La maschera di Agamennone è un falso e Schliemann si prende gioco di noi da 149 anni

Solo qualche giorno fa (il 6 gennaio) si celebravano i 200 anni dalla nascita di Heinrich Schliemann, il famosissimo archeologo tedesco vissuto nella seconda metà del 1800, a cui si deve la scoperta della mitica città di Troia.

Reduce dai successi arrivati dopo la scoperta di una delle città più famose del mondo antico, intorno al 1876 Schliemann scavò a Micene, dove si imbattè in cinque tombe dell’ età del Bronzo. Proprio all’interno di queste sepolture erano nascoste altrettante maschere d’oro, forgiate per riprodurre i volti dei grandi re micenei. Una in particolare apparve subito di fattura assai migliore rispetto agli altri ritratti: la famosissima maschera di Agamennone.

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Manufatto di punta al museo archeologico di Atene, è proprio l’originalità di questo particolare e preziosissimo oggetto a essere messa in dubbio, già da anni, da alcuni studiosi. Tra i primi a sollevare il problema dell’autenticità della maschera ricordiamo il professor William M. Calder III e l’allora ricercatore David A. Traill che nel 2000 pubblicarono un’articolo sulla rivista statunitense Archaeology, proclamando la falsità dell’oggetto. Analizzando per bene alcune caratteristiche di questo volto infastti, si capirebbe subito che l’uomo ritratto non è un antico re greco ma Schliemann in persona.

È di oggi invece la notizia che un altro famoso studioso, questa volta italiano, è convinto che il manufatto sia falso, anzi sia addirittura uno scherzo, una burla ideata dallo stesso tedesco per minare la credibilità degli intellettuali che a suo tempo lo criticarono. Così infatti ha dichiarato l’archeologo e Professore dell’università “La Sapienza”, Lorenzo Nigro: “La maschera potrebbe essere, non solo un falso, ma anche una straordinaria burla che resiste da 149 anni”.

Ma quali sono i motivi che hanno spinto così illustri studiosi a mettere in dubbio la contemporaneità della maschera di Agamennone con le altre simili rinvenute? Quali sono gli elementi che fanno pensare che l’oggetto sia stato prodotto ex novo da un orafo dell’800 e non da un artigiano di Micene? Eccoli spiegati.

I baffi

Basterebbe solo che si dica “guardate i baffi” e improvvisamente quella stessa opera che abbiamo mille volte visto e rivisto, ammirato e studiato, sembrerebbe l’oggetto più ridicolo del mondo. Quei baffetti all’insù, così casualmente coerenti con la moda maschile del 1800, si trovano solo sulla maschera presunta di Agamennone; nessuna delle altre ritrovate in quelle stesse tombe aveva i baffi. Guardando un qualunque ritratto dell’archeologo tedesco in gioventù si noterebbe immediatamente la somiglianza, non solo tra baffi: Schliemann infatti li portava proprio come re Agamennone, valoroso soldato e icona di stile, ma anche nella fisiognomica e nei tratti del viso.

Il viso e la barba

La somiglianza col giovane Schliemann dovrebbe saltare subito all’occhio di chiunque compari il ritratto dell’archeologo alla maschera del re. Il viso fino e di forma ovale di Heinrich, risulta stranamente simile a quello del re miceneo. E poi quella barba, che dalle basette parte e si congiunge sotto il mento, proprio come la moda dell’800. Molto più simile a quella di Camillo Benso di Cavour che a quella un qualunque Leonida.

La misteriosa sparizione

Uno strano buco appare infine nei diari dell’archeologo. Proprio nei giorni che precedettero la sensazionale scoperta, Schliemann dovette allontanarsi dal cantiere. Al suo ritorno, toh! la maschera di Agamennone. Di questo ritrovamento inoltre non ci sono testimonianze, disegni, racconti. Solo Schliemann che sparisce per qualche giorno e quando riappare fa la sensazionale scoperta di assomigliare veramente tanto al mitico re dell’Argolide e capo degli Achei.

Purtroppo Schliemann mori a soli 68 anni portando con sè il segreto della “burla della maschera” nella tomba. Conoscendo che uomo e che archeologo fosse stato lo scopritore di Troia e sommando queste consapevolezze alle infinite risorse economiche di cui disponeva non ci stupirebbe se davvero si fosse preso gioco della comunità scientifica in un modo così eclatante. Così dichiarava infatti Piero Pruneti, direttore di Archeologia Viva: “Da Schliemann ci si può aspettare di tutto: era un vero mago dell’ archeologia- spettacolo, sapeva cosa il suo tempo e la gente volevano da lui e non si può escludere che qualcosa l’ abbia fabbricato apposta. Quella sua grande intuizione su Troia da cercare proprio lì, i soldi che aveva, l’ ambizione che lo divorava… potrebbero – tutt’ insieme – averlo portato anche a realizzare con disinvoltura un falso del genere. Diciamoci la verità: è stato soprattutto un mercante, privo però delle raffinatezze filologiche che servono all’ archeologia seri

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Licia De Vito
Archeologa, nata e cresciuta in Abruzzo, vive a Roma dal 2009. Dopo la laurea magistrale conseguita presso l’Universita “La Sapienza” di Roma ha proseguito gli studi frequentando la Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dello stesso ateneo, dove è inoltre Dottoranda dal 2021 . Appassionata di storia e viaggi, avrebbe voluto essere Lara Croft, è diventata un “Ummarell”.

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