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Interviste

Piero Armenti e quell’inno alla libertà chiamato New York, ma “Sognare senza fare nulla serve a poco”

E’ da poco uscito “Una notte ho sognato New York”, romanzo di Piero Armenti. Qualora nome e cognome non dovessero dirvi molto (il che, di fatto, garantirebbe che o vivete sulla Luna o non siete frequentatori dei social network) provate a cercare alla voce “Il mio viaggio a New York” e tutto vi sarà più chiaro

Federico Falcone

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Ho capito che dovevo partire. Andare lontano, oltre qualsiasi luogo conosciuto. Non bastava Milano, neanche Londra o Parigi. Dovevo metterci un oceano di distanza tra me e la vita. L’ho capito all’improvviso, mentre ero sdraiato in veranda, con gli occhi al cielo e le stelle sopra di me. Dopo qualche secondo il risultato era davanti a me: ‘Complimenti, hai acquistato il tuo biglietto per New York’“.

E’ da poco uscito “Una notte ho sognato New York“, romanzo di Piero Armenti. Qualora nome e cognome non dovessero dirvi molto (il che, di fatto, garantirebbe che o vivete sulla Luna o non siete frequentatori dei social network) provate a cercare alla voce “Il mio viaggio a New York” e tutto vi sarà più chiaro. Lo urban explorer per eccellenza ha fatto della curiosità il suo credo e stile di vita, sempre alla costante ricerca di stimoli e piaceri da vivere e scoprire.

Sono giorni complessi, quelli che stiamo vivendo. La pandemia da Coronavirus ci ha costretti a rivedere la nostra vita, i nostri bisogni, le nostre necessità. E’ tutto enfatizzato, ingigantito da una percezione a tratti distopica, a tratti talmente surreale da farci pensare che nulla di tutto ciò sia vero. Quest’intervista si colloca in un momento storico in cui le incertezze sono tante, così come le paure, ma per dirla con Piero, dove c’è un problema, c’è spesso un’opportunità…

Se ripensi agli esordi, a quella notte in veranda a guardare le stelle e a sognare un futuro diverso da quello che sembrava già scritto all’interno del precariato italiano, quale è il primo sentimento che ti assale?

Voglio fare una premessa, ho scritto un romanzo e non un’autobiografia. Non posso nascondere però che è in larga parte ispirato a eventi che mi sono accaduti, a personaggi che ho incrociato lungo il cammino, incastrati all’interno di una fiction.  Per tornare alla tua domanda, se penso alla mia storia di vita, allora sì, sono ancora sorpreso del mio percorso. Sono venuto in America alla ricerca di un’opportunità di vita, e l’ho trovata. Quando torno a Salerno, e mi addormento nella mia stanzetta di sempre, al mattino mi sveglio, mi guardo attorno e per qualche secondo penso: “Ma non è che è stato tutto un sogno?”. E invece no, vivo a New York da dieci anni.

New York come elogio al piacere della scoperta, New York come pianeta al centro del tuo universo, New York come simbolo di libertà. Per tutto ciò, però, c’è sempre un prezzo da pagare. Quale è stato il tuo?

Partire dall’Italia, attraversare un Oceano, andare in un paese lontano. Chi è andato via dalla propria patria sa che agli inizi non è facile. Ci sono umiliazioni, porte chiuse, momenti di malinconia. Ma non ti abbatti, e cerchi di trovare un modo per creare qualcosa d’importante, per realizzarti come persona. È stata dura, e se tornassi indietro non so se lo rifarei, perché emigrare è sempre una sofferenza che a volte soffochiamo e nascondiamo a noi stessi. Avessi avuto un’opportunità per realizzarmi in Italia, forse non sarei mai partito per New York. Ma quell’opportunità non c’è stata, e sono andato via. Ora mi sono abituato a questa città, e non potrei lasciarla.

Hai messo da parte le tue radici e la tua famiglia. Per un ragazzo meridionale, storicamente attaccato alla propria terra, non sarà mai facile una decisione simile. C’è stato un momento in cui le tue certezze newyorkesi hanno vacillato e hai pensato di aver fatto il passo più lungo della gamba?

Non ho mai pensato di tornare indietro, di lasciare New York per tornare a Salerno. Anche nei momenti più duri, non ho mai esitato. La ragione è semplice: amo la metropoli, la sua follia, la dissonanza, quel misto di ricchezza smodata e disperazione. Chi ama la metropoli alla lunga non reggerebbe psicologicamente in una piccola città di provincia. La nostalgia è come un canto consolatorio che ci serve per trovare forza all’estero, ma la verità è che gli italiani sono capaci di adattarsi ovunque, rimanendo italiani. La loro casa è il mondo, forse perché siamo un popolo di navigatori.

Tra le motivazioni che ti hanno spinto nella Grande Mela c’era quella della crisi dell’editoria, tutt’ora vigente. E’ un paradosso il fatto che il tuo romanzo esca nel pieno di una pandemia che ha bloccato l’uscita di migliaia di stampe in tutto il mondo. Ancora una volta, però, vai controcorrente e resti fedele al concetto che dove c’è un problema c’è un’opportunità…

Non mi sarei aspettato una pandemia, o meglio me la potevo anche aspettare, ma non immaginavo che si fermasse il mondo, e stessimo tutti chiusi in casa così a lungo. Il libro doveva uscire a fine aprile, ma abbiamo rimandato di qualche settimana. Meglio non andare oltre perché poi voglio scrivere un altro romanzo, e non vorrei si accavallassero.

Hai trovato difficoltà nel riportare su carta emozioni e ricordi? E’ rimasto fuori qualcosa che, invece, avresti voluto inserire?

Il romanzo mi ha dato la l’occasione per riflettere a fondo su New York, su come questa città possa cambiarti e spingerti all’estremo. Diventiamo degli ingranaggi di una metropoli troppo grande e troppo veloce per soffermarsi sul destino dei suoi singoli cittadini. Nel romanzo lo dico: se fossi scomparso nessuno se ne sarebbe accorto. New York è un immenso palcoscenico dove recitiamo il monologo che è la vita, nella speranza di avere qualcosa da dire. Io ho trovato l’America, il protagonista del romanzo chissà.

Sei alla costante ricerca di fare emergere ciò che di NY non si conosce. Quanto ti affascinano le sue incertezze, le sue inquietudini, il suo essere tutto e il contrario di tutto? Se c’è un lato oscuro di questa città, quale pensi sia?

Di New York sappiamo tutto. Nessuna città è stata così raccontata da scrittori, registi, artisti, giornalisti.  È un luogo familiare, ci siamo cresciuti assieme. Non è il paradiso realizzato ovviamente, non tutti quelli che arrivano riescono ad avere la vita luminosa che avevano immaginato. Però qui un’occasione viene data a tutti, e chi la coglie cambia il proprio destino.  Così come si va in alto, si cade anche in basso velocemente. Nessun risultato è per sempre, bisogna sempre combattere per occupare un pezzettino di questa terra. Oggi il tuo ristorante ha successo, domani chiudi per sempre. Non possiamo fermarci, e questo ci esalta ma alla può anche stancare.

Quale è la vera identità di una città che fa del cambiamento e del rinnovamento il suo marchio di fabbrica?

Questa città è nata perché gli europei volevano nuova terra in cui essere liberi, farsi una vita, senza persecuzioni. Per le stesse ragioni poi sono arrivati gli schiavi del sud, e sempre per le stesse ragioni continuano ad arrivare persone da ogni parte del mondo. Donne, gay, rifugiati politici. Questa è la casa di tutti, basta leggere cosa c’è scritto sul piedistallo della Statua della Libertà: “Mandatemi loro, i senzatetto, gli scossi dalle tempeste, e io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta dorata”. Sono le parole della poetessa Emma Lazarus e sono un inno all’accoglienza, nessuna città ha qualcosa del genere.

A proposito di oscurità, il periodo che stiamo vivendo è drammatico e NY è tra le città più colpite al mondo. Cosa ti ha colpito di questa emergenza? Hai assistito a scene che ti resteranno per sempre impresse negli occhi?

New York ha vissuto tre crisi in questo millennio: l’undici settembre 2001, la crisi finanziaria del 2008, e l’uragano Sandy nel 2012. Questa è però una crisi diversa, una crisi del silenzio, del vuoto, del nemico invisibile. Non mi vengono in mente immagini particolari, se non una sensazione di soffocamento psicologico. La stanchezza per un evento che non riusciamo a capire fino in fondo, e che ha sconvolto le nostre vite e le nostre certezze. Questo è un momento oscuro che vogliamo lasciarci alle spalle il prima possibile, per tornare a vivere.

Come è stata la quarantena newyorkese? Quanto ha pesato la solitudine e l’assenza di contatto fisico in una città che, pur se abituata al distacco emotivo e alla frenesia, vive di rapporti ed esperienze?

Siamo stati parzialmente liberi. Ci è stato permesso di fare una passeggiata, una corsetta al Central Park. I ristoranti hanno fatto asporto e consegne a domicilio. Tecnicamente potevi anche andare a fare una cena tra amici, non era vietato. Ma tutti avevamo paura. New York si è svuotata, molti sono andati nelle seconde case, chi ha perso il lavoro se ne è tornato in famiglia. È diventata una città spettrale, e questa cosa pesa tantissimo.

Credi che la presidenza Trump stia gestendo bene questa crisi? Dall’esterno gli statunitensi sembrano profondamente spaccati circa l’attuale modus operandi, messo in discussione su più fronti...

Questa crisi ha colto di sorpresa tutti i capi di stato, tra cui Trump che all’inizio ha minimizzato, poi l’ha presa sul serio. Trump ha lasciato liberi gli Stati americani di decidere del lockdown, si è limitato a dare delle linee guida valide per tutti. Ogni Stato ha fatto da sé. New York, che ha avuto il picco di contagi, rimarrà chiusa più a lungo, la Georgia invece ha aperto da quasi un mese. Non me la sento di accusare Trump di nulla in questo momento, è ancora troppo presto. Ha detto cose ridicole, spesso è arrogante, però concretamente non ha fatto nulla di folle in questa circostanza, e quando New York ha avuto bisogno, ha inviato in aiuto una nave ospedale, l’esercito, i ventilatori al punto che il governatore Cuomo l’ha anche ringraziato. Bisogna lasciare che questa vicenda storica sedimenti, che le nostre emozioni si plachino, per avere uno sguardo obiettivo su tutta la faccenda.

The Walk Of Fame è un magazine incentrato sul mondo dell’immaginario collettivo. Se dovessi descrivere NY con una canzone, con un libro, con un film, con uno spettacolo, quale sceglieresti?

Sceglierei Il giovane Holden di Salinger, di cui posseggo anche la prima edizione originale. Non importa l’età, a New York siamo tutti adolescenti smarriti lungo il cammino, e cerchiamo faticosamente la strada

In chiusura, che peso hanno i sogni nella tua vita?

L’unico peso che devono avere i sogni è quello di farti muovere le chiappe, e darti da fare per realizzarli. Sognare senza far niente serve a poco.

Fondatore e direttore editoriale del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

Interviste

Angelique Cavallari inedita: la musica, il silenzio e un’Italia da scoprire con il cinema d’autore

Eleonora Lippa

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Intervistata in esclusiva da The Walk Of Fame, Angelique Cavallari, attrice francese mette a nudo emozioni e ambizioni, passioni e prospettive per un futuro positivo, dove l’emergenza Coronavirus sarà solo un ricordo. Nel mentre, però, è stata arrestata la produzione de “La Nuit”, cortometraggio che la vede protagonista e che mira a lanciarla verso il cinema italiano che conta.

Era prevista l’uscita del cortometraggio di Stefano Odoardi “La Nuit”, che ti vedeva coinvolta ma a causa dell’emergenza Coronavirus è stato tutto rimandato. Come hai accolto questo cambio di programma?

E’ il corso della vita. Alcune cose sono inevitabili, come questa pandemia ad esempio, e quindi ho accolto questo cambio con pazienza.

“La Nuit” è stato girato tra Foggia, Lucera e Pescara. Cosa ti ha colpito di più di questi luoghi?

Foggia mi ha colpito soprattutto la notte. Avendo girato una scena su di un terrazzo la vista sulla citta con le sue sue luci era molto suggestiva e metafisica. A Lucera abbiamo girato la scena del primo concerto al meraviglioso Teatro Garibaldi, un bijoux della storia italiana, meraviglioso. A Pescara c’è una grande contemporaneità, gallerie, artisti d’avanguardia, un fermento di ricerca. Questa a mio parere è una grande risorsa per il nostro paese.

Nel corto interpreti Lelè, una cantante e compositrice di musica elettronica e realmente i brani sono stati composti e scritti da te. Quanta importanza dai alla musica? Che ruolo svolge nella tua vita?

Moltissima. La musica è parte integrante e quotidiana della mia vita e paradossalmente sono anche una grande amante del silenzio. La musica, in primis da ascoltatrice. Spazio senza limiti tra generi antichi e nuove scoperte. Mi piace moltissimo questo viaggio tra le vibrazioni sonore, è diretto all’anima, senza i filtri della ragione. Per quanto riguarda la composizione, la esploro da qualche anno sia da sola che con dei collaboratori, è un universo ricchissimo e senza confini.

Hai collaborato con Stefano Odoardi anche nei primi due capitoli della trilogia “Mancanza”. “Inferno”, il primo, è stato girato tra le macerie de L’Aquila. “Purgatorio”, il secondo, è ambientato in Sardegna. Qui sei protagonista di un viaggio verso l’ignoto, dove tutto appare lontano dalla realtà. Ti è mai capitato di sentirti così nella vita?

Paradossalmente essere “lontani dalla realtà ” è un concetto discutibile, come lo è anche il concetto di realtà.. Partendo dal fatto che ognuno ha un approccio molto intimo e personale con la realtà che vive e vede e che ha uno sguardo tutto proprio sulle cose e che muta con il tempo. Oltretutto posso affermare di essere una persona alquanto lucida, concreta e oggettiva ma anche percettiva ed intuitiva allo stesso tempo e la sublimazione della realtà, l’esserne “lontani” per me è semplicemente una visione altra. Una scelta in più e diversa, uno sguardo che permette altre chiavi di lettura. 

Ti abbiamo vista in “Seguimi” (2017) diretta questa volta da Claudio Sestieri. È un film molto particolare, di quelli che non siamo abituati a vedere tra le proposte del nostro cinema e per questo ti chiedo: come è stato vestire i panni di Marta?

E’ stato molto arricchente. Per interpretare Marta sono dovuta andare a cercare lontano da quel che già conoscevo di me e ho esplorato i meandri di questo personaggio con molta attenzione e cura. E’ un po’ quello che ogni attore spera di poter fare nella propria carriera. Marta è un personaggio cosi delicato e sofferente, abbandonato totalmente a sé stesso. Cosi estremo e silenzioso al tempo stesso e con un bisogno d’amore cosi disperato. Per Marta ho approfondito anche lo studio della malattia mentale. Ho vissuto questa esperienza in maniera viscerale e con molto amore, ma è un po’ cosi per ogni cosa che intraprendo in fin dei conti…

Cosa ti ha colpito di più del suo personaggio?

Il suo meccanismo inconscio ed inconsapevole di difesa e di sopravvivenza all’estremo dolore che sta vivendo. Un dolore senza fondo, purtroppo. Chissà quante persone soffrono cosi tanto, nell’indifferenza comune. Quando penso a Marta serbo in cuore per lei una grande tenerezza.

A quale attore o attrice ti ispiri?

Nutro profonda stima per Romy Schneider,  Setsuko Hara, Charlize Theron, Renée Jeanne Falconetti.

L’emergenza che stiamo vivendo ha colpito tutti noi e in particolar modo il mondo del cinema. Come viene percepito ed elaborato tutto questo caos da parte di un’attrice? 

Personalmente sono fiduciosa in una ripresa ed in un netto miglioramento su molti aspetti che riguardano l’argomento cinema in Italia.  Una nuova visione da parte di tutti i reparti che compongono il settore cinema e una grande e profonda rimessa in discussione di valori che forse avevano bisogno di una rinfrescata per una costruttivo miglioramento globale

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Interviste

Hi-tech e aridità di sentimenti, Ganoona lancia “Bad Vibes” per invertire la rotta

Federico Falcone

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Cantante, rapper e songwriter italo-messicano. La sua musica è un mix perfetto tra sonorità black, latin e hip hop, accompagnata da liriche intense e originali. Ganoona ci parla del nuovo singolo, tra preoccupazioni, speranze e necessità di vivere una società diverse da quella attuale…

“Bad Vibes” è influenzato dalla realtà distopica di una tecnologia capace di condizionare la vita dell’essere umano e della sua presenza sulla terra. Come nasce questo singolo?

Nasce dal bisogno di sfogo. Ho scritto il testo in un momento complicato, in cui mi sentivo solo e insoddisfatto. L’ho scritta al pianoforte, voce e accordi, nuda e cruda. In generale Bad Vibes parla del senso di inadeguatezza, e del bisogno di contatti umani sinceri in un mondo sempre più inaridito dalla tecnologia e dai social.

Ci sono stati episodi che ti hanno particolarmente colpito?

L’episodio che mi ha spinto a scrivere il pezzo è il momento in cui mi sono reso conto che la prima cosa che facevo appena sveglio era guardare il telefono, prima ancora di dare un bacio a chi mi dormiva vicino. Mi sono veramente chiesto se la dovevo considerare una dipendenza… e ho pensato che molte persone si sarebbero rispecchiate in questa sensazione.

La realtà che stiamo vivendo, quella della crisi sanitaria causata dal Coronavirus, è altrettanto distopica. Meno futuristica ma più reale e di stretta attualità. Potrà mai essere materiale di spunto per i tuoi brani?

Al momento credo sia troppo presto. Ho bisogni di far sedimentare le esperienze nel mio cuore prima di metterle in una canzone. Sono uscite un sacco di canzoni sul tema, quindi non sento la priorità di unirmi al coro… Se però sentirò di averne bisogno, di raccontare come ho vissuto questo periodo, forse lo farò.

Nel brano parli di isolamento. Viene spontaneo chiederti le differenze tra ciò che hai immaginato e ciò che hai vissuto in queste settimane…

Purtroppo non solo a causa di una pandemia sperimentiamo la solitudine e l’isolamento. Ci sono persone che avevano già situazioni difficili alle spalle, per cui questa situazione è stata veramente la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Io mi sentivo così quando ho scritto il pezzo e avevo bisogno di parlarne, non potevo immaginare che da li a qualche mese molte persone avrebbero provato quelle sensazioni…

Nella tua musica ti metti a nudo e sveli il lato più intimo della tua arte. Per un artista con la tua sensibilità questo dramma mondiale che stiamo vivendo quando può essere impattante?

Molto, come ogni esperienza della vita, soprattutto per chi è sensibile ed è una “spugna” delle emozioni. Però non mi sono fatto sopraffare, ho lavorato molto su di me, sulla mia musica e sulla mia interiorità. In realtà mi ha anche giovato questo periodo. Ogni cosa ci cambia nel modo in cui noi le permettiamo di farlo…

Nell’era in cui lo streaming e il digitale hanno preso il sopravvento, per un artista tour e concerti restano l’ultima opportunità per guadagnare con la propria musica. Ora che non abbiamo contezza di quando si ripartirà, quale è lo scenario che ti sei fatto per i prossimi mesi?

Sono terre inesplorate, quindi, come sempre, saranno l’occasione per qualcuno e la tragedia per qualcun altro. Io cercherò di cogliere ogni occasione, e per certi versi il poter organizzare solo live piccoli, con poche persone, potrebbe essere un vantaggio per gli artisti emergenti come me.

Quali sono i tuoi progetti per i prossimi mesi e, soprattutto, per il futuro?

A brevissimo uscirà un nuovo singolo, ed entro l’estate un EP. Stiamo organizzando anche i prossimi appuntamenti live, in sicurezza ovviamente, ma si deve ripartire.

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Interviste

Wavy è il nuovo singolo di Malcky G: intervista al giovane rapper italo americano

Antonella Valente

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Malcky G, il giovane rapper italo americano, dopo aver pubblicato alcuni singoli che gli hanno permesso di farsi conoscere dal pubblico e dagli addetti ai lavori, ha da poco rilasciato il nuovo singolo inedito “Wavy” con l’amico e collega Mambolosco.

Il brano è prodotto da Andry The Hitmaker, tra i produttori più apprezzati dalla scena e già al fianco di trapper come Boro Boro (il singolo “NENA” è tra i più ascoltati in queste settimane), GIAIME e Vegas Jones.

Malcolm Reeves, questo il vero nome dietro a Malcky G, è un italo-americano figlio d’arte: il papà Mohamed Reeves (nativo del South Bronx), è stato un ballerino internazionale ed ha lavorato con Michael Jackson e da lui e dalla mamma italiana, entrambi appassionati di rap e non solo, Malcky G ha ereditato la passione per la musica, che se per i genitori era il Rap ora, semplicemente per motivi anagrafici, è la trap.

Benvenuto Malcolm, come stai? Come hai trascorso i mesi di chiusura forzata dovuti alla pandemia?
I primi giorni è stata dura, poi è diventata un’abitudine. Ho cercato di essere produttivo, lavorare e scrivere, ma mi sono anche svagato.

Due giorni fa è uscito “Wavy”, che hai realizzato insieme a Mambolosco. In pochissimo tempo ha già ottenuto migliaia di ascolti e visualizzazioni. Come nasce questo brano e questo testo?
Sono andato in studio da Andry. Io avevo già il testo e avevo delle idee di suono, così lui ha
preparato la base. Stavano bene insieme. Poi l’abbiamo mandata a Mambo.

Come ha reagito il mondo della trap, a tuo parere, alla crisi di questo periodo?
Ho avuto modo di vedere come ha reagito la gente e devo dire che secondo me le persone chiuse in casa hanno e stanno ascoltando molta più musica.

Sei comunque figlio d’arte. Come ha condizionato questa cosa la tua crescita personale e artistica?
Ha influenzato molto. Essendo una passione di famiglia, sono proprio cresciuto immerso nella cultura hip hop. Anche i miei cugini in America facevano rap, anche se non “ufficialmente” ma da appassionati…

Sebbene giovanissimo, hai raggiunto tanto successo con i tuoi singoli. Non hai paura di non avere più nulla da dire o bruciare le tappe?
Nonostante la mia età e sebbene abbia iniziato da poco, ho ancora molto da comunicare e da raccontare.

Come hai conosciuto Mambolosco e quanto è stato prezioso per la realizzazione del singolo?
Ci siamo conosciuti in un backstage di un concerto, siamo diventati molto amici e abbiamo deciso di collaborare. Mambo è stato molto importante per la realizzazione di Wavy. La sua strofa è molto forte e bella. Devo dire che è uscito un bel lavoro.

Cosa ti è mancato di più durante questa quarantena e cosa ti aspetti dal futuro?
Mi è mancato tanto uscire con gli amici e divertirmi. Prima del lockdown andavamo sempre ai concerti. Durante la quarantena comunque non mi sono mai fermato, ho cercato di essere produttivo perché il mio obiettivo è di migliorarmi sempre di più.

ph. Andrea Bianchera

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