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Interviste

Piero Armenti e quell’inno alla libertà chiamato New York, ma “Sognare senza fare nulla serve a poco”

E’ da poco uscito “Una notte ho sognato New York”, romanzo di Piero Armenti. Qualora nome e cognome non dovessero dirvi molto (il che, di fatto, garantirebbe che o vivete sulla Luna o non siete frequentatori dei social network) provate a cercare alla voce “Il mio viaggio a New York” e tutto vi sarà più chiaro

Federico Falcone

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Ho capito che dovevo partire. Andare lontano, oltre qualsiasi luogo conosciuto. Non bastava Milano, neanche Londra o Parigi. Dovevo metterci un oceano di distanza tra me e la vita. L’ho capito all’improvviso, mentre ero sdraiato in veranda, con gli occhi al cielo e le stelle sopra di me. Dopo qualche secondo il risultato era davanti a me: ‘Complimenti, hai acquistato il tuo biglietto per New York’“.

E’ da poco uscito “Una notte ho sognato New York“, romanzo di Piero Armenti. Qualora nome e cognome non dovessero dirvi molto (il che, di fatto, garantirebbe che o vivete sulla Luna o non siete frequentatori dei social network) provate a cercare alla voce “Il mio viaggio a New York” e tutto vi sarà più chiaro. Lo urban explorer per eccellenza ha fatto della curiosità il suo credo e stile di vita, sempre alla costante ricerca di stimoli e piaceri da vivere e scoprire.

Sono giorni complessi, quelli che stiamo vivendo. La pandemia da Coronavirus ci ha costretti a rivedere la nostra vita, i nostri bisogni, le nostre necessità. E’ tutto enfatizzato, ingigantito da una percezione a tratti distopica, a tratti talmente surreale da farci pensare che nulla di tutto ciò sia vero. Quest’intervista si colloca in un momento storico in cui le incertezze sono tante, così come le paure, ma per dirla con Piero, dove c’è un problema, c’è spesso un’opportunità…

Se ripensi agli esordi, a quella notte in veranda a guardare le stelle e a sognare un futuro diverso da quello che sembrava già scritto all’interno del precariato italiano, quale è il primo sentimento che ti assale?

Voglio fare una premessa, ho scritto un romanzo e non un’autobiografia. Non posso nascondere però che è in larga parte ispirato a eventi che mi sono accaduti, a personaggi che ho incrociato lungo il cammino, incastrati all’interno di una fiction.  Per tornare alla tua domanda, se penso alla mia storia di vita, allora sì, sono ancora sorpreso del mio percorso. Sono venuto in America alla ricerca di un’opportunità di vita, e l’ho trovata. Quando torno a Salerno, e mi addormento nella mia stanzetta di sempre, al mattino mi sveglio, mi guardo attorno e per qualche secondo penso: “Ma non è che è stato tutto un sogno?”. E invece no, vivo a New York da dieci anni.

New York come elogio al piacere della scoperta, New York come pianeta al centro del tuo universo, New York come simbolo di libertà. Per tutto ciò, però, c’è sempre un prezzo da pagare. Quale è stato il tuo?

Partire dall’Italia, attraversare un Oceano, andare in un paese lontano. Chi è andato via dalla propria patria sa che agli inizi non è facile. Ci sono umiliazioni, porte chiuse, momenti di malinconia. Ma non ti abbatti, e cerchi di trovare un modo per creare qualcosa d’importante, per realizzarti come persona. È stata dura, e se tornassi indietro non so se lo rifarei, perché emigrare è sempre una sofferenza che a volte soffochiamo e nascondiamo a noi stessi. Avessi avuto un’opportunità per realizzarmi in Italia, forse non sarei mai partito per New York. Ma quell’opportunità non c’è stata, e sono andato via. Ora mi sono abituato a questa città, e non potrei lasciarla.

Hai messo da parte le tue radici e la tua famiglia. Per un ragazzo meridionale, storicamente attaccato alla propria terra, non sarà mai facile una decisione simile. C’è stato un momento in cui le tue certezze newyorkesi hanno vacillato e hai pensato di aver fatto il passo più lungo della gamba?

Non ho mai pensato di tornare indietro, di lasciare New York per tornare a Salerno. Anche nei momenti più duri, non ho mai esitato. La ragione è semplice: amo la metropoli, la sua follia, la dissonanza, quel misto di ricchezza smodata e disperazione. Chi ama la metropoli alla lunga non reggerebbe psicologicamente in una piccola città di provincia. La nostalgia è come un canto consolatorio che ci serve per trovare forza all’estero, ma la verità è che gli italiani sono capaci di adattarsi ovunque, rimanendo italiani. La loro casa è il mondo, forse perché siamo un popolo di navigatori.

Tra le motivazioni che ti hanno spinto nella Grande Mela c’era quella della crisi dell’editoria, tutt’ora vigente. E’ un paradosso il fatto che il tuo romanzo esca nel pieno di una pandemia che ha bloccato l’uscita di migliaia di stampe in tutto il mondo. Ancora una volta, però, vai controcorrente e resti fedele al concetto che dove c’è un problema c’è un’opportunità…

Non mi sarei aspettato una pandemia, o meglio me la potevo anche aspettare, ma non immaginavo che si fermasse il mondo, e stessimo tutti chiusi in casa così a lungo. Il libro doveva uscire a fine aprile, ma abbiamo rimandato di qualche settimana. Meglio non andare oltre perché poi voglio scrivere un altro romanzo, e non vorrei si accavallassero.

Hai trovato difficoltà nel riportare su carta emozioni e ricordi? E’ rimasto fuori qualcosa che, invece, avresti voluto inserire?

Il romanzo mi ha dato la l’occasione per riflettere a fondo su New York, su come questa città possa cambiarti e spingerti all’estremo. Diventiamo degli ingranaggi di una metropoli troppo grande e troppo veloce per soffermarsi sul destino dei suoi singoli cittadini. Nel romanzo lo dico: se fossi scomparso nessuno se ne sarebbe accorto. New York è un immenso palcoscenico dove recitiamo il monologo che è la vita, nella speranza di avere qualcosa da dire. Io ho trovato l’America, il protagonista del romanzo chissà.

Sei alla costante ricerca di fare emergere ciò che di NY non si conosce. Quanto ti affascinano le sue incertezze, le sue inquietudini, il suo essere tutto e il contrario di tutto? Se c’è un lato oscuro di questa città, quale pensi sia?

Di New York sappiamo tutto. Nessuna città è stata così raccontata da scrittori, registi, artisti, giornalisti.  È un luogo familiare, ci siamo cresciuti assieme. Non è il paradiso realizzato ovviamente, non tutti quelli che arrivano riescono ad avere la vita luminosa che avevano immaginato. Però qui un’occasione viene data a tutti, e chi la coglie cambia il proprio destino.  Così come si va in alto, si cade anche in basso velocemente. Nessun risultato è per sempre, bisogna sempre combattere per occupare un pezzettino di questa terra. Oggi il tuo ristorante ha successo, domani chiudi per sempre. Non possiamo fermarci, e questo ci esalta ma alla può anche stancare.

Quale è la vera identità di una città che fa del cambiamento e del rinnovamento il suo marchio di fabbrica?

Questa città è nata perché gli europei volevano nuova terra in cui essere liberi, farsi una vita, senza persecuzioni. Per le stesse ragioni poi sono arrivati gli schiavi del sud, e sempre per le stesse ragioni continuano ad arrivare persone da ogni parte del mondo. Donne, gay, rifugiati politici. Questa è la casa di tutti, basta leggere cosa c’è scritto sul piedistallo della Statua della Libertà: “Mandatemi loro, i senzatetto, gli scossi dalle tempeste, e io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta dorata”. Sono le parole della poetessa Emma Lazarus e sono un inno all’accoglienza, nessuna città ha qualcosa del genere.

A proposito di oscurità, il periodo che stiamo vivendo è drammatico e NY è tra le città più colpite al mondo. Cosa ti ha colpito di questa emergenza? Hai assistito a scene che ti resteranno per sempre impresse negli occhi?

New York ha vissuto tre crisi in questo millennio: l’undici settembre 2001, la crisi finanziaria del 2008, e l’uragano Sandy nel 2012. Questa è però una crisi diversa, una crisi del silenzio, del vuoto, del nemico invisibile. Non mi vengono in mente immagini particolari, se non una sensazione di soffocamento psicologico. La stanchezza per un evento che non riusciamo a capire fino in fondo, e che ha sconvolto le nostre vite e le nostre certezze. Questo è un momento oscuro che vogliamo lasciarci alle spalle il prima possibile, per tornare a vivere.

Come è stata la quarantena newyorkese? Quanto ha pesato la solitudine e l’assenza di contatto fisico in una città che, pur se abituata al distacco emotivo e alla frenesia, vive di rapporti ed esperienze?

Siamo stati parzialmente liberi. Ci è stato permesso di fare una passeggiata, una corsetta al Central Park. I ristoranti hanno fatto asporto e consegne a domicilio. Tecnicamente potevi anche andare a fare una cena tra amici, non era vietato. Ma tutti avevamo paura. New York si è svuotata, molti sono andati nelle seconde case, chi ha perso il lavoro se ne è tornato in famiglia. È diventata una città spettrale, e questa cosa pesa tantissimo.

Credi che la presidenza Trump stia gestendo bene questa crisi? Dall’esterno gli statunitensi sembrano profondamente spaccati circa l’attuale modus operandi, messo in discussione su più fronti...

Questa crisi ha colto di sorpresa tutti i capi di stato, tra cui Trump che all’inizio ha minimizzato, poi l’ha presa sul serio. Trump ha lasciato liberi gli Stati americani di decidere del lockdown, si è limitato a dare delle linee guida valide per tutti. Ogni Stato ha fatto da sé. New York, che ha avuto il picco di contagi, rimarrà chiusa più a lungo, la Georgia invece ha aperto da quasi un mese. Non me la sento di accusare Trump di nulla in questo momento, è ancora troppo presto. Ha detto cose ridicole, spesso è arrogante, però concretamente non ha fatto nulla di folle in questa circostanza, e quando New York ha avuto bisogno, ha inviato in aiuto una nave ospedale, l’esercito, i ventilatori al punto che il governatore Cuomo l’ha anche ringraziato. Bisogna lasciare che questa vicenda storica sedimenti, che le nostre emozioni si plachino, per avere uno sguardo obiettivo su tutta la faccenda.

The Walk Of Fame è un magazine incentrato sul mondo dell’immaginario collettivo. Se dovessi descrivere NY con una canzone, con un libro, con un film, con uno spettacolo, quale sceglieresti?

Sceglierei Il giovane Holden di Salinger, di cui posseggo anche la prima edizione originale. Non importa l’età, a New York siamo tutti adolescenti smarriti lungo il cammino, e cerchiamo faticosamente la strada

In chiusura, che peso hanno i sogni nella tua vita?

L’unico peso che devono avere i sogni è quello di farti muovere le chiappe, e darti da fare per realizzarli. Sognare senza far niente serve a poco.

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

Interviste

Deborah Iurato: “Ma cosa vuoi”, la mia svolta artistica per credere nei sogni

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Intervista a cura di Giulia Antenucci

Si intitola “Ma cosa vuoi”, il nuovo singolo di Deborah Iurato, vincitrice della tredicesima edizione di Amici. Un inedito in cui la giovane autrice canta la sua svolta personale, non solo da una prospettiva artistica ma anche da un punto di vista maggiormente emotivo e autobiografico. Il cambiamento non spaventa più, tutt’altro: sembra fatto esattamente su misura per lei, per Deborah, e per ognuno di noi.

In questo lungo periodo ho cercato e ricercato me stessa, provavo a scrivere qualcosa che mi appartenesse e sentivo il bisogno di trovare la mia dimensione dimenticandomi di tutto il resto

“A volte ci perdiamo per ritrovarci, cerchiamo sempre di liberarci dal peso delle cose quando invece basterebbe solo seguire il ritmo giusto per vibrare

Parliamo di questo tuo nuovo singolo, come è nato? E’ per te una svolta?

Questo nuovo singolo nasce durante il periodo di lockdown, che mi è servito parecchio per acquisire maggiore consapevolezza di me stessa. Diciamo che è nato anche un po’ per caso. All’inizio girovagavo per casa tra divano, serie tv su Netflix, cucina, poi ho iniziato a scrivere quasi per una voglia che mi è nata e per capire se le mie emozioni e i miei pensieri potevano portare a qualcosa di utile. E così è stato. “Ma cosa vuoi” parla del conflitto tra uomo e donna; mi piace pensare che nonostante gli scontri quotidiani presenti in un’unione, se poi si è davanti a un vero sentimento tutto si supera.

Come hai vissuto il lockdown?

Molto positivamente. All’inizio, più che altro la prima settimana, è stato un po’ preoccupante e inaspettato, a tratti assurdo. Poi ho cercato di prendere il lato positivo di questa situazione e mi sono concentrata molto sulla scrittura. Al di là di ciò, ho vissuto tutto quello che poi mi circondava, magari facendo più attenzione a una telefonata o a una conversazione con una mia amica piuttosto che con la famiglia. Questo periodo mi ha aiutato a capire i valori della vita. L’importanza di sentirci più vicini nonostante la distanza. Ti racconto un aneddoto: una sera, per le 10, dopo aver finito di cenare ho aperto le finestre di casa e una signora, dall’altra parte del palazzo, mi ha salutato. È stato molto bello perché, se fosse stato in un altro periodo, forse non sarebbe accaduto o non avrebbe avuto lo stesso peso e lo stesso valore di ora.

Quanto ti ha aiutato la musica nel pensare che questo periodo sarebbe stato solo un brutto ricordo?

Come sempre, è stata parte importante della mia vita. In questi mesi ha ovviamente avuto maggiore peso perché in ogni singolo minuto della giornata c’era o la tv accesa o una playlist su Spotify. La musica è stato il pilastro portante di questo momento.

Parliamo del videoclip del tuo nuovo brano, interamente girato con un drone…

Il video è stato diretto da Andrea Occhipinti a Comiso, piccola città in provincia di Ragusa dove sono nata e dove ho vissuto cinque anni durante le superiori. Ho molti ricordi e amici in quel posto. L’idea del drone: sono sempre stata affascinata da questo oggetto che riesce a volare così in alto e a riprendere le bellezze di un posto che a volte diamo per scontate. Sono siciliana e ritornare e sentire il profumo della mia terra, rivedere la famiglia, gli amici e il mare è stata un’emozione che non provavo da tempo. Forse perché non gli ho mai dato il giusto valore come ora.

Ti conosciamo per la tua vittoria ad Amici, qual è il ricordo più bello di quella esperienza?

L’esperienza ad Amici la porterò sempre nel mio cuore. Ci ho messo l’anima, il cuore e mi sono divertita tantissimo. Ovviamente ci sono stati anche momenti difficili, però la ricordo come se fosse il primo amore. Sai, quando ci ripenso mi vengono un po’ le farfalle allo stomaco. Ho conosciuto persone incredibili come Maria. Ricordo quando ho iniziato a duettare con alcuni grandi artisti avendo l’opportunità di chiacchierare con loro. Mai avrei pensato di incontrare Anastacia, Giorgia e tanti altri artisti.

Capitolo Sanremo: hai avuto un grande successo col brano portato con Giovanni Caccamo. Quali sono le emozioni e i ricordi di quel periodo?

Di Sanremo ho solo ricordi super. Quei giorni non ti fermi un attimo, sono intensi ma allo stesso tempo volano. Le stesse emozioni che provi, come paura o adrenalina, sono difficili da spiegare. L’esperienza l’ho vissuta a pieno, mi sono goduta ogni minuto del festival. Aver avuto accanto un amico come Giovanni mi ha aiutata molto, è stata una buona spalla su cui appoggiarmi. E poi anche il pezzo che ci è stato regalato da Giuliano Sangiorgi è stata un’emozione unica. Mi piacerebbe tornare su quel palco. Non so quando ma non lo escludo in futuro.

Dopo l’emergenza sanitaria la musica continua a vivere un periodo di stop che ha coinvolto tutto il settore dello spettacolo. Qual è, secondo te, la ricetta migliore per farlo ripartire?

Mi manca molto non poter salire su un palco e, al di là del fare il concerto in sé, mi manca tutto il contorno, le persone che lavorano con te, la gente che viene a vedere i concerti, magari quell’abbraccio, quel sorriso, il cantare insieme. Ho quella malinconia e quella tristezza di non poter suonare. Ritorneremo più forte di prima, magari non all’inizio,faticheremo a dare un abbraccio, a essere più calorosi, piano piano tutto tornerà come prima.

Qual è il tuo più grande sogno nel cassetto?

In realtà di sogni ne ho realizzati molti, da Amici a Sanremo, ho aperto il concerto di Laura Pausini che è un’artista che stimo tantissimo, sono cresciuta con i suoi pezzi quando ero più piccola e continuo ad ascoltarli tutt’ora. Sogni ne ho realizzati molti, ma questo non significa che non ne abbia altri: sono una persona molto concentrata su quello che faccio, ci metto molta energia, mi piace vivere l’attimo e godermi il momento. E in questo preciso momento sono molto entusiasta e felice di questo percorso cantautorale che ho intrapreso. Mi godo questa esperienza.

A chi dedichi questo singolo o questo tuo nuovo percorso?

A mio padre che non c’è più. E’ stato lui che ha fatto che sì che io potessi raggiungere il mio obiettivo: i miei genitori sono stati sempre al mio fianco, sin dall’inizio, da quando avevo cinque anni e già cantavo. Hanno fatto sempre parte di questo mio sogno musicale, quindi diciamo anche ad aprile è uscito un pezzo, che non è stato un singolo ma un’introduzione a questo nuovo percorso che si chiama “Supereroi” ed è lì che dico: il mio supereroe più grande è ovviamente mio padre!

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Interviste

Gran Galà del Teatro a Pescara. L’intervista al regista Milo Vallone

Alberto Mutignani

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Sta ricominciando a prendere forma la stagione teatrale abruzzese, tra spettacoli nazionali e le tantissime iniziative del teatro locale. Il 10 agosto, a Pescara, in occasione della notte di San Lorenzo, andrà in scena la prima del “Gran Galà del Teatro – La sostanza dei sogni”, proposto dall’Ente manifestazioni in collaborazione con gli assessori Maria Rita Paoni Saccone e Alfredo Cremonese.

Tanti i nomi del panorama pescarese che parteciperanno all’evento: Tiziana Di Tonno, Franca Minnucci, Luigi Ciavarelli, Giò di Tonno, Massimiliano Elia, Domenico Glasso, Elia Iezzi, Giampiero Mancini, Mario Massari, ‘Nduccio, Edoardo Oliva, Marco Papa, Silvano Torrieri e Milo Vallone, che firmerà anche la regia. Con Vallone abbiamo chiacchierato proprio di questo grande evento, ma anche di quarantena, letteratura e delle sue esperienze con il cinema.

Durante la quarantena molti artisti si sono reinventati su internet. Ti abbiamo seguito durante la lettura del quaderno dei pensieri e delle parole, ci racconti com’è nata l’idea?

Diciamo che è stata più una necessità. Vivo in campagna e per me è una condizione di privilegi, perché quando mi ritiro a casa mi piace poter respirare il silenzio, il riposo. È accaduta questa sciagura del coronavirus e dopo un paio di settimane ho iniziato a parlare con gli utensili. La solitudine, che è una condizione di privilegio quando la cerchi, quando è forzata apre naturali spazi di dialogo, di esternazione di ciò che la propria interiorità assorbe. Mi sono sentito un po’ come Tom Hanks in Cast Away, infatti giocando ho rinominato il mio pallone “Wilson”. Ho girato il primo video pensando che sarebbe stato un video unico, non l’inizio di una serie. Come sempre le cose nascono perché c’è un feedback, c’è un entusiasmo dall’altra parte. Già al quarto video hanno iniziato a inviarmi poesie o espressioni in prosa. È stata una compagnia per loro ma lo è stata anche per me, perché mi costringeva a dover leggere, a impegnarmi, a rispettare una puntualità.

Se dovessi usare uno soltanto degli estratti presenti nel quaderno, quale sceglieresti per raccontare la quarantena?

Li indicherei tutti, visto che hanno rappresentato delle tappe fondamentali del periodo vissuto. Dovendo proprio scegliere, te ne direi almeno due: un monologo di Marcello Mastroianni, in quel capolavoro che è Otto e mezzo di Fellini. È una bellissima pagina di letteratura cinematografica, sintetizza il lato più importante dal mio punto di vista di tutta la vicenda, che è l’accettazione e nello specifico l’accettazione dell’altro. Ho provato tante volte delle sensazioni di disturbo verso i social, che sono dei supermarket dell’opinione. Trovo sempre violento quando un atteggiamento critico assume una saccenteria castrante verso le libertà dell’altro; il secondo brano è più sociale, è una poesia di Trilussa che avevo già presentato sul mio diario personale e che raccontava alla perfezione, in tempi non sospetti, certe forme ben precise di ipocrisia, per cui stringendo il campo non potevano che essere almeno queste due.

Come sta andando la ripresa degli spettacoli in Abruzzo? C’è la risposta del pubblico in cui speravate?

In primavera temevo che fosse compromessa seriamente la stagione estiva, in termini non solo economici ma anche di lavoro. Chi fa questo mestiere ha bisogno di tenersi allenato, quindi c’era la necessità di tornare in scena, di affrontare il pubblico. Per fortuna quella stagione che sembrava molto compromessa in realtà è particolarmente intensa, con le ovvie differenze rispetto al passato per via del distanziamento: uno spettacolo che stiamo portando avanti, itinerante nei vari borghi, prevede la presenza di 10 spettatori alla volta, che poi si danno il cambio con gli altri, per cui spesso replichiamo anche decine di volte. È una sorta di termometro per capire cose che in una normale routine legata al mondo dello spettacolo, un modo di rimettersi in gioco e chiedersi se il pubblico ha davvero bisogno di quello che proponiamo.

Il 10 agosto ci sarà il Gran Galà del teatro che vedrà la tua regia e la partecipazione di numerosi attori abruzzesi. Com’è nata questa collaborazione?

Noi del mondo dello spettacolo ci siamo sentiti un po’ abbandonati, soprattutto essendo consci della necessità dell’arte e vedendo che attorno a noi si parlava di tutte le categorie da aiutare eccetto quella teatrale. Scrissi una lettera aperta al ministro Franceschini e come me tanti altri colleghi in Italia. Da lì è nata una sinergia che ha portato ad ECUA (Enti Culturali Autonomi) con l’hashtag #NessunChiuda, mettendo insieme tanti allestitori, produttori e protagonisti dello spettacolo, cercando una linea comune che è stata abbracciata da tutti. Da questo confronto sono nate diverse amicizie e alcuni progetti: uno è lo spettacolo itinerante di cui parlavo prima, e poi questo spettacolo del 10 agosto.

Di che si tratta?

È una union, più che una reunion, visto che non siamo mai stati tutti insieme prima d’ora. Il criterio è stato quello di scegliere i volti più rappresentativi per i vari generi che andavamo ad affrontare: c’è il doppiaggio, il musical, ci sono gli attori in prosa e i comici locali. Lo spettacolo sarà sostanzialmente un avvicendarsi sul palco di nostre performance raccontando il territorio su due fronti: da un lato attraverso la serata dedicata ai desideri per eccellenza, la notte di San Lorenzo, per cui una parte dei contenuti saranno volti alle speranze, ai desideri. Un’altra parte di scelta dei testi invece è volta alla riscossa, alla resilienza, che è un termine abusatissimo però serve per raccontare lo scatto che è giusto fare sia per il peridio storico che stiamo vivendo sia perché ci troviamo questo tatuaggio che vede in noi abruzzesi non solo la gentilezza ma anche la forza.

Pensi che agire a livello locale con il proprio teatro possa aiutare la comunità a sollevarsi dal clima teso di questi mesi?

Assolutamente sì. Il teatro, che a me piace definire il “cugino della vita”, ha delle magie che mettono in condizione per forza l’essere umano a delle forme reattive, non solo in senso liberatorio ma anche come forme costruttive. Molti terapeuti consigliano il teatro: è una grande riscoperta di sé, oltre ad essere, come il cinema, un’arte complessa. Quando si costruisce anche un semplice dialogo si è costretti a doversi relazionare. Si è costretti a dover dare il meglio di sé all’altro e all’altro si chiede di fare lo stesso. Questo si riflette chiaramente anche sulla platea, ma è così dall’alba dei tempi. Non a caso dicevo che il teatro è “cugino della vita”, perché ha la capacità di solleticare, schiaffeggiare, stimolare certe parti di una persona, da sempre, quindi figuriamoci in un periodo come questo.

Negli anni ti sei occupato anche di cinema. Ci sono progetti in cantiere su quel fronte?

Io dico sempre che il teatro è mia moglie e il cinema è l’amante. E l’amante richiede particolari attenzioni, bisogna frequentarla ma con una certa segretezza. Tra le mie esperienze cinematografiche c’è una creatura che ha fatto appena in tempo a vedere la luce e che poi è stata portata subito in incubatrice: “Nemici”. È una commedia che già dal titolo fa il verso a quell’Amici condotto da Maria De Filippi, e riflette proprio su come questi reality e talent show siano entrati nella nostra vita e in qualche modo la condizionino. L’abbiamo girato e ambientato interamente in Abruzzo, per questo ho voluto che l’anteprima fosse qui. L’idea era quella di presentarlo col vestito da festa il 2 aprile a Roma, per una prima nazionale, e poi da lì far prendere al film la sua strada, cosa che è stata impossibile per il virus. Speriamo in autunno. Nel frattempo ho altri progetti: c’è il mio “Cineprosa” che è l’incastro tra i linguaggi cinematografici e teatrali, per cui in alcuni miei spettacoli la narrazione è un ping-pong tra palco e schermo. E un paio di progetti per il cinema, oltra ad una webserie, ma so che non riuscirò a concentrarmi su nulla di tutto questo finché non chiuderò l’avventura di “Nemici”. 

L’appuntamento è quindi per la Notte di San Lorenzo, il 10 agosto alle 21,15 al Teatro d’Annunzio (Lungomare Colombo 122). I biglietti per il “Gran Galà del Teatro” sono disponibili sul sito di CiaoTickets e in biglietteria al Teatro d’Annunzio.

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Interviste

La Municipàl: da ascoltare per resistere alle mode

“Per resistere alle mode” è il nuovo percorso artistico de La Municipàl. Non a caso il progetto musicale guidato da Carmine Tundo ha optato per un’inusuale pubblicazione discografica, caratterizzata da 5 doppi singoli in digitale e in vinile da 45 giri a tiratura limitata.

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Intervista a cura di Michela Moramarco

“Per resistere alle mode” è il nuovo percorso artistico de La Municipàl. Non a caso il progetto musicale guidato da Carmine Tundo ha optato per un’inusuale pubblicazione discografica, caratterizzata da 5 doppi singoli in digitale e in vinile da 45 giri a tiratura limitata.

Dopo “Quando crollerà il governo/Fuoriposto” e “Canzone d’addio/Che cosa me ne faccio di noi” possiamo ascoltare il nuovo doppio singolo “L’orsa maggiore/Al diavolo”.

La Municipàl ci racconta il suono de “L’Orsa Maggiore”

Come tutti i brani dei fratelli Tundo, anche “L’orsa maggiore” racconta una storia. Stavolta è una storia che pare inseguirci, come qualcosa che non vuole essere proprio dimenticata. Questa trama è come un filo rosso che intreccia perfettamente linea melodica e arrangiamento. Si tratta di una storia passata, ripercorsa a suon di ricordi. Tra amori iniziati e finiti allo stesso modo: all’improvviso. Lasciando quella sensazione di nodo in gola, tanto cara alla scrittura de la Municipàl.

Il nuovo doppio singolo della band pugliese è un viaggio galattico, nei propri sogni. Magari quelli che si fanno dopo essersi addormentati con in sottofondo Paolo Fox. In una notte di fine estate, quando è ora di partire ma anche di lasciar andare, ricordi, impressioni, persone.

Il brano può essere raccontato per immagini. Una festa, un bicchiere di troppo, un addio. Insomma, uno stato d’animo riassumibile così:

“… e ho deciso che stanotte non ti penserò, che parlerò del più e del meno con il diavolo, in mezzo a tutto quel rumore…”

“L’orsa maggiore” lascia elegantemente il posto “Al Diavolo”. Un brano energico, irriverente. Una dedica liberatoria, per mandare via rancore, rabbia e tutto quello che si era trattenuto. Per paura, forse.

Ancora una volta La Municipàl ci stupisce, proponendo un doppio singolo senza dubbio forte e con un apprezzabile velo di vulnerabilità.

Ne abbiamo parlato con l’anima del progetto La Municipàl, Carmine Tundo.

Ciao, grazie per la disponibilità!

Il progetto “Per resistere alle mode” si potrebbe definire come viaggio interiore. Come ogni viaggio richiede un bagaglio. Mi diresti gli elementi che hanno caratterizzato il bagaglio di questo percorso interiore, suppongo in continua evoluzione?

Sicuramente è un percorso interiore che parte dall’accettazione di sé stessi. È un po’ il proseguimento del percorso portato avanti con bellissimi difetti. È un percorso che mi ha portato a capire di stare bene anche se fuori moda. È il disco che mi andava di fare, senza piegarmi ai suoni del momento o al modo di fare musica di questi anni. L’idea del doppio singolo in vinile rappresenta l’unione di scrittura e produzione che vanno nella stessa direzione.

I doppi singoli de La Municipàl ci raccontano storie collegate fra loro, a tal punto che anche a livello sonoro si percepisce una sorta di continuità. Si potrebbe parlare di storytelling emozionale. Come siete arrivati a questa scelta di stile ben definita?

Dunque, dal momento in cui mi sono reso conto che un brano era un po’ riduttivo per raccontare una determinata storia, sto cercando di raccontarla come se fossero diversi capitoli di un libro. Questo mi permette di ricreare diverse atmosfere ma anche di collegare i brani dal punto di vista sonoro e di tematiche. mi sto divertendo molto, il mio fine ultimo è di avere un disco fluido nei suoni.

Ma in questi doppi singoli quanto è forte la componente autobiografica?

È totale. Soprattutto negli ultimi due dischi, ho cercato di essere quanto più sincero possibile. Di questo ci sono i pro e i contro. Ti ritrovi a raccontare fatti privati citando anche nomi reali, di persone, luoghi… Fa parte del gioco, è anche divertente.

La Municipàl riparte coi live

Com’è stato l’impatto con la dimensione live, dunque col pubblico, in piena estate post lockdown?

È stato molto strano. Il concerto è stato con i posti a sedere, con le mascherine. Alienante nei primi minuti. Dopo un po’ ci siamo riscaldati ed è stato comunque un buon modo per ripartire, sperando che tutto possa risolversi.

Grazie!

Grazie a voi!

Fonte: Ufficio Stampa Big Time

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