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Cinema

Le Notti di Salem, dal romanzo al grande schermo. Gary Dauberman dirigerà il film ispirato all’opera di Stephen King

Federico Falcone

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Sarà Gary Dauberman, già sceneggiatore dei due IT di Andres Muschietti, a girare “Le Notti di Salem“, pellicola ispirata all’omonimo romanzo del 1975 di Stephen King. Precedentemente adattato nel 1979 da Tobe Hopper e nel 2004 con una serie tv, l’opera racconta di uno scrittore che, al suo ritorno a Gerusalemme dopo molti anni, scopre che tutti quelli che conosceva o con cui aveva rapporti, sono diventati vampiri. La produzione è affidata a James Wan.

Queste le dichiarazioni di Dauberman: ”Credo che il libro sia un qualcosa di unico. Da un po’ di tempo non vedo film spaventosi con protagonisti i vampiri, perciò vorrei contrastare questa tendenza. Il romanzo è uno dei miei preferiti, ed uno dei migliori scritti da King. Per questo motivo ho pensato assieme agli altri che era giusto dargli giustizia a livello cinematografico. L’idea di poter portare Salem’s Lot mi ha veramente riempito di gioia”. 

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

Cinema

“Una nuova prospettiva”, Emanuela Ponzano racconta il suo nuovo film

“L’intento è quello di risvegliare, nella misura del possibile, la coscienza del pubblico, il suo senso di responsabilità verso ciò che potrebbe succedere sotto casa sua, senza rendersi conto che sono situazioni già avvenute nel passato, studiate a scuola sui libri.” L’intervista alla regista Emanuela Ponzano

Alberto Mutignani

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Una nuova prospettiva” è un cortometraggio drammatico diretto da Emanuela Ponzano. Il film, selezionato all’interno della 38esima edizione del Torino Film Festival, vuole ricordare come eventi così gravi come l’attualissimo problema dei rifugiati alle porte d’Europa sia legato profondamente e paradossalmente allo stesso motivo per il quale l’Europa è stata costruita dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ovvero non ripetere l’orrore dei campi di concentramento e favorire la pace tra gli Stati Uniti di Europa, contrastando il ritorno di nazionalismi e odio razziale. Nel cast, il giovane Zoltan Cservak (“Il figlio di Saul”), Donatella Finocchiaro e Ivan Franek, mentre troviamo la firma di Daniele Ciprì alla fotografia.


1. L’impressione iniziale è che il corto miri a creare un’ambiguità temporale: non è chiaro in che periodo storico ci troviamo, e quando pensiamo di averlo capito, il punto di vista cambia. Qual è l’obiettivo di questa ricerca di straniamento? 

L’obiettivo è proprio quello di creare il dubbio nello spettatore. L’epoca non deve essere facilmente identificabile così da permettere una maggiore riflessione tra passato e presente. Il tempo è protagonista e fare un film sulla memoria mi ha permesso di tornare alla potenza centrale del cinema ovvero: l’illusione. Realizzare un film creando un effetto ottico, un “trompe l’oeil” per lo spettatore usando il Tempo. Il titolo parla appunto di “prospettiva”. L’intento è quello di risvegliare, nella misura del possibile, la coscienza del pubblico, del singolo individuo, il suo senso di responsabilità verso ciò che potrebbe succedere sotto casa sua, senza rendersi neanche conto che sono situazioni già avvenute nel passato, studiate a scuola sui libri. La Prospettiva cinematografica permette la speranza di una prospettiva migliore oppure il ritorno all’eterna ripetizione del passato.

2. Il film si impegna a portare avanti un messaggio solidale contro concetti come nazionalismo e razzismo. Di fatto, crede che il cinema possa avere un peso in questo dibattito, e in che modo?

Il Cinema nel passato ha già dimostrato di essere un veicolo di emancipazione sociale e umana. Molti grandi film e documentari hanno permesso di gridare, di mettere a fuoco ciò che la politica non riusciva a migliorare. Penso a Platoon, Qualcuno volò sul nido del Cuculo, L’odio (La Haine) solo per citarne alcuni. L’arte a tutti gli effetti costituisce uno specchio della società e il cinema ha quella potenza comunicativa che permette a largo spettro la denuncia e la riflessione. È sempre stato un mio desiderio poter contribuire attraverso la mia arte ad una piccola possibilità di poter migliorare il mondo.

3. Il corto presenta pochissime linee di dialogo, è l’immagine a parlare. Ci racconta com’è nata la collaborazione con Daniele Ciprì e come è stata pensata e costruita la fotografia per il film? 

Non sono una fan dei dialoghi. Preferisco i sensi, le percezioni e i non-detti. Con Daniele volevamo lavorare insieme da molti anni e finalmente quando un giorno al bar gli parlai di questo progetto fu subito rapito dalla difficoltà temporale nel realizzare un passaggio d’epoca. Come facciamo un film sulla memoria? Era già sedotto dalla mia proposta di fare un cambio di formato durante il film. Essendo Daniele Cipri un vero maestro di grande umiltà come ce ne sono pochi, abbiamo cominciato ad inviarci idee di riferimenti cinematografici a vicenda come due bambini. Da Tarkovskij a Truffaut, passando da alcuni film contemporanei che ci avevano fortemente impressionato, abbiamo deciso di andare sui contrasti, sulla ruggine che nel cambio temporale diventava poi colore vivo, quasi sovraesposto. 

4. Questo corto nasce dalla sua visita al confine ungherese. Che cosa l’ha spaventata di quel muro spinato?

Oltre ad essere di origine ungherese, personalmente sono stata molto colpita dalla visione del muro spinato, del confine (Hatar) ungherese dal 2015. Di come l’immagine di lunghe file di adulti e bambini disperati, con in braccio solo un sacco, ammassati contro una rete coperta da filo spinato e umiliati dalla richiesta di spogliarsi dei loro beni una volta accolti nei “campi d’integrazione”, mi ricordasse il lontano – ma forse non troppo – 1942. Poi mi sono documentata in questi anni e ho visto scene violente dove i migranti venivano picchiati o rincorsi nei boschi con i cani e i fucili. Ieri è successo a Parigi in pieno centro a Place de la Republique.

5. “Una nuova prospettiva” è un film di impegno civile, che parla di politica, che parla di uomini, ed è soprattutto un film che riflette sui tempi attuali. Nel fare questo tipo di cinema, così connesso con l’attualità, non si corre il rischio di creare qualcosa troppo dipendente dalla realtà di oggi, che in futuro potrebbe non essere più apprezzata o capita?

Sinceramente no. Se la storia si ripete, un film come il mio non ha appunto date, rimane universale e purtroppo rischia di rimanere sempre molto attuale. Speriamo di no. L’importante è la Memoria, non l’attualità.

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Attualità

Jackie, la vita di Jacqueline Bouvier con Kennedy

Oggi, 57 anni fa, veniva assassinato John Fitzgerald Kennedy a Dallas, Texas. Lo ricordiamo consigliandovi un film originale, con una splendida Natalie Portman.

Alberto Mutignani

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Fu un vero colpo al cuore alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2016 – dove si aggiudicò il premio per la miglior sceneggiatura – ed è una delle più grandi dimostrazioni del talento indiscusso di Pablo Larrain (Fuga, Tony Manero, I giorni dell’arcobaleno). “Jackie”, con una splendida Natalie Portman, ripercorre la vita di Jacqueline Kennedy, nata Bouvier, da moglie e poi da vedova dell’indimenticato John Fitzgerald Kennedy.

Ne parliamo ricordando questo drammatico giorno di 57 anni fa, quando a Dallas, in Texas, un colpo di fucile raggiunge alla testa il Presidente degli Stati Uniti. Fu un giorno terribile e impossibile da rimuovere dalla mente degli americani, e frequente rimase per anni la domanda dov’eri quando spararono a Kennedy?

Il film prende le mosse a distanza di una settimana da quel 22 Novembre, durante un’intervista rilasciata alla stampa per chiarire la versione della Bouvier sull’attentato ai danni del marito. “È stato uno spettacolo”, dice il giornalista che la intervista per tutta la durata del film, riferendosi al funerale di Kennedy.

“Non ci sarà più nessun Camelot”, dice invece la first lady. Per capire questo significativo cambio di prospettiva, va precisato che ‘Camelot’ è un riferimento al musical di Broadway che Kennedy amava ascoltare quasi ogni sera, colpito da quell’inno di grazia che è il ‘Barlume di Gloria’ finale.

La morte di Kennedy è infatti l’ombra che cade impietosa e inaspettata su una stagione di grandiosi raggiungimenti politici. E come ‘Camelot’, ci sono diversi spunti per poter entrare nell’animo nascosto di Kennedy, che amava – ci viene detto – le cornamuse scozzesi che risuonarono sfacciate e orgogliose durante lo sbarco in Normandia, simboli di un coraggio che ha caratterizzato tutto la breve e intensa storia presidenziale di JFK.

‘Jackie’ è un film alieno per la media delle produzioni hollywoodiane. C’è poca smanceria nel film di Larrain e una camera costantemente incollata alla figura di Jacqueline. Nessun uso ornamentale dell’immagine né la presenza di una colonna sonora decorativa, ingombrante. La figura di Kennedy aleggia senza mai palesarsi da protagonista, ma il film è un’occasione di meravigliosa fattura per conoscere da una prospettiva nuova, autentica, la figura più iconica della storia moderna degli Stati Uniti, un simbolo immortale di democrazia e libertà. Natalie Portman nella sua miglior interpretazione, in un film che trasuda classicità e un’eleganza forse dimenticata, e da cui ripartire.

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Cinema

C’era una volta a… Hollywoood: la scena di Bruce Lee e Cliff Booth

Riccardo Colella

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Partiamo da un assunto: Quentin Tarantino ama il Giappone. Dalla scena della katana in Pulp Fiction ad entrambi i capitoli di Kill Bill, per contare gli omaggi che il regista ha reso all’Oriente, sia da regista che da sceneggiatore, non basterebbero le dita di due piedi. Personalmente mi sento di indicarlo come uno dei fattori che, col tempo, avrebbe acceso in me la passione per le arti marziali. Avevo 14 anni quando, guardando la televisione, mi imbattei in uno dei film più strani che avessi mai visto.

Dialoghi intricati, surreali monologhi sul Kung Fu e su un fantomatico attore giapponese, così famoso da quelle parti, ma che non avevo mai sentito nominare. Quel film era Una vita al massimo (di cui Tarantino aveva curato la sceneggiatura) e quell’attore era uno degli artisti marziali più famosi di tutti i tempi: il Sonny Chiba che avrebbe interpretato Hattori Hanzo in Kill Bill: Volume 1.

Proprio le arti marziali sono al centro di una delle più famose e discusse scene dell’ultimo e pluripremiato film di Quentin Tarantino: quel C’era una volta a… Hollywood che, grazie a un’incredibile coralità di citazioni e personaggi, rende omaggio all’intero carrozzone hollywoodiano. La scena di cui parliamo oggi è quella del combattimento tra Bruce Lee (Mike Moh) e il Cliff Booth magistralmente interpretato da Brad Pitt. Potrebbe sembrare una sequenza come le altre: un semplice passaggio che accompagna la presentazione dei personaggi. Pochi però sanno che, in realtà, quello che vediamo nel film non è tutto frutto della fantasia del regista. Per affrontare questo discorso, però, occorre partire da due brevi ma importanti presentazioni:

BRUCE LEE – Non credo ci sia molto da dire su di lui, rispetto a quanto non sia già stato fatto. Attore, regista, produttore e sceneggiatore, filosofo, scrittore, lottatore e senza ombra di dubbio, l’artista marziale più influente di sempre. Autentica icona per milioni di appassionati, nato a San Francisco ma cresciuto ad Hong Kong, a causa del temperamento esuberante trascorre un’infanzia turbolenta che lo porta spesso a scontrarsi con la delinquenza locale.

La sua vita si intreccia ben presto con le arti marziali e il shifu Yip Man (che ispirerà il film Ip Man del 2008). Emigrato negli USA, si concentra sullo studio approfondito delle discipline marziali, accompagnando una ferrea preparazione fisica a quella mentale. Nel 1966 crea un proprio stile di combattimento, fondendo le tecniche del Wing Chun a quelle del pugilato, del Kung Fu e delle arti marziali a distanza, creando il Jeet Kune Do e divulgando i “segreti” delle arti marziali, finora custoditi gelosamente dalla comunità cinese.

Il successo cinematografico arriva negli anni ’70 con Il furore della Cina colpisce ancora, Dalla Cina con furore e, soprattutto L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente che lo vede affrontare Chuck Norris, nello scenario del Colosseo, in quella che è ricordata come la più famosa scena di arti marziali della storia del cinema. I 3 dell’Operazione Drago sarà l’ultimo film di Bruce Lee: secondo nelle classifiche degli incassi della stagione 1973 (dietro a L’esorcista di Friedkin), consoliderà l’immagine dell’attore come caposaldo della cinematografia mondiale sulle arti marziali. Muore nello stesso anno per edema cerebrale, anche se l’autopsia non chiarirà mai definitivamente le effettive cause di morte, lasciando dietro di sé un alone che sa di leggenda, mistero e congetture e che perdura ancora oggi attorno alla sua figura. Aveva 33 anni.

CLIFF BOOTH – La figura è liberamente basata sullo stuntman personale di Burt Reynolds, Hal Needam. Nella scena dello scontro con Bruce Lee, però, ad ispirare il personaggio che è valso a Brad Pitt l’Oscar come Migliore attore non protagonista, è tale Ivan Gene LeBell. Sconosciuto ai più, ma vero feticcio per gli appassionati di arti marziali, LeBell è attore, ex-stuntman, insegnante di arti marziali, wrestler e autentica leggenda dello judo.

Vanta partecipazioni in più di 1000 film e ben 12 libri all’attivo come autore. Nel 2000 la USJJF (United States Ju-Jitsu Federation) gli conferisce il IX Dan nel JuJitsu e nel Taihojutsu, mentre nel 2005 ottiene il IX Dan nel JuJitsu tradizionale. Precursore delle odierne MMA, ha partecipato al primo incontro interdisciplinare trasmesso in televisione, dove ha affrontato e sconfitto al quarto round, il pugile Milo Savage.

C’ERA UNA VOLTA A… HOLLYWOOD – Nella scena del film, un carismatico Bruce Lee/Kato intrattiene la crew durante una pausa sul set di un episodio de Il Calabrone Verde. Lee analizza la disparità di trattamento tra gli atleti neri di pugilato e gli artisti marziali bianchi, enfatizzando la bontà delle proprie tecniche ed arrivando ad autoproclamarsi sicuro vincitore, in un ipotetico scontro con l’allora campione del mondo dei pesi massimi di pugilato Cassius Clay.

La teoria di Bruce attira l’ironia dello stuntman Cliff Booth che, sicuro di smontare le idee del marzialista cinese accetta uno duello al meglio dei tre tentativi, in cui lo scopo è quello di mandare a terra l’avversario, senza farsi troppo male. Al primo tentativo Lee riesce ad atterrare Cliff con un calcio volante, ma il secondo si risolve nettamente in favore dello stuntman che lancia il “Piccolo Drago” contro la fiancata di un auto parcheggiata sul set, danneggiandola pesantemente. Il terzo scontro non si concluderà mai: Bruce ne uscirà parzialmente ammaccato e Cliff licenziato.

COME ANDÒ VERAMENTE? – La realtà è che non andò propriamente in quel modo. Ma un acceso diverbio (e anche qualcosa di più) tra Bruce Lee e Gene LeBell si verificò davvero sul set di The Green Hornet. A svelare l’accaduto sarebbe stato, qualche anno dopo, il coautore dell’autobiografia dello stesso LeBell. Bruce Lee stava letteralmente “prendendo gli stuntman a calci nel culo” durante le scene di combattimento. Il coordinatore degli stuntman suggerì quindi a LeBell di bloccarlo per ammorbidirlo e renderlo inoffensivo. Gene si avvicinò alle spalle di Bruce Lee imprigionandolo in una headlock (presa alla testa dal retro) sotto gli occhi increduli della crew.

Lui iniziò a fare i versi per cui era famoso ma non tentò di contrastarmiDisse LeBell. “Penso che rimase davvero sorpreso da quella mossa. Quindi lo sollevai e iniziai a correre per il set mentre me lo portavo sulle spalle”. È facile immaginare la reazione di Bruce Lee. “Iniziò ad urlare di lasciarlo stare e di liberarlo altrimenti mi avrebbe ammazzato. Ma io risposi: “non posso metterti giù, altrimenti mi ammazzi!” ed infine lo liberai”. La mossa di Gene non era stata vana. “Dai Bruce non uccidermi. Sto solo scherzando, campione!”.

Si chiuse tutto con una stretta di mano tra i due. Da quell’episodio, però, Bruce Lee capì i punti deboli del Jeet Kune Do. Iniziò un anno di duro allenamento assieme a Gene, in cui Bruce apprese le tecniche di sottomissione proprie del judo e del submission wrestling (vedi la mossa finale con cui si sbarazzerà di Chuck Norris nel Colosseo), mentre l’americano sviluppò le proprie tecniche di calcio e striking grazie alle peculiarità del Kung Fu.

SHANNON LEE E QUENTIN TARANTINO – Certo è che nella succitata scena, Bruce Lee potrebbe apparire come il fessacchiotto “dalla bocca larga e la miccia corta”, proprio come apostrofato sul set da Brad Pitt. Da qui, infatti, nasce l’infinita querelle di polemiche tra la figlia dello stesso Bruce, Shannon, e il regista italoamericano. “Ha fatto apparire mio padre come uno scemo arrogante”. Ovviamente gli appassionati di Tarantino sono ben consci della passione che lo stesso regista nutre nei confronti di Bruce Lee. E pare evidente che il reale significato della scena sia, in realtà, quella di omaggiare la carismatica figura di Cliff, proprio mettendolo a confronto con uno dei migliori artisti marziali di sempre.

Se hai intenzione di provare quanto è indistruttibile una persona, farlo combattere Bruce Lee è il modo migliore per ottenere il risultato. Se Cliff affrontasse Bruce Lee in un torneo di arti marziali al Madison Square Garden, Bruce lo ucciderebbe. Ma se Cliff e Bruce stessero lottando nella giungla delle Filippine in un combattimento corpo a corpo, allora Cliff ucciderebbe Bruce”.

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