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Interviste

Malinconia tra la gente e politica delle fake news, ma il teatro e la risata non saranno mai in ginocchio

Federico Falcone

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E’ diverso. Il ritorno a teatro è diverso. Che sia sotto a un palco, in qualità di spettatore, o sopra di esso, in qualità di attore/attrice, rispetto a sei mesi fa è tutto cambiato. Quando le luci della ribalta si posano sul pubblico manca quella omogeneità che dovrebbe caratterizzare una folla, quella compattezza che fa dei presenti in sala uno di quegli assembramenti che ogni protagonista del mondo dello spettacolo vorrebbe avere sotto agli occhi al momento della propria esibizione.

Debora Villa ha fatto dell’intrattenimento la sua vita e il suo credo. Il ritorno sui palcoscenici italiani è coinciso con “Recital 20 di Risate“, pièce che raccoglie il meglio del suo repertorio ventennale: dalle gag sull’universo femminile e sulla varia umanità alle favole raccontate con graffiante cinismo comico. Passando per Adamo ed Eva, Debora ci racconterà cosa succede ad una donna quando raggiunge i “nannaranannann” anni. Uomini, donne, affanni, sogni, illusioni, frastuoni, emozioni co(s)miche, tra favole e cronache.

Si respira un’aria melanconica. Le persone tra il pubblico, anche se hanno voglia di divertirsi, arrivano da un momento difficile. Avverto il loro calore, questo si, ma c’è un velato distacco, come quando si esce da una tempesta”, ci spiega quando le chiediamo quali sensazioni prova prima di andare in scena. Poltrone distanziate, presenti con le mascherine e gel disinfettanti in mano o pronti all’uso alla prima occasione, sarà difficile abituarsi a tutto questo, anche se per ora è normalità. Una normale anormalità. “Appena salgo sul palco mi prendo qualche minuto e provo a sdrammatizzare, tentando di accorciare le distanze con gli spettatori. Come? Parlando del lockdown di quello che abbiamo passato, vissuto e tocco temi come i complotti, come i canti dal balcone o le opinioni dei virologi. Un consiglio: guardare un tabù in faccia, e affrontarlo a viso aperto, aiuta a ridimensionarlo“.

Ciò che avverte nel pubblico, però, è un’aria rarefatta, “come se non ci si fosse resi conto che stiamo tornando alla vita, come se fossimo con i remi in barca in attesa di una possibile seconda ondata. Fattore, questo di una possibile seconda ondata, che impedisce di programmare il calendario artistico per i prossimi mesi in quanto, se mai dovesse realmente accadere, determinerebbe un secondo crollo dell’apparato culturale che sarebbe nettamente più rumoroso del primo. L’impossibilità di guardare a lungo termine non è un dettaglio, ma esattamente ciò su cui si fonda l’attività culturale in generale, sia essa musicale o, come in questo caso, teatrale. Il periodo che stiamo vivendo è considerato come una sorta di rinascita, come una “prima volta”. Chiediamo a Debora se questo pensiero trova riscontro nella realtà e se quindi, rispetto agli esordi e alle difficoltà degli inizi, trova dei punti in comune. Se c’è qualcosa di similare o di già vissuto.

“Non ho mai smesso di andare in apprensione prima di uno spettacolo, ogni volta è come se fosse l’esordio. Negli anni ho imparato a gestire le emozioni, non sono più terrorizzata come un tempo. Prima mi procuravo anche del dolore fisico, pur di spostare l’attenzione del cervello su altri fattori rispetto all’ansia. Non mi sento mai appagata, ogni pubblico è diverso e l’alchimia che si crea è sempre singola. Ora viviamo una fase in cui gli spazi sono diversi, l’approccio al palco ha subìto un contraccolpo e siamo in attesa di un qualcosa che potrebbe accadere come non accadere mai. Non sappiamo praticamente nulla del futuro e cerchiamo di dare il meglio in ogni show.

Ridere aiuta a vivere meglio. Il sorriso e la risata sono medicine e antidoti ai tempi grigi che stiamo vivendo. “Recital 20 di Risate” è un’occasione, dunque, non solo per trascorrere una piacevole serata di svago e intrattenimento, ma anche per riflettere su alcune tematiche di stretta attualità che non sempre trovano le giuste attenzioni all’interno della nostra società. Come la stessa artista tiene a precisare, non c’è volontà di pontificare ma solo di portare in scena tutte le idiosincrasie dell’essere umano. “Mi metto in prima linea con autoironia e sdogano la presa in giro di tutto e tutti, ma non della persona. Dissacro le dinamiche interpersonali dell’essere umano, maschile e femminile. C’è rispetto per l’individuo e, mettendo in gioco i suoi difetti, porto sempre avanti i suoi valori. Il pensiero espresso acquisisce significato diverso anche col passare del tempo. Non voglio che le persone tornino a casa stanche, bensì leggère e appagate, ma con un piccolo retropensiero che è appunto un ‘non facciamoci del male'”.

Femminismo, sessualità e apertura mentale sono temi portanti del Recital. Ma gli italiani sono ancora spaventati da essi? Li vedono ancora come tabù? “Direi di si, di pregiudizi ce ne sono ancora moltissimi, come quelli verso l’amore Lgbtq+, e i preconcetti sono duri a morire. La critica – ammesso che sia normale rivolgerla verso l’intimità altrui – è tale se non è offensiva o ingiuriosa, e anche questa è una prassi difficile da sradicare. Da questo punto di vista direi che lo spettacolo si commenta da sé per i valori in grado di esprimere e per gli spunti di riflessione che lascia nel pubblico una volta che questi è tornato a casa. Le critiche delle donne mi fanno incazzare ancora di più. C’è anche chi ha paragonato l’amore tra due persone dello stesso sesso che vogliono mettere su famiglia a quello dei rapporti con animali. Ma di cosa stiamo parlando? Davvero facciamo sul serio? Vogliamo davvero tornare nel Seicento? Così se una donna esprime valori di libertà e rispetto per il prossimo la puoi bruciare viva come una strega. Mi sconvolgo perché il nostro politico più mediatico e va detto meno concreto di tutti: Matteo Salvini lotta come una furia per impedire che venga approvata la legge contro il reato di omofobia ma dichiara apertamente che il revenge porn è una scelta sessuale! E’ un’aberrazione e non si può più tollerare. E’ ora di finirla”.

Prima di chiudere l’intervista, il discorso scivola inevitabilmente verso la politica che sta tessendo le sorti della nostra società. E qui, Debora, fa fatica a trattenersi. La verità, però, è che non vuole farlo perché vuole urlare al mondo il suo dispiacere e la sua rabbia per la deriva intellettuale e culturale che i nostri rappresentanti istituzionali hanno intrapreso. Dispiacere e rabbia, ma anche preoccupazione. “Salvini sta capitanando una propaganda pericolosissima che sta fomentando odio con fake news quotidiane e che, per questo, dovrebbe andare in galera. Ecco cosa dovremmo approvare subito una legge che condanni chi promuove, crea e divulga notizie false. Perché modificano il tuo modo di percepire la realtà e hanno il potere di cambiare il tuo pensiero”.

“C’è un tema sconvolgente di cui pochi si occupano, quello di chat agghiaccianti di pedopornofilia con omicidi, con gruppi di bambini che ne uccidono, stuprano e violentano altri”. il tutto gestito da minorenni. ( ricordo a tutti che la pedofilia è una piaga che ha una portata a livello mondiale). “I femminicidi sono passati di moda nei loro discorsi ma sotto lockdown moltissime donne sono state costrette a stare a casa con i loro aguzzini. Quando una donna viene stuprata da un extracomunitario ci si occupa tantissimo del criminale, se è italiano ci si preoccupa di come era vestita la vittima se era ubriaca etc… e con questo credo di aver detto tutto”.

I fascisti, chiamiamoli col loro nome, sono persone che si nascondono dietro una falsa ideologia. Se hai bisogno di falsare la realtà per affermare di avere ragione significa che hai torto! Ma si tutelano a vicenda, da Salvini a Trump. Quest’ultimo ha messo al bando gli antifascisti come fossero terroristi. Sta uscendo lo schifo più assoluto. La maggior parte delle persone nel mondo non la pensa così, bisogna cambiare”. Il fascismo non è un opinione è un reato. E aggiungo per fugare ogni dubbio che sul vocabolario il contrario di fascista è democratico”.

E’ tempo di salutarci, ma prima di farlo, mi preme chiederle un parere su una mia curiosità: perché la stand up comedian stenta ad affermarsi nel nostro Paese? “Perché copia quella americana e perché non è radicata nella nostra cultura. Dovremmo rifarci a Gaber, a Dario Fo e a Paolo Rossi. Va detto che Paolo Rossi si è ispirato tantissimo agli stand up comedian americani ma li ha miscelati col proprio sangue. Spesso e volentieri ci sono contenuti molto moderni ma poco nostri. Anche se riconosco molte nuove leve davvero brave, Sofia Gottardi e Frank Gramuglia che è più scrittore che attore ma da tenere d’occhio. Comunque sono giovani e stanno cercando la loro strada e so che la troveranno di sicuro”. Non dimentichiamoci dei nostri artisti però. Ripartiamo anche da qui, allora, dalla riscoperta della nostra arte comica, che non è seconda a nessun’altra.

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

Interviste

I Mokadelic spiegano l’arte della colonna sonora

Federico Falcone

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I Mokadelic arrivano alla colonna sonora di “Romulus” dopo un’esperienza decennale nel mondo della musica per la televisione con pubblicità per brand come Gucci, Bottega Veneta e Volkswagen, per il cinema, collaborando con registi come Stefano Sollima e Gabriele Salvatores, per il quale hanno composto la colonna sonora originale del film “Come Dio comanda” ottenendo la nomination come miglior colonna sonora ai Nastri d’argento 2009, il teatro, e varie esperienze di sonorizzazione in ambito sia nazionale sia internazionale.

La loro musica si sposta da atmosfere post-rock e neo-psichedeliche a suggestioni ambient/elettroniche malinconiche e rarefatte, fino ad arrivare a sonorità dense, creando vere e proprie sinfonie.

Ciao, ragazzi, benvenuti su The Walk Of Fame. Come ve la passate? Solo due mesi fa è uscita la serie “Romulus, l’origine di Roma oltre la leggenda”, che porta la vostra firma nella colonna sonora. State già lavorando a qualcosa di nuovo, magari per ingannare questi mesi di parziali lockdown?

Cris: Ciao e grazie! Andiamo avanti! Il momento storico è molto particolare, niente di visto prima nelle nostre esperienze. In questo senso anche la colonna sonora di Romulus è un caso particolare nelle nostre colonne sonore, per vari motivi: la sua concezione, il suo sviluppo creativo, la sua realizzazione in studio. In tutto questo chiaramente il lockdown di marzo e il distanziamento sociale hanno giocato un ruolo in termini di vincoli, facendoci però, di fatto, scoprire nuove opportunità di collaborazione. In questo momento in particolare stiamo componendo dei nuovi brani valorizzando quanto abbiamo avuto modo di fare nelle lavorazioni di Romulus, ad esempio facendo una pre-produzione a distanza.

Come nasce una colonna sonora? Quali sono gli step principali durante il processo di songwriting e nel dover far combaciare lo spirito della sceneggiatura con quello derivante dalle vostre composizioni?

Non c’è una regola ben precisa. Nella nostra esperienza abbiamo provato un po’ di tutto. Ogni film o serie televisiva che abbiamo affrontato ha avuto un metodo di lavoro differente perchè differenti erano le storie, i registi, i montatori. Si parte solitamente dalla costruzione di una serie di temi che possano esprimere, nella nostra visione, il mondo emotivo descritto. Avviene poi un incontro con il regista e lì avviene il confronto rispetto a quello che è più in linea con le sue aspettative per poi andare ad adattare e raffinare le composizioni.

Componete a riprese terminate, quindi dopo aver visionato il lavoro concluso, oppure seguite i lavori di pari passo?

Dipende dal momento in cui veniamo coinvolti e dalla scelta del regista. Ogni regista ha il suo modus operandi e noi ci adattiamo al suo modo di vedere e di concepire il ruolo della musica nel racconto. In alcune lavorazioni, come ad esempio “Come Dio Comanda” di Gabriele Salvatores, le musiche sono state costruite in maniera quasi definitiva prima dell’inizio delle riprese e sono state utilizzate sul set per ispirare gli attori e creare già quel mood visivo che poi abbiamo ritrovato nel film. Per “Gomorra-La serie” per certi versi è stato simile, alcuni brani erano stati creati prima, in occasione della sonorizzazione dal vivo al Palazzo delle esposizioni di Roma del film muto russo “La fine di Sanpietroburgo” di Pudovkien, e altre sono nate dietro richieste in corso d’opera da parte del regista Stefano Sollima. In “Romulus” abbiamo ritrovato parte di questa modalità, per cui a partire dalla lettura della sceneggiatura e dal confronto con i registi Matteo Rovere, Michele Alhaique ed Enrico Maria Artale abbiamo costruito dei temi di partenza per poi riadattarli e crearne dei nuovi sulla base di specifiche richieste.

Essendo dall’altra parte dello schermo, e quindi non in prima persona come attori, capita mai che guardando le serie o i lungometraggi su cui avete lavorato cambiereste qualcosa? C’è una percezione diversa se approcciate da spettatori?

Lavorando alle colonne sonore abbiamo modo di vivere in prima persona l’evoluzione del lavoro che porta al final cut. Questo ci da l’opportunità di vedere varie versioni della stessa scena, fare varie ipotesi, provarle, riprovarle e poi cambiarle nuovamente. In questo modo è difficile staccarci e prendere nuovamente la prospettiva dello spettatore o della prima volta. Accade a volte che si rivedano, in occasione delle presentazioni al cinema o in tv, i lavori che abbiamo fatto è in generale bisogna dire che, forse proprio per le varie prove fatte, il risultato che vediamo sia il migliore di quelli possibili.

Avete lavorato anche alla serie di Gomorra, all’Immortale e al film “Sulla mia pelle”, oltre a portare dentro un bagaglio di esperienze altresì prestigiose e importanti. Quali sono quelle che vi hanno arricchito di più?

Le colonne sonore sono state per noi un’opportunità, forse la più importante delle opportunità, per esprimere gran parte del nostro mondo musicale. Sono tutt’oggi una modalità espressiva che ci permette di connetterci con le storie. A partire dalle prime prove quando proiettavamo dei film e ci suonavamo sopra senza particolari ambizioni  abbiamo capito che quel modo di far parte di un racconto era per noi una cosa importante, difficilmente esprimibile a parole. In questo senso ogni esperienza ci arricchisce, non soltanto i film e le serie tv, ma anche le esperienze teatrali, le sonorizzazioni, i cortometraggi. Certamente “Come Dio Comanda”, “Gomorra – La Serie”, “Sulla mia pelle” e “Romulus” hanno rappresentato dei passaggi fondamentali nella nostra storia, anche a livello compositivo e professionale.

Come sono cresciuti i Mokadelic in questi anni? Quali sono gli obiettivi che vi ponete e quali traguardi, soprattutto, ambite a raggiungere?

Nel 2020 abbiamo compiuto 20 anni…tanti anni passati insieme, direi quindi che la crescita è avvenuta su più piani e fondamentalmente non sia ancora finita. La band mokadelic è cresciuta al crescere dei suoi componenti, sul piano dell’amicizia, sul piano creativo e su quello professionale. Sentiamo però che ci sia sempre qualcosa di nuovo da scoprire nel mondo dei suoni, nel mondo della composizione e nel mondo dell’audiovisivo. Per questo guardiamo al futuro con apertura e cerchiamo di darci degli obiettivi nuovi…sempre con le nostre tempistiche e in considerazione del momento storico che viviamo. Ora stiamo lavorando al nostro nuovo album e questo è attualmente l’obiettivo più concreto.

Se doveste comporre una colonna sonora per raccontare l’anno 2020, anche in virtù di tutte le esperienze negative che ci sono state, su quali leve emozionali puntereste? Come giudicate l’anno che si è appena chiuso?

Credo che il modo migliore per raccontare il 2020 sia essere neutri. Si racconta tutto da sé, in maniera molto chiara, non serve enfatizzare nulla perchè sembra già la sceneggiatura di un film. In questo senso basterebbe essere minimali…pochi elementi, tante emozioni.

Per chiudere: la top 3 delle vostre colonne sonore preferite

Non è una classifica di merito. Al primo posto c’è “The Arrival”, con la colonna sonora di Jóhann Jóhannsson, al secondo posto c’è “Inception”, colonna sonora di Hans Zimmer, e al terzo posto la serie tv “Dark”, con la colonna sonora di Ben Frost.

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Interviste

Gli Aborym svelano Hostile: “Per la prima volta abbiamo scritto il disco da band”

“Suoniamo ciò che ci fa bene suonare, come se la musica fosse un medicinale per lenire il dolore. Per noi esiste solo questo”

Luigi Macera Mascitelli

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Il 12 febbraio 2021, i nostrani Aborym pubblicheranno Hostile, il loro ottavo album per Dead Seed Productions. Attiva da quasi trent’anni, la band industrial metal ha segnato un’importante solco nel panorama musicale italiano. Questa nuova fatica è certamente il lavoro più complesso ed ambizioso per i nostri. I ben noti elementi noise, rock, industrial ed elettronici, si arricchiscono ulteriormente, dando vita ad un’atmosfera psichedelica in cui la musica gioca un ruolo di assoluto dominio.

Il tutto accompagnato dall’inossidabile vocalist e frontman Fabrizio Giannese, in arte Fabban, al quale abbiamo avuto il piacere di fare qualche domanda in merito. Con lui, ad approfondire insieme il background di Hostile, il batterista Gianluca “Kata” Catalani. A loro i nostri ringraziamenti e a voi tutti una buona lettura!

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Il 12 febbraio pubblicherete “Hostile”, il vostro nuovissimo album. Cosa potete dirci a riguardo? Sarà un lavoro differente rispetto ai precedenti?

Fab: Preferirei che la gente lo ascoltasse e traesse le proprie conclusioni piuttosto che indirizzarla verso un punto di vista che sarebbe di parte. Quando leggo interviste di gruppi che si autocelebrano mi cadono le palle per terra. Lo trovo poco serio. Il 12 Febbraio verrà pubblicato un nuovo disco degli Aborym, l’ottavo ufficiale, e quando esce un nuovo album non sai mai cosa può succedere. Se verrà capito, se verrà apprezzato o demolito dalla critica… Di certo non vediamo l’ora di poterlo condividere con tutti.

È un disco che ha richiesto due anni di lavoro tra scrittura, pre-produzione, registrazioni, arrangiamenti e post produzione. Ci siamo trovati nell’ esplosione della pandemia proprio quando mancavano le voci su tre brani. Ho inserito le parti vocali in pieno lockdown e poi abbiamo dovuto modificare i nostri piani mixando il disco da remoto, tutti collegati via internet. Ci siamo affidati ad Andrea Corvo, il nostro consolidato sound engineer che ci segue sin dalle prime demo. Ha fatto un lavoro superbo. Dopo la morte di Guido Elmi, producer di Vasco Rossi che ha lavorato con noi su SHIFTING.negative, abbiamo affidato la produzione di Hostile a Keith Hillebrandt, che forse qualcuno ricorda per aver lavorato, tra gli altri, con Nine Inch Nails e David Bowie. Keith ha letteralmente elevato il livello, e per noi era un obiettivo essenziale. Siamo ottimi amici da un po’ di anni ormai e lavorare con un guru di quel calibro è come comprare una Maserati a scatola chiusa.

Com’è nato il disco? Volete parlarci del processo di songwriting?

Fab: Per la prima volta nell’arco di quasi trent’anni abbiamo scritto il disco da band, che per definizione è una combo di vari elementi. Ho finalmente avuto modo di lavorare con musicisti professionali, nonché ottimi amici. Ormai suoniamo da un po’ di anni e ci conosciamo molto bene. Siamo polistrumentisti, ognuno sa cosa fare, e il disco è nato dalle mani di tutti. In passato invece scrivevo tutto da solo. Purtroppo mi sono trovato a lavorare con gente che mi farciva il cervello di promesse e proclami, per poi ritrovarmi a constatare che i fatti erano zero. Ho dovuto chiudere le porte a tanti fattucchieri purtroppo.

Ora sembra che le cose funzionino in modo molto organico. Innanzitutto non c’è più un compositore principale, e ognuno ha lavorato molto sugli arrangiamenti. Siamo partiti da lontano, mettendo le mani su alcune demo. In due anni abbiamo smontato e rimontato tutto fino ad ottenere circa una ventina di canzoni in pre-produzione. Keith ha poi definito quali voleva registrassimo -che poi sono quelle presenti nel disco- e nella sequenza da lui delineata. 

Abbiamo un metodo di lavoro abbastanza trasversale in fase di songwriting. In alcuni casi i brani nascono dalle idee di chitarra di Tommy o sono stati costruiti sul basso. In altri partiamo da un testo e dalle metriche di voce, oppure iniziamo a montare direttamente su sistema modulare o midi su un sequencer. Il processo è schizofrenico, tutto muta e si evolve: i pezzi suonano in un modo e due mesi dopo vengono completamente smembrati e riassemblati diversamente. Una singola canzone ha avuto mesi di gestazione. Credo che per fare musica a certi livelli il tempo giochi un ruolo fondamentale, così come la conoscenza degli strumenti, l’applicazione e lo studio di ciò che non si conosce bene. Siamo tutti decisamente “nerd” in questo.

Kata: Abbiamo iniziato in modo del tutto spontaneo. Eravamo reduci da alcuni concerti in giro per l’Europa e Fab aveva già parecchie idee in cantiere. Abbiamo iniziato a scambiarci file e a lavorarci su in totale autonomia, essendo ognuno attrezzato con il proprio home studio. È stata una vera macchina: i brani uscivano uno dopo l’altro ed erano tutti validissimi. Una vera magia. Abbiamo poi inviato tutto a Keith il quale ci ha dato degli ottimi consigli su come migliorare alcune parti e quali secondo lui fossero i brani più forti. Sai, l’orecchio esterno del producer è veramente prezioso e ti fa rendere conto di cose di cui non avresti mai immaginato. Leggo spesso da parte di sedicenti criticoni musicali della domenica (soprattutto nell’ambito della musica estrema) che le band si fanno scegliere i brani dal produttore limitandone la libertà artistica. Ecco, inviterei gli stessi a studiare come funzionano le cose prima di blaterare.

Nel corso degli anni il vostro sound si è evoluto arricchendosi sempre di nuovi elementi. Ciò è dovuto ad un bagaglio culturale maggiore o alla necessità di dire di più con la vostra musica?

Kata: Direi entrambe le cose. Col passare degli anni si acquisiscono sempre più nuove competenze, si fa esperienza e nel nostro caso, essendo dei veri e propri nerd dei nostri strumenti, investiamo tanto tempo e soldi per acquistare ed imparare a padroneggiare nuove macchine. Nel caso di Fab l’ambiente dei synth modulari, nel mio caso l’integrazione dell’elettronica nella batteria acustica tradizionale etc. Tutto questo fa si che il nostro sound si evolva sempre album dopo album, caratteristica poi che è sempre stata una costante negli Aborym.

Fab: È il DNA di questa band e delle persone che ne fanno parte. Non è un lavoro per noi. Non dobbiamo prostituirci artisticamente per gonfiare le tasche di qualche discografico e di conseguenza facciamo come vogliamo. Suoniamo ciò che ci fa bene suonare, come se la musica fosse un medicinale per lenire il dolore. Per noi esiste solo questo.

Qual è, per voi, quell’elemento che funge da marchio di fabbrica degli Aborym?

Kata: A mio avviso la sperimentazione, il voler continuamente cambiare pelle senza piegarsi mai alla logica dei generi musicali. Facciamo sempre quello che ci passa per la testa, non ci interessano le mode né stiamo ad inseguire ciò che “funziona” e che quindi fa vendere. Siamo coscienti che se gli Aborym riprendessero in mano la macchina che erano 20 anni fa noi tutti ne trarremmo un beneficio economico enorme. Ma non avrebbe alcun senso. Diffidiamo sempre delle band che fanno uscire dischi tutti uguali. Non posso credere che a 50 anni qualcuno si senta ed agisca come quando ne aveva 20. Capisci cosa voglio dire? A mio avviso la curiosità e la voglia di mettersi in discussione è la base dell’essere creativi.

Fab: Siamo agitatori stilistici (ride, n.d.r.). Mettiamo sempre in difficoltà chi deve scrivere di noi, recensire un nostro disco o la nostra fanbase. I generi musicali li creiamo e li modifichiamo, per poi divertirci a leggere le varie classificazioni che la gente tenta di fare con la musica, non solo con la nostra. È divertente, quanto inutile. Ma tant’è.

Il periodo di quarantena è stato in qualche modo utile per conoscervi meglio durante la lavorazione al nuovo album?

Kata: È stato difficile ma di contro anche molto motivante. L’inizio della quarantena ha coinciso esattamente con l’inizio delle sessioni di mixing dell’album. I primi tempi c’è stato un momento di sconforto perché era chiaro che sarebbe slittato tutto rispetto al planning originale. Ci siamo armati quindi di spirito di abnegazione e siamo riusciti (facendo i salti mortali) a portare tutto a termine, oltretutto con risultati ben al di sopra delle aspettative. Questo sicuramente ci ha resi più forti e coesi di prima, nonché più sicuri dei nostri mezzi.

Fab: Il lockdown, come dicevo prima, ha rallentato la nostra tabella di marcia e abbiamo dovuto modificare i nostri piani. Anche ora siamo in quarantena e stiamo subendo una serie di rallentamenti per via delle restrizioni dei vari DPCM, che rispettiamo tutti. Lo scorso week-end ad esempio non abbiamo potuto fare prove. Inizia a snervarmi tutto questo. Il disco era previsto per il 2020 ed è già tanto che stia uscendo a febbraio 2021. Per mesi e mesi il mondo ha smesso di funzionare e tutt’ora che siamo a gennaio non mi pare che le cose stiano tornando alla normalità.

Ad ogni modo il lockdown non è certo servito per conoscerci meglio. A me ha solo fatto capire che, in fondo, non è cambiato molto nelle persone intorno. Sono sempre stato parecchio distante dalla gente. Sto bene con la mia famiglia, con gli altri della band e con pochi amici. Sono in “distanziamento sociale” dal 1990 circa. Non uso il termine “misantropia” perché non sono un misantropo e queste cazzate le lascio agli adoratori di Satana e al black metal.

Sono uno che meno persone ha intorno e meglio si sente. E non credo molto a ciò che spesso leggo sui giornali, del tipo “questo virus ha avvicinato le persone” o “le persone dopo il covid saranno migliori” e cazzate del genere. Credo esattamente nel contrario. Con la differenza che quando la pandemia sarà finita la gente, oltre che peggiorata a livello sociale, sarà anche incazzata e avrà fame. In molti saranno con le pezze al culo. Mi auguro solo che in tutto questo enorme caos quel pupazzo di Renzi non faccia cadere il governo. Non vorrei ritrovarmi in piena pandemia con Salvini, Berlusconi e la Meloni alla guida. Sarebbe come avere dieci Trump tutti insieme. E non ho nessuna voglia di vaccinarmi facendomi bucare con una dose di disinfettante.

Come pensate sarà tornare in tournée dopo questo blocco mondiale? Avete già in mente un piano per sponsorizzare il disco?

Fab: Al momento no. Per ora ci concentriamo sulle prove dei brani di questo disco, restrizioni e DPCM permettendo, e su una setlist. Siamo già al lavoro su nuove tracce ma non abbiamo idea di quando sarà possibile anche solo iniziare a parlare di concerti. Spero di sbagliarmi, ma credo che il 2021 non sarà poi così diverso dal 2020. Spero davvero di sbagliarmi! Nel frattempo cerchiamo tutti di rispettare le regole, di stare a distanza di sicurezza, di usare quelle cazzo di mascherine, di lavarci spesso le mani e, soprattutto, vacciniamoci quando sarà il nostro turno.

Kata: È prematuro ora parlare di tournée. Come tutti sappiamo bisogna navigare a vista. L’obiettivo adesso è promuovere l’album nel migliore dei modi e nel frattempo lavoreremo affinché possa essere suonato anche live non appena ci sarà di nuovo un barlume di normalità. Di certo tornare a calcare un palco dopo una situazione come questa sarà ancor più stimolante. Speriamo di ritrovarci presto di persona proprio durante un concerto.

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Interviste

Solisumarte: il duo bresciano alla ricerca di una nuova dimensione spazio-musicale

Domenico Paris

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Nati a Brescia nel 2019, i Solisumarte sono un duo formato da Daris Bozzoni e Nicolas Pelleri, entrambi reduci da lunghe e variegate esperienze personali, che hanno unito le loro forze con l’intento di proseguire il loro viaggio musicale in un’avventura in grado di regalargli una nuova prospettiva e nuove suggestioni a sette note.

Dopo il grande riscontro di critica e ascolti ottenuto con “Quella volta sul mare”, ci riprovano con il nuovo singolo “Stare lucido” (uscito il 4 dicembre scorso per Leindie Music/ Artist First), un brano dal ritmo e dall’umore a dir poco catchy, con il quale sperano di rafforzare l’alto indice di gradimento ottenuto finora e prepararsi al meglio per una nuova stagione che, passata l’emergenza covid, possa regalargli prestigiose ribalte.

Dopo “Quella volta sul mare”, ecco “Stare lucido”, un’altra canzone che sembra avere tutte le carte in regola per ripeterne il successo, cambiandone però la formula musicale. Ci raccontate come è nata?

Hai colto nel segno, tramite “Stare Lucido” abbiamo voluto introdurre all’interno dei nostri brani alcune influenze che stanno caratterizzando i nostri ascolti in questo periodo. La canzone è nata in un momento particolare, ci sentivamo davvero annegare tra lavoro, progetti e vita privata, così abbiamo cercato di fotografare quegli istanti e percorrere una strada nuova e ricca di stimoli.

In che modo dobbiamo porci di fronte al nuovo brano: un invito a ragionare e a evitare le “buche” o la semplice constatazione che, nella vita, nessun freno può evitare che succedano certe cose e si creino poi i rimpianti?

“Stare Lucido” è una presa di coscienza sul fatto che le cose nella vita succedono e basta. Guardandoci indietro, è normale vedere opportunità perse, obiettivi mancati, strade sbagliate, ma poco importa. Quello che conta davvero è dove siamo ora, sopravvissuti anche ai mille anni di sfiga augurati da quella maledetta catena del 2007.

Solisumarte è un progetto del 2019 che segue una lunga serie di diverse esperienze che avete accumulato singolarmente. Perché avete deciso di unire le vostre forze e, da quello che avete potuto vedere fino ad ora, la gestione di un duo è più semplice rispetto a quella di un gruppo convenzionale?

Abbiamo deciso di iniziare questo viaggio insieme perché ci siamo trovati al posto giusto nel momento giusto, entrambi soli, con il morale sottoterra, ma con la voglia di risalire e di fare qualcosa che ci rendesse veramente felici. La gestione di un duo è nettamente più lineare e immediata rispetto a quella di una band. Mettere insieme le idee in due già non è scontato, mettere d’accordo quattro o cinque teste spesso può diventare un’impresa impossibile.

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In che modo nasce la vostra musica? Lavorate in sinergia o si tratta di un assemblaggio che fate dopo aver sviluppato separatamente le rispettive idee?

Il vero segreto del nostro sound e del nostro lavoro è che c’è molta cooperazione. Non siamo il producer e il cantante da vedere separatamente, tutte le fasi fino alla creazione del prodotto finale vengono viste e riviste insieme. Crediamo che questo modo di operare sia ideale per proporre un prodotto omogeneo e che rispecchi pienamente la nostra prospettiva musicale.

Dopo esservi aggiudicati la copertina di “Scuola di indie” su Spotify con “Quella volta al mare”, avete rilevato un’impennata di gradimento considerevole rispetto al passato? Quanto sono realmente importanti questi riconoscimenti per una band come la vostra e, più in generale, che idea vi siete fatti dei canali sui quali viaggia la musica oggi?

Essere stati copertina di “Scuola Indie” ed essere all’interno di “Indie Italia” per noi è veramente una figata. Chiaramente sappiamo benissimo che questo è solo un punto di partenza, la strada è ancora molto lunga, ma sicuramente questi risultati rappresentano un ottimo feedback su ciò che abbiamo fatto fino ad ora. I canali su cui viaggia la musica oggi, non c’è bisogno di dirlo, sono cambiati e a nostro avviso è giusto sapersi adattare: Spotify è un ottimo punto di partenza da utilizzare per far sentire le proprie canzoni a più persone possibili.

Immagino che, appena sarà possibile, vogliate suonare dal vivo. Avete già immaginato quale sarà un live standard dei Solisumarte (formazione, set, ecc)? E quanto pensate che la dimensione di un locale e/o di un altro contesto concertistico possa cambiare l’esecuzione dei vostri pezzi?

Non crediamo che ci sia un luogo più o a meno adatto per ciò che vogliamo proporre, sicuramente adatteremo il nostro live a seconda dei contesti in cui ci dovremo esibire. Se dovessimo suonare in un locale importante, probabilmente aggiungeremo al set un batterista per dare più energia e potenza al tutto. Se la situazione dovesse essere invece più intima e il locale meno attrezzato, organizzeremo un set in acustico. No problem!

Nonostante oggi si tenda a procedere per singoli, vi piacerebbe un giorno pubblicare un album per fare un discorso, testuale o musicale, più ampio? E, se sì, quando dobbiamo aspettarcelo?

Assolutamente, l’idea di un album sta già attraversando le nostre menti da tempo. Arriverà il momento giusto, ne siamo certi. Per ora andremo avanti con i singoli che stiamo terminando e quando capiremo che le cose saranno mature per un’uscita sulla “lunga distanza”, ci faremo trovare pronti per raccontarvi qualcos’altro di noi!

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