L’Altro di Daniele Fulvi, la recensione: lo specchio di Damocle, una spada sospesa tra aspettativa e realtà

di Elisa Mililli e Martina Pala – Tra le novità letterarie più interessanti di questi primi mesi del 2020, va indubbiamente annoverato L’Altro, romanzo d’esordio di Daniele Fulvi, giovane filosofo e autore aquilano. Edito da Scatole Parlanti, L’Altro è un romanzo di formazione dalle forti tinte psicologiche, la cui lettura richiama immediatamente la psicanalisi di Lacan, senza tuttavia risultare pedante o troppo impegnativo.

Il protagonista, Damocle, è un bambino incuriosito dall’apertura di porte e finestre all’interno della casa, quasi come se già dalla più tenera età scorgesse una realtà metafisica, che poi si concretizza nella visione dell’Altro riflessa allo specchio.

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Lo specchio, poi, è uno dei tòpoi letterari più noti, che l’autore riesce però a utilizzare senza mai sfociare nella banalità. La funzione dello specchio, infatti, è quella di dare spazio all’Altro – che non è un semplice riflesso ma un vero e proprio personaggio indipendente – permettendogli di mostrarsi. In tal senso, l’Altro rappresenta l’inconscio di Damocle, ma anche una proiezione idealizzata di un modello irraggiungibile di perfezione e desiderabilità. Damocle, quindi, desidera ardentemente essere l’Altro, il quale gli parla – usando un linguaggio simbolico e non verbale – tramite i suoi sguardi densi e profondi.

L’Altro diventa ben presto una presenza ingombrante nella vita di Damocle, influenzandola in ogni aspetto: Damocle inizia a sentirsi inadeguato nei suoi confronti, vedendovi un figlio migliore e un amante più attraente di lui – e compromettendo di conseguenza i rapporti con la Madre ed il Padre. Tutto ciò porta Damocle a sviluppare una sorta di narcisismo patologico ed a rintanarsi nell’oscurità del suo appartamento, vittima della sua stessa vergogna e senso di inadeguatezza. Infatti, anziché seguire la sua vocazione per la musica, Damocle finisce per lavorare come becchino, isolandosi completamente dal mondo esterno.

In tale contesto, fa la sua apparizione Dalia, che inizialmente è la luce che illumina la grigia esistenza del protagonista, ormai incapace di intessere qualsiasi tipo di relazione interpersonale. Di contro, Damocle anche nel momento dell’approccio viene “scelto” e, nonostante i tentativi di imitare il fascino dell’Altro, è impacciato e sembra incapace di mostrarsi per quello che è.

Un ulteriore aspetto meritevole di considerazione è quello dei nomi dati ai personaggi, partendo proprio da Damocle, la cui spada è rappresentata dall’insanabile conflitto tra aspettativa e realtà. Il Padre e la Madre, invece, non hanno un nome proprio e rappresentano due figure molto precise: l’autorità incontestabile della Legge da un lato, e l’implacabile istinto materno di protezione che diviene oppressione dall’altro.

Il romanzo di Fulvi è estremamente attuale perché si inserisce molto bene nelle maglie del “romanzo contemporaneo”, senza cercare di infrangere la forma classica del genere. Attraverso una scrittura lineare e una trama tutto sommato tradizionale, l’autore riesce a veicolare la storia e soprattutto ad esaminare gli aspetti più reconditi della realtà.

Fulvi, inoltre, non guarda con sospetto ai modelli del passato: infatti, sono chiare le influenze di scrittori tipicamente novecenteschi come José Saramago, in particolare per quanto riguarda la prosa incalzante e diretta che caratterizza L’Altro. Infine, nel romanzo emerge con forza devastante il tema del senso di inadeguatezza che l’uomo vive nei confronti della realtà e della società – tema peraltro spesso ricorrente nel lavoro di autori contemporanei come Walter Siti o Michel Houellebecq.

In ultima analisi, il romanzo di Fulvi non pretende di elevarsi a modello universale: non c’è, cioè, una “morale”, né ci sono “buoni e cattivi”. C’è solo una storia che rapisce il lettore, prendendolo per mano e conducendolo nella parte più intima della mente dei personaggi.

DANIELE FULVI

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