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Interviste

“Tales of Faith and Lunacy”, Nero Kane e quel viaggio tra psichedelia, dark folk e blues desertico

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Inserito in molte playlist italiane e internazionali del settore tra i migliori album del 2020, “Tales of faith and lunacy”, il secondo disco di Nero Kane, è una vera gemma musicale, nonché un lavoro di grande originalità nel panorama italiano delle sette note. Ne abbiamo parlato con l’autore milanese e con Samantha Stella, visual artist e performer che ha contribuito in modo essenziale alla realizzazione delle tracce in esso contenute, sia in veste di autrice-strumentista (keyboards e organo) che di cantante.

Rispetto a “Love in a dying world”, in questo nuovo, bellissimo “Tales of faith and lunacy” il suono è ancora più rarefatto, deprivato di qualsiasi orpello e spogliato dagli elementi percussivi. Cosa ti ha spinto verso questo minimalismo strutturale dei pezzi, a quale ricerca lirica ed espressiva (e personale tout court) risponde?

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(NK) Tutti i miei brani nascono fondamentalmente da riff di chitarra spesso ripetitivi e circolari. Questo mood strumentale, ipnotico e minimale, è una cifra stilistica che fa da sempre parte del mio modo di scrivere e concepire i brani. Spesso mi piace perdermi in loop o in riff-mantra dal sapore blues. Questo aspetto è dunque già di per sé determinante nel dare una direzione molto connotata al mio tipo di songwriting. Le parole e il mio tipo di cantato quasi mono-tonico completano poi il tutto. L’idea di escludere elementi percussivi nasce quindi già alla base perché ho spesso notato che tali elementi tendono in qualche modo a distrarmi, a sviare dal sapore più malato che mi piace dare alle mie canzoni. Sono inoltre molto affascinato dalle figure dei vecchi bluesman che utilizzavano solo voce e chitarra e che scrivevano testi minimali ma estremamente comunicativi. Questa sfera più intima e cantautoriale, più folk oscura, mi sembra che acquisti così più forza e carattere. La mia attitudine è infatti quella di ridurre il più possibile per arrivare all’essenza della canzone e gli elementi percussivi, soprattutto in un’ottica più rock classica, mi sembrano spesso un qualcosa che non aggiunge ma distoglie dal focus primario e più “sperimentale” delle mie composizioni. L’altro motivo è invece più pratico, nel senso che dal vivo escludere questo elemento significa avere un tipo di set più leggero, con cui poter andare in tour in maniera più agile essendo anche adattabile a diversi contesti oltre che a quelli canonici.

Il tuo coinvolgimento nel progetto Nero Kane in questo nuovo lavoro non si limita solo al filmaking dei video e al supporto strumentale nei live, ma ha una sua profonda rilevanza nel processo compositivo e in quello esecutivo. Cosa ha spinto te e il songwriter milanese a intensificare la vostra collaborazione? E come ti sei trovata in questa nuova veste autoriale?

(SS)Tutto è avvenuto in modo molto spontaneo e naturale. Iniziando a usare entrambi le voci nei live, il risultante sonoro delle nostre due timbriche insieme ci piaceva molto, così Nero mi invitò ad usare la mia voce in maniera più presente nella sua musica. Nacque in me l’idea di una sorta di mio reading poetico piuttosto scuro intitolato “Angelene’s Desert”, che poi è stato inserito come brano di chiusura dell’album “Tales of Faith and Lunacy”. Presentammo il brano come chiusura in diversi live sino all’ultimo tour in UK nel febbraio 2020 proprio a ridosso della pandemia. Pensai di scrivere direttamente le parole io, descrivendo un paesaggio paradisiaco che aveva lasciato spazio all’oscurità. Una visione ben chiara nella mia immaginazione, lo stesso processo che accade quando concepisco una nuova serie fotografica, una performance o un cortometraggio. Non avverto differenza. Questo fu il germe che ha avviato l’album, io credo. E da lì tutto l’immaginario estetico-sonoro e concettuale che lo permea. Nella stesura dei brani Nero mi chiese di scrivere altro materiale e di interpretarlo, nacquero quindi “Mechthild”, il secondo singolo tratto dall’album, ispirato agli scritti di una mistica medievale tedesca che avevo approfondito proprio in quello stesso periodo, e “Magdalene”, una mia personale interpretazione della figura biblica della Maddalena, per altro anche il soggetto della mia opera d’arte visiva preferita, la “Maddalena Penitente” dello scultore Antonio Canova. Fluido, è stato tutto molto fluido, mi sono trovata molto bene, mi piace scrivere e mi piace soprattutto cantare.

In sede di produzione, sei passato da Joe Cardamone a Matt Bordin: cosa è cambiato nell’approccio a questa fase? Avevi bisogno di un uso dell’effettistica diversa, cosa cercavi mentre scrivevi i pezzi? E quale strumentazione usi a casa, solitamente?

(NK) Conoscevo Matt per alcune sue produzioni e già in passato avevo registrato, ma non direttamente con lui, nel suo primo studio. Sulla carta mi sembrava una persona che potesse capire bene e sviluppare con efficacia le mie idee e il tipo di arrangiamento da dare all’album. Ha una visione contemporanea ma allo stesso tempo anche vintage nella cura dei suoni e nell’uso di determinati microfoni e apparecchiature. Il fatto che si occupi di soundtrack, di musica psichedelica sperimentale con il progetto “Squadra Omega” e che comunque conosca bene molti generi differenti, come un certo tipo di folk vicino a quello che mi interessa, sono stati ovviamente i valori aggiunti nella scelta di registrare con lui perché di base sentivo che poteva davvero apprezzare questo tipo di sound. Inoltre il suo nuovo studio si trova in mezzo alla natura, in un bellissimo casale ristrutturato immerso in un bosco sulle colline del Montello, in Veneto, e questo è stato un altro valore aggiunto importante. A livello di strumentazione non necessitavo di particolari macchinari, ma volevo di base avere un suono molto curato e ben prodotto e sapevo che da lui avrei trovato esattamente questo. Quando scrivevo i pezzi avevo chiara in mente questa idea di fare una produzione più completa e strutturata pur mantenendo di base il mio stile minimale. L’esperienza con Joe è stata invece qualcosa di più complesso e che ha riguardato anche un viaggio più strutturato in California. Registrare a Los Angeles e vedere il suo metodo di lavoro è stato indubbiamente importante e formativo oltre che esser stato anche il primo passo per instradarmi verso questo tipo di sound e approccio. Il suo modo di creare loop cinematografici, con questo sapore à la Warren Ellis, con il quale in passato ha anche collaborato, mi ha dato una grande stimolo. Per concludere la tua domanda, a casa uso una strumentazione molto semplice, con una pedaliera che include effetti base come delay e riverberi e sound retainer per creare suoni più ambient-drone, ovviamente looper e poi fuzz e overdrive, anche se di base mi piace sempre partire da un bel suono pulito con al massimo un filo di crunch. Un suono da ampi spazi, o da “praterie americane”, come mi piace definirlo. A livello di amplificatori utilizzo Fender e Vox, ultimamente in stereo. Per quanto riguarda le chitarre alterno Fender Jazzmaster e Jaguar, con abbondante uso di tremolo in stile spaghetti-western, e ogni tanto una Epiphone Sheraton. Mi piace molto anche suonare in acustico e ultimamente uso una Gibson G45 Standard. Per la parte di Samantha, la sua strumentazione comprende di base due Yamaha Reface, rispettivamente un piano elettrico e un organo, con i quali creiamo un effetto più drone e sacrale di accompagnamento ai vari brani. Poi un crash e vari sonagli che danno colore a certi passaggi.

Raccontateci qualcosa del making of del disco: quando siete entrati in studio, le tracce erano già tutte pronte o siete tra quelli che lasciano almeno qualche “porta aperta” prima di cominciare a registrare?

(NK)Le tracce erano, a livello base, tutte già pronte. Sia per quanto riguarda i testi che le parti di chitarra, piano e organo. Ma queste linee erano solo lo scheletro iniziale perché il grosso degli arrangiamenti è stato fatto successivamente. Ed è stata questa la parte più importante del lavoro che è stata curata direttamente da Matt, che è anche il produttore del disco, con l’apporto esterno del violinista Nicola Manzan. Siamo partiti delle pre-produzioni che abbiamo registrato con Ettore Franco Gilardoni al Real Sound Studio di Milano con l’idea poi di reincidere tutto da zero. Ma subito abbiamo visto che il lavoro stava già venendo molto bene e allora, quando ci siamo spostati all’Outside Inside Studio di Matt, ci siamo concentrati praticamente solo sugli arrangiamenti. Le “porte aperte” quindi erano molte, ma le idee sul tipo di mood da dare al disco erano anche molto chiare. Aneddoto a mio avviso interessante è che le tracce di voce che senti sono spesso prime o seconde take. Cosa che onestamente non mi è capitata così spesso in passato. Tutto è stato molto fluido, naturale, e forse questo traspare anche nella ottima resa sonora del disco.

(SS)Io ricordo il giorno in cui abbiamo registrato le voci e la mia incredulità consapevole nel vedere che il mio cantato era buono alla prima take. Si dice la fortuna dei principianti, visto che la mia esperienza in studio di registrazione era veramente minima (anche se so di avere molte determinazione). Avevo registrato una piccola pièce al piano per un mio video nel 2012, e poi con Nero avevo registrato “Hell23” nel 2016 (colonna sonora della nostra performance presentata a Milano e Los Angeles). E poi i due anni di concerti live insieme sul palco. Ed eccomi alla registrazione di “Tales of Faith and Lunacy”, se vogliamo il mio vero debutto in un disco.

Sentendoti cantare, non può non venire in mente l’indimenticata Nico degli album da solista (soprattutto nella lunga “Angelene’s Desert”). Quali sono i tuoi riferimenti canori e la tua formazione musicale in un percorso artistico che, ricordiamolo, è nato e continua a prosperare nell’ambito delle arti visive e della performance?

(SS) Sicuramente Nico negli album da solista è tra i miei riferimenti musicali preferiti. Ultimamente sono rimasta completamente intrigata dalla cantante e musicista statunitense Lingua Ignota, che ha confezionato un album di uno spessore incredibile (“Caligula”, 2019) tra liturgia nera, musica sacra, spoken word, industrial e noise estremo, ed è entrata nella scuderia dell’etichetta losangelina che mi piace moltissimo, la Sargent House, la stessa di Chelsea Wolfe. Sono donne con voci e caratteri importanti, difficili, freddi e forti. Aggiungo la splendida angelica svedese Anna Von Hausswolff. Questo è il mio sentire attuale. Alla stessa stregua adoro il cantato da sermone di Nick Cave, soprattutto nei primi anni, e i due progetti dello statunitense David Eugene Edwards, ovvero il più vecchio 16 Horsepower e l’attuale Wovenhand, che predilige tematiche religiose essendo un forte credente. Anche in questo caso due voci dalle timbriche importanti. Storicamente sono stata anche molto vicina ad alcuni album di PJ Harvey (“To Bring You My Love” e “Is this Desire” più di tutti, il titolo di “Angelene’s Desert” è ispirato dalla sua canzone “Angelene”), di cui non amo però gli ultimi lavori. La mia formazione musicale è assolutamente autodidatta, mio padre è un batterista rock-blues, posso dire di aver ascoltato musica sin dalla mia nascita (biscotti e Jimi Hendrix direi), dedicandomi però a danza contemporanea e teatro danza prima, e all’arte visiva e performance poi. Credo fortemente nell’Arte come prima necessità dell’essere umano in ogni sua forma e linguaggio, che esploro in maniera autentica e sentita. Diciamo che ho un’attitudine poliedrica.

Sempre a proposito di componenti visive: nei video di lancio dell’album, “Lord Won’t Come” e “Mechthild” da te firmati, si nota una spiccata predilezione per l’uso delle dissolvenze incrociate. Che senso ha all’interno del significato dei brani la reiterazione continua di questa figura cinematografica, cosa vuole sottendere?

(SS) Per accompagnare il lancio dell’album “Tales of Faith and Lunacy” ho confezionato un cortometraggio che ho diviso in episodi utilizzati come video per i singoli “Lord Won’t Come” e “Mechthild”. Le riprese sono state effettuate tra la California e l’Italia, ricreando un mood che spazia dal deserto polveroso di una ghost town del Western americano all’ambiente religioso europeo tra Medioevo (ho ripreso anche un affresco del tardo Medioevo che raffigura “il Trionfo della Morte e la Danza Macabra”) e Rinascimento. L’utilizzo del bianco e nero e delle dissolvenze incrociate in sede di montaggio, mi ha permesso di creare visivamente una sovrapposizione di luoghi e tempi tra loro distanti, ad esempio entriamo in una tipica chiesa di legno dell’epoca western e ci ritroviamo in una chiesa rinascimentale europea, così come ho trasposto la figura della mistica medievale Mechthild Von Magdeburg dal tredicesimo secolo al primo Novecento del West americano nel testo di “Mechthild”. C’è un’aderenza estetica totale con il concept dell’album e i testi stessi. Inoltre ho utilizzato del materiale di riprese che avevo effettuato nei deserti californiani per il mio film sperimentale “Love In A Dying World”, utilizzato per il lancio dell’omonimo album di debutto di Nero Kane e proiettato in parte all’Istituto Italiano di Cultura di Los Angeles e in diversi musei e gallerie d’arte qui in Italia, a tessere una continuità estetica e concettuale dei due lavori.

La vostra musica è a dir poco personale, con il suo mix di desert rock, folk e psichedelia. Fa pensare a un “cantautorato apocalittico” davvero unico in Italia. Se i riscontri dall’estero sembrano essere già importanti, come stanno andando le cose nel nostro Paese, al di là del plauso (unanime) degli addetti ai lavori? Siamo pronti, secondo voi, per una proposta così originale e lontana da certi canoni come la vostra?

(NK)Sfortunatamente io non credo che il territorio e il gusto italiano siano il terreno fertile per un certo tipo di sound. Sicuramente un pubblico molto attento e di nicchia c’è, ma ovviamente questo tipo di genere ha un respiro volutamente più internazionale già a partire dal cantato in inglese. Detto questo, io credo che chi voglia aprirsi verso qualcosa che non reputo assolutamente nuovo, ma quantomeno ben fatto e originale, ha oggi tutti i mezzi per farlo. Il problema è che spesso questo tipo di suono ed estetica non sono nemmeno contemplati nel panorama, ahimè sciatto e spesso privo di contenuti, nostrano. Insomma si gioca in un campionato a parte, ma questo si sa è da sempre così. Per noi è comunque già stato un ottimo risultato ricevere tutta questa attenzione e questi ottimi apprezzamenti, essendo stati inseriti anche in molte classifiche di settore tra gli album migliori del 2020 accanto a nomi di alto livello.

(SS)Mi piace molto la tua definizione di “cantautorato apocalittico”. In un’intervista per la testata britannica “Americana UK” il giornalista è rimasto intrigato proprio da questa strana combinazione tra uno stile vicino a quello che loro definiscono “Americana”, tipica di una certa matrice blues vicina poi a Johnny Cash o Ry Cooder tra gli altri, e uno stile più scuro gotico-religioso, a formare, come dici tu, una atipica combinazione.

L’immaginario delle composizioni di Nero Kane in questo “Tales of faith and lunacy” sembra ispirarsi a una dimensione a-temporale dominata da un senso di vuoto persistente ma in qualche modo anche “romantico”. In che modo ti sei sintonizzata su questa lunghezza d’onda emotiva e come, secondo te, hai contribuito ad allargare gli orizzonti di questo album?

(SS) Come descrivevo prima, la dimensione atemporale è fondamentale elemento di questo viaggio visionario e dal sapore cinematografico tra fede e passionalità. Un viaggio al limite della follia, che, concordo con te, evidenzia una necessità “romantica” di abbandonarsi a qualcosa o qualcuno per salvare la nostra esistenza vuota e solitaria, che è una tipicità dello stile di Nero Kane, già per altro esplorata nel primo album con un titolo che ben sottolineava questo aspetto, ovvero: “Amore in un mondo che sta morendo”. Nero è molto interessato al Romanticismo italiano -io lo definisco un assoluto “leopardiano”- al quale affianca spesso la lettura di autori americani particolarmente versati nella descrizione di paesaggi di frontiera e solitari, come Cormac McCarthy (il brano “Lost Was the Road” è ispirato al suo romanzo direi post-apocalittico “The Road”, trasposto poi nello splendido film interpretato da Viggo Mortensen), ed è parimenti molto affascinato da certa pittura romantica, come ad esempio quella di Caspar David Friederich. È da queste fonti che attinge principalmente le sue ispirazioni nella stesura di musiche e testi. Inutile aggiungere che i nostri gusti estetico-letterari e musicali sono molto aderenti (io sceglierei i Pre-Raffaelliti per quanto concerne la corrente pittorica di maggior gradimento), e questo ci ha permesso di essere sintonizzati in modo naturale l’uno con l’altro. Sicuramente l’estetica che ho creato e descritto nella parte video e fotografica connessa al materiale prettamente musicale, contribuisce ad aumentare questo senso oscuro e gotico-romantico mescolandolo alle radici più blues-desertiche cantautoriali da cui nascono le composizioni di Nero. Da qui nasce il nostro stile fortemente connotato e peculiare.

Le recensioni dei vostri concerti, soprattutto alcune riguardanti le esibizioni fuori Italia, sono spesso entusiastiche e sottolineano sempre la grande atmosfera che siete in grado di creare, nonostante la formazione ridotta. Qual è il segreto? E quale pensi siano la dimensione spaziale e il pubblico in grado di favorirla di più?

(NK) Credo che il segreto risieda proprio nell’aspetto sonoro-ritualistico dei brani. Questo flusso continuo, avvolgente e spesso straniante, quasi onirico, è qualcosa che crea una sorta di bolla nella quale lo spettatore si perde. Inoltre l’utilizzo delle due voci, con quella di Samantha così algida, forte e particolare, crea un movimento, un’alternanza che intriga e dà un sapore più profondo al tutto. La mancanza di percussioni determina inoltre una cadenza unica, una litania scandita da frasi circolari, che non ha più né tempo né spazio. Il limite di una formazione a due diventa forse anche il suo punto di forza perché tutta l’attenzione, spesso latitante nel pubblico odierno, si catalizza su due figure unite tra loro, che dialogano, ma che allo stesso tempo mantengono i loro specifici caratteri. Credo che questo tipo di live sia forse più adatto a contesti artistici. Suonare in spazi particolari come chiese o teatri, con quei riverberi naturali molto profondi e ampi, crea una suggestione sonora e immaginifica molto forte. La dimensione più raccolta, intima e chiusa, sotterranea e oscura, penso che sia il suo contesto più proprio.

Sempre rimanendo in tema: pensando a un vostro live, viene naturale immaginare spettatori seduti che vi guardano/ascoltano rapiti in un contesto a dir poco intimo e onirico e, soprattutto, ben distanziati tra loro. Davvero in questo quasi anno di pandemia non si poteva immaginare di far suonare i musicisti in un contesto diverso? Qual è il tuo, il vostro punto di vista su questo delicato argomento?

(NK)Io credo che, come da sempre accade nel nostro paese, molto poco sia stato fatto per la musica, la cultura e l’arte in generale. Le condizioni per trovare delle possibilità e delle soluzioni adeguate anche verso questi settori ci sono, sono chiare ed evidenti a tutti, ma sono state accantonate in quanto considerate non abbastanza importanti. Di non primaria necessità. Tralasciando l’ovvietà che la salute viene prima di tutto, non posso esimermi dal notare come la famosa frase “con la cultura non si mangia” sia purtroppo assolutamente rappresentativa della situazione odierna.

(SS) Concordo assolutamente sulla collocazione ideale per poter usufruire di un nostro live, spettatori seduti, rapiti dalla dimensione intima onirica, per questo funzionano benissimo contesti teatrali o di ex-chiese (come accaduto nel bellissimo Spazio Carme a Brescia). Distanziati e contingentati, avremmo potuto presentare la nostra musica anche in questi mesi, se non avessero chiuso completamente le sale teatrali e musicali, nonché i musei, facendo di tutta un’erba un fascio per dirla in termini poveri, paragonando ogni concerto ad un live punk rock’n’roll dove la gente poga e beve (senza voler togliere nulla a questa proposta e al suo rispettoso pubblico). E’ mancata un’analisi più approfondita della situazione e della relativa proposta culturale, almeno qui in Italia, ma vedo che anche nel resto dei paesi quanto meno europei, a parte alcuni esperimenti, la situazione è pressoché identica. Un argomento delicatissimo, io sono la prima persona favorevole al contenimento della pandemia e a talvolta necessarie chiusure e limitazioni in alcuni contesti. Ma sono sicura che nella situazione sopra descritta potremmo presentare un concerto anche in questo stesso momento.

Chiudo con una domanda spero legittima: in questo periodo di lockdown e impossibilità ad esibirsi, vi siete già messi al lavoro per il seguito di questo pur recente lavoro? Ci puoi dire, nel caso, dove pensi che andrà la vostra musica nel futuro più prossimo?

(NK)In questi mesi non ho mai smesso di suonare, scrivere e raccogliere stimoli e materiale per nuovi brani e un nuovo album. Molto lavoro è poi stato fatto sulla parte promozionale del disco, aspetto questo seguito principalmente da Samantha, che è molto brava nel curare tutti i contatti. Non ho idea di dove possa andare la mia musica perché, in primis, essa si evolve con me e con il mio stesso percorso di vita. Spero ovviamente che possa continuare a crescere di qualità e intensità arrivando a coinvolgere sempre più persone. L’idea è quella di non fermarsi, nonostante le oggettive difficoltà, e di continuare a dedicarsi interamente a questo. Vorrei rientrare in studio il prima possibile ma ovviamente tutto dipende dalla qualità di quello che riuscirò a scrivere. Alcuni brani sono già chiari o abbozzati, altri aleggiano ancora nell’ignoto. Come sempre, cerco di non forzare la cosa per non renderla manieristica ma allo stesso tempo non desidero nemmeno “sedermi” troppo nell’attesa. Vorrei poi tornare ad esibirmi dal vivo e a dare respiro anche a questa parte fondamentale che ci fa essere quello che siamo. C’è inoltre l’idea di lanciare un terzo singolo/video per ampliare questo bellissimo viaggio che è “Tales of Faith and Lunacy”.

(SS)In questi mesi io mi sono perlopiù concentrata sull’aspetto promozionale di “Tales of Faith and Lunacy” con direi risultati molto soddisfacenti, visto che più giornalisti hanno menzionato il disco tra le migliori uscite del 2020, mentre Nero ha continuato a suonare moltissimo e ha già imbastito dei brani interessanti per un degno seguito di questo album. Anche io ho delle parole, dei sound e delle visioni che mi “parlano” e so che al giusto momento darò loro forma. Terminata la promozione e probabilmente un terzo singolo e relativo video, ci dedicheremo in maniera approfondita e coesa alla costruzione di nuovo materiale.

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Franco J. Marino: “cerco di esprimere la bellezza e la poesia di un vissuto sincero”. L’intervista

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Solare, energico e con la musica nel DNA. Franco J Marino è certamente tra gli artisti italiani di maggior rilievo, grazie ad una proposta musicale che non si vergogna di sperimentare ed osare. Napoletano di nascita ma romano di adozione, un mix di blues, latin, soul ed, ovviamente, il calore della sua città natale. Non deve stupire se Franco J Marino abbia alle spalle una carriera ricca di importanti traguardi, come le collaborazioni con Lucio Dalla o Andrea Bocelli ed un premio AFI per l’attività compositiva.

Con “Immagina il mondo che vuoi“, singolo uscito il 4 giugno, Franco J Marino ha raggiunto la sua maturità artistica. Sound corposo, vintage e raffinato. Un brano il cui videoclip è stato girato tra i colli bolognesi. Bologna, ha spiegato, è una città molto importante poiché fonte di ispirazione e luogo familiare grazie alla lunga amicizia con il produttore Mauro Malavasi.

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Roma, Napoli, Bologna. Il viaggio e l’esperienza come guide ed una sincera ricerca della propria identità musicale. Tutti ingredienti che confluiscono nell’ultimo inedito pubblicato, che si configura come una summa della carriera dell’artista: un invito a guardare avanti, oltre lo stato delle cose, e sognare un futuro migliore. Se volete saperne di più, vi proponiamo di seguito una breve intervista con Franco J Marino attraverso la quale cercheremo di approfondire meglio il suo background musicale. Buona lettura.

Leggi anche: “Rockin’1000 Party, musica e cinema con il supergruppo all’Arena Lido di Rimini

Ciao Franco e benvenuto su The Walk Of Fame Magazine, è un piacere. Lo scorso 4 giugno è uscito “Immagina il mondo che vuoi”, il tuo nuovo singolo. Vuoi parlarcene? Di cosa tratta il brano e a cosa ti sei ispirato questa volta?

Buongiorno e piacere mio. L’ispirazione è figlia del desiderio e io desidero un mondo meno veloce, “slowlife”, per comprendere e godere della bellezza che ci circonda. Questo è il mondo che immagino.

La tua è una proposta musicale molto singolare. Unisci sonorità melodiche napoletane, la tua terra d’origine, al blues, latin e soul. È stato difficile per te, negli anni, trovare questo equilibrio stilistico?

È stato molto naturale lo spunto, ” l’invenzione”. Poi per arrivare alla precisione ci sono voluti quasi due anni. “Napolatino” è un progetto unico e rappresenta il mio stile anche grazie a Mauro Malavasi che lo ha prodotto e arrangiato.

Franco, tu vieni da Napoli ma vivi da tanto a Roma, una seconda casa a tutti gli effetti. C’è in qualche modo nelle tue canzoni un richiamo alle due città?

Roma è una città bellissima e unica al mondo ma non mi ha dato spunti per scrivere. Napoli la sento nelle vene e ogni volta che ci torno (spesso), mi emoziona e mi regala l’ispirazione che mi serve.

Nel corso della tua carriera hai avuto modo di collaborare con grandi artisti, come ad esempio Lucio Dalla o Andrea Bocelli. Come sono nati questi progetti che ti hanno portato a scrivere con il primo “Non vergognarsi mai” e per il secondo “Domani”?

Ho sempre avuto una grande stima nei confronti del maestro Malavasi con il quale collaboro da molti anni. Feci ascoltare alcuni miei brani a lui che lo colpirono molto, poi li ascoltarono Lucio e Andrea che mi vollero conoscere, e da quel momento si instaurò un bel feeling da cui sono nati i brani che ho scritto per loro.

Domanda semplice, ma con la quale vogliamo entrare più nel dettaglio. Cosa vuoi esprimere con la tua musica? Chi è Franco J Marino nelle sue canzoni?

Desidero sempre esprimere la bellezza e la poesia legate da un vissuto sincero.

Come mai hai aspettato fino al 2011 per pubblicare il tuo primo album? Avevi bisogno in un certo senso di trovare la tua strada stilistica prima di addentrarti nella stesura di un disco completo?

Certamente. Il percorso di un artista è complesso e non basta solo il talento. Nel mio caso, poi, prima del 2011 ho scritto per altri artisti importanti.

Prima di salutarci, se possibile, vorremmo qualche anticipazione sui tuoi progetti futuri. Cosa hai mente di fare ora che si potrà nuovamente suonare dal vivo? Tornerai a calcare i palchi o magari stai lavorando ad un nuovo progetto discografico?

Spero di fare tutte e due le cose!

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Finaz e Cicatrici, l’album per guardare al futuro. E sulla Bandabardò…

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“Cicatrici” è il terzo capitolo dell’avventura musicale solista di FINAZ, il virtuoso chitarrista della Bandabardò. Il nuovo album è stato anticipato dal singolo “Heart Of Stone” feat. Alex Ruiz -che è stato in première su Billboard Italia- ed uscirà il prossimo 18 giugno per Rivertale Productions. Il nuovo progetto discografico “Cicatrici” segue l’iperacustico Guitar Solo del 2012 e la ricerca elettronica applicata alla chitarra di GuitaRevolution (2016). Con questo nuovo lavoro il musicista toscano si concentra su ciò che maggiormente rappresenta storicamente la sua creatività: la composizione di vere e proprie canzoni e il “travestimento” della sua chitarra acustica per raggiungere sonorità fantasiose e incredibili. Proprio per questo definisce questa nuova sfida come il disco della propria maturità solista.

Dopo un album iperacustico (Guitar Solo) e un secondo di sperimentazione elettronica applicata alla chitarra, siamo arrivati a Cicatrici, che tipo di disco è questa volta?

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Un saluto a tutti i lettori di The Walk of Fame magazine. Cicatrici è una sorta di compendio delle mie esperienze umane e artistiche. Ci sono appunto le mie cicatrici, non necessariamente tutte dolorose ma comunque tutte indimenticabili. Non è un lavoro, come dire, uniforme. E’ un disco assolutamente eterogeneo, cosa che io considero non un difetto ma un grande pregio, in questa epoca di uniformità!

Trovi la proposta musicale odierna un po’ piatta?

Ti rispondo così: viva la diversità!

Possiamo definire Cicatrici come il disco della tua maturità?

Penso proprio di sì, dopo trenta anni di carriera ci si trovano dentro tutti gli stili che mi hanno influenzato e formato; blues, rock, reggae, sperimentale e una cover di Modugno che io ho sempre ascoltato fin da ragazzo anche in famiglia, che ho iniziato a suonare live nel 2017 a un festival a Parigi e non avevo mai inciso. Questo era il momento di farlo.

Il brano che apre il lavoro è invece una collaborazione con Petra Magoni…

Sì, una cara amica da tanti anni, abbiamo già collaborato nello spettacolo teatrale “Equilibrismi” ma questa è la prima volta che componiamo insieme una canzone! Mi sembrava giusto che fosse proprio quel brano la prima traccia da ascoltare

Un’altra tua amica verrà presto a suonare qui a L’Aquila, il 7 agosto, si tratta di Carmen Consoli…

Hai ragione, ci conosciamo e abbiamo collaborato in molte circostanze. Ho suonato spessissimo con lei nei suoi concerti ma non in studio. Mai dire mai, comunque. Comunque sarò con lei il prossimo 25 agosto a Verona per il concerto che festeggerà i suoi primi 25 anni di carriera!

Come sta la Bandabardò dopo la morte di Erriquez?

Stiamo cercando una nuova formula che renda giustizia a lui, alla Banda e al nostro pubblico. Non sarà facile ma ci riusciremo. La perdita è enorme, incommensurabile a livello artistico e umano.

Ultima domanda, dopo tante presenze al concertone del prima maggio, cosa ne pensi della polemica Rai-Fedez?

Che è assurdo che in un paese civile si discuta un decreto legge come quello in questione. Abbiamo forse la più bella Costituzione del mondo, basterebbe rispettarla.

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Interviste

Marco Bonadei: “Salvatores? Una vera guida. Recitare? Per me la ricerca della verità” (Intervista)

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Marco Bonadei è sicuramente uno dei volti emergenti nel panorama artistico italiano. Attore teatrale genovese, classe 1986, e con una spiccata predisposizione alla recitazione. Dal 2010 collabora con la compagnia del Teatro dell’Elfo di Milano recitando in diverse produzioni. Nello stesso anno, inoltre, Marco Bonadei dà il via al progetto Il Menù della Poesia con cui diffonde, assieme alla sua equipe, la poesia ed il teatro in giro per l’Italia. Una carriera votata alla recitazione, tanto da entrare nel cast del film Comedians di Gabriele Salvatores, uscito il 10 giugno nelle sale italiane. Per l’occasione abbiamo scambiato qualche parola con Marco Bonadei cercando di esplorare il suo background, la sua passione per la recitazione e i progetti futuri. Buona lettura!

Il 10 giugno è uscito Comedians, film di Gabriele Salvatores tratto dall’omonimo dramma di Trevor Griffiths. Per te che vieni dal mondo del teatro è stato difficile approcciarsi alla recitazione in un film?

MyZona

È stata un’esperienza unica. Gabriele Salvatores sa accompagnarti per mano, come una vera guida. Le difficoltà riscontrate sul set sono state molte ma Gabriele riesce a guidarti come se tu fossi un funambolo, senza farti sbilanciare né troppo da un lato (un eccesso di teatralità) né dall’altro (un naturalismo spinto), tenendoti in bilico ed impedendoti di cadere.

La tua è una carriera interamente votata alla recitazione e alla cultura. Come è nata questa passione, o forse è meglio dire vocazione, che hai poi trasformato in lavoro?

Mi sono avvicinato da bambino al palcoscenico per gioco e mi è piaciuto. Poi ho scoperto che ero portato per recitare. Il tempo, l’impegno e la fortuna hanno fatto il resto.

Dal 2010 dirigi il progetto Il Menu della Poesia attraverso il quale diffondete la poesia e il teatro con l’imprescindibile convinzione che la cultura possa essere il vero collante di una società sana. Da semplice format itinerante ad un’associazione vera e propria. Cosa ti ha spinto ad iniziare un progetto così ambizioso e, se vogliamo, innovativo?

Una sfida alla celeberrima affermazione “con la cultura non si mangia“. Ma una sfida che abbiamo vinto. Dopo ci siamo resi conto dell’interesse che il progetto destava nelle persone, e ci siamo detti -io e il gruppo di colleghi attori con cui ho iniziato questa avventura- che era il caso di dargli un futuro e di farlo crescere. oggi c’è un team di seri professionisti che se ne sta occupando e che dà valore e forza al Menu della poesia.

Vittorio Gassman diceva: «L’attore è un bugiardo al quale si chiede la massima sincerità». Quindi: recitare come via di fuga dalla realtà che ci circonda o come interpretazione e manifestazione della stessa. Sei d’accordo con questa affermazione? Cosa provi quando ti cali nei panni di un personaggio?

Recitare per quanto mi riguarda è la ricerca di una costante verità, una verità ultima, una verità altra. Recitare è tutt’altro che mentire. È mettersi a nudo, e dare spazio a quelle parti di te che condividi con il personaggio scritto dall’autore sulla carta. Recitare è comunicare, attraverso un codice, stabilito o innovativo, con chi sta dall’altra parte: il pubblico.

Il teatro è un ambiente che ti pone a contatto diretto con il pubblico, a differenza della telecamera su un set cinematografico che funge da tramite. Secondo te, dopo aver sperimentato sulla nostra pelle le limitazioni della libertà e dei rapporti interpersonali, credi ci sia bisogno di un ritorno a quella vicinanza tra persone che solo un palco riesce a creare?

Credo che questo bisogno di cui parli, terminerà solo con la fine dell’ultimo uomo e dell’ultima donna sulla terra. È il bisogno di comunicare, il bisogno di toccarsi, il bisogno di sentire l’energia dell’altro, di guardarlo negli occhi, sentirlo respirare, vederlo muoversi. Il bisogno di empatizzare con le sue emozioni, di riflettere sulle sue azioni, pensieri, vite. Ce lo insegna la scienza con lo studio dei neuroni specchio. Credo che lo spettacolo dal vivo sia la forma d’arte ultima a poter morire. Come disse in un’intervista il grande Eduardo De Filippo: «finché ci sarà un filo d’erba sulla terra ce ne sarà uno finto su di un palcoscenico».

Hai già in mente dei nuovi progetti per il futuro ora che cinema e teatri riapriranno? Puoi anticiparci qualcosa?

Debutto il 7 luglio al Teatro Elfo Puccini di Milano con uno spettacolo diretto da Cristina Crippa Nel Guscio di Ian McEwan: una sorta di monologo surreale, ambientato nell’utero materno all’ottavo mese di gravidanza. Io sono un feto. Un feto molto noto, almeno per il pubblico teatrale. Un Amleto in miniatura, che deve sventare l’omicidio del padre, e lo deve fare in una condizione fisica e fisiologica limitante e fuori dal comune.

In questo momento sono impegnato nel portare avanti La Variante Umana, la compagnia teatrale che ho fondato insieme ad altri quattro compagni di lavoro: Vincenzo Zampa (altro attore con cui condivido l’esperienza del set di Salvatores) Chiara Ameglio danzatrice e performer, Aureliano Delisi drammaturgo, e Alessandro Frigerio sceneggiatore e assistente alla regia. Noi cinque ci troviamo impegnati nella realizzazione di diversi spettacoli. La prossima tappa sarà una mia regia ispirata a romanzo di Friedrich Dürrenmatt  Il giudice il suo boia che ci vedrà impegnati tutti insieme sulla scena.

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