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Interviste

“Tales of Faith and Lunacy”, Nero Kane e quel viaggio tra psichedelia, dark folk e blues desertico

Domenico Paris

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Inserito in molte playlist italiane e internazionali del settore tra i migliori album del 2020, “Tales of faith and lunacy”, il secondo disco di Nero Kane, è una vera gemma musicale, nonché un lavoro di grande originalità nel panorama italiano delle sette note. Ne abbiamo parlato con l’autore milanese e con Samantha Stella, visual artist e performer che ha contribuito in modo essenziale alla realizzazione delle tracce in esso contenute, sia in veste di autrice-strumentista (keyboards e organo) che di cantante.

Rispetto a “Love in a dying world”, in questo nuovo, bellissimo “Tales of faith and lunacy” il suono è ancora più rarefatto, deprivato di qualsiasi orpello e spogliato dagli elementi percussivi. Cosa ti ha spinto verso questo minimalismo strutturale dei pezzi, a quale ricerca lirica ed espressiva (e personale tout court) risponde?

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(NK) Tutti i miei brani nascono fondamentalmente da riff di chitarra spesso ripetitivi e circolari. Questo mood strumentale, ipnotico e minimale, è una cifra stilistica che fa da sempre parte del mio modo di scrivere e concepire i brani. Spesso mi piace perdermi in loop o in riff-mantra dal sapore blues. Questo aspetto è dunque già di per sé determinante nel dare una direzione molto connotata al mio tipo di songwriting. Le parole e il mio tipo di cantato quasi mono-tonico completano poi il tutto. L’idea di escludere elementi percussivi nasce quindi già alla base perché ho spesso notato che tali elementi tendono in qualche modo a distrarmi, a sviare dal sapore più malato che mi piace dare alle mie canzoni. Sono inoltre molto affascinato dalle figure dei vecchi bluesman che utilizzavano solo voce e chitarra e che scrivevano testi minimali ma estremamente comunicativi. Questa sfera più intima e cantautoriale, più folk oscura, mi sembra che acquisti così più forza e carattere. La mia attitudine è infatti quella di ridurre il più possibile per arrivare all’essenza della canzone e gli elementi percussivi, soprattutto in un’ottica più rock classica, mi sembrano spesso un qualcosa che non aggiunge ma distoglie dal focus primario e più “sperimentale” delle mie composizioni. L’altro motivo è invece più pratico, nel senso che dal vivo escludere questo elemento significa avere un tipo di set più leggero, con cui poter andare in tour in maniera più agile essendo anche adattabile a diversi contesti oltre che a quelli canonici.

Il tuo coinvolgimento nel progetto Nero Kane in questo nuovo lavoro non si limita solo al filmaking dei video e al supporto strumentale nei live, ma ha una sua profonda rilevanza nel processo compositivo e in quello esecutivo. Cosa ha spinto te e il songwriter milanese a intensificare la vostra collaborazione? E come ti sei trovata in questa nuova veste autoriale?

(SS)Tutto è avvenuto in modo molto spontaneo e naturale. Iniziando a usare entrambi le voci nei live, il risultante sonoro delle nostre due timbriche insieme ci piaceva molto, così Nero mi invitò ad usare la mia voce in maniera più presente nella sua musica. Nacque in me l’idea di una sorta di mio reading poetico piuttosto scuro intitolato “Angelene’s Desert”, che poi è stato inserito come brano di chiusura dell’album “Tales of Faith and Lunacy”. Presentammo il brano come chiusura in diversi live sino all’ultimo tour in UK nel febbraio 2020 proprio a ridosso della pandemia. Pensai di scrivere direttamente le parole io, descrivendo un paesaggio paradisiaco che aveva lasciato spazio all’oscurità. Una visione ben chiara nella mia immaginazione, lo stesso processo che accade quando concepisco una nuova serie fotografica, una performance o un cortometraggio. Non avverto differenza. Questo fu il germe che ha avviato l’album, io credo. E da lì tutto l’immaginario estetico-sonoro e concettuale che lo permea. Nella stesura dei brani Nero mi chiese di scrivere altro materiale e di interpretarlo, nacquero quindi “Mechthild”, il secondo singolo tratto dall’album, ispirato agli scritti di una mistica medievale tedesca che avevo approfondito proprio in quello stesso periodo, e “Magdalene”, una mia personale interpretazione della figura biblica della Maddalena, per altro anche il soggetto della mia opera d’arte visiva preferita, la “Maddalena Penitente” dello scultore Antonio Canova. Fluido, è stato tutto molto fluido, mi sono trovata molto bene, mi piace scrivere e mi piace soprattutto cantare.

In sede di produzione, sei passato da Joe Cardamone a Matt Bordin: cosa è cambiato nell’approccio a questa fase? Avevi bisogno di un uso dell’effettistica diversa, cosa cercavi mentre scrivevi i pezzi? E quale strumentazione usi a casa, solitamente?

(NK) Conoscevo Matt per alcune sue produzioni e già in passato avevo registrato, ma non direttamente con lui, nel suo primo studio. Sulla carta mi sembrava una persona che potesse capire bene e sviluppare con efficacia le mie idee e il tipo di arrangiamento da dare all’album. Ha una visione contemporanea ma allo stesso tempo anche vintage nella cura dei suoni e nell’uso di determinati microfoni e apparecchiature. Il fatto che si occupi di soundtrack, di musica psichedelica sperimentale con il progetto “Squadra Omega” e che comunque conosca bene molti generi differenti, come un certo tipo di folk vicino a quello che mi interessa, sono stati ovviamente i valori aggiunti nella scelta di registrare con lui perché di base sentivo che poteva davvero apprezzare questo tipo di sound. Inoltre il suo nuovo studio si trova in mezzo alla natura, in un bellissimo casale ristrutturato immerso in un bosco sulle colline del Montello, in Veneto, e questo è stato un altro valore aggiunto importante. A livello di strumentazione non necessitavo di particolari macchinari, ma volevo di base avere un suono molto curato e ben prodotto e sapevo che da lui avrei trovato esattamente questo. Quando scrivevo i pezzi avevo chiara in mente questa idea di fare una produzione più completa e strutturata pur mantenendo di base il mio stile minimale. L’esperienza con Joe è stata invece qualcosa di più complesso e che ha riguardato anche un viaggio più strutturato in California. Registrare a Los Angeles e vedere il suo metodo di lavoro è stato indubbiamente importante e formativo oltre che esser stato anche il primo passo per instradarmi verso questo tipo di sound e approccio. Il suo modo di creare loop cinematografici, con questo sapore à la Warren Ellis, con il quale in passato ha anche collaborato, mi ha dato una grande stimolo. Per concludere la tua domanda, a casa uso una strumentazione molto semplice, con una pedaliera che include effetti base come delay e riverberi e sound retainer per creare suoni più ambient-drone, ovviamente looper e poi fuzz e overdrive, anche se di base mi piace sempre partire da un bel suono pulito con al massimo un filo di crunch. Un suono da ampi spazi, o da “praterie americane”, come mi piace definirlo. A livello di amplificatori utilizzo Fender e Vox, ultimamente in stereo. Per quanto riguarda le chitarre alterno Fender Jazzmaster e Jaguar, con abbondante uso di tremolo in stile spaghetti-western, e ogni tanto una Epiphone Sheraton. Mi piace molto anche suonare in acustico e ultimamente uso una Gibson G45 Standard. Per la parte di Samantha, la sua strumentazione comprende di base due Yamaha Reface, rispettivamente un piano elettrico e un organo, con i quali creiamo un effetto più drone e sacrale di accompagnamento ai vari brani. Poi un crash e vari sonagli che danno colore a certi passaggi.

Raccontateci qualcosa del making of del disco: quando siete entrati in studio, le tracce erano già tutte pronte o siete tra quelli che lasciano almeno qualche “porta aperta” prima di cominciare a registrare?

(NK)Le tracce erano, a livello base, tutte già pronte. Sia per quanto riguarda i testi che le parti di chitarra, piano e organo. Ma queste linee erano solo lo scheletro iniziale perché il grosso degli arrangiamenti è stato fatto successivamente. Ed è stata questa la parte più importante del lavoro che è stata curata direttamente da Matt, che è anche il produttore del disco, con l’apporto esterno del violinista Nicola Manzan. Siamo partiti delle pre-produzioni che abbiamo registrato con Ettore Franco Gilardoni al Real Sound Studio di Milano con l’idea poi di reincidere tutto da zero. Ma subito abbiamo visto che il lavoro stava già venendo molto bene e allora, quando ci siamo spostati all’Outside Inside Studio di Matt, ci siamo concentrati praticamente solo sugli arrangiamenti. Le “porte aperte” quindi erano molte, ma le idee sul tipo di mood da dare al disco erano anche molto chiare. Aneddoto a mio avviso interessante è che le tracce di voce che senti sono spesso prime o seconde take. Cosa che onestamente non mi è capitata così spesso in passato. Tutto è stato molto fluido, naturale, e forse questo traspare anche nella ottima resa sonora del disco.

(SS)Io ricordo il giorno in cui abbiamo registrato le voci e la mia incredulità consapevole nel vedere che il mio cantato era buono alla prima take. Si dice la fortuna dei principianti, visto che la mia esperienza in studio di registrazione era veramente minima (anche se so di avere molte determinazione). Avevo registrato una piccola pièce al piano per un mio video nel 2012, e poi con Nero avevo registrato “Hell23” nel 2016 (colonna sonora della nostra performance presentata a Milano e Los Angeles). E poi i due anni di concerti live insieme sul palco. Ed eccomi alla registrazione di “Tales of Faith and Lunacy”, se vogliamo il mio vero debutto in un disco.

Sentendoti cantare, non può non venire in mente l’indimenticata Nico degli album da solista (soprattutto nella lunga “Angelene’s Desert”). Quali sono i tuoi riferimenti canori e la tua formazione musicale in un percorso artistico che, ricordiamolo, è nato e continua a prosperare nell’ambito delle arti visive e della performance?

(SS) Sicuramente Nico negli album da solista è tra i miei riferimenti musicali preferiti. Ultimamente sono rimasta completamente intrigata dalla cantante e musicista statunitense Lingua Ignota, che ha confezionato un album di uno spessore incredibile (“Caligula”, 2019) tra liturgia nera, musica sacra, spoken word, industrial e noise estremo, ed è entrata nella scuderia dell’etichetta losangelina che mi piace moltissimo, la Sargent House, la stessa di Chelsea Wolfe. Sono donne con voci e caratteri importanti, difficili, freddi e forti. Aggiungo la splendida angelica svedese Anna Von Hausswolff. Questo è il mio sentire attuale. Alla stessa stregua adoro il cantato da sermone di Nick Cave, soprattutto nei primi anni, e i due progetti dello statunitense David Eugene Edwards, ovvero il più vecchio 16 Horsepower e l’attuale Wovenhand, che predilige tematiche religiose essendo un forte credente. Anche in questo caso due voci dalle timbriche importanti. Storicamente sono stata anche molto vicina ad alcuni album di PJ Harvey (“To Bring You My Love” e “Is this Desire” più di tutti, il titolo di “Angelene’s Desert” è ispirato dalla sua canzone “Angelene”), di cui non amo però gli ultimi lavori. La mia formazione musicale è assolutamente autodidatta, mio padre è un batterista rock-blues, posso dire di aver ascoltato musica sin dalla mia nascita (biscotti e Jimi Hendrix direi), dedicandomi però a danza contemporanea e teatro danza prima, e all’arte visiva e performance poi. Credo fortemente nell’Arte come prima necessità dell’essere umano in ogni sua forma e linguaggio, che esploro in maniera autentica e sentita. Diciamo che ho un’attitudine poliedrica.

Sempre a proposito di componenti visive: nei video di lancio dell’album, “Lord Won’t Come” e “Mechthild” da te firmati, si nota una spiccata predilezione per l’uso delle dissolvenze incrociate. Che senso ha all’interno del significato dei brani la reiterazione continua di questa figura cinematografica, cosa vuole sottendere?

(SS) Per accompagnare il lancio dell’album “Tales of Faith and Lunacy” ho confezionato un cortometraggio che ho diviso in episodi utilizzati come video per i singoli “Lord Won’t Come” e “Mechthild”. Le riprese sono state effettuate tra la California e l’Italia, ricreando un mood che spazia dal deserto polveroso di una ghost town del Western americano all’ambiente religioso europeo tra Medioevo (ho ripreso anche un affresco del tardo Medioevo che raffigura “il Trionfo della Morte e la Danza Macabra”) e Rinascimento. L’utilizzo del bianco e nero e delle dissolvenze incrociate in sede di montaggio, mi ha permesso di creare visivamente una sovrapposizione di luoghi e tempi tra loro distanti, ad esempio entriamo in una tipica chiesa di legno dell’epoca western e ci ritroviamo in una chiesa rinascimentale europea, così come ho trasposto la figura della mistica medievale Mechthild Von Magdeburg dal tredicesimo secolo al primo Novecento del West americano nel testo di “Mechthild”. C’è un’aderenza estetica totale con il concept dell’album e i testi stessi. Inoltre ho utilizzato del materiale di riprese che avevo effettuato nei deserti californiani per il mio film sperimentale “Love In A Dying World”, utilizzato per il lancio dell’omonimo album di debutto di Nero Kane e proiettato in parte all’Istituto Italiano di Cultura di Los Angeles e in diversi musei e gallerie d’arte qui in Italia, a tessere una continuità estetica e concettuale dei due lavori.

La vostra musica è a dir poco personale, con il suo mix di desert rock, folk e psichedelia. Fa pensare a un “cantautorato apocalittico” davvero unico in Italia. Se i riscontri dall’estero sembrano essere già importanti, come stanno andando le cose nel nostro Paese, al di là del plauso (unanime) degli addetti ai lavori? Siamo pronti, secondo voi, per una proposta così originale e lontana da certi canoni come la vostra?

(NK)Sfortunatamente io non credo che il territorio e il gusto italiano siano il terreno fertile per un certo tipo di sound. Sicuramente un pubblico molto attento e di nicchia c’è, ma ovviamente questo tipo di genere ha un respiro volutamente più internazionale già a partire dal cantato in inglese. Detto questo, io credo che chi voglia aprirsi verso qualcosa che non reputo assolutamente nuovo, ma quantomeno ben fatto e originale, ha oggi tutti i mezzi per farlo. Il problema è che spesso questo tipo di suono ed estetica non sono nemmeno contemplati nel panorama, ahimè sciatto e spesso privo di contenuti, nostrano. Insomma si gioca in un campionato a parte, ma questo si sa è da sempre così. Per noi è comunque già stato un ottimo risultato ricevere tutta questa attenzione e questi ottimi apprezzamenti, essendo stati inseriti anche in molte classifiche di settore tra gli album migliori del 2020 accanto a nomi di alto livello.

(SS)Mi piace molto la tua definizione di “cantautorato apocalittico”. In un’intervista per la testata britannica “Americana UK” il giornalista è rimasto intrigato proprio da questa strana combinazione tra uno stile vicino a quello che loro definiscono “Americana”, tipica di una certa matrice blues vicina poi a Johnny Cash o Ry Cooder tra gli altri, e uno stile più scuro gotico-religioso, a formare, come dici tu, una atipica combinazione.

L’immaginario delle composizioni di Nero Kane in questo “Tales of faith and lunacy” sembra ispirarsi a una dimensione a-temporale dominata da un senso di vuoto persistente ma in qualche modo anche “romantico”. In che modo ti sei sintonizzata su questa lunghezza d’onda emotiva e come, secondo te, hai contribuito ad allargare gli orizzonti di questo album?

(SS) Come descrivevo prima, la dimensione atemporale è fondamentale elemento di questo viaggio visionario e dal sapore cinematografico tra fede e passionalità. Un viaggio al limite della follia, che, concordo con te, evidenzia una necessità “romantica” di abbandonarsi a qualcosa o qualcuno per salvare la nostra esistenza vuota e solitaria, che è una tipicità dello stile di Nero Kane, già per altro esplorata nel primo album con un titolo che ben sottolineava questo aspetto, ovvero: “Amore in un mondo che sta morendo”. Nero è molto interessato al Romanticismo italiano -io lo definisco un assoluto “leopardiano”- al quale affianca spesso la lettura di autori americani particolarmente versati nella descrizione di paesaggi di frontiera e solitari, come Cormac McCarthy (il brano “Lost Was the Road” è ispirato al suo romanzo direi post-apocalittico “The Road”, trasposto poi nello splendido film interpretato da Viggo Mortensen), ed è parimenti molto affascinato da certa pittura romantica, come ad esempio quella di Caspar David Friederich. È da queste fonti che attinge principalmente le sue ispirazioni nella stesura di musiche e testi. Inutile aggiungere che i nostri gusti estetico-letterari e musicali sono molto aderenti (io sceglierei i Pre-Raffaelliti per quanto concerne la corrente pittorica di maggior gradimento), e questo ci ha permesso di essere sintonizzati in modo naturale l’uno con l’altro. Sicuramente l’estetica che ho creato e descritto nella parte video e fotografica connessa al materiale prettamente musicale, contribuisce ad aumentare questo senso oscuro e gotico-romantico mescolandolo alle radici più blues-desertiche cantautoriali da cui nascono le composizioni di Nero. Da qui nasce il nostro stile fortemente connotato e peculiare.

Le recensioni dei vostri concerti, soprattutto alcune riguardanti le esibizioni fuori Italia, sono spesso entusiastiche e sottolineano sempre la grande atmosfera che siete in grado di creare, nonostante la formazione ridotta. Qual è il segreto? E quale pensi siano la dimensione spaziale e il pubblico in grado di favorirla di più?

(NK) Credo che il segreto risieda proprio nell’aspetto sonoro-ritualistico dei brani. Questo flusso continuo, avvolgente e spesso straniante, quasi onirico, è qualcosa che crea una sorta di bolla nella quale lo spettatore si perde. Inoltre l’utilizzo delle due voci, con quella di Samantha così algida, forte e particolare, crea un movimento, un’alternanza che intriga e dà un sapore più profondo al tutto. La mancanza di percussioni determina inoltre una cadenza unica, una litania scandita da frasi circolari, che non ha più né tempo né spazio. Il limite di una formazione a due diventa forse anche il suo punto di forza perché tutta l’attenzione, spesso latitante nel pubblico odierno, si catalizza su due figure unite tra loro, che dialogano, ma che allo stesso tempo mantengono i loro specifici caratteri. Credo che questo tipo di live sia forse più adatto a contesti artistici. Suonare in spazi particolari come chiese o teatri, con quei riverberi naturali molto profondi e ampi, crea una suggestione sonora e immaginifica molto forte. La dimensione più raccolta, intima e chiusa, sotterranea e oscura, penso che sia il suo contesto più proprio.

Sempre rimanendo in tema: pensando a un vostro live, viene naturale immaginare spettatori seduti che vi guardano/ascoltano rapiti in un contesto a dir poco intimo e onirico e, soprattutto, ben distanziati tra loro. Davvero in questo quasi anno di pandemia non si poteva immaginare di far suonare i musicisti in un contesto diverso? Qual è il tuo, il vostro punto di vista su questo delicato argomento?

(NK)Io credo che, come da sempre accade nel nostro paese, molto poco sia stato fatto per la musica, la cultura e l’arte in generale. Le condizioni per trovare delle possibilità e delle soluzioni adeguate anche verso questi settori ci sono, sono chiare ed evidenti a tutti, ma sono state accantonate in quanto considerate non abbastanza importanti. Di non primaria necessità. Tralasciando l’ovvietà che la salute viene prima di tutto, non posso esimermi dal notare come la famosa frase “con la cultura non si mangia” sia purtroppo assolutamente rappresentativa della situazione odierna.

(SS) Concordo assolutamente sulla collocazione ideale per poter usufruire di un nostro live, spettatori seduti, rapiti dalla dimensione intima onirica, per questo funzionano benissimo contesti teatrali o di ex-chiese (come accaduto nel bellissimo Spazio Carme a Brescia). Distanziati e contingentati, avremmo potuto presentare la nostra musica anche in questi mesi, se non avessero chiuso completamente le sale teatrali e musicali, nonché i musei, facendo di tutta un’erba un fascio per dirla in termini poveri, paragonando ogni concerto ad un live punk rock’n’roll dove la gente poga e beve (senza voler togliere nulla a questa proposta e al suo rispettoso pubblico). E’ mancata un’analisi più approfondita della situazione e della relativa proposta culturale, almeno qui in Italia, ma vedo che anche nel resto dei paesi quanto meno europei, a parte alcuni esperimenti, la situazione è pressoché identica. Un argomento delicatissimo, io sono la prima persona favorevole al contenimento della pandemia e a talvolta necessarie chiusure e limitazioni in alcuni contesti. Ma sono sicura che nella situazione sopra descritta potremmo presentare un concerto anche in questo stesso momento.

Chiudo con una domanda spero legittima: in questo periodo di lockdown e impossibilità ad esibirsi, vi siete già messi al lavoro per il seguito di questo pur recente lavoro? Ci puoi dire, nel caso, dove pensi che andrà la vostra musica nel futuro più prossimo?

(NK)In questi mesi non ho mai smesso di suonare, scrivere e raccogliere stimoli e materiale per nuovi brani e un nuovo album. Molto lavoro è poi stato fatto sulla parte promozionale del disco, aspetto questo seguito principalmente da Samantha, che è molto brava nel curare tutti i contatti. Non ho idea di dove possa andare la mia musica perché, in primis, essa si evolve con me e con il mio stesso percorso di vita. Spero ovviamente che possa continuare a crescere di qualità e intensità arrivando a coinvolgere sempre più persone. L’idea è quella di non fermarsi, nonostante le oggettive difficoltà, e di continuare a dedicarsi interamente a questo. Vorrei rientrare in studio il prima possibile ma ovviamente tutto dipende dalla qualità di quello che riuscirò a scrivere. Alcuni brani sono già chiari o abbozzati, altri aleggiano ancora nell’ignoto. Come sempre, cerco di non forzare la cosa per non renderla manieristica ma allo stesso tempo non desidero nemmeno “sedermi” troppo nell’attesa. Vorrei poi tornare ad esibirmi dal vivo e a dare respiro anche a questa parte fondamentale che ci fa essere quello che siamo. C’è inoltre l’idea di lanciare un terzo singolo/video per ampliare questo bellissimo viaggio che è “Tales of Faith and Lunacy”.

(SS)In questi mesi io mi sono perlopiù concentrata sull’aspetto promozionale di “Tales of Faith and Lunacy” con direi risultati molto soddisfacenti, visto che più giornalisti hanno menzionato il disco tra le migliori uscite del 2020, mentre Nero ha continuato a suonare moltissimo e ha già imbastito dei brani interessanti per un degno seguito di questo album. Anche io ho delle parole, dei sound e delle visioni che mi “parlano” e so che al giusto momento darò loro forma. Terminata la promozione e probabilmente un terzo singolo e relativo video, ci dedicheremo in maniera approfondita e coesa alla costruzione di nuovo materiale.

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Dittico Noir, suspence e ironia tra penna e sigaro: intervista a Giuseppe Tomei

Fabio Iuliano

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Giri la copertina e sei già sulla scena del delitto. “L’uomo si muove veloce e silenzioso come un rettile, scivola tra i vicoli sfiorando appena i muri, sfruttando i coni d’ombra dei fiochi lampioni; non ha tentennamenti, prosegue dritto verso il suo obiettivo, sicuro di sé: il passo è lungo, forte e deciso, il respiro non tradisce il minimo affanno”. Così parte L’Uomo, il primo dei due racconti del Dittico Noir di Giuseppe Tomei, tra i primi contributi della collana Geyser, nuovo percorso editoriale della casa editrice Progetto Cultura a cura di Antonello Loreto.

Per scelta editoriale, la collana non indugia su uno specifico genere letterario che, di solito, lega tra loro le opere raccolte in una collana: infatti, l’impronta di Geyser è già nella parola. Il Geyser è un fenomeno naturale che nasce in silenzio, sotto terra, e il suo “incipit” è una semplice bolla d’acqua: attraverso la spinta della sua anima la bolla monta sempre di più, si gonfia all’estremo fino a scoppiare in un fragoroso rumore. Una descrizione che ben dà linfa a una selezione narrativa di nuove voci: un tempo, appunto, li si poteva chiamare autori esordienti o emergenti.

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Così viene presentato il progetto editoriale dietro Dittico Noir. Nonostante le premesse, a chi conosce Giuseppe Tomei sin dalle sue prime pubblicazioni, questo volume appare più che altro una prova di maturità. Insegnante, direttore artistico, autore e attore teatrale, nonché speaker radiofonico, in Dittico Noir raccoglie e mette a frutto l’esperienza di oltre vent’anni alla ricerca della parola. Lo vedi sia nella costruzione delle due storie, che non prescindono dai cliché tipici dei gialli, ma solo per farli a pezzi pagina dopo pagina, descrizione dopo descrizione. Lo vedi anche nella descrizione, a tratti maniacale, ma solo per portare il lettore sulla scena. Lo vedi nella narrazione e nella meta-narrazione. Perché in entrambi i racconti c’è anche quella.

La copertina

Gli ingredienti sono tanti, in una costruzione in cui fanno breccia anche alcune immagini di Nietzche. Si diceva dei cliché. Quelli tipici di due storie “noir” che non risparmiano elementi forti e, allo stesso tempo, richiamano anche il vecchio giallo “all’italiana”. La penna di Tomei descrive le vicende di due investigatori – collaudati o improvvisati, non importa – che non nascondono tutta la profonda malinconia dei solitari cronici, più per necessità che per scelta. Il cliché finisce mentre i protagonisti iniziano a raccontarsi con grande tenerezza nel loro essere sempre fuori luogo, mentre fingono di respingere, e invece bramano, accettazione e normalità.

E poi, irrompono sul palcoscenico quelle femmes più o meno fatales (altro cliché) che conducono il gioco accendendo il desiderio. Ma è la stessa narrazione che poi vira su scelte inaspettate mentre scorre tra le pagine una galleria di personaggi variopinti, ritratti nelle loro umane e disumane debolezze, mentre ruotano attorno alle sorti dei protagonisti. Così Anselmo Cafarella, il portiere del complesso residenziale. Così Nicola Anzani, lombardo figlio di lombardi a loro volta figli e nipoti di lombardi. Così EuGenio Malfatti. Così il signor Questore. Certo signor Questore, che interagisce con il viceispettore Ugo Nardi mentre è sulle tracce della donna rientrata tra i sospetti delle indagini. Questo per il primo racconto.

Il secondo, La filosofia del somaro (il perché dello strano titolo si scopre solo all’ultima pagina), viene da più lontano nel tempo. Si tratta di un racconto che Tomei ha rielaborato ed è ambientato in un’epoca pre-euro e pre-sisma in un luogo sovrapponibile all’Aquila, la sua città natale. Attorno all’io narrante, questa volta in prima persona, ruotano la bella Eleonora, ‘Cardo, Felix, Gianna, Gerolamo la vedova Piera Giannini. E il vicequestore aggiunto Pascasi. “I personaggi inizialmente erano di più”, spiega Tomei, “ma abbiamo deciso di modificare alcune strutture in fase di editing, eliminando quelli non più fuzionali alla costruzione narrativa che volevamo ora dargli. Un tessuto che avrebbe visto alcuni di questi come figure anacronistiche”.

Si legge con curiosità, ci si appassiona alla storia, si ride e ci si emoziona.

Giuseppe Tomei, nato a l’Aquila nel 1971, è insegnante, direttore artistico, autore e attore teatrale da oltre venti anni. Fra le sue tante opere teatrali ricordiamo Nati con la camicia (di forza) (2015), Mysterium Christi (2018), 700 e non sentirli (2019) oltre allo spettacolo beckettiano All’Umor non si comanda che ha visto la luce qualche settimana fa grazie al progetto del Teatro Stabile d’Abruzzo, “L’arte non si ferma”. Come attore, ha recitato fra l’altro nella commedia musicale Traviata, nel radiodramma L’elefante di Raffaello e nello spettacolo La notte del gran rifiuto, la sua ultima performance. Dittico Noir è il suo secondo lavoro letterario, che fa seguito al romanzo breve Io non c’ero edito da Aurora Edizioni (2018).

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Interviste

Elena Arvigo: Atlantide, fucina di talento e libertà artistica, nato per creare il futuro

Domenico Paris

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Tra le attrici più ammirate del panorama teatrale italiano degli ultimi dieci anni, Elena Arvigo, in questo difficile e ormai apparentemente interminabile periodo di forzata assenza dalle scene, non è rimasta certo con le mani in mano, dedicandosi con la solita passione e con la professionalità che la contraddistingue a curare il suo “giardino” di creazione ed esuberanza.

L’abbiamo raggiunta al telefono per fare un po’ il punto della situazione sulle sue attività, con un occhio di riguardo per il progetto Atlantideun contenitore indipendente on line abitato da artisti della scena e delle arti contemporanee (tra i quali Elena Gigliotti, Monica Nappo, Simone Falloppa, Giovani Arezzo) di cui è l’animatrice.

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Partiamo dall’attualità, dal progetto Atlantide: quando è nato e perché?

L‘idea di Atlantide è nata una notte di gennaio, riflettendo sul periodo storico che stiamo vivendo e sulla scorta di una serie di riflessioni che riguardano il presente e il futuro del teatro. Spesso in questi mesi si è posto l’accento sulla funzione “consolatoria” di quello che noi attori, registi, uomini di spettacolo facciamo, sottolineando quanto sarà importante, non appena sarà possibile tornare su un palco, quello che potremo fare per il pubblico. Però, mi è sembrato che si parlasse poco di certe nostre esigenze, in primo luogo di quelle legate alla libertà di poter creare, di poter esprimere qualcosa che possa soddisfare anche noi stessi, oltre chi ci sta di fronte. Ecco, Atlantide risponde proprio a questo tipo di aspettative, mettendo insieme una serie di professionisti del settore che in questo luogo-non luogo offrono il proprio contributo che spazia dal teatro alla poesia, fino ad arrivare alle arti visive e alla performance in un’atmosfera di libertà. Quando ci riuniamo su zoom per decidere per decidere il da farsi, sembra quasi di essere in un camerino non in una dimensione asettica e virtuale! Atlantide è la mia, la nostra reazione a un certo stato di cose che ci sta facendo soffrire, ma che non spegnerà il nostro fuoco.

Il tuo primo contributo al progetto è stato 4.48 Psychos da Sarah Kane, che da tanti anni lascia esterrefatto il tuo pubblico per l’intensità con la quale lo interpreti. Come ci si misura con un testo così “abissale” e come si sopravvive ad esso?

Partiamo dalla base: quest’opera è un capolavoro immortale, senza tempo. La sua è una scrittura che oserei definire scolpita, sembra un lavoro di Michelangelo, privo di sbavature. E queste sue caratteristiche sono tanto più evidenti quante più volte lo si porta in scena, perché è in grado di dimostrarsi perfetto come i migliori testi classici e come loro dimostra tutta la generosità di chi lo ha scritto. Sarah Kane era un’autrice in grado di portare il suo cuore in mano al pubblico, niente di meno. E se è vero che ci vuole coraggio ad interpretarlo, nondimeno ci vuole anche coraggio per vederlo, perché è in grado, se non di cambiarti, quantomeno di connetterti con la dimensione più profonda e sensibile della tua anima, impedendoti di barare con certe riflessioni personali. In questo senso, trovo sia molto funzionale il fatto che non si caratterizzi in uno spazio fisico ben preciso, ma lasci molte possibilità interpretative, trasformandosi quasi in un “appuntamento” con se stessi in un posto sempre diverso, in un perenne “fuori”. E comunque, nonostante l’argomento trattato, nonostante si parli di gravi disagi della psiche e sofferenza, è anche un testo in grado di regalare speranza, secondo me. Il finale, per esempio, con la sua richiesta di luce (“Per favore aprite le tende”) che arriva dopo due pagine di silenzio totale, è emblematico. Difficile immaginare una metafora bella e commovente come questa, no?

Prima abbiamo accennato al futuro del teatro, permettimi di infilare il dito nella piaga: in questo anno abbondante di chiusura, ti sei molto spesa sui social e nelle interviste per difendere la categoria attoriale e dei lavoratori dello spettacolo in genere. Le istituzioni avrebbero potuto far di più per alleggerire la vostra crisi e cosa ti aspetti in vista delle auspicate riaperture?

Una cosa, innanzitutto, che non viene mai rimarcata abbastanza: i teatri non sono tutti uguali. Ci sono quelli sovvenzionati dal FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo) che non hanno certo accusato gli stessi problemi di chi si regge con la sua sola attività e con l’incasso al botteghino. È bene che questo si sappia, soprattutto affinché, quando sarà ora e tempo, vengano fatti discorsi e ripartizioni eque. Soldi a disposizione per fare delle buone cose ce ne sono e non sono pochi, ma bisognerà impegnarsi a salvaguardare tante realtà. Per questo è auspicabile che chi lavora in questo settore sappia fare rete comune e, soprattutto, che di questo settore sappia difendere l’integrità, rifiutando certe logiche di clientelismo che, non nascondiamoci dietro un dito, hanno creato “figli e figliocci” prima della pandemia. Non sarà facile.

Per quanto mi riguarda, posso dirti che ho riscontrato difficoltà quasi insormontabili nel dovermi rapportare con certe realtà. Per un motivo molto semplice: non si può impazzire nel tentativo di stabilire un dialogo con chi parla una lingua diversa dalla tua. Dovrebbe essere invece come in amore, dove non si implora qualcosa, la si riceve. Senza “preghiere”.

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Già che ci siamo, una domanda da un milione di dollari: quale sarà la funzione rieducatrice del teatro, se possiamo definirla così, dopo questo lungo dramma di isolamento sociale? Quali saranno, se ci saranno, i nuovi obiettivi?

Vedi, il teatro nel corso della sua storia ultramillenaria si è sempre dovuto adeguare ai cambiamenti e ai grandi eventi che hanno segnato la storia, quindi ha in sé, nella sua stessa essenza, il germe spontaneo del cambiamento. Io penso che servirà da un lato rinnovare il patto tra pubblico e attori, che ha sempre sostanziato, affidandosi a grandi testi, ad opere di profondo respiro in grado di rendere di nuovo tangibili certe emozioni, anzi, certi scambi di emozioni tra attori e pubblico; ma, nello stesso tempo, sarà anche necessario andare incontro al futuro senza demonizzare, ad esempio, certi aspetti tecnologici della nostra civiltà. Pensiamo allo streaming, alle piattaforme social: è vero che non sono la scena, ma consentono comunque ad un pubblico molto più giovane di approcciare con il nostro mondo. È una forma di prossemica che va conosciuta meglio prima di essere “censurata” senza appello. Sfruttandolo in un certo modo, per esempio di notte come farò per le letture per i 200 anni dalla nascita di Baudelaire (appuntamento il 9 aprile sulla piattaforma di Atlantide sui social, cercatela! Ndr), si può creare una forma di intimità differente ma non per questo meno importante. Io penso che l’unica condizione che vada sempre rispettata per la creazione di un “luogo-teatro” sia quella dell’unità di tempo, quindi della diretta. Per il resto, si può e si deve lavorare in un’ottica di introiettare nel discorso “teatro” certe nuove possibilità offerte dalla tecnologia. E non dimenticarsi mai, mai, di andare sempre incontro alla gente.

La tua lunga e variegata formazione nel mondo della danza non ti ha mai spinto a considerare l’ipotesi di confrontarti con tradizioni teatrali diverse da quella occidentale o, comunque, più legate alla performance rispetto all’oralità? Questo sia da un punto di vista attoriale che registico.

Sì, ma solo come appassionata, in termini di studio della materia. Non mi sentirei a mio agio in vesti sceniche completamente diverse da quelle che “indosso” da quando faccio questo mestiere. Certamente nutro un grande interesse nei confronti dei teatri orientali, specialmente il Nō, o verso quelli di performance. Ad esempio, amo la clownerie, ho seguito diversi seminari in materia e sono certa di aver arricchito la mia gestualità scenica tenendo presente certe sue caratteristiche. Nutro poi un interesse profondo anche nei confronti della psicologia, ho frequentato l’intero corso di laurea facendo tutti gli esami, prima di scegliere un’altra strada. Normale che anche in questo caso mi siano rimaste dentro tante cose. Come “studentessa”, nonostante la mia formazione classica al Piccolo di Milano, mi sento molto open minded.

Più volte hai dichiarato che non ti cimenterai mai nella drammaturgia. Non è che il COVID 19 ti ha fatto cambiare idea, regalato qualche spunto in grado di farti fare marcia indietro?

Mhm, no, non ancora perlomeno. Io amo molto le parole degli altri pur facendole ovviamente mie quando recito. In un certo senso faccio drammaturgia “sistemandole” per le mie interpretazioni, affinché siano funzionali quando sono in scena. Però, ecco, se scrivessi tutto io, non so come andrebbero le cose. È un mio modo di manifestare il mio personale pudore quello di esimermi dalla scrittura. Perlomeno fino ad ora lo è stato.

Girare un film, invece, potrebbe interessarti?

Oh sì, mi piacerebbe tantissimo! Da semplice attrice, con il passare del tempo, sono diventata una “teatrante”, nel senso che oltre a curare alcune regie dei miei spettacoli, mi sono cominciata ad occupare un po’ di tutti gli aspetti, dalle luci all’allestimento dello spazio scenico fino ad alcune questioni più…materiali, legate ai budget e all’organizzazione. Non sono diventata una “politecnica”, sia chiaro, ma ho scoperto che è molto gratificante essere dentro e comprendere tutti i meccanismi del tuo lavoro. E affronterei il cinema con lo stesso spirito, sarebbe una sfida bellissima e non avrei paura del cambio di mezzo espressivo. Chissà…

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Nella seconda parte del 2020 hai fatto parte del cast di due film tv di prossima uscita, La scuola cattolica di Stefano Mordini (dal romanzo di Edoardo Albinati, con Valeria Golino, Riccardo Scamarcio e Jasmine Trinca) e Il Boemo di Petr Václav, sul compositore settecentesco Josef Mysliveček. Che esperienze sono state, quali difficoltà soprattutto? E, sempre rimanendo a quello che hai fatto quest’anno, che ci dici della tua partecipazione al Festival di Venezia dello scorso anno?

Abbastanza diverse tra loro: nel film di Mordini, infatti, ho praticamente girato solo interni con pochi personaggi in scena e tutto è stato piuttosto semplice, mentre per il film di Václav, che è una produzione internazionale e ha molti set all’aperto con numerosi attori e comparse contemporaneamente davanti all’obiettivo, le cose sono state molto meno facili, sia in termini di allestimento che in fase di coordinazione. Decisamente non è semplice lavorare nel cinema in questo periodo, comunque. Ci sono tanti problemi pratici e non solo che speriamo possano presto finire.

Per quanto riguarda Venezia, invece, è stata un’esperienza molto gratificante, grazie anche al ruolo di protagonista che mi è stato affidato da Giorgio Diritti in Zombie, un cortometraggio molto bello nel quale si fa una riflessione secondo me molto profonda sui traumi infantili e sui rapporti interfamiliari.

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Interviste

Dalla & Pallottino: lo storico sodalizio artistico nel nuovo libro di Massimo Iondini

Antonella Valente

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A nove anni dalla sua morte, Lucio Dalla continua a raccontare di sé attraverso le parole del giornalista Massimo Iondini che lo fa protagonista anche del suo secondo libro “Dice che era un bell’uomo… – Il genio di Dalla e Pallottino” (Edizioni Minerva). Anche il primo, “Paola e Lucio – Pallottino, la donna che lanciò Dalla“, dato alle stampe nel 2020, si concentrava sul cantautore bolognese e sul rapporto con Paola Pallottino, colei che ha scritto alcuni dei testi più famosi di Dalla come “4 marzo 1943”, “Un uomo come me”, “Il gigante e la bambina” e “Anna Bellanna”. E proprio a distanza di cinquant’anni dalla pubblicazione di “4/3/1943” il giornalista, anch’esso bolognese, decide di “aggiungere un altro tassello” alla bibliografia Dalliana e racconta un periodo ben preciso della carriera di Lucio e una particolare collaborazione, quella con Paola Pallottino.

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E’ stata lei a dare vita al capolavoro di “4/3/1943”, in origine “Gesubambino”, attraverso un testo molto personale che contiene, nonostante alcune censure e modifiche in corso d’opera per permettere a Lucio di partecipare a Sanremo, anche un tema decisamente sentito all’epoca dell’uscita del brano, nel 1971. Tanto sentito che all’indomani dell’esecuzione all’Aristorn, arrivò all’organizzazione del Festival una lettera di una ragazza madre che ringraziò Lucio Dalla e gli organizzatori per il coraggio dimostrato per aver toccato un tema così scottante. “Evidentemente le ragazze madri in quel periodo non erano pochissime – spiega a The Walk of Fame Massimo Iondini – il conflitto era terminato non da così tanto tempo per cui i figli della guerra in quel periodo avevano 25 anni...”

Il suo primo libro uscito lo scorso anno si intitola “Paola e Lucio – Pallottino, la donna che lanciò Dalla”. Da poco è uscito il nuovo libro sempre incentrato sulla figura del cantautore bolognese. Come mai questa affezione nei suoi confronti?

Perchè credo che sia il più “grande” di tutti, ma del resto lo diceva anche Fabrizio Dè Andrè che diceva che Dalla era quello che meglio di tutti e più di tutti aveva sintentizzato “l’alto” e il “popolare”. Sapeva conciliare in maniera perfetta e sintetica questa doppia aspirazione che tutti hanno: quella di essere qualitativamente “alti” nella loro espressione artistica e musicale e quella di essere allo stesso tempo “popolare”. Lucio ha ben sintetizzato tutto ciò. A fronte di alcuni dischi che possiamo definire “impervi e molto intellettualistici”, come quelli fatti con Roversi tra il ’73 e il ’76, ci sono poi dischi più popolari e fruibili. Arrivo al centro della domanda e al perchè io abbia realizzato questo libro: perchè racconta un periodo limitato e una specifica collaborazione. È il Dalla delle origini in cui sono già presenti in noce tutti i temi e semi che poi svilupperà successivamente. La collaborazione con Paola Pallottino è poi al centro della mia attenzione perchè, di tutta la nutrita bibliografia Dalliana, su questo non c’era nulla, per cui con questo lavoro aggiungo un tassello che mancava e che non poteva mancare.

Quando scatta la scintilla artistica tra Lucio e Paola?

Il loro primo disco pubblicato è dell’aprile del ’70 quindi hanno iniziato a frequentarsi alla fine del ’69, in modo abbastanza casuale e fortuito. Lei si dilettiva a scrivere ma era un’illustratrice di fiabe e poi è diventata la più grande storica dell’illustrazione italiana e storica dell’arte. Lucio invece era un musicista: due mondi artistici sì, ma lontani. Si sono avvicinati quando il critico jazz Umberto Santucci ha proposto a Paola di far leggere i suoi testi a Lucio Dalla. Lei era a Bologna perchè il marito architetto aveva vinto un concorso al comune. Così l’ha chiamato e glieli ha fatti leggere. Lucio rimase subito colpito dalla novità che avevano questi testi. Lui, all’epoca, era già un personaggio. A Bologna si era fatto conoscere attraverso il jazz ed era entrato giovanissimo nella Rheno Jazz Band dove c’era anche Pupi Avati. Poi ha iniziato a cantare e aveva anche una coppia di autori fidati: Gianfranco Baldazzi e Sergio Bardotti della RCA. Lucio per la sua vena così originale e per la sua curiosità era la persona più adatta ad intercettare questi testi così metaforici, visionari e ricchi di spunti anche onirici, letterari e fiabeschi. Per cui è stato molto interessante questo connubio ed è stato preparatorio rispetto alla successiva collaborazione con Roberto Roversi, i cui testi erano di uno spessore assolutamente unico, però molto più politici.

Massimo Iondini

4/3/1943: il primo momento di successo per Lucio Dalla, negli anni precedenti cosa non aveva funzionato?

Lucio piaceva tantissimo agli addetti ai lavori, ai discografici e ai musicisti ma non aveva intercettato il grande pubblico perchè le sue canzoni erano difficili, non erano immediate e di facile ascolto, per il modo di cantare e per certe sue soluzioni armoniche. Poi Lucio vestiva malissimo, era un antidivo, lo faceva apposta. Non aveva di certo un fisic du role perchè basso di statura, non bello e si presentava male di proposito, quasi per esaperare questa sorta di “scherzo della natura” che era da un punto di vista anche fisico. A differenza invece del suo amico Gianni Morandi che incarnava il divo musicale. Paola gli scrisse questa canzone anche a modi “risarcimento” nelle intenzioni, perchè lui era rimasto orfano dall’età di 7 anni . Lei voleva costruirgli questa canzone che fosse un pò biografica. Doveva essere una canzone sul padre ma poi è diventata una canzone sulla madre. La canzone è stata censurata, poi, sia nel titolo sia nel testo. Ma in un certo sento ha contributo a fare la sua fortuna, tant’è vero che nel libro prendo ad esame anche i quotidiani di quei giorni, durante il Festival, e tutti ne parlavano. La canzone non ha vinto ma è diventata la vincitrice morale della competizione e il testo della Pallottino è stato anche premiato da una speciale commissione presieduta dal grande Mario Soldati.

All’interno del suo libro ci sono testimonianze esclusive illustri da Gino Paoli a Gianni Morandi, che ne ha curato l’introduzione, Pupi Avati, Renzo Arbore, Ron, Maurizio Vandelli, Angelo Branduardi e tanti altri: qual è quella che ricorda particolarmente con maggior sentimento?

Beh quella di Arbore contiene un bel ricordo, familiare e intimo, di quando la mamma di Dalla con il piccolo Lucio andava tutte le estati in Puglia. Lei faceva la modista e andavano a vendere capi d’abbigliamento. Una delle clienti della signora Iole (mamma di Lucio Dalla ndr) era la signora Arbore. Renzo, più grande di Lucio di circa 7 anni, mi aveva raccontato che giocava con lui, lo intratteneva e lo teneva sulle ginocchia mentre le signore erano intente a scegliere i capi. Quando poi si videro per la prima volta in RCA negli anni ’70, Lucio chiese a Renzo “Tu sei il figlio della signora Arbore che comprava i vestiti da mia mamma?” Poi Arbore è stato un gran tifoso di Dalla fin dagli inizi, infatti quando conduceva insieme a Gianni Boncompagni “Biandera Gialla” metteva sempre le canzoni di Dalla, mentre Boncompagni diceva “questo qui non venderà mai nulla”! (ride ndr). Cos’altro accomunava Renzo e Lucio? la matrice jazzistica. Un altro bel ricordo è quello di Gino Paoli che è stato lo “scopritore” del Dalla cantante. Litigarono anche, nel 1967, quando Dalla partecipò al suo secondo Sanremo. Quell’edizione particolare si ricorda perchè morì Luigi Tenco, e Gino Paoli, qualche tempo dopo, si arrabbiò con Lucio perchè si aspettava da lui che si rendesse promotore di qualche iniziativa, addirittura quella della sospensione del Festival, perchè era scomparso un partecipante della competizione. Paoli, anni dopo, mi ha confessato che si rendeva conto che in quel momento era difficile avere la lucidità di prendee una decisione di quella portata.

Nel libro scrive “Nato per essere solo: questo era l’assioma esistenziale di Lucio”. Era proprio così?

Questo era quello che lui avvertiva nel profondo della sua anima. Quel verso è tratto da una canzone contenuta nell’album “Ciao”, alla quale ha voluto mettere un titolo in inglese: “Born to be alone”. Anche il fatto di averla voluta dire in inglese è un mascheramento, è una confessione a se stesso che però detta in inglese è un pò camuffata. Lucio, in effetti, ha sempre sofferto potentemente l’essere diventato orfano troppo presto, sofferenza aumentata poi anche dal fatto che madre natura gli aveva giocato un brutto scherzo facendolo crescere troppo poco. Poi uno scherzo glielo fece sua mamma che, vedendolo sviluppare poco in altezza, durante il periodo della pubertà lo mandò da un endocrinologo infantile. Il risultato fu una cura ormonale che lo riempì di peli più di quelli che già aveva.

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