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Quelle accuse a Joey Armstrong e la fine della Burger Records

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L’etichetta californiana Burger Records è finita al centro dell’ultima riprovevole accusa di molestie. Perché se l’antagonista diretto sembra essere Joey Armstrong (25 anni, figlio di Billie Joe Armstrong, frontman dei Green Day) è l’intera casa discografica, giustamente – si fa per dire – a chiudere bottega.

La B.R. è accusata di perpetrare e favorire comportamenti inaccettabili, chiudendo gli occhi di fronte ad atti di molestie compiute, ma anche a danni dei propri artisti

Tutto il marcio nascosto è stato reso noto soprattutto grazie all’account Instagram “Lured By Burger Records”, nato per dare voce a tutte le vittime, alle accuse, e alle testimonianze che gravitano attorno all’etichetta. È proprio su famoso social network che tutta la vicenda ha avuto risonanza. Il primo comunicato ufficiale della Burger Records riporta:

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“Sono state portate alla nostra attenzione diverse storie su artisti Burger impegnati nell’adescamento di ragazze minorenni per sesso, relazioni costruite sullo squilibrio di potere, e incoraggiamento di pornografia da parte di minori. Con questo in mente, vogliamo ricordare a tutti i nostri artisti, e informare la comunità della Burger che abbiamo da tempo una politica di tolleranza zero per questo tipo di comportamento. Tolleranza zero significa rimozione completa da tutte le piattaforme Burger, distruzione di media fisici, e fine dei nostri accordi con voi, nessuna domanda e nessuna eccezione. Se la vostra situazione lo richiede, la segnaleremo alle autorità.”

La Burger Records è stata quindi attaccata per aver promosso un ambiente e delle relazioni decisamente poco sane ed addirittura, in alcuni casi, illegali. Il caso di Joey Armstrong e della sua band SWMRS è solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Con un post Instagram della scorsa settimana, Lydia Night (19 anni) ha accusato Joey Armstrong di violenza sessuale, coercizione ed atteggiamenti predatori. La confessione di Lidya arriva come commento ad un post degli SWMRS contro il patriarcato, di solidarietà alle donne… un post alquanto ipocrita alla luce del comportamento dei suoi membri. L’ipocrisia, in una situazione come questa, non è un lusso che ci si può permettere in momenti e contesti storici simili.

Lydia, leader della band The Regrettes, ha avuto una relazione con Joey all’età di 16 anni, quando lui ne aveva quindi 22. Il racconto di Lidya ci mostra una dinamica ormai tristemente normalizzata nella società e nello showbiz in generale: un uomo più grande e più potente che gradualmente trasforma una relazione in un contratto strettamente vincolante per la donna.

La ragazza racconta della loro storia, iniziata come tutte le storie tra adolescenti, ma qui si parla anche di lavoro, essendo entrambe band appartenenti alla Burger Records. La relazione con Joey – che, ricordiamo, all’epoca aveva 22 anni – si è progressivamente trasformata: a Lydia è stato chiesto di tenere segreto questo rapporto per poi passare a continue pressioni per avere rapporti sessuali, nonostante la sua chiarezza nel non essere, al momento dei fatti, d’accordo.

La risposta a Lydia è pervenuta tramite un breve e fin troppo generico post dall’account degli SWMRS:

“Ciao a tutti, vorrei rispondere al post Instagram di Lydia riguardo alla nostra relazione. Anche se non concordo con alcune delle cose che ha detto su di me, è importante che le sia permesso di dirle e che sia appoggiata per averne parlato. La rispetto immensamente e accetto totalmente il fatto di averla delusa come partner. Sono stato egoista e non l’ho tratta nel modo che meritava sia durante la nostra relazione che nei due anni successivi alla nostra rottura. Mi sono scusato con lei in privato e spero mi possa perdonare, se e quando sarà pronta. Ammetto i miei errori e lavorerò duramente per riguadagnare la fiducia che ho perso – Joey”.

Inutile qui analizzare come in fondo l’intero post non sia altro che un “contentino”, in quanto costituito da parole – poche parole – decisamente troppo lievi vista la gravità della situazione e vista anche la più lunga e quasi più accorata risposta generica fatta dall’intera band in un precedente post.

C’è da dire, tra l’altro, che Joey ha pubblicato le sue scuse tramite l’account degli SWMRS, lasciando il suo profilo personale praticamente immacolato

Successivamente, data anche la portata mediatica degli eventi, la Burger Records dichiara di aver apportato modifiche all’organico direttivo, chiamando Jessa Zapor-Gray al ruolo di presidente ad interim. Riorganizzazione, cambio di nome in BRGR RECS e volontà di creare una label solo per donne (BRGRRRL) non sono ovviamente bastate a ripulire il nome dell’etichetta. Non solo, Jessa ha espresso in un comunicato ufficiale la sua volontà di allontanarsi del tutto dall’etichetta. Per concludere, il cofondatore Sean Bohrman ha comunicato qualche giorno fa di aver preso la decisone di chiudere definitivamente l’etichetta; i brani usciti sotto la Burger Records saranno rimossi dalle piattaforme per lo streaming musicale ma gli artisti saranno liberi di uploadarle di nuovo personalmente, avendo mantenuto tutti i diritti sul loro lavoro. Anche il festival Burger Boogaloo, organizzato dalla Total Trash Production di Oakland, ha preso posizione riguardo le vicende, garantendo l’allontanamento di tutte le persone negativamente coinvolte e annunciando la volontà di cambiare nome, per sottolineare la distanza messa tra il festival e la Burger Records.

C’è, di fondo, una grande problematica di base, laddove degli adolescenti talentuosi e con la voglia di suonare vengono messi a stretto contatto – malsano – con band molto più grandi di loro, dove adulti possono indisturbatamente far presa su ragazzi e ragazze, sfruttando il proprio status di idoli e la voglia di emularli dei giovani musicisti. Favoriti per giunta dal contesto creato dalle stesse label.

Questi sono solo parte degli effetti a catena scatenati dal passaparola su Instagram. Il coraggio di Lydia, come di tanti altri, di farsi avanti raccontando cosa davvero nascondano le diverse scene musicali ha portato a concrete prese di posizione, con risultati effettivi in breve tempo – tra il post di Lydia e la chiusura della Burger Records sono passati soltanto due giorni!

Certamente, Lydia Night non è stata né la sola né la prima a parlare chiaramente delle molestie presenti nella scena musicale californiana. Uno dei primi casi è quello riportato da una giornalista che dovendo intervistare la band The Growlers, sempre sotto la Burger Records, si è trovata di fronte ad una “richiesta”: alzati la maglietta altrimenti niente intervista.

Capiamo quindi che il giro di vessazioni è molto più ampio e subdolo

Non stiamo certo parlando di un’etichetta discografica da impero mondiale, ma la Burger Records è stata un’importante istituzione nell’area californiana e per la scena punk rock e garage rock sin dalla

sua creazione, nel 2007. L’unione e la raccolta di più testimonianze, la creazione di Lured By Burger, e la capacità di persone interne alla stessa Burger Records di comprendere la situazione e di schierarsi apertamente hanno garantito la chiusura di un ambiente estremamente nocivo.

Ogni minima azione può davvero fare la differenza

Qualcuno potrebbe a questo punto invocare il beneficio del dubbio – non sono inesistenti casi di accuse false o poco veritiere – ma sarebbe come mettere sullo stesso piano un ipotetico molestatore e un’ipotetica vittima; il confronto non può e non deve assolutamente reggere. Al tempo dei Social, dell’individualismo estremo, della ricerca spasmodica dei 15 minuti di notorietà, effettivamente chiunque può inventare storie su qualsivoglia volto noto ma, se su venti storie di abusi se ne trovano tre false, avremmo comunque ottenuto diciassette verità. Diciassette persone che hanno avuto il coraggio di parlare e che meritano tutto il sostegno possibile.

È una questione spinosa di cui occorre salvare il lascito finale: coraggio, giustizia e buon senso hanno portato a risultati concreti. Almeno questo volta.

Una vita da studentessa contornata da interessi più o meno importanti, tutti affrontati con la massima serietà. In bilico tra danza e scrittura, tra vintage e contemporaneità, tra originali e traduzioni e sempre con la musica ad accompagnarmi dappertutto, che siano Duke Ellington o i Sex Pistols: se guardaste la mia playlist entrereste in analisi!

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Madame, il tweet riaccende la polemica sul divismo

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Madame divismo ian curtis

Il tweet della discordia mette al centro delle polemiche la 19enne cantante veneta Madame.

“Se non hai ascoltato il disco o se non hai preso il cd o il biglietto o se non sai di che parlo, se non hai fatto nulla per me non farmi alzare mentre mangio per una foto. Perché io sono Madame 24 h solo per chi mi usa per la musica, per il resto sono una scorbutica veneta 19 yo”.

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I fans, ovviamente, non l’hanno presa bene. Tra i commenti più emblematici c’è quello di un utente che scrive “io ho fatto qualcosa per te, cara Madame, ho pagato il canone Rai per permetterti di esibirti”. Il che riporta a un assunto vecchio quanto l’idea dell’essere divo. Senza pubblico l’idolo non sarebbe tale.

Agostino Di Bartolomei, capitano della Roma anni ’80 e simbolo dell’anti-divo, una volta disse che “non dovete ringrazirmi, sono io che sono grato a voi. A fine partita lasciate che sia io a battervi le mani”.

Altri tempi, altri uomini, altro mondo. Non per forza migliore.

MADAME, TRA DIVISMO E INTIMITÀ VIOLATA

Quanto scatenato da Madame fornisce l’opportunità per affrontare un tema che oggi è sempre più in auge. Soprattutto nel mondo della musica, dove un ottimo profilo Instagram rende più che un testo o una melodia accattivante. Ma cosa è il divismo? É un fenomeno nato ad inizio del ‘900 con l’affermarsi dei primi attori del cinema. Piano piano si è ampliato a qualsiasi altra forma d’arte e soprattutto verso personaggi famosi. Probabilmente nato in Italia negli anni dieci si è poi sviluppato soprattutto a Hollywood.

Consisteva nel “divinizzare” quelli che oggi sono chiamati VIP. Nell’identificarsi nel loro modo di essere. Nelle tendenze che influenzano.

Il gossip, la sete del pubblico di avere informazioni personali dei loro idoli. Tutte cose che rendono (teoricamente) questi personaggi al di sopra dei “very normal people”. La celebrità ha uno scotto. La perdita, o quasi, della propria intimità. E se fino all’avvento dei social questo era dovuto ai paparazzi o a fans troppo invadenti precursori degli stalker, ora sono gli stessi “divi” a rendere pubblico ogni attimo della loro vita.

Tutto gira intorno all’apparire. Più likes e followers si hanno, maggiore è la dose di fama a cui si è sottoposti.

Il successo, il bagno di folla sono qualcosa che gli attori, i cantanti, i personaggi del mondo dello spettacolo in generale, ricercano. La ricerca dell’applauso è oggi sostituita dal puntare a un “mi piace”. Checché se ne dica è difficile pensare al disinteressa per la gloria. Per l’essere riconosciuti in pubblico. Quantomeno agli esordi della propria carriera. Perché è lecito che, anni e anni dopo il raggiungimento del successo, si voglia (e pretenda) maggiore riservatezza e tranquillità.

Ma senza dimenticare che senza pubblico, senza i fans che richiedono un autografo o una foto, il divo non sarebbe tale. L’esempio sono tutte quelle meteore, molte delle quali nel mondo della musica, rimasti per poco tempo sulla cresta dell’onda, salvo poi sparire e ritrovarsi a cantare nelle sagre di piccoli paesi. Non che ci sia nulla di male. Ma sarebbe stupido non ammettere che passare dal fare un concerto all’Olimpico di Roma al suonare in piazza in un paesino di 300 anime non sia degradante per un artista.

Il divismo è qualcosa che facilmente porta dalle stelle alle stalle. Personaggi come Marilyn Monroe, Kurt Cobain, Ian Curtis sono tra le celebrità più famose ad essersi suicidate. Nonostante la fama, la depressione ebbe la meglio. Probabilmente il troppo successo, l’essere sempre al centro delle attenzioni e visti come “divi”, ha spostato la luce dei riflettori dai problemi di queste persone.

Alla gloria va pagato questo prezzo. Al pubblico non interessano i problemi. L’idolo lo si vuole sempre sorridente e disponibile. Schiavi di quella vecchia (e sbagliata) idea secondo cui “il cliente ha sempre ragione”. Il fan si vede così. Consumatore di un prodotto. Composto dalle performance del vip e della sua intimità. Ignorando talvolta di avere davanti una persona come lui.

L’amore per il divo, la divinizzazione del personaggio celebre, è anche rischioso dunque. John Lennon insegna. Ma la gratitudine per chi, con il proprio sostegno disinteressato anche solo per una canzone e per una discografia (filmografia, bibliografia ecc.) scarna, non va mai dimenticata. Né disprezzata.

Esistono le buone maniere, certo. E se si ricerca un po’ di riservatezza, in un mondo dove l’apparire ha reso possibile che una cantante di 19 anni venga riconosciuta al ristorante, di certo non è scrivendolo su un social che la si può raggiungere.

Madame non è ovviamente né la prima né l’ultima a infastidirsi per un fan troppo invadente. E la sua risposta alle critiche non è tardata ad arrivare. La cantante ha sottolineato come lei sia Madame solo per chi è veramente un fan. Come se il suo personaggio sparisse una volta scesa dal palco (o spenti i social). E che nonostante ciò ha concesso la foto mentre era a cena con la sua famiglia.

La nuova fase dell’essere un divo passa per il divismo a ore. D’altronde in un mondo di dissing preparati e di scoop inventanti, non è così strano che anche un cantante sia un attore.

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Valentina Tereškova: la storia della prima donna a viaggiare nello spazio

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«This is Ground Control to Major Tom
You’ve really made the grade
»

Così cantava nel 1969 David Bowie nel celebre brano Space Oddity. Il viaggio nello spazio, l’astronauta che ce l’ha fatta. L’impresa finalmente riuscita. Ed è proprio con queste parole che vogliamo ricordare il 16 giugno di 58 anni fa, quando una giovanissima ed allora sconosciuta Valentina Vladimirovna Tereškova divenne la prima donna ad essere mandata nello spazio. Una missione che all’epoca fu di vitale importanza: da un lato aumentò il prestigio dell’URSS nei confronti degli USA, dall’altro ebbe un impatto culturale notevole. Chi avrebbe mai detto, nel 1963, che una donna, il cui stereotipo la vedeva in casa ad accudire i figli, potesse essere capace di un’impresa simile? In un periodo storico come quello che stiamo vivendo nel quale la parità di diritti tra i sessi e la libertà generale dell’individuo sono temi all’ordine del giorno, una storia del genere è più che attuale.

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Ma, come ogni racconto che si rispetti, la verità sta sempre nel mezzo. Non è un segreto che durante la guerra fredda la propaganda dei due blocchi controllasse ogni singolo aspetto della vita. Tutto era finalizzato all’accrescere il prestigio e l’egemonia. Eventi anche banali venivano spacciati come imprese; di contro incidenti e fallimenti subivano una damnatio memoriae. Ricostruiamo quindi la vera storia di Valentina Tereškova.

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La futura Miss Universo (così venne ribattezzata), nacque da una famiglia bielorussa nel 1937 a Jaroslavl, sul fiume Volga. Fin da subito Valentina Tereškova mostrava un certo interesse per il paracadutismo, forte anche della sua ammirazione per Jurij Gagarin, il primo uomo a volare nello spazio. Diversi furono i tenativi della ragazza per cercare di entrare nell’accademia per cosmonauti ed uscire da quella monotona vita rurale fatta di lavoro in fabbrica e miseri guadagni. La svolta per la giovane arrivò a 25 anni, ossia nel 1962, quando la ragazza riuscì finalmente a passare l’esame di assunzione per il primo gruppo di donne cosmonaute. Il programma sovietico selezionò ben 4 candidate su 1000, tra cui la nostra protagonista. Per Valentina Tereškova non era che l’inizio di un percorso che la porterà ad essere conosciuta in tutto il mondo.

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Gli addestramenti durarono un anno. La ragazza risultò la più idonea per l’imminente lancio, a soli due anni di distanza dall’eroica impresa di Gagarin. Così come il suo idolo, la Tereškova partì per lo spazio il 16 giugno 1963 dal cosmodromo di Bajkonur, la più vecchia base di lancio al mondo. Una missione di ben 3 giorni ed un totale di 49 orbite terrestri. Ma, come dicevamo all’inizio, la verità sta nel mezzo. Se da un lato Valentina Tereškova riportò a casa un successo clamoroso, dall’altro l’operazione fu tutt’altro che perfetta. A bordo della navicella Vostok, la stessa usata da Gagarin, la nostra “gabbianella” (nome datole dal progettista dei razzi Sergej Korolev) riscontò alcuni problemi.

«Mi accorsi che la navicella si stava allontanando dalla traiettoria calcolataracconta grazie al continuo scambio di dati con il centro di controllo, però, riuscimmo a risolvere il problema. Il volo della “gabbianella”, come mi chiamava Sergej Korolev, dando così il nome in codice per le comunicazioni radio alla missione, poté così proseguire con regolarità». Inoltre c’era da fare i conti con l’assenza di gravità. Tanto che, come ella stessa ricorda scherzosamente, dovette incastrare le braccia nella cintura mentre dormiva, così da evitare che queste fluttuassero nell’abitacolo. Per non parlare del cibo nei tubetti simili a quelli del dentifricio.

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Ma facciamo un salto indietro di due giorni. Avete presente quando siete in macchina e da lontano scorgete qualcuno che conoscete alla guida e lo salutate? Quante volte vi sarà capitato? centinaia, migliaia di volte. Immaginate una situazione simile, ma nello spazio! È ciò che avvenne tra Valentina Tereškova della missione Vostok 6 e Valerij Fëdorovič Bykovskij della Vostok 5. Quest’ultimo venne lanciato in orbita il 14 febbraio 1963 con l’intento di restare nello spazio circa 8 giorni. Tuttavia il razzo della navicella ebbe un guasto e la spinta non gli permise di raggiungere la quota prestabilita. Cosa che costrinse l’astronauta ad anticipare il rientro dopo soli due giorni. Durante l’operazione le due navicelle si incontrarono ad una distanza di 5km l’una dall’altra (a quanto pare non è stata una casualità ma tutto frutto di precisi calcoli da terra). «Ehi, gabbianella, mi senti?» diceva Bikovskij. «Sì, perfettamente» rispondeva lei. Così, come due amici che scambiano due chiacchiere mentre sono fermi al semaforo in attesa di ripartire…

Comunque sia, il rientro di Valentina avvenne senza intoppi, esattamente alle alle ore 08:20 del 19 giugno nella steppa kazaka da cui era partita. Lì alcuni contadini, stupiti nel vedere quella strana scatola metallica scendere dal cielo, la aiutarono a liberarsi delle imbracature. In quell’occasione una donna le chiese: «hai incontrato Dio?».

La storia della nostra eroina si concluse con grandi onorificienze e riconoscimenti non solo dall’Unione Sovietica (le dedicarono anche un francobollo), ma da tutto il mondo. Ecco la vera Miss Universo, così titolavano i giornali alla notizia. Non solo un esempio di coraggio e determinazione, ma anche e soprattutto un simbolo. Il viaggio di Valentina Tereškova rappresentò, soprattutto considerando il periodo storico, la rivincita del mondo femminile. Lo schiaffo in faccia ad una società fin troppo patriarcale. La prova tangibile che anche una donna è in grado di arrivare fin sopra il cielo e di tornare sana e salva.

«Chiunque abbia passato un po’ di tempo nello spazio lo amerà per il resto della vita. Io ho raggiunto il mio sogno di gioventù nel cielo»

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Libertà di espressione nel 2021: quando giornalisti e docenti sono perquisiti per un tweet di troppo

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In queste settimane dove il significato e l’uso delle parole sono al centro di numerose discussioni, proprio chi con le parole ci lavora è stato investito da un uragano.

Si tratta in particolare di Francesca Totolo, giornalista, e del professore universitario Marco Gervason. I due, infatti, rientrano tra gli 11 indagati e sottoposti a perquisizioni nelle proprie abitazioni da parte dei Ros. Il motivo è l’inchiesta dei pm romani Eugenio Albamonte e Gianfederica Dito, coordinati dal procuratore Michele Prestipino, per i reati di offesa all’onore e al prestigio del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e per istigazione a delinquere.

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Senza entrare nel merito della questione dei post pubblicati su alcuni social network, la questione che si pone è un’altra. Laddove si grida ai quattro venti la libertà di espressione e di stampa, è giusto colpire con un atto del genere professionisti e non, per avere espresso (tralasciando la forma più o meno edulcorata) la propria opinione?

Entra ovviamente in gioco l’etica professionale, la deontologia. Così come il buon gusto e la capacità di esprimere dissenso pur senza scadere nel becero insulto. Ma ognuno è libero di esporre le proprie idee (anche se a tutto c’è un limite, come ad esempio l’apologia di determinati comportamenti e minacce) senza dover temere una censura.

I post passati al vaglio sarebbero infatti relativi al modus operandi del governo, in particolare di Mattarella, nel fronteggiare la pandemia.  È stata rilevata la diffusione nel web di numerosi post offensivi nei confronti del Capo dello Stato che, stando a quanto scrivono i carabinieri del Ros, sembrano rientrare in un attacco elaborato verso le più alte Istituzioni del Paese. Le perquisizioni fanno parte di un’indagine che la Procura di Roma sta svolgendo da tempo con il Ros, che già nello scorso agosto ha eseguito analogo provvedimento nei confronti un 46enne residente nella provincia di Lecce, molto attivo su Twitter.

In questo caso, da destra a sinistra, si sono levate alcune parole di solidarietà con gli indagati. Se da una parte Vittorio Feltri ha così commentato “Giù le mani da Gervasoni che è un ottimo professore ed eccellente editorialista con l’unico vizio di non essere di sinistra”, dall’altra Piero Sansonetti tuona “Mi sembra molto improbabile che Gervasoni organizzi minacce a Mattarella, ma mi sembra anche molto curioso che si debba fare un’inchiesta su messaggi contro Mattarella: contro Mattarella dici quello che vuoi, in una società libera si può dire quello che si vuole. Una ‘campagna d’odio contro Mattarella’ è un concetto ridicolo. Il reato di vilipendio al presidente della Repubblica è il reato più ridicolo che esista in un qualunque codice penale. Bisognerebbe spiegare a questi che siamo nel 2021, ma non sarà facile”.

In uno Stato in cui si critica il governo russo per aver arrestato giornalisti organizzatori di manifestazioni non autorizzate per 3 settimane, sembra paradossale che non ci sia stata un’alzata di scudi contro una perquisizione all’alba per alcuni tweet politicamente scorretti. Ammesso e non concesso, non è dato sapere infatti esattamente cosa viene contestato agli indagati, che le parole usate siano state effettivamente sopra le righe, il trattamento riservatogli appare più adatto a dei terroristi che a dei giornalisti e professori.

Se la libertà di parola è un diritto riconosciuto e sacrosanto in questo caso si rischia una deriva autocensoria. Si può dire di tutto, ma è meglio non dirlo? Questa sarebbe la più grande sconfitta per qualsiasi Stato si dica democratico. 

Per citare Nanni Moretti “le parole sono importanti” (tra l’altro lo schiaffo che riservò alla giornalista in quel film oggi gli costerebbe la gogna mediatica per settimane nonché il boicottaggio della pellicola). Sono importanti è vero. Come è vero che è importante anche chi le dice. La pericolosità di una persona non la fanno certamente 150 caratteri battuti su un social. Né tantomeno qualche like a pagine più o meno discutibili. Ciò che invece è pericoloso è la censura delle idee. La legge è uguale per tutti. Ma alcuni sembrano essere più uguali degli altri.

Un personaggio pubblico e il cui operato è sempre oggetto di analisi e critiche deve assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Conscio, tra l’altro, del pensiero altrui che potrebbe differire dal suo. La psico-polizia del nucleo anti-odio online sembra richiamare i “pompieri” di Bradbury. O ancor di più “I love radio rock” (The boat that rocked). Il film del 2009 sulle radio pirata degli anni ‘60 costrette a trasmettere a largo del mare della Gran Bretagna. In quel caso il ministro Sir Alistair Dormandy affida al segretario Pirlott l’incarico di ostacolare le trasmissioni delle stazioni pirata, in particolar modo di Radio Rock. L’ottusità, la chiusura mentale verso ciò che è diverso portò il governo ad una battaglia contro queste trasmissioni. Salvo poi doversi scontrare con la solidarietà della popolazione inglese accorsa a salvare i propri paladini del rock.

La massima affibbiata a Voltaire passata alla storia (in realtà fu scritta da Evelyn Beatrice Hall in The Friends of Voltaire del 1906), rivenduta a iosa dai creatori di immagini per i 50enni di Facebook, “non sono d’accordo con quello che dici ma darei la vita affinché tu possa dirlo”, in questo caso viene sminuita. Uno dei capisaldi su cui si fonda lo Stato viene meno. La Libertà, in questo caso di pensiero e di parola, perde di credibilità. Come se fosse qualcosa da conquistare e non un diritto.

In un mondo dove si tende ad equiparare tutto, all’inclusività, un atto censorio, quasi intimidatorio, del genere pone troppi paletti ad una realtà, come quella giornalistica, che vive di analisi e critiche dell’attualità e di ciò che la circonda. Il silenzio è d’oro quando spontaneo. Non quando imposto.

Photo by Kristina Flour on Unsplash

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