Marquica l’incantautrice e Sheila, “La sposa bambina”

Foto Allisson Marks

“Qualcuno ha detto che in Afghanistan ci sono molti bambini, ma manca l’infanzia”, scrive a un certo punto Khaled Hosseini nel Cacciatore di aquiloni. “La sposa bambina”, il nuovo singolo di Nicoletta Marchica, in arte Marquica, parte da qui. Da un’infanzia negata, quella di Sheila, una bambina di 10 anni, che vive a Milano, salvata non senza fatica da un matrimonio combinato con un uomo più grande. 

La cantautrice – o meglio “l’incantautrice” (si veda più avanti per maggiori dettagli a tal proposito) – di Tirano (Sondrio) mette in musica la realtà delicata che ancora molte bambine vivono nel mondo. Il brano, disponibile nei principali store digitali, è prodotto e arrangiato da Giovanni Ghioldi (basso e chitarra) ed eseguita insieme ai musicisti Elia Micheletto (batteria) e Gianluca Guidetti (mix e master), e si propone come un invito a prendersi cura degli altri e a proteggere gli abitanti del futuro. 

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Una canzone pop dalle sonorità delicate e travolgenti, con un testo crudo e diretto, scritto dalla stessa Marquica che ha firmato il suo primo singolo nel 2001, “Sol Amor y Mar” (Warner), diventato poi lo spot della Lipton.  A questo ha fatto seguito il singolo “Easy” (Sony Music). Nel 2018, il suo primo album “La teoria della ghianda”, composto da 12 tracce in cui sonorità black-soul si mescolano al cantautorato italiano.  Il disco è stsato anticipato dal singolo “La mia Escort”. Nel 2019 è uscito il singolo “Quanti cadaveri”, un brano electro-pop che parla del rapporto odierno tra l’uomo e i social network, registrato e prodotto da Lorenzo Avanzi e Matteo Bassi (bassista di Elisa). Dello stesso anno “Ansia”, brano pop ironico. Nel maggio 2020 è arrivato “Catarifrangenti”, una canzone dal sound elettronico e seventies, sul tempo che dedichiamo a soffermarci sui pensieri e alle nostre azioni quotidiane.

“La sposa bambina”, spiega Marquica, “racconta una storia vera che riguarda l’infanzia negata e la voglia di poter riuscire a vivere una vita autentica e semplice, la mancanza di confronto con gli altri bambini e la gioia di avere una nuova occasione per crescere libere da un marchio deciso da altri. Attraverso queste storie parliamo del mondo e di ciò che ci tocca profondamente, come la storia di Sheila e di sua madre che, andando contro tutti e denunciando il padre della bambina, le ha permesso di cominciare a giocare e respirare”.

Una parte dei proventi del brano sarà devoluta a Emergency a sostegno del Centro di Maternità di Anabah nella Valle del Panshir, proprio in Afghanistan. Emergency è un’associazione italiana indipendente e neutrale, nata nel 1994 per offrire cure medico-chirurgiche gratuite e di elevata qualità alle vittime delle guerre, delle mine antiuomo e della povertà.

Come nasce la collaborazione con Emergency?

“La sposa bambina” racconta una storia vera, dopo averla incisa ho subito iniziato a pensare ad organizzazioni o associazioni che potessero aiutare realmente gli altri, Emergency mi ha proposto il centro di Anabah di maternità chirurgico pediatrico, vedendone i video non ho avuto dubbi. 

La storia raccontata ha un valore intrinseco importante, ma rappresenta anche uno spaccato di riferimento con l’Afghanistan, Paese che vive da anni in enormi difficoltà sociali ed economiche. Quale è la sua visione, anche in relazione a quello che è successo la scorsa estate?

Il mondo ha totalmente abbandonato l’Afghanistan, soprattutto dopo questa estate, il punto è che chi realmente ci va di mezzo sono le donne e i bambini, da sempre e ovunque. Sono chiaramente lontana dalla loro politica e dall’estremismo di qualsiasi genere, comprendo bene quante colpe abbiano anche gli stati che negli anni hanno cercato di imporre il loro dominio e punto di vista, ma sono convinta che se le nazioni unite non interverranno a breve, andrà sempre peggio la situazione e in questo momento vedo solo grande abbandono e poca concretezza da parte del mondo vicino. 

Le note di presentazione la definiscono autrice, produttrice e “incantautrice”. Quanto si ritrova nelle etichette, specie in quest’ultima?

In quest’ultima mi ritrovo totalmente perché ha un bel suono, mi rallenta il pensiero e porta ad immaginarmi assorta mentre canto con e per gli altri.  In generale non le amo affatto perché sono un limite alle possibilità, un bisogno superfluo dell’uomo e del nostro ambiente, finalizzato solo alla vendita, quindi molto lontano dal mio vivermi la musica. Capisco perfettamente che a volte sia necessario differenziare artisticamente le proposte, ma credo sia più una moda che una reale bisogno. Incantautrice mischia scrivere, cantare, interpretare e incantare, mi fa sorridere e divertire quindi lo terrò a lungo.

La storia di Sheila è la storia di un’infanzia negata. In che modo, se lo fa, parla alla sua storia personale?

Ho avuto un’infanzia molto bella, sicuramente forte da altri punti di vista perché ho perso molti amici in modi troppo violenti per la mia allora giovane età e quando questo accade, resti segnato sempre. Nel mio caso ho reagito con l’impervia, il fare, creare, viaggiare molto, suonare, come se il ricordo fosse da rielaborare creativamente e in vitalità.  Adoro il mondo dei più piccoli, non solo perché madre, ma soprattutto per la capacità che questi nuovi umani hanno da viversi il presente senza filtri, almeno fino all’adolescenza.  Non ho vissuto questa storia vedendoci anche me o una mia parte, ho proprio voluto essere il mezzo e la voce di Sheila, come se lei fosse entrata in me per raccontarsi, per esprimere i suoi dubbi, il suo stato, alla vigilia di un evento di certo lontano dalla sua età. 

La collaborazione con Giovanni Ghioldi segna un pezzo importante della tua storia artistica recente. Arrangiamenti solidi che aprono alla presenza di strumenti ritmici e solisti. Ti ritrovi nelle sue scelte?

Giovanni è praticamente mio fratello, abbiamo un feeling naturale così forte e sincero, che mi lascia spesso stupita avere un amico capace di tradurre in suono qualsiasi fissa navighi nel mio cervello. Amo le sue scelte e non ho alcuna paura di limarne altre, così come lui si sente totalmente libero di dirmi se una nota o una frase suona meglio in altri modi, perché il fine è la musica non il nostro ego, è rendere migliore e poetico un brano, non far sentire che siamo fuoriclasse. È un rapporto autentico che nei live esplode in energia ed emotività bella. 

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Giornalista, docente di lingue straniere, tra le collaborazioni l’agenzia Ansa e il Centro (testata ex gruppo L’Espresso-Finegil Editoriale). In passato ha lavorato a Parigi e Milano con Eurosport e Canal +. Come blogger, oltre ad aver seguito vari eventi sportivi internazionali, dalle Universiadi (in Europa e in Asia) alla Race Across America – la folle corsa ciclistica da un capo all’altro degli Stati Uniti – ha condotto alcune inchieste sull’immigrazione con reportage in Italia, Romania e Marocco. Nel 2007 ha vinto il premio giornalistico Polidoro. Nel 2016 ha firmato “New York, Andalusia del Cemento – il viaggio di Federico García Lorca dalla terra del flamenco alle strade del jazz” (Aurora edizioni), l’anno successivo Lithium 48, sempre per la stessa casa editrice.