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Interviste

Malinconia tra la gente e politica delle fake news, ma il teatro e la risata non saranno mai in ginocchio

Federico Falcone

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E’ diverso. Il ritorno a teatro è diverso. Che sia sotto a un palco, in qualità di spettatore, o sopra di esso, in qualità di attore/attrice, rispetto a sei mesi fa è tutto cambiato. Quando le luci della ribalta si posano sul pubblico manca quella omogeneità che dovrebbe caratterizzare una folla, quella compattezza che fa dei presenti in sala uno di quegli assembramenti che ogni protagonista del mondo dello spettacolo vorrebbe avere sotto agli occhi al momento della propria esibizione.

Debora Villa ha fatto dell’intrattenimento la sua vita e il suo credo. Il ritorno sui palcoscenici italiani è coinciso con “Recital 20 di Risate“, pièce che raccoglie il meglio del suo repertorio ventennale: dalle gag sull’universo femminile e sulla varia umanità alle favole raccontate con graffiante cinismo comico. Passando per Adamo ed Eva, Debora ci racconterà cosa succede ad una donna quando raggiunge i “nannaranannann” anni. Uomini, donne, affanni, sogni, illusioni, frastuoni, emozioni co(s)miche, tra favole e cronache.

Si respira un’aria melanconica. Le persone tra il pubblico, anche se hanno voglia di divertirsi, arrivano da un momento difficile. Avverto il loro calore, questo si, ma c’è un velato distacco, come quando si esce da una tempesta”, ci spiega quando le chiediamo quali sensazioni prova prima di andare in scena. Poltrone distanziate, presenti con le mascherine e gel disinfettanti in mano o pronti all’uso alla prima occasione, sarà difficile abituarsi a tutto questo, anche se per ora è normalità. Una normale anormalità. “Appena salgo sul palco mi prendo qualche minuto e provo a sdrammatizzare, tentando di accorciare le distanze con gli spettatori. Come? Parlando del lockdown di quello che abbiamo passato, vissuto e tocco temi come i complotti, come i canti dal balcone o le opinioni dei virologi. Un consiglio: guardare un tabù in faccia, e affrontarlo a viso aperto, aiuta a ridimensionarlo“.

Ciò che avverte nel pubblico, però, è un’aria rarefatta, “come se non ci si fosse resi conto che stiamo tornando alla vita, come se fossimo con i remi in barca in attesa di una possibile seconda ondata. Fattore, questo di una possibile seconda ondata, che impedisce di programmare il calendario artistico per i prossimi mesi in quanto, se mai dovesse realmente accadere, determinerebbe un secondo crollo dell’apparato culturale che sarebbe nettamente più rumoroso del primo. L’impossibilità di guardare a lungo termine non è un dettaglio, ma esattamente ciò su cui si fonda l’attività culturale in generale, sia essa musicale o, come in questo caso, teatrale. Il periodo che stiamo vivendo è considerato come una sorta di rinascita, come una “prima volta”. Chiediamo a Debora se questo pensiero trova riscontro nella realtà e se quindi, rispetto agli esordi e alle difficoltà degli inizi, trova dei punti in comune. Se c’è qualcosa di similare o di già vissuto.

“Non ho mai smesso di andare in apprensione prima di uno spettacolo, ogni volta è come se fosse l’esordio. Negli anni ho imparato a gestire le emozioni, non sono più terrorizzata come un tempo. Prima mi procuravo anche del dolore fisico, pur di spostare l’attenzione del cervello su altri fattori rispetto all’ansia. Non mi sento mai appagata, ogni pubblico è diverso e l’alchimia che si crea è sempre singola. Ora viviamo una fase in cui gli spazi sono diversi, l’approccio al palco ha subìto un contraccolpo e siamo in attesa di un qualcosa che potrebbe accadere come non accadere mai. Non sappiamo praticamente nulla del futuro e cerchiamo di dare il meglio in ogni show.

Ridere aiuta a vivere meglio. Il sorriso e la risata sono medicine e antidoti ai tempi grigi che stiamo vivendo. “Recital 20 di Risate” è un’occasione, dunque, non solo per trascorrere una piacevole serata di svago e intrattenimento, ma anche per riflettere su alcune tematiche di stretta attualità che non sempre trovano le giuste attenzioni all’interno della nostra società. Come la stessa artista tiene a precisare, non c’è volontà di pontificare ma solo di portare in scena tutte le idiosincrasie dell’essere umano. “Mi metto in prima linea con autoironia e sdogano la presa in giro di tutto e tutti, ma non della persona. Dissacro le dinamiche interpersonali dell’essere umano, maschile e femminile. C’è rispetto per l’individuo e, mettendo in gioco i suoi difetti, porto sempre avanti i suoi valori. Il pensiero espresso acquisisce significato diverso anche col passare del tempo. Non voglio che le persone tornino a casa stanche, bensì leggère e appagate, ma con un piccolo retropensiero che è appunto un ‘non facciamoci del male'”.

Femminismo, sessualità e apertura mentale sono temi portanti del Recital. Ma gli italiani sono ancora spaventati da essi? Li vedono ancora come tabù? “Direi di si, di pregiudizi ce ne sono ancora moltissimi, come quelli verso l’amore Lgbtq+, e i preconcetti sono duri a morire. La critica – ammesso che sia normale rivolgerla verso l’intimità altrui – è tale se non è offensiva o ingiuriosa, e anche questa è una prassi difficile da sradicare. Da questo punto di vista direi che lo spettacolo si commenta da sé per i valori in grado di esprimere e per gli spunti di riflessione che lascia nel pubblico una volta che questi è tornato a casa. Le critiche delle donne mi fanno incazzare ancora di più. C’è anche chi ha paragonato l’amore tra due persone dello stesso sesso che vogliono mettere su famiglia a quello dei rapporti con animali. Ma di cosa stiamo parlando? Davvero facciamo sul serio? Vogliamo davvero tornare nel Seicento? Così se una donna esprime valori di libertà e rispetto per il prossimo la puoi bruciare viva come una strega. Mi sconvolgo perché il nostro politico più mediatico e va detto meno concreto di tutti: Matteo Salvini lotta come una furia per impedire che venga approvata la legge contro il reato di omofobia ma dichiara apertamente che il revenge porn è una scelta sessuale! E’ un’aberrazione e non si può più tollerare. E’ ora di finirla”.

Prima di chiudere l’intervista, il discorso scivola inevitabilmente verso la politica che sta tessendo le sorti della nostra società. E qui, Debora, fa fatica a trattenersi. La verità, però, è che non vuole farlo perché vuole urlare al mondo il suo dispiacere e la sua rabbia per la deriva intellettuale e culturale che i nostri rappresentanti istituzionali hanno intrapreso. Dispiacere e rabbia, ma anche preoccupazione. “Salvini sta capitanando una propaganda pericolosissima che sta fomentando odio con fake news quotidiane e che, per questo, dovrebbe andare in galera. Ecco cosa dovremmo approvare subito una legge che condanni chi promuove, crea e divulga notizie false. Perché modificano il tuo modo di percepire la realtà e hanno il potere di cambiare il tuo pensiero”.

“C’è un tema sconvolgente di cui pochi si occupano, quello di chat agghiaccianti di pedopornofilia con omicidi, con gruppi di bambini che ne uccidono, stuprano e violentano altri”. il tutto gestito da minorenni. ( ricordo a tutti che la pedofilia è una piaga che ha una portata a livello mondiale). “I femminicidi sono passati di moda nei loro discorsi ma sotto lockdown moltissime donne sono state costrette a stare a casa con i loro aguzzini. Quando una donna viene stuprata da un extracomunitario ci si occupa tantissimo del criminale, se è italiano ci si preoccupa di come era vestita la vittima se era ubriaca etc… e con questo credo di aver detto tutto”.

I fascisti, chiamiamoli col loro nome, sono persone che si nascondono dietro una falsa ideologia. Se hai bisogno di falsare la realtà per affermare di avere ragione significa che hai torto! Ma si tutelano a vicenda, da Salvini a Trump. Quest’ultimo ha messo al bando gli antifascisti come fossero terroristi. Sta uscendo lo schifo più assoluto. La maggior parte delle persone nel mondo non la pensa così, bisogna cambiare”. Il fascismo non è un opinione è un reato. E aggiungo per fugare ogni dubbio che sul vocabolario il contrario di fascista è democratico”.

E’ tempo di salutarci, ma prima di farlo, mi preme chiederle un parere su una mia curiosità: perché la stand up comedian stenta ad affermarsi nel nostro Paese? “Perché copia quella americana e perché non è radicata nella nostra cultura. Dovremmo rifarci a Gaber, a Dario Fo e a Paolo Rossi. Va detto che Paolo Rossi si è ispirato tantissimo agli stand up comedian americani ma li ha miscelati col proprio sangue. Spesso e volentieri ci sono contenuti molto moderni ma poco nostri. Anche se riconosco molte nuove leve davvero brave, Sofia Gottardi e Frank Gramuglia che è più scrittore che attore ma da tenere d’occhio. Comunque sono giovani e stanno cercando la loro strada e so che la troveranno di sicuro”. Non dimentichiamoci dei nostri artisti però. Ripartiamo anche da qui, allora, dalla riscoperta della nostra arte comica, che non è seconda a nessun’altra.

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

Interviste

Carolina Bubbico: “Vi presento il mio disco “felice”. Ai miei studenti? Consiglio di essere autentici”

Michela Moramarco

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Carolina Bubbico giunge al suo terzo album di inediti con “Il dono dell’ubiquità”

Cantante, pianista, arrangiatrice e direttrice d’orchestra, Carolina Bubbico ha un’idea della musica molto eterogenea. In questo suo nuovo progetto discografico esplora varie attitudini e sonorità, a volte sorprendenti e di certo ricche di sfumature. “Il dono dell’ubiquità” non si va a incastonare in nessun genere musicale preciso. Ed è questa l’essenza per poterlo ascoltare, liberi da ogni sterile collocazione.

Abbiamo parlato con Carolina Bubbico.

“Il dono dell’ubiquità” è un titolo d’impatto. Complessivamente, cosa vuoi raccontare?

Sicuramente voglio dare l’idea dell’ubiquità in senso musicale. Mi sono auto-dichiarata ubiqua poiché mi piacciono cose diverse, non voglio più etichettarmi o rispondere alla domanda “che genere fai?” Per me questo è un disco felice, riesce a restituirmi questo impatto che rispecchia i miei gusti. Ho cercato di dare un filo conduttore dal punto di vista compositivo. L’ubiquità è anche culturale, con l’idea di aprirsi al diverso.

Come è andata la fase di produzione in generale? Ci sono anche tante diverse collaborazioni..

Questo disco è stato molto particolare perché abbiamo registrato da febbraio a giugno. Probabilmente dal punto di vista creativo il lockdown mi ha aiutata. Ci sono infatti collaborazioni con musicisti a cui forse non avrei mai pensato di contattare. Abbiamo registrato a distanza. Mio fratello Filippo Bubbico è il produttore del disco e insieme abbiamo lavorato al Sun Village studio, ovvero lo studio che abbiamo a casa nostra in campagna. Abbiamo ragionato fuori dalle logiche di mercato, cercando di puntare in alto, verso la qualità. Nel complesso, è un disco molto collettivo, ne sono felice. Credo molto nella cooperazione. Le tracce che abbiamo acquisito per comporre questo puzzle musicale derivano da varie parti del mondo. Paradossalmente si è abbattuta la distanza, ma non si è persa la cura per l’ascolto, nonostante non stessimo fisicamente vicino.

Il brano “Amore infinito” vede la collaborazione di Nando di Modugno, un chitarrista classico. Com’ è andata la composizione di questo brano?

Ho coinvolto Nando in questo brano che è un po’ un omaggio al Brasile. Mi sono trovata molto bene, lui è una persona molto accogliente ed è un musicista straordinario, di grande sensibilità. Sapevo che prima o poi l’avrei contattato. Ho sempre avuto un rapporto di amore e odio con la chitarra, anzi, un amore a distanza. Non l’avevo mai inserita in un mio disco. Io stessa mi sono avvicinata allo strumento e incredibilmente alcuni pezzi li ho scritti alla chitarra. È nato dunque “Amore Infinito”, che è una sorta di preghiera di un padre che dichiara a sua figlia amore eterno. La produzione è avvenuta di persona. È stato divertente, in quel momento stare insieme è apparso ancora più prezioso.

Sei anche docente di conservatorio. Dunque, cosa ti senti di consigliare a un giovane che vuole intraprendere una carriera da musicista?

Consiglierei di non comporre necessariamente musica propria, a meno che non si abbia una vocazione. La musica si può vivere sotto tantissimi aspetti, ognuno deve proseguire ciò che lo fa stare bene. In questo lavoro spesso ci si impone dei ruoli che non si addicono alla persona. E invito ogni aspirante musicista a cercare la propria vocazione. Inoltre, consiglio di conservare la propria autenticità, che  fondamentale e mai scontato.

Mi racconti un aneddoto della tua carriera?

Mi viene in mente il viaggio in Giappone, quando sono andata a suonare a Tokyo. È stato un confronto con una cultura e un modo di porsi molto diverso dal nostro. Sono affascinata dalla diversità umana e ovviamente l’esperienza del viaggio è l’emblema del confronto. È stata un’esperienza quasi mistica, ecco cosa mi viene da raccontare in questo momento.

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Interviste

Altarboy e Levante insieme su Netflix: intervista al duo romano

Antonella Valente

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Gli Altarboy muovono i loro primi passi in una Roma anni ’80, fatta di riscoperte ed esplorazioni musicali dall’hip hop all’elettronica fino alla musica house. Al tempo però il progetto non era ancora nato. C’era solo una forte amicizia – che dura ancora ora – tra Attilio Tucci e Sergio Picciaredda, due ragazzi sedicenni che passavano i loro pomeriggi a registrare nastri dentro le cantine dei Parioli.

Oggi quei ragazzi sono cresciuti e nel corso della loro carriera a partire dal 2010 – anno della fondazione degli Altarboy – hanno sfornato una decina di dischi tra cui “Way beyond” contenente “Blow” e “You on me”, scelti per la colonna sonora della serie “Baby” prodotta da Netflix. A questi, però, si è aggiunto anche “Vertigine” il brano realizzato insieme a Levante, permettendo loro di consolidare la collaborazione con la produzione della serie Netflix.

“Vertigine” è il vostro ultimo singolo realizzato insieme a Levante per la serie Netflix “Baby”. Come è nata questa collaborazione?

L’idea di “Vertigine” è nata negli studi di Fabula Pictures insieme al produttore della serie di “Baby” Marco De Angelis. Noi eravamo già parte della colonna sonora delle prime due stagioni con quattro singoli (“Blow -You on Me” – “Keep it on Your Mind” – “Tonight”) e per la terza, quella finale, Marco aveva bisogno di qualcosa di eccezionale, così ha pensato che avrebbe potuto funzionare e unire un duo indie dal suono internazionale come noi con una artista italiana già molto affermata come Levante. Come dargli torto! La colonna sonora di “Baby” resta una delle più riuscite in assoluto.

Levante è una delle cantautrici più seguite nel panorama musicale attuale, com’è stato lavorare con lei?

Il brano è stato praticamente prodotto durante il lockdown per cui non ci siamo mai incontrati fisicamente. Lavorare con lei comunque è stato molto stimolante poiché abbiamo avuto la prova di quello che abbiamo sempre pensato cioè che Levante è un’artista che arriva direttamente alle persone ma in modo assolutamente originale, mai scontato e sapevamo che questo connubio avrebbe funzionato e il successo che sta riscuotendo “Vertigine” ne è una conferma.

Gli Altarboy nascono ufficialmente nel 2010, ma l’amicizia tra Attilio e Sergio va oltre questa data. Quando vi incontrate per la prima volta?

Siamo amici dai tempi della scuola e abbiamo sempre condiviso una grande passione per la musica poi siamo stati bravi a farlo diventare un lavoro realizzando il nostro sogno.

YouTube Music vi considera tra i 50 artisti che hanno dettato il suono del 2019, è così?

A quanto pare sì. Il nostro suono è come il nostro marchio di fabbrica ciò che ci identifica, quello che quando qualcuno sente un brano senza sapere chi è dice: “Altarboy”. Il 2020 ne è stata la conferma.

Cosa vi aspettate per il vostro futuro musicale? Durante il lockdown avete avuto modo di pensare ad altri progetti?

Stiamo lavorando ad un secondo album e a nuove collaborazioni sulla scia di “Vertigine”, quindi mettete l’orecchio sul binario che arriverà tanta nuova bella musica!

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Interviste

L’Avvocato Dei Santi: “essere me stesso è la mia più grande ambizione”

I suoi brani mescolano cantautorato e attitudine rock, collocando il progetto tra i più interessanti della scena underground italiana

Michela Moramarco

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L'Avvocato Dei Santi

L’Avvocato Dei Santi racconta il suo nuovo singolo “Luci Accese”

L’Avvocato Dei Santi, al secolo Mattia Mari, è un musicista romano eclettico e innovativo.

I suoi brani mescolano cantautorato e attitudine rock, collocando il progetto tra i più interessanti della scena underground italiana. Difficile definirlo in un genere. Potremmo azzardarci a dire che la sua musica è un genere a sé.

L’Avvocato dei Santi. Questo nome rende la domanda obbligatoria: a cosa si deve questa scelta?

L’Avvocato Dei Santi è una figura del mondo ecclesiastico, si occupa delle pratiche di canonizzazione. È un personaggio che ho incontrato davvero quando avevo diciotto anni. Lavoravo in un ristorante vicino Città del Vaticano e spesso arrivavano personalità legate a questo mondo, tra cui una figura che mi era apparsa sin da subito molto rispettabile. Chiesi a un mio collega chi fosse. “E’ l’avvocato dei Santi”, disse. Mi rimase impresso e pensai che sarebbe potuto diventare il nome di un mio progetto musicale. Inoltre penso che sia adatto come nome a rappresentare quello che faccio: un po’ misterioso, mistico, oscuro.

L’Avvocato Dei Santi è un genere musicale a sé. Un po’underground, un po’ cantautorale. Quali sono le tue influenze musicali?

Essere me stesso è la mia più grande ambizione, quindi grazie. Tra le mie influenze c’è molto dei miei ascolti del passato: dai Led Zeppelin a Battisti, per parlare di classici. Ad oggi ci sono cose alla “Arcade Fire” e simili.

“Luci accese” è il nuovo singolo

“Luci accese” è un brano che inizia un po’ cupo, poi si accende. Com’è nato? Cosa vuoi raccontare?

Si, a me piace dire che il brano si apre, come le braccia che si allargano per prendere un pezzo di vita. Credo di aver portato all’estremo l’elemento che caratterizza le mie canzoni, l’esperimento tra ombre e luce. Sono contento del risultato. L’ho scritto durante il lockdown. Volevo fare qualcosa che potesse rimanere nel tempo. Cesare mi ha mandato la base di batteria e in circa due giorni avevo chiuso il pezzo. Mi sono confrontato con Enrico Lupi (fiati; La Rappesentante di Lista, ndr) e con Carmine Iuvone (archi; Tosca, Motta, ndr); ognuno ha registrato le sue parti ed è nato “Luci Accese”.

Questo brano anticipa qualcosa?

In realtà penso che tutti i miei brani anticipino qualcosa. È un percorso. Sto indicando la strada a chi vuole seguirmi, per arrivare a qualcosa di più ampio. Sono un po’ perfezionista e questo disco uscirà quando sarò del tutto soddisfatto. Ho tante ipotesi. La situazione del mercato musicale non è delle migliori. Non poter promuovere un album dal vivo sarebbe un buco nell’acqua. Quest’inverno non uscirà il mio disco. Qualche singolo forse sì.

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