Parole & Suoni: voltarsi per guardare avanti, la lezione di Euridice

Alexandre Séon, Il lamento di Orfeo, 1896, Museo d’Orsay, Parigi, Francia

Your past is just a story. And once you realize this, it has no power over you – Il tuo passato è solo una storia. E una volta che te ne rendi conto, ascoltarla non ha alcun potere su di te”.

In Invisible Monsters, Chuck Palahniuk sembra avere le idee chiare sul lasciare alle spalle, sul lasciare andare.

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Dal contesto biblico della distruzione di Sodoma e Gomorra, apprendiamo che che Lot e la sua famiglia furono invitati a uscire dalla città senza guardarsi indietro. La moglie di Lot si volse e diventò una statua di sale. La discografia di Roberto Vecchioni invece dà un senso originale al gesto di voltarsi. Per farlo, utilizza il mito di Orfeo e Euridice e la sua rilettura nella poesia contemporanea, da Cesare Pavese a Gesualdo Bufalino.

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La storia è quella dell’amore tra Orfeo e Euridice. Tutto bene fino a quando il giovane Aristeo, un figlio del dio Apollo, non si innamora perdutamente della donna. Euridice, però, non ricambia l’amore di Aristeo ed è quasi spaventata dalle attenzioni che lui le rivolge continuamente. Un giorno, nel tentativo di sfuggire ad Aristeo, inciampa in un serpente velenoso, che la uccide mordendola.

Orfeo, disperato, decide di scendere agli inferi per andare a riprendersi la sua amata. Sarà costretto ad affrontare quindi numerose prove per raggiungere Ade e Persefone, il re e la regina degli inferi, gli unici in grado di restituirgli la bella moglie. Persefone, intenerita dall’amore di Orfeo che lo aveva spinto in un luogo tetro come quello, permette poi all’innamorato di riavere la moglie soltanto se, durante il tragitto che li avrebbe condotti fuori dall’Ade, egli non si sarebbe mai voltato a guardarla.

Ad accompagnarli c’è Ermes, il messaggero degli dei. Proprio sulla soglia Orfeo si volta, forse perché convinto di essere ormai del tutto fuori. Euridice, che però non era ancora uscita, scompare per sempre. La canzone parte dalla missione di Orfeo nell’Ade:

Morirò di paura a venire là in fondo
Maledetto padrone del tempo che fugge
Del buio e del freddo
Ma lei aveva vent’anni e faceva l’amore
E nei campi di maggio, da quando è partita
Non cresce più un fiore

E canterò, stasera canterò
Tutte le mie canzoni canterò
Con il cuore in gola canterò

L’analisi della canzone, nel volume edito da Bompiani con il commento di Massimo Germini e Paolo Jachia, ci ricorda che Orfeo è prima di tutto un poeta, figlio di Calliope, musa ispiratrice della poesia epica, e seguace – malgrado le vicissitudini coniugali di cui sopra – di Apollo. Un poeta che suona e canta, che fa il suo insomma. E lo fa anche bene da ottenere tutto quello che vuole. “Canterò finché avrò fiato, / finché avrò voce di dolcezza e rabbia / gli uomini, segni dimenticati, / gli uomini, lacrime nella pioggia” si sente nella canzone che in questa strofa fa un riferimento neanche troppo velato a Blade Runner di Ridley Scott.

“I’ve seen things you people wouldn’t believe. Attack ships on fire off the shoulder of Orion. I watched C-beams glitter in the dark near the Tannhäuser Gate. All those moments will be lost in time, like tears in rain. Time to die”.

“Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire”.

Ma mentre suona davanti a demoni, all’apparenza invincibili e inconvincibili, ecco che piano piano Orfeo, nel vederli smuovere e poi davvero commuovere, e perfino piangere (i demoni!), davanti al meraviglioso squasso del suo dolore e dei suoi versi, comincia a intuire come stanno le cose davvero dentro di sé. Gemini – Jachia descrivono la canzone come “una lenta ma progressiva epifania, una lenta ma progressiva comprensione di se stessi. Un’epifania che Orfeo vive nella sua pienezza solo dopo aver vinto, dopo che i demoni hanno promesso di restituirgli la sposa. Arriva cioè il momento in cui comprende alcune cose straordinarie su di è sulla natura profonda degli esseri umani”.

Quanto alla sua vicenda personale, capisce che quella che sta provando a riportare nel mondo non è più la “sua” Euridice, che “lei”, e loro due, e lui, non saranno più queli di prima, che “quella” Euridice è morta davvero. “Il tuo passato te lo devi dimenticare, perché è morto”, si è trovato a scrivere Vecchioni in Trovarti, amarti, giocare il tempo. “Devi guardare al futuro, alla sua luce. Dalla tristezza del mio passato, la propensione per un futuro aperto, più bello”.

All’Aquila per un incontro nella sede del Dipartimento di Scienze umane (si veda l’estratto dell’intervista in basso), ha sottolineato a tal proposito: “Bisogna avere il coraggio di oltrepassare, vale per un amore finito, così come una fase da archiviare. Ricorderemo sempre le persone e le cose che abbiamo amato, sono sempre lì, per carità, in una dimensione ‘verticale’ del tempo. Ma la strada prosegue. La nostalgia del passato serve a poco”. Magari la nostralgia del futuro? “Beh questa è una contraddizione in termini, ma ci può stare”, ha replicato. “La chiamerei, però, più che altro attesa spasmodica del futuro, perché, fino a quando continuiamo a respirare, un futuro c’è sempre”.

Ma, ecco che arriva il paradosso. per guardare al futuro c’è bisogno prima di voltarsi. Orfeo nella canzone lo fa apposta, non per sbaglio e neanche perché non resiste più, come nelle visioni di Ovidio, Virgilio, Monteverdi, Gluck e Rilke. “Orfeo si volta”, scrivono ancora Germini e Jachia, “perché dietro c’è il buio, davanti la luce e un uomo è nella luce che deve vivere. Questo è quello che Orfeo Scopre ed è per questo che è sceso agli inferi, non solo per sconfiggere i demoni e riprendersi Euridice, ma per scoprire l’essenza più profonda dell’uomo, del suo coraggio, il suo umanesimo, la sua umanità”. Insomma, Orfeo risalendo dagli inferi rinuncia a salvare Euridice, ma sceglie di ritrovare se stesso e di predisporsi a cantare nuovi amori.

E mi volterò (le carezze sue di ieri)
Mi volterò (non saranno mai più quelle)
Mi volterò (e nel mondo, su, là fuori)
Mi volterò (s’intravedono le stelle)

Mi volterò perché l’ho visto il gelo
Che le ha preso la vita
E io, io adesso, nessun altro
Dico che è finita

E ragazze sognanti mi aspettano
A danzarmi il cuore
Perché tutto quello
Che si piange non è amore

Enrico Carlo Augusto Scuri, Euridice ritorna negli Inferi, 1842, olio su tela

“È andata così”, dice Orfeo a Bacca in L’Inconsolabile, dai Dialoghi con Leucò. “Salivamo il sentiero tra il bosco delle ombre. Erano già lontani Cocito, lo Stige, la barca, i lamenti. S’intravvedeva sulle foglie il barlume del cielo. Mi sentivo alle spalle il fruscìo del suo passo. Ma io ero ancora laggiù e avevo addosso quel freddo. Pensavo che un giorno avrei dovuto tornarci, che ciò ch’è stato sarà ancora. Pensavo alla vita con lei, com’era prima; che un’altra volta sarebbe finita. Ciò ch’è stato sarà. Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avevo traversato e che lei si portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue. Valeva la pena di rivivere ancora? Ci pensai, e intravvidi il barlume del giorno. Allora dissi “Sia finita” e mi voltai. Euridice scomparve come si spegne una candela. Sentii soltanto un cigolìo, come d’un topo che si salva”.

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Lo stesso Vecchioni, esplicitando la sua canzone forse più famosa ha aggiunto un tassello importante: “E se tu fossi rimasta?”, si legge in La vita che si ama, “Se tu non mi avessi lasciato non avrei scritto Luci a San Siro, se fossi tornata a dirmi: ‘Ho sbagliato, scusa, ti amo’, quella canzone non sarebbe mai nata. Quella specie di amore sarebbe durato forse anni, poi sarebbe finito. E non ci sarebbe più stato l’amore. E nemmeno lo strazio. E invece lo strazio, quel pugnale nel cuore, l’addio di quella sera è svanito, svaporato, non fa più male, ma la commozione che mi prende ogni volta per quella canzone è viva e lo sarà per sempre. Si maschera da dolore a volte, la felicità”.

ROBERTO VECCHIONI E LA NOSTALGIA DEL FUTURO

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Giornalista, docente di lingue straniere, tra le collaborazioni l’agenzia Ansa e il Centro (testata ex gruppo L’Espresso-Finegil Editoriale). In passato ha lavorato a Parigi e Milano con Eurosport e Canal +. Come blogger, oltre ad aver seguito vari eventi sportivi internazionali, dalle Universiadi (in Europa e in Asia) alla Race Across America – la folle corsa ciclistica da un capo all’altro degli Stati Uniti – ha condotto alcune inchieste sull’immigrazione con reportage in Italia, Romania e Marocco. Nel 2007 ha vinto il premio giornalistico Polidoro. Nel 2016 ha firmato “New York, Andalusia del Cemento – il viaggio di Federico García Lorca dalla terra del flamenco alle strade del jazz” (Aurora edizioni), l’anno successivo Lithium 48, sempre per la stessa casa editrice.