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Racconti in quarantena: La Casa degli Spiriti

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Il seguente racconto è scritto e curato da Mario Narducci

Quando mi dissero che volevano organizzare una spedizione alla casa dei fantasmi e mi invitarono ad aggregarmi, più che indifferente, mi dimostrai perplesso. Nessun accenno di entusiasmo e sapevo perché: non avevo mai amato certi contatti, millantati o reali, con l’aldilà; avevo sempre creduto che non bisogna disturbare i morti e che, se un contatto è lecito con loro, anzi raccomandato, è quello della preghiera perché la loro anima riposi in pace. Quelle poche volte che avevano tentato di coinvolgermi in catene attorno a tavoli lievitanti in attesa della voce roca del defunto, mi ero sempre schermito e l’avevo fatta franca.

Strollechi” e chiromanti mi avevano sempre messo in ansia solo a sentirli nominare, per non dire di coloro che vantando poteri paranormali scrivevano su fogli bianchi ghirigori incomprensibili sotto dettatura dei defunti. Mi sono chiesto più volte il perché di questa repulsione e la risposta è stata sempre quella: non amo che qualcuno mi predica il futuro. Odio, addirittura, chi tenta di farlo, anche solo per dirmi il bene. Come le gitane dalla gonna lunga e rigonfia e cariche d’oro, che mi coglievano di sorpresa nelle fiere di paese rifilandomi un cornetto portafortuna e prendendomi la mano per farne lettura. La reazione è stata e resta sempre la stessa: uno strattone per divincolarmi e un profondo respiro di sollievo quando quelle smettono l’assillo. Sono talmente in armonia con me stesso, che non avverto alcun bisogno di conoscere il mio domani. Mi basta ricordare il passato, anche addolcendone, con la memoria del tempo, gli aspetti meno gradevoli, e vivere il presente… Il futuro, come dicevano i nostri saggi vecchi, è nelle mani di Dio.

Ma quella volta le insistenze furono così tante che alla fine acconsentii e mi unii alla combriccola. Era notte fonda quando ci ritrovarono alla spicciolata presso il Grande Albergo. In silenzio come ladri imboccammo Via XX Settembre e attraversammo il ponte di Sant’Apollonia. La casa era subito dopo, a sinistra, immersa nella vegetazione impazzita dall’abbandono e orridamente buia, senza nemmanco il minimo conforto di uno spicchio di luna. La spavalderia, strada facendo, aveva ceduto il posto ad un’ansia sempre più simile alla paura. Avresti detto di sentire il battito del cuore di ciascuno e tutti insieme parevano colpi provenienti da sotterranei cavernosi.

Rattrappiti poco oltre il cancello aspettammo, senza sapere di preciso che cosa. “E’ dopo mezzanotte che si sente”, fiatò trepidante il capobanda. Fino a che dalla torre di Palazzo non batterono i rintocchi della storia: novantanove, come i castelli che fondarono L’Aquila. E a quel punto accadde l’imprevedibile. Una serie di urli di disperazione accompagnarono l’apparire di una forma bianca su una finestra appena appena illuminata dalla luna che si era fatta largo tra le nuvole. E non restammo un attimo di più, riguadagnando il cancello e allontanandoci trafelati dalla casa maledetta. Era bastato un barbagianni dal piumaggio bianco infastidito dagli intrusi a metterci in fuga. Ma questo lo si seppe molto tempo dopo, quando un ornitologo svelò l’arcano a quei giovani che, riconquistato l’ardire, si scompisciarono dalle risate.

Non ebbe spiegazione, invece, quanto accadde in un palazzo del centro storico che un caro amico aveva ricevuto in eredità da vecchie zie. “Dicono che ci si senta, disse al frate cappuccino con il quale si confidava, io non sto tranquillo quando giro per quelle stanze, puoi darci una benedizione?”. Il frate fece molto di più: volle toccare di persona il mistero e un giorno chiese la mia compagnia per restare lì una notte intera. Una ripida scalinata saliva dal cortile al portoncino interno, aperto e sbarrato il quale subito appariva una lunga teoria di stanze, un pianoforte a coda in un angolo della prima, che si concludeva con quella approntata con due lettini per la notte. Dette le preghiere serali ci si scambiò la buonanotte e si sprofondò nel sonno.

Una candela era stata lasciata accesa sul comodino, tra i due letti. Le note di una fuga di Bach incominciarono a rallegrare il mio sogno. Note che si fecero sempre più scomposte tra le dita di un pianista folle, fino a svegliarci contemporaneamente. La candela s’era spenta ma non per consunzione. Inutilmente il frate provò a riaccenderla, mentre nella prima stanza, lontana, il pianoforte continuava a suonare impazzito. Dormivamo vestiti. Saltammo giù dal letto e imboccammo di gran carriera l’uscio mentre il pianista folle e senza corpo continuava a pigiare sui tasti inseguendoci con il suo concerto misterioso fino a che, serrato il portone esterno, la musica cessò.

Era da poco trascorsa la mezzanotte. Ci lasciammo senza una parola. Lui in Convento a Santa Chiara, io nella mia casa di Via Crispomonti. Il resto della notte, ce lo dicemmo dopo, lo passammo in bianco. A benedire quella casa antica, Padre Andrea andò poi da solo e tutto ebbe fine, tanto che è abitata ancora dagli eredi in piena tranquillità. Suggestione? Verità? Nel primo caso la suggestione trovava sicuramente un campo fertile, ma nel secondo? A cinquant’anni di distanza tutto comunque appare più chiaro. Tra suggestione e verità a vincere è il diritto della memoria. Il ricordo sereno dei nostri cari, che non sono così spietati con noi da divertirsi a metterci paura. La memoria di chi amammo e ci amò non può essere che dolce e tenera. Solo Mammona ha interesse a spaventarci. L’amore mai.

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Selfie e idiozie varie, quando la curiosità è lesiva per le opere d’arte

Ovviamente non è il selfie, l’abbraccio o la foto ricordo il problema. La gravità risiede nella sfrontatezza con cui chi, pur sapendo di non poter portare avanti una determinata azione, la commette nella sola ottica di portarsi a casa una memoria.

Federico Falcone

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Tra le opere d’arte, l’ultima, in ordine di tempo, a essere danneggiata è stata la Paolina Borghese di Antonio Canova, custodita al museo di Possagno (Treviso). E’ accaduto in questi giorni. Un turista austriaco, forse mentalmente gravato dal caldo afoso di questa settimana, ha avuto la straordinaria idea di sedersi sulla preziosa scultura per scattarsi un selfie. Il suo personale ricordo. Oltre alla foto, però, in cui a essere immortalata sarà stata anche la sua idiozia, l’intrepido autore del gesto ha lasciato ulteriore traccia di sé, cioè un danneggiamento della Paolina.

Nel sedersi, con fare evidentemente maldestro e goffo, ne ha provocato la rottura di due dita del piede. Con fare altrettanto pavido e vigliacco, ha avuto la prontezza di allontanarsi dal museo senza denunciare l’accaduto. Insomma, senza macchia e senza paura. Il danno è stato rilevato solo in un secondo momento. Ad accorgersene i guardia sala che hanno dato l’allarme ai responsabili della struttura che, a loro volta, hanno avvertito la locale compagnia dei carabinieri. Sono al vaglio degli inquirenti i filmati di videosorveglianza. Dell’autore del gesto scellerato, però, ancora nessuna traccia. Nel mentre, i frammenti dell’opera danneggiati, sono stati messi in sicurezza.

Di episodi analoghi il mondo ne è tristemente pieno. Le opere d’arte esposte alla mercé del pubblico sono innumerevoli, e poco importa se queste siano posizionate in spazi aperti, quindi pubblici, o, come nel caso specifico, al chiuso, quindi in musei. Il turista, o il “curioso”, troverà sempre il modo per contraddistinguersi in negativo, esibendosi in tutta la sua maleducazione e insolenza e, al tempo stesso, svelando la totale assenza di rispetto e riguardo per l’eredità artistica dell’essere umano. E, dove si allineano queste perversioni caratteriali e comportamentali, il risultato non può che essere lesivo.

I casi da citare sono migliaia, tutti equamente distribuiti nel corso di secoli e decenni. Pensiamo solo a coloro che si recano in visita al Colosseo e non hanno altro intuito se non quello di staccarne un pezzo per riportarselo trionfalmente a casa, salvo essere colti in flagrante o essere successivamente scoperti in possesso del cimelio. Medesimi episodi ne accadono a Pomperi, Ercolano, e in tutti quei siti archeologici dove l’occhio umano e quello della videosorveglianza non riescono a posarsi. L’onnipresenza non ci appartiene e il trasgressore, vero delinquente, lo sa e ne approfitta.

Siti archeologici, certo, ma anche statue, effigi, monumenti e chi più ne ha più ne metta. Il barbaro, il cafone, il vile, troverà sempre il modo per mettere la propria boria e il proprio deprecabile e smisurato senso di stupidità davanti al rispetto per l’opera d’arte. Un selfie non si nega a nessuno, neanche a chi, passivamente, ne subisce il danno. Ecco, quindi, che in molte occasioni ci troviamo a leggere di danneggiamenti più o meno gravi, di casi in cui la sicurezza dello stesso trasgressore è in pericolo, di stupri della moralità e dell’etica dei valori dell’arte stessa. Insomma, un’enciclopedia di infrazioni che solo a raccontarla non si finisce più.

Ovviamente non è il selfie, l’abbraccio o la foto ricordo il problema. No, no, e assolutamente no. La gravità risiede nella sfrontatezza con cui chi, pur sapendo di non poter portare avanti una determinata azione, la commette nella sola ottica di regalarsi una memoria. Tutti noi abbiamo foto di gite, di sopralluoghi, di momenti trascorsi in compagnia di persone a noi care. Ma quanti di noi hanno commesso un reato o trasgredito una regola per immortalare l’attimo? Quanti di noi hanno rischiato di arrecare danno a un’opera d’arte? Quanti di noi hanno effettivamente deturpato il patrimonio artistico? Una foto ricordo la si può scattare, certo che si, ma sempre nel rispetto di determinate regole. Anche di quelle non scritte.

La critica, però, non può essere rivolta esclusivamente ai trasgressori, ma deve tenere in considerazione anche chi non pone in essere quelle specifiche azioni di prevenzione mirate a scongiurare che l’insolente possa commettere il gesto sbagliato. Invece di sperperare danaro pubblico in trovate tanto ridicole quanto estemporanee, perché non assumere personale di sala altamente qualificato e con poteri ben precisi? Così, giusto per esporre un’idea nazional popolare.

Ricordo di una volta, al Louvre, dove una serie di bambini, ovviamente non istruiti a dovere dai genitori, scorrazzavano tra le sculture egizie, salivano e saltavano sopra di esse. In alcuni casi – Dio voglia che io non abbia mai visto quella scena – addirittura mangiavano la pizzetta. Si, avete capito bene, trovavano ristoro ingozzondosi su di un’opera d’arte secolare all’interno di uno dei musei più importanti sul pianeta Terra. Il tutto sotto gli occhi dei guardia sala. Sono pronto a testimoniarlo in tribunale, vostro onore.

Ecco, se tutto il mondo è paese, tutto il mondo è pieno delle medesime contraddizioni. La principale è quindi la più grave è quella di farsi le spalle larghe con la cultura e l’arte salvo poi valorizzare entrambe a tratti. E spesso anche malamente.

Foto: TgCom24

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Breaking Bad, Bryan Cranston positivo al Covid-19: ora dono il plasma per i malati

Federico Falcone

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Nonostante l’uso delle mascherine, anche Bryan Cranston ha contratto il Covid-19. Lo ha rivelato lui stesso con un filmato pubblicato sul proprio account Instagram.

“Ho iniziato un programma alla Ucla, speriamo che donando il plasma possa aiutare le altre persone. Un volto nella folla. Sono stato tra i fortunati. Lievi sintomi. Ringrazio il cielo e vi chiedo di continuare a indossare quella dannata mascherina e di continuare a lavarvi le mani e mantenere le distanze di sicurezza. Possiamo farcela, ma solo se seguiamo le regole insieme”. L’attore ha anche lanciato un appello ai suoi follower: “Se ora vi sentite un po’ costretti e limitati nella vostra libertà di movimento, se come me siete stanchi di tutto questo, vorrei incoraggiarvi ad avere un po’ di pazienza in più. Io cercavo abbastanza seriamente di seguire i protocolli, eppure ho contratto il virus”.

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La reclusione di Julian Assange nella mostra virtuale di Miltos Manetas

redazione

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La mostra che, a partire dall’11 maggio e fino al 2 agosto 2020, è ospitata nella Sala Fontana di Palazzo delle Esposizioni, è costituita da una serie di circa quaranta ritratti di Julian Assange eseguiti da Miltos Manetas tra febbraio e aprile di quest’anno e vuole rappresentare, fra le molte cose dette e fatte in questi ultimi mesi in tutto il mondo, un particolare, forse paradossale, contributo di riflessione sulla condizione della reclusione, dell’isolamento, dell’impossibilità dell’incontro.

Inaugurata la settimana precedente alla riapertura dei musei italiani, “Condizione Assange” rimane non visitabile fisicamente anche ora che le sale espositive hanno riaperto le porte al pubblico.

Pur non trattandosi di una mostra digitale, le uniche modalità per conoscerla ed esplorarla restano la sua comunicazione e la sua documentazione attraverso i canali social e digitali di Palazzo delle Esposizioni e il profilo Instagram @condizioneassange creato dall’artista per riflettere e testimoniare le relazioni e i dialoghi nati attorno al progetto.

Proprio sotto forma di un dialogo in tre puntate tra Cesare Pietroiusti, a Roma, e Miltos Manetas, a Bogotà, è nato anche un racconto di Condizione Assange che ne ha seguito le varie fasi, anche quelle che solitamente non vengono mostrate al pubblico. Attraverso di esse il dialogo ha esplorato e fatto emergere i diversi livelli di significato dell’operazione: dalla preparazione della sala dedicata ad accogliere le opere, all’attesa dei ritratti nel loro viaggio dalla Colombia all’Italia, fino al loro arrivo e all’allestimento finale della mostra. L’intervista è pubblicata sul sito www.palazzoesposizioni.it.

“Condizione Assange” vuole essere soprattutto un’operazione che coglie, nella coincidenza fra la lunga storia di reclusione e isolamento – prima da rifugiato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, poi, dopo il “sequestro”, nelle prigioni inglesi – di sovraesposizione mediatica e, allo stesso tempo, di riduzione al silenzio di Julian Assange, molte analogie con la condizione vissuta da miliardi di abitanti del pianeta, nei mesi della quarantena”.

“Non si tratta quindi solo della denuncia di un’ingiustizia, o di un tentativo di richiamare l’attenzione pubblica sulla vicenda di una persona che si è consapevolmente e ripetutamente assunta la responsabilità di rendere pubbliche informazioni segrete e che ora rischia, con l’estradizione negli Stati Uniti, la pena di morte. E neanche di una mostra di quadri di un artista che decide di dedicare la sua pratica a ritrarre un volto “difficile” (sia per la complessità del personaggio sia, come dice lo stesso Manetas, per le sue caratteristiche espressive)”.

“Palazzo delle Esposizioni ha accettato con grande interesse la proposta di Manetas e ha deciso di declinarla insieme a lui secondo una modalità del tutto inusuale, dedicando una porzione dello spazio espositivo a ospitare una mostra che, in ogni caso, non si potrà visitare. Lo facciamo perché non vogliamo nascondere il senso di inquietudine e di incertezza che – proprio nell’abbagliante esperienza di una comunicazione che ha invaso ogni fibra e ogni istante della nostra esperienza con tabelle, curve di crescita, spiegazioni epidemiologiche, allarmi e previsioni – questo tempo, come una inaccessibile zona oscura, lascia in tutti noi”.

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