L’intervista a Lino Guanciale, in scena con “L’uomo più crudele del mondo

Protagonista con Francesco Montanari dell’avvincente “L’uomo più crudele del mondo” di Davide Sacco fino all’11 dicembre all’Ambra Jovinelli, l’Avezzanese Lino Guanciale, da qualche anno, sta vivendo un momento di grande importanza nel suo variegato percorso artistico. In questa lunga chiacchierata ci siamo fatti raccontare i retroscena dello spettacolo, ma non abbiamo perso l’occasione di provare a “sondare” il suo punto di vista su altri argomenti relativi al suo mestiere. Ecco cosa ci ha raccontato.

Il testo che mettete in scena pone un interrogativo inquietante su ciò che si vorrebbe essere e su ciò che davvero si è, ed è particolarmente attuale in un’epoca “social” come questa. Qual è la risposta che date a questo interrogativo tu e Montanari (e Sacco, ovviamente)? E quanto avete dovuto scavare dentro di voi per riuscire ad estrinsecarla e a renderla credibile?

Uno dei motivi che fin da subito mi hanno spinto a sposare il progetto di questo spettacolo è che, leggendo il testo, ho subito percepito la sua vocazione al continuo e progressivo ribaltamento delle parti che lo caratterizza. Per ribaltamento, intendo la capacità di restituire la profonda contraddittorietà che accomuna i due protagonisti, i quali, simultaneamente, si presentano teneri e violenti, entrambi bisognosi di una loro personale “liberazione”.

Ecco perché il ring in cui il mio industriale e il giornalista interpretato da Francesco si incontrano e scontrano in scena va interpretato come uno spazio dialettico in cui si lotta per abbandonare ogni infingimento, ogni maschera, per trovare una forma pura di relazione per dirsi e darsi veramente tutto. Fino al gran finale, nel quale si spiega l’obiettivo di tutto ciò e del quale, ovviamente, non rivelo nulla. Si potrebbe parlare più che di una lotta l’uno contro l’altro, di una lotta l’uno con l’altro contro se stessi e contro le proprie autocensure. Come ci siamo calati nella parte? Insieme, sempre insieme, mai separatamente. E con l’aiuto-supervisione di Sacco.

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I concetti di umanità e crudeltà sembrano trovare una vera e propria ridefinizione nello spettacolo. Che cosa diventano?

Io credo che questo spettacolo in generale e questo testo in particolare abbiano una forte valenze “artaudiana”, nella misura in cui si caratterizzano per la loro assoluta propensione al concetto di “doppio” su cui si fonda il teatro del grande maestro marsigliese, che sempre sosteneva come la ricerca della verità che il teatro deve portare avanti non può che passare attraverso la crudeltà, tentando di configurarsi come uno spazio antiborghese per eccellenza in cui cercare la verità delle relazioni, del vero sentire umano.

Io penso che più che di una ridefinizione di questi due concetti, ne “L’uomo più crudele del mondo” si operi una risemantizzazione radicale degli stessi, in particolar modo per quel che concerne la crudeltà, visto che “crudo”, nella sua accezione originale, rimanda a ciò che non è elaborato, a ciò che è più naturale, organico, puro. Ed è proprio su questo che, ritornando sempre ad Artaud, agisce la “peste” rappresentata dal teatro, che deve cercare di contagiare tutti nel tentativo di raggiungere l’essenziale, la verità delle relazioni umane.

Puoi raccontarci il making of de “L’uomo più crudele del mondo”? Come avete trovato la chimica giusta (tenendo presente anche le restrizioni legate al Covid che certo non vi hanno favorito) per animare i vostri personaggi e il vostro rapporto in scena?

Io e Francesco ci conosciamo da tempo e abbiamo lavorato per la prima volta insieme già una decina di anni fa, quando Michele Placido volle allestire “Fontamara” per i borghi terremotati aquilani (lui era Berardo Viola, io zio Giovanni, gli opposti della “cafoneria Marsicana” resa celebre dal Mio illustre Conterraneo). Tra di noi si stabilì subito una grande intesa e nel corso degli anni successivi ci siamo sempre rincorsi per collaborare di nuovo, fino a quando lui e Sacco, che co-dirigono il teatro di Narni, lo scorso anno mi hanno chiamato per propormi questo testo.

Io ho accettato subito con gioia, anche perché mi piace la filosofia con la quale stanno lavorando nella città umbra, il loro tentativo di ridare al teatro una decisa spinta formativa nei confronti del pubblico. Tra di noi ci sono delle “affinità elettive” che hanno reso molto semplice trovarci anche nella fase di gestazione di questo spettacolo, durante la quale abbiamo fatto molte letture insieme, un po’ di prove tra Narni (dove ha anche debuttato febbraio scorso) e Milano (anche se in scena siamo stati davvero poco).

Più che altro ci ha legato fin da subito il comune intento di far sì che i nostri personaggi fossero uno specchio fedele di certi pattern comportamentali che sono, come dire, piuttosto diffusi oggi e permeati da una grande aggressività, da un forte senso di competizione. Anche se, nello stesso tempo, volevamo che assurgessero a singoli di un corpo a corpo in un “tessuto pulsionale” che ci accomuna tutti.

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Lo spettatore uscirà dall’Ambra Jovinelli e… Hai avuto modo e interesse di testare le reazioni del pubblico? In senso più lato, cosa può fare un attore, il teatro, per “cambiare il mondo” nel 2022?

Io credo che gli attori possano fare molto. Se ci pensi il teatro ha una forte valenza compensativa rispetto al vuoto, all’assenza a cui ci ha costretti il Covid. È l’ultima roccaforte delle relazioni in presenza, perché necessita per definizione della compresenza attore-spettatore. Io credo che il teatro più che insegnare, deve testimoniare, fornire un esempio alle persone, quello cioè di mostrare come si possa andare oltre certe modalità relazionali istantanee e superficiali alle quali la società attuale sembra volerci abituare.

La mia non è chiaramente un’avversione al digitale, che crea forme di connessione e interessanti, innovativi ipertesti, ma bisogna ripristinare una forma di attenzione contemplativa, quella, appunto, che il teatro è in grado di fornire. Io trovo che questa sua capacità abbia una forte valenza politica perché dimostra come si possa approfondire la conoscenza di un oggetto senza diventare iterativi, noiosi. A teatro è possibile far respirare uno stesso istante per mille volte e riuscire a considerare uno stesso oggetto, uno stesso dato, da più punti di vista.

Quello che cerco di dire è che il teatro è uno spazio libero dal tempo, in cui ci si libera dalla frenesia e dove, se c’è patto tra attore e spettatore (l’attore recita bene, lo spettatore “lascia aperta una porta”), diventa possibile astrarre se stessi dal tessuto della nostra realtà, per passare a un altro, simile a quello dei sogni. In questo senso, i riscontri di questo spettacolo che ho avuto modo di avere sono stati assai soddisfacenti: la gente ha molto apprezzato il plot e la sospensione che si riesce a creare tra i due personaggi attraverso la tesissima corda drammaturgica creata da Sacco.

Come si prepara un personaggio di questo tipo? Al di là del lavoro prettamente “attoriale”, ti sei documentato su qualche fonte di ispirazione reale? E, più in generale, ti consideri un attore che unisce mestiere e “studio” o ti affidi solo all’estro del primo?

Ho sempre combinato i due aspetti, non credo sia facile fare diversamente. Il nostro è un mestiere in cui bisogna prepararsi molto dal punto di vista tecnico per poi riuscire a lasciarsi andare in scena, per vivere il momento intuitivo tipico del teatro e che a teatro può durare anche per ore. Momento che è fondamentale per stabilire la connessione più profonda tra attore e spettatore.

Si riesce a lasciarsi andare all’improvvisazione solo dopo aver fatto la dovuta “palestra”, funziona un po’ come per gli sportivi o per i jazzisti, se ci pensi. È per questo che consiglio a chi vuol fare il mestiere dell’attore di fare tanta bottega, di cercare di entrare in una grande scuola o comunque fare il massimo di esperienza possibile a livello tecnico. Bisogna ripetere con passione lo stesso gesto per poi liberarlo.

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Il grande successo che hai ottenuto sul piccolo schermo e al cinema negli ultimi anni ti ha in qualche modo proiettato in una nuova fase della tua carriera. E adesso? Cosa ti piacerebbe fare? Ci puoi parlare dei tuoi impegni prossimi futuri?

Negli ultimi due anni ho lavorato molto sulla regia teatrale, una strada che intendo continuare a battere nel futuro con convinzione e decisione. Mi piacerebbe anche affrontare la sfida della regia audiovisiva, soprattutto dopo il lungo racconto “Inchiostro” che ho scritto e pubblicato lo scorso settembre e che mi ha aperto gli occhi su nuovi possibili, scenari creativi rispetto a quelli da “semplice attore” che avevo prima.

Tra l’altro, per paradossale che possa sembrare, la scrittura del racconto mi ha fatto anche scoprire molte cose sul mio lavoro, sulla recitazione. Io credo che in questo momento della mia carriera, per fare dei passi in avanti, io abbia bisogno di “contaminarmi” con altre esperienze di lavoro e la regia e la scrittura sarebbero assai funzionali, perché sono piene di gesti radicali, in qualche modo onnicomprensivi. E mi farebbe piacere anche trovare più tempo per insegnare, una cosa che ho sempre desiderato fare, perché credo che insegnare insegni poi al maestro stesso.

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