è stato sicuramente l’Umbria Jazz, dove credo di aver suonato circa dodici volte. E’ stata probabilmente una delle cose migliori che abbia fatto, ma abbiamo suonato anche al Carnegie Hall e in tanti altri bellissimi posti.

Hai suonato per moltissimi personaggi illustri, ad esempio la Regina Elisabetta. Quando è successo e che impressione hai avuto?
Ho suonato per la Regina una decina di anni fa. In realtà ho suonato per lei due volte. E’ molto graziosa. Ovviamente non mi disse nulla, ma sorrise. Soprattutto quando suonammo “Buonasera Signorina”. E’ stato davvero molto emozionante.

Quanto è stata importante la presenza dei musicisti che ti hanno accompagnato in questo percorso lungo 25 anni?
Decisamente molto importante. Direi anche più importante di me. In questi anni alcuni sono cambiati, altri sono rimasti, ma nel nucleo della band molti mi accompagnano da 20 anni. Sono come una famiglia per me. Sono fantastici.

In un’intervista qualche anno fa, hai detto che lo swing è la musica dell’amore, perché?
Non ricordo di averlo detto (ride ndr). Più che la musica dell’amore, secondo me lo swing è la musica della comunicazione. La musica che faccio con la mia band però non è solo swing. Suoniamo anche swing degli anni ’40, rhythm & blues di New Orleans. Provo a mescolare i diversi stili, anche quello italiano.

Infatti ami l’Italia e la sua musica, tanto che è parte integrante del tuo show. Cosa ti ha spinto a riprendere, ad esempio, Buscaglione piuttosto che Dean Martin?
Bella domanda! Vivendo e crescendo a Londra con una grande cultura musicale influenzata da quella americana, non ho potuto conoscere gli artisti italiani. Solo quando sono venuto in Italia alla fine degli anni ’80 e 90, alcuni fan mi hanno fatto ascoltare alcune registrazioni e cassette della vostra musica. Non l’avevo mai sentita ma fui davvero felice di conoscere questi nuovi artisti.

Siete gli unici a suonare questo genere di musica al di fuori dell’Italia?
No, non lo siamo, ce ne sono anche altre. Ad esempio una band molto brava sono i The Good Fellas. Quando suoniamo negli Stati Uniti, agli americani e italo – americani piace questa musica, la ricordano. Ricordano la vita trascorsa in Italia negli anni ’60 e 70, anche con un pizzico di nostalgia.

Quando e come nasce la tua passione per il jazz, per lo swing, per la musica?
Probabilmente dal primo momento in cui ho ascoltato della musica. Iniziai a scoprire il rock & roll anni ’50, che ancora oggi amo e che influenza il nostro modo di fare musica. Poi, però, ho scoperto da dove proveniva quel rock&roll. Da Louis Jordan e Louis Prima, ma anche dagli artisti neri, come Wynonie Harris e Gene Krupa. Ho fatto un viaggio all’indietro, piuttosto che ascolare i The Beatles o i The Rolling Stones, che mi piacciono allo stesso modo anche se sono molto diversi. Ho voluto imparare la storia della musica e ho scoperto grandissimi sassofonisti come Lester Young e Edwin Hawkins. Sono un fan di tutti loro.

Qualcun ha detto che sei l’ultimo dello swing. E’vero?
No non credo. Penso stiano emergendo alcune giovani band, anche se non sono molte. Forse sono l’ultimo di una certa generazione. Dopo gli anni ’50 e ’60 nessuno ha realizzato realmente questa musica. Penso di potermi sentire orgoglioso di aver riportato questo genere di musica alla gente negli anni ’80, solo in questo caso potrei considerarmi uno degli ultimi. Quando morirò, comunque, non ci sarà più Ray Gelato (ride ndr).

Sei mai stato in Abruzzo? So che sei un buon cuoco e hai addirittura scritto un libro, probabilmente qui potresti trovare molta concorrenza!
Sì. Sono state molte volte in Abruzzo. E mi piace cucinare. Nel libro che pubblicai riportavo moltissime ricette, alcune italiane, altre di New Orleans. Anche se le ricette che faccio non sono prettamente italiane, faccio degli ottimi arancini che piacciono un sacco a mio figlio (ride ndr).

Cosa ami di più dell’Italia?
La gente. Le persone sono fantastiche. Sono molto leali. Quando sei un artista hai bisogno di fan che siano leali con te, che non scappino. Beh, dopo 25 anni, le persone mi seguono ancora. Naturalmente, la seconda cosa che amo dell’Italia è il cibo!

Laureata in Giurisprudenza e Giornalista Pubblicista dal 2018, ama il teatro, il cinema, l'arte e la musica. Appassionata di recitazione, si diletta a salire su un palco di tanto in tanto. In altre sedi, anche Avvocato.

Interviste

#TWOF1: “Tra presente e futuro, a tu per tu con Pino Quartullo”

Redazione

Published

on

Nella settimana di festeggiamenti per il primo compleanno di The Walk Of Fame, Pino Quartullo, attore, sceneggiatore, regista e artista a tutto tondo, si è concesso ai nostri microfoni per un’intervista esclusiva. Un viaggio all’interno di una carriera ricca di soddisfazioni e momenti indimenticabili. Dall’incontro con Alberto Sordi ne “Il Marchese del Grillo“, a quello con Monica Vitti e Gigi Proietti del quale è stato anche allievo.

L’importanza di investire nel teatro e nella cultura hanno tenuto banco fra un aneddoto e un ricordo. Il doppiaggio di Jim Carrey in “The Mask“, i primi spettacoli di varietà televisivo, la collaborazione con Lino Guanciale, sono solo altri episodi narrati e descritti nel corso dell’intervista in allegato.

Continue Reading

Interviste

#TWOF1: 40 anni di giornalismo rock con Federico Guglielmi

Redazione

Published

on

Una passione lunga tutta una vita, elevata a lifestyle e occupazione principale. Il sacro verbo del rock’n’roll, nelle mani di Federico Guglielmi, tra i giornalisti di settore più autorevoli e apprezzati in Italia, è al sicuro e in ottime mani. Nell’intervista esclusiva rilasciata a The Walk Of Fame in occasione del primo compleanno del magazine, Guglielmi ha ripercorso le tappe salienti di 40 anni di giornalismo rock.

Continue Reading

Interviste

I Punkreas sono più forti della pandemia: l’intervista tra passato e futuro

“La gente ha voglia di tornare ai concerti e quando tutto questo finirà, andare a uno show varrà doppio”

Federico Falcone

Published

on

Il 2020 è stato un anno nero per la musica, tanto in chiave live vista l’impossibilità di portare avanti un certo tipo di concerti, quanto in studio di registrazione, a causa della difficoltà, in più momenti, di vedersi per comporre e registrare. Proviamo solo a pensare al senso di smarrimento degli esponenti di un certo tipo di musica, quella che fa dell’adrenalina, del coinvolgimento fisico e della necessità di scatenarsi sotto a un palco l’anima dei propri show.

“Il distanziamento sociale si dichiara colpevole, vostro onore. Ma ammette di non aver agito da solo”

Il pubblico è parte integrante dello stesso, non un contorno. Come si può restare impassibili, inerti, statici, mentre si prende parte a un concerto punk/hc oppure heavy metal o rock più in generale? Pogare, quanto di più caro a un fan, è stato a larghi tratti proibito. Troppo alto il rischio di contagio. Per non parlare, poi, di quelle poche sale al chiuso che dopo il lockdown hanno riaperto vedendo più che dimezzata la propria capienza e prevedendo, inoltre, un rigido distanziamento. Anche quando tutto sembrava volgere al meglio, come in estate.

I concerti all’aperto sono stati tanti, ma tutti sottoposti a una rigida sorveglianza.

E tutti sono stati diversi.

Una fase di passaggio, quella estiva, che ci aveva illusi di un ritorno alla normalità.

E ora, cosa accade? Prende piede il paradosso di sperare di poter rivivere quanto vissuto in estate, cioè il “meglio poco che niente“. L’Italia è stretta tra la morsa di una seconda ondata che in alcune regioni si sta rivelando devastante e una crisi economica ben più gravosa di quella del 2008. Ad ora, quindi, neanche il poco è concesso.

Ma c’è chi lotta, chi non si rassegna, chi prova ad andare avanti contro tutto e tutti. Chi, insomma, reagisce e non abbassa la testa. Come i Punkreas.

“Un anno nero certamente lo è stato. Per molti è stato anche l’anno zero, per altri un anno di transizione. Ma adesso è un disastro, non se ne esce. Ci sono categorie particolarmente colpite che vedono svanire i sacrifici di una vita”, dichiara Gabriele “Paletta” ai nostri microfoni. Lui, con Angelo “Cippa” e Paolo “Noyse” ha dato il via alla band nel 1989. Quest’anno ricorrevano i primi 30 anni di vita del gruppo che nel dicembre del 1990 dava alle stampe la demo “Isterico“. E tutto era pronto per una festa lunga dodici mesi, tra concerti elettrizzanti, ricordi e raduni con amici di vecchia e nuova data. Una grande famiglia che avrebbe voluto, e dovuto, tributare i Punkreas, band di punta della scena punk italiana.

Quale migliore occasione per festeggiare con un tour celebrativo una carriera lunga e ricca di soddisfazioni?

E quale peggior scherzo del destino se non quello di una pandemia che lo ha impedito?

E pensare che l’anno era iniziato alla grande: un disco per ripercorrere l’intera carriera (XXX – 1989-2019: The Best) e una festa di compleanno clamorosa (il 25 gennaio all’Alcatraz di Milano). Da “Acà Toro” a “Disgusto totale“, dalla “Canzone del Bosco” a “Voglio Armarmi” fino all’ultimo singolo, “Sono Vivo“: tutto era allineato per dare fuoco agli amplificatori e scatenare stage diving e furore sotto al palco. Dopo il 25 gennaio tutto è cambiato e i primi casi di contagio da covid 19 a Codogno e Vò Euganeo hanno fatto calare il sipario sulla live music in Italia.

Prime chiusure, fuga di treni tre le regioni e tutti a casa senza potersi allontanare per più di 200 metri.

Appena passata la primavera, suddivisa tra Fase 1 e Fase 2, i Punkreas sono tornati in pista, con un nuovo show, riadattato per l’occasione. Il trio storico per portare avanti un concerto storico, in chiave acustica. Un rialzare la testa tipico dei grandi, di coloro che vivono di passione e per coloro che, invece, vivono di lavoro. Perché la musica è un lavoro e chi di essa campa è rimasto fermo al palo. I più fortunati hanno ottenuto qualche bonus e alcuni ristori. I più fortunati, appunto. Aspetto, questo, che ha ulteriormente convinto Paletta e soci a organizzare un tour estivo per festeggiare ugualmente i 30 anni di carriera.

Ci siamo dovuti adattare al momento con una tournée organizzata dal niente. Abbiamo totalmente rimodulato il tour e i canoni stilistici precedentemente previsti per dare vita a uno spettacolo più coerente con il momento storico”, spiega Paletta. “Abbiamo previsto il racconto di una serie di aneddoti dal 1989 a oggi, tutti divertenti proprio per sorridere e rallegrarci, che non fa male. Abbiamo raccontato il nostro percorso e anche i momenti più esaltanti, come il concerto di spalla ai Rage Against The Machine o l’incontro con Joe Strummer. Ma anche di quando la mattina andavamo a scuola e la sera, invece, a suonare in giro”.

La musica è una medicina per far sorridere la gente. Ai nostri concerti c’è assembramento, ovviamente, e ciò adesso non può esserci, come non poteva esserci in estate. L’acustico è stato interessante e soddisfacente, abbiamo avuto un ottimo riscontro da parte del pubblico. Se siamo invecchiati? Non lo so, anzi, direi che negli ultimi dischi abbiamo ripreso un po’ lo sprint che avevamo all’inizio. Suoniamo sempre quello che ci piace fare. Come un buon vino, siamo invecchiati bene”.

Come in tutte le storie trentennali, ci sono stati momenti esaltanti e momenti anche negativi.

“I primi anni era bello poter andare in giro per ogni regione italiana, tra i vari centri sociali. Erano momenti di aggregazione dove la gente veniva senza neanche conoscerti, adesso i posti non ci sono più e le band emergenti – ce ne sono molte interessanti – non hanno la possibilità di esibirsi. I grandi festival erano il top, come l’Heineken Jammin’ dove suonarono, appunto, i RATM davanti a 60mila persone. Ricordi negativi? Il G8 di Genova, ma sicuramente anche questo anno che è passato. Abbiamo iniziato la tournée con un sold out all’Alcatraz e il giorno dopo è crollato tutto, non abbiamo più potuto fare niente. E’ stato l’anno più brutto“.

Non riuscire suonare dal vivo è un disastro e se il web ha ridotto le distanze è anche vero che la musica è fatta per essere suonata di fronte a un pubblico. La tecnologia non può sopperire a tutto. Non è questione di essere parte della vecchia scuola, ma di sapere esattamente cosa vuol dire il brivido di un concerto. La nostra attitudine è sempre stata quella, l’unica cosa che sappiamo fare è mandare messaggi per fare riflettere. La scena, da un punto di vista concettuale, si è impoverita. Per quanto riguarda il nostro pubblico c’è sempre una super attenzione. In generale devo ammettere che i contenuti sono sempre di meno”. Le etichette ancora decidono cosa pubblicare. Ancora oggi le lobby decidono cosa pubblicare”.

Una storia vecchia, quella del mercato discografico spesso ottuso e incapace di andare oltre al trend del momento. Come storia vecchia è il rapporto tra musica e politica. Le elezioni del nuovo presidente degli Stati Uniti sono state tra le più seguite (e votate) della storia.

“Con le lobyy di mezzo escono fuori sempre voti dell’ultimo momento, ma peggio di Trump non si poteva fare. Ne ero già consapevole prima, e lo sono tutt’ora. In otto anni Obama ha fatto una fatica strepitosa per la sanità e per accorciare la distanze tra le classi sociali. Poi è arrivato Trump e ha di fatto azzerato – se non riportato gli States ancora più indietro – quanto fatto dal suo predecessore”.

E’ stato l’anno più brutto. Ma è il momento di guardare avanti.

Nuovi obiettivi da porsi e nuovi traguardi da raggiungere.

Il momento di tornare alla normalità arriverà.

Questa pandemia, come ha avuto un inizio avrà una fine e la voglia di scatenarsi sotto a un palco sarà più viva che mai.

“Avevamo in cantiere la tournée e da lì vogliamo ripartire. E’ stata preparata bene. Per quanto riguarda la nostra musica: abbiamo buttato giù altre idee e diverse nuove canzoni. L’idea è quella di fare uscire qualcosa di nuovo come regalo ai nostri fans. La gente ha voglia di tornare ai concerti e quando tutto questo finirà, andare a uno show varrà doppio”. Come dargli dargli torto.

Continue Reading

In evidenza