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Interviste

Il violoncello di Giuliano De Angelis e il metronomo di questo tempo sospeso

Fabio Iuliano

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Utilizzare questo tempo sospeso per “riscoprire l’umanità che la quotidianità ci mette sotto al tappeto”. Questa la ricetta di Giuliano De Angelis, violoncellista aquilano che ha calcato i più ambiti palcoscenici mondiali e si è esibito come solista con le orchestre tra le più prestigiose del panorama internazionale.

Un curriculum di tutto rispetto che lo ha visto collaborare con musicisti del calibro di Riccardo Muti, Roman Vlad, Donato Renzetti, Rocco Filippini, Ivo Pogorelič, Alessandro Carbonare, Ildar Abdrazakov, Ilya Grubert, Filippo Conti e, in formazione cameristica, con Bruno Canino, Alessio Allegrini, Fabrizio Meloni.

Ha registrato per la Bongiovanni, Rai Trade, Medusa Film, Mediaset e Fabbri Editori. E si è esibito con Gigi Proietti, Michele Placido e Alessandro Preziosi. Ha collaborato con jazzisti di fama mondiale, come Richard Galliano, Stefano Di Battista, Fabrizio Bosso, Gabriele Mirabassi e Danilo Rea.

Tuttavia, nonostante i suoi impegni, trascorreva prima (e trascorre ora giocoforza) molto tempo a casa da dedicare allo studio dello strumento. La figlia ha solo sedici mesi e c’è tutto il tempo di giocare con la piccola mentre si metabolizzano gli spartiti. Tra i protagonisti del programma r(E)sistere di Radio MusicAq, abbiamo chiesto a lui qualche consiglio su come impiegare questo tempo, tra suggestioni musicali e indicazioni di ascolto. Il jazz ovviamente rientra tra gli ascolti di questo tempo di “quarantena” da riempire anche con delle buone playlist. Ma non solo.

“Il jazz è una bandiera alla libertà di espressione, qualcosa che fa bene a livello individuale e a livello di comunità. Un senso che la società rischia di perdere. Comunque, pensando al mio strumento ci tengo a consigliare a tutti un simbolo del violoncello tricolore, Mario Brunello che in questi giorni sta proponendo in streaming lezioni e ascolti. Ogni mattina lo seguo volenteri”.

una lezione concerto di mario brunello

Questo tempo ci consegna delle notizie tragiche su moltissimi fronti, non è sempre facile gestire la paura. Riesce la musica a venirci in soccorso?

“Nella piccola e modesta esperienza della mia vita, tutti i passaggi più bui e difficili sono stati il terreno entro il quale sono germogliate le cose più belle. Questo momento così delicato può offrirci delle occasioni per scendere in profondità e riscoprire un senso nuovo di guardare le cose. La resistenza presuppone un difficile punto di partenza e, in questo momento, stiamo vivendo uno dei periodi più bui della storia dell’umanità con il pianeta intero coinvolto. Ma non perdiamoci d’animo, riscopriamo le nostre passioni, i nostri affetti, noi stessi”.

In che modo?

“Questa convivenza ci obbliga a ritrovare il senso della condivisione e dell’appartenenza, del contatto con i familiari che non possiamo più tenere a distanza di sicurezza. Non solo, è anche un tempo che possiamo prendere tutto per noi. Tempo di fare bilanci, tempo di capire cosa ci piace della vita e cosa vorremmo cambiare. Il tempo della contemplazione e dello stare”.

Giornalista, docente di lingue straniere, tra le collaborazioni l’agenzia Ansa e il Centro (testata ex gruppo L’Espresso-Finegil Editoriale). In passato ha lavorato a Parigi e Milano con Eurosport e Canal +. Come blogger, oltre ad aver seguito vari eventi sportivi internazionali, dalle Universiadi (in Europa e in Asia) alla Race Across America – la folle corsa ciclistica da un capo all’altro degli Stati Uniti – ha condotto alcune inchieste sull’immigrazione con reportage in Italia, Romania e Marocco. Nel 2007 ha vinto il premio giornalistico Polidoro. Nel 2016 ha firmato “New York, Andalusia del Cemento – il viaggio di Federico García Lorca dalla terra del flamenco alle strade del jazz” (Aurora edizioni), l’anno successivo Lithium 48, sempre per la stessa casa editrice.

Interviste

Ringo come Pierrot: la musica colora le nostre vite e la rinascita sarà come negli anni ’50. Ma sono davvero incazzato…

Federico Falcone

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Ci ha colti impreparati. Quando il mondo ti lancia dei messaggi, devi essere bravo a coglierli o altrimenti saranno cazzi. E indovinate un po’ come è andata…“. Voce storica di Virgin Radio, dj tra i più amati dal pubblico italiano – non solo rock – Ringo è personaggio a tutto tondo, capace di conquistarsi una fanbase solida e duratura nel tempo. Non esclusivamente grazie alla profonda conoscenza dell’apparato musicale, ma anche e soprattutto per via della sua personalità, tanto dirompente e scatenata quanto dolce e garbata. Umile e disponibile, appassionato e appassionante, inguaribile sognatore, è indiscutibilmente un punto di riferimento della scena musicale tricolore.

Ma il momento è quello che è e, come giustamente sottolinea, esistono due versioni di sé stesso: quello dietro a un microfono, pronto a riempire le nostre giornate con la migliore musica in circolazione, e quello davanti al microfono che, analogamente a noi tutti, manifesta nel pieno della propria libertà di espressione quelli che sono i suoi pensieri, e le sue considerazioni, circa il dramma che attanaglia l’Italia da due mesi e che minaccia di flagellarla ancora a lungo.

C’è la reazione, ci sarà, dovrà inevitabilmente esserci. Ringo lo sa, lo ha appena vissuto in prima persona con la scomparsa dell’amato fratello Dino. “The Show Must Go On”, non una semplice canzone, ma un modus vivendi, un imperativo da seguire e applicare. È giusto, però, che si sappia come questa intervista si è resa possibile. Non conosco personalmente Ringo, ci siamo incrociati tra manifestazioni ed eventi ma no, non ho un suo contatto personale. Non sono solito agire per vie traverse e chiedere recapiti privati a contatti in comune e così, un po’ per gioco, un po’ per scommessa, l’ho contattato personalmente per chiedergli la seguente intervista. Tempo di risposta? 3 minuti. Tipo di risposta: “Certo! Di cosa vuoi chiacchierare?”. Umiltà, quanta ne serverebbe di questi giorni…

Abbiamo davvero la percezione di ciò che sta accadendo?

Guarda, nel resto d’Italia non so, ma qui al nord è una guerra. Città come Brescia, Bergamo o Milano, o regioni come il Veneto sono duramente colpiti. Anche perché, turismo, business, aeroporti e infrastrutture varie hanno veicolato tantissima gente. Da noi, però, la sanità è molto più organizzata rispetto al sud. Ho letteralmente pregato questo virus perché non arrivasse nel meridione. C’è una differenza enorme, di numeri e di presidi sanitari. È una realtà che conosco bene. Mia madre è di Taranto e spesso scendo giù per lavoro o amicizia. Ma qui è un disastro, sono stati colpiti tutti, non solo gli anziani.

Credi che l’impatto del Coronavirus sia stato sottovalutato?

Non è colpa di nessuno, questo è il mondo, questa è la vita. È arrivata una pandemia, non credo ai complotti ma alla superficialità dell’essere umano. Ora vedi cosa sta accadendo in America e Regno Unito dove hanno prima scherzato, ci hanno preso in giro e ora lo hanno preso, riportando numeri altissimi. Non mi piace parlare come fossimo al bar, ma c’è il Ringo dj, quello che passa musica e vi intrattiene, e il Ringo persona che dice ciò che pensa. Credo sia normale e opportuno distinguere le due figure. È giusto farlo, e per questo dico che non mi è piaciuto l’atteggiamento avuto dall’Europa nei nostri confronti.

E’ ciò che in molti si chiedono: l’Europa, come progetto politico, è arrivato al capolinea?

Il rischio è che questo Coronavirus gli assesti una botta fortissima. Mi aspettavo di più, non i comportamenti freddi, non le prese in giro, non il fatto di essere chiamati untori. Dammi del sognatore o romantico, se vuoi, ma tutto ciò mi ha ferito. E credo valga lo stesso anche per altri milioni di italiani. Mia sorella vive a Girona (vicino a Barcellona), è tornata in Italia per un lutto e una volta ritornata in Spagna ha subito diversi disagi perché avevano paura che diffondesse il virus. L’hanno trattata come un’untrice, un’appestata. Germania, Francia, tutti hanno avuto un ruolo da presuntuosi e questo mi ha allontanato molto da una visione europeista. Sono diventato più nazionalista, ecco. Ma, precisiamo, solo da un punto di vista di mera appartenenza territoriale. Dalle tragedie e dai guai ne siamo sempre usciti, e lo faremo anche questa volta. E con riguardo all’Europa, beh, spero di potermi ricredere.

In questi giorni, il tuo ruolo, da speaker radiofonico e quindi comunicatore, è estremamente delicato. Chi fa informazione è comunque in prima linea. Come è cambiato il tuo approccio al microfono?

Allora, io ho la fortuna di avere una squadra che lavora da casa, quella di Radio Mediaset – in questo caso con Virgin Radio – ma ci sono solo io in diretta. Arrivo, grazie al permesso come speaker, parcheggio ed entro. Siamo in tre, l’uno molto distante dall’altro e senza assolutamente incrociarci. Finita la trasmissione esco, prendo la macchina, non vedo nessuno. Stesso iter per tornare a casa, dove parcheggio a due metri dal portone. Esco solo per fare la spesa, prendendo le massime precauzioni. Ma si avverte la necessità di lavorare con un peso sulle spalle, non è facile cercare di trasmettere tranquillità quando neanche tu ce l’hai. È dura, non posso certo dire di no.

Che città è Milano in questi giorni?

Direi che mi ricorda le Cinque Giornate di Milano, quando si combatteva contro gli austriaci. È desolante. Non c’è nulla, si sentono le sirene delle ambulanze tutta la notte. È spettrale, sembra una guerra. Se non riparte l’economia di Milano è difficile che riparta l’economia dell’Italia, così come il suo turismo. Sto pregando perché non muoia più nessuno, ma anche per quella che sarà la ripresa finanziaria. La spinta del capoluogo lombardo al nostro Paese è fortissimo e mi fa male vederlo così ferito. In radio ricevo tantissimi messaggi di amicizia, rispetto e bontà che mi riempiono di orgoglio. La solidarietà è fondamentale.

Il discorso non può non spostarsi sulla politica, su chi ci governa! Ti aspettavi di più da chi si trova ai piani alti?

Mi hanno deluso. Non li ho mai visti andare a Bergamo, a Milano, a Padova o all’ospedale da campo fatto dagli alpini che meritava davvero una visita. Non è polemica ma delusione. Ed è grande. Si può prendere una decisione concreta sulle tasse da pagare? Si può capire cosa diavolo sta accadendo? Cosa dobbiamo fare? A loro rivolgo un appello: decidete, spiegate agli italiani cosa devono fare, non si possono ricevere comunicati stampa alle undici di sera. La gente ha bisogno di sicurezza e questa la vedi quando ci sono politici che hanno autorevolezza e serietà. Chiedo scusa per le mie parole, ma sono impaurito. Ho una figlia di vent’anni che mi chiede in continuazione come ne usciremo da tutto ciò e la verità è che non so come risponderle.

Cosa serve per uscirne?

La più grande arma degli italiani è la forza. Se c’è da combattere, combattono. Non ci siamo mai tirati indietro. E’ la nostra peculiarità. Ne usciremo anche stavolta.

C’è chi descrive la ripresa economica successiva a questo periodo simile a quella post seconda guerra mondiale. Se in quel preciso periodo storico la musica fu un elemento essenziale per tenere in piedi la società, quale credi sarà il suo ruolo nei prossimi mesi e anni?

La musica è la nostra salvezza, esattamente come il cibo, l’arte, il sesso o l’amore. Tutto ciò che ci tiene in vita. È una forma d’arte, per me è anche un lavoro e ammetto di essere fortunato. Tutti noi abbiamo una canzone da mettere su ogni qual volta ci rendiamo conto di avere bisogno di piangere. Faccio difficoltà a non piangere quando passo i Joy Division e i Queen, erano i gruppi preferiti di mio fratello che ho perso da poco. La musica deve colorare le nostre vite e, come si dice, “The show must go on”…

Dove trovi la forza per spronare noi che siamo dall’altro lato?

Dopo la sua scomparsa ho ricevuto moltissimi messaggi di incoraggiamento e solidarietà. Ce n’è stato uno, in particolare, che mi ha colpito. “Sei un dolcissimo Pierrot”, ha scritto una ragazza. Ha reso perfettamente l’idea. È la metafora migliore per ciò che sto vivendo, con il mio sorriso cucito addosso e una lacrima, invisibile, che scende. Non curante delle mie ferite interne devo andare avanti. È la vita.

Dopo l’oscurità c’è sempre un nuovo sole. Come ti immagini le emozioni per la tua, per la nostra rinascita?

Ci sono analogie col periodo che hai citato, in effetti. La rinascita, l’esplosione del rock’n’roll che ha portato la bella musica, le belle donne, le belle auto, il cinema… e poi la rivoluzione sociale del ’68. Dopo le guerre restano le cicatrici, spesso profonde, ma ci sarà la rinascita. Me la immagino come una grande vallata verde, tipo Woodstock, piena di giovani sotto un palco dove la gente e i musicisti fanno tutto ciò che devono fare per vivere. Ci sarà la gioia, riscopriremo le emozioni e la voglia di stare insieme.

Con quali canzoni identificheresti questo periodo?

Vediamo, “Isolation” dei Joy Divison, molto tetra, cupa, rappresenta l’isolamento che stiamo vivendo. La parte solare l’affido invece a “Have You Ever See The Rain” dei Creedence Clearwater Revival. L’altra sera sono uscito per buttare l’immondizia, pioveva e ho preso alcune gocce in faccia… è stato bellissimo. La pioggia, per me, in quel preciso momento, rappresentava il vivere la vita, il poter uscire di casa. È stata un’emozione fortissima.

Dobbiamo prepararci a un’estate senza musica dal vivo?

Penso che tutti i festival saranno cancellati, ma è anche normale e giusto che tutto si fermi. Bon Jovi, Dave Grohl, ad esempio, stanno facendo tantissimo. Ma anche in Italia, grazie ai tanti concerti in streaming. Personalmente spero di poter realizzare una compilation per raccogliere fondi con i miei amici che mi mandano canzoni gratuite. Qualcuno ha già aderito, come Edoardo Bennato, ma ne attendo altre.

In conclusione, cosa ti fa più male di questi giorni così bui?

Le persone anziane da sole. Mi fa male al cuore, non è giusto che siano così abbandonati. Aiutiamoli, dobbiamo farlo a tutti i costi. Nel nostro piccolo muoviamo il culo e non lasciamoli da soli. Sono la nostra memoria storica. Li stiamo perdendo, l’uno dopo l’altro. È una tragedia enorme. Speriamo che questo dramma passi presto. Ma è tosta dover dare la carica quando potresti non averla per te stesso…

È sera, su Milano. La notte rievoca gli spettri del presente e le memorie del recente passato. I sapori delle immagini, dei suoni, dei colori, sono contrastanti. Poco lucidi, sospesi in bilico tra un passato che sembra già lontano epoche, e un futuro che ogni giorno che passa appare sempre più ricco di speranza. Ci sarà un nuovo boom, di emozioni, di vitalità, di voglia di tornare alla vita che abbiamo tutti vissuto fino a due mesi fa. Non accadrà presto e, forse, nulla sarà più come prima. Ma cala la notte e con essa il silenzio. Si vedono solo lampeggianti, si sentono solo sirene. Un’altra giornata in prima linea, un’altra lunga notte passata a pregare gli Dei del rock’n’roll perché ci diano la forza per sconfiggere il nemico invisibile.

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Interviste

Scopriamo Natalia Rodríguez, star delle serie tv spagnole lanciata da Netflix con Alta Mar

Eleonora Lippa

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Versione italiana

Netflix ha segnato la riscossa delle serie tv spagnole, questo pacifico. Fra queste c’è “Alta Mar”, giunta alla terza stagione. Contenuti in bilico tra il thriller e la soap opera, strizzando un occhio qua e là ad Agatha Christie con trame curiose e avvincenti. La serie è andata molto bene, sia in Italia che nel resto del mondo. Abbiamo incontrato Natalia Rodríguez che presta il volto a Natalia Fábregas, personaggio tra i più interessanti e sicuramente bene caratterizzato dall’attrice 27enne.

Ciao, Natalia, benvenuta su The Walk Of Fame. Come stai? In che modo inganni il tempo dentro casa per via della quarantena?

Ciao! Beh, tutto sommato abbastanza bene. Ci sono momenti sì e momenti no, come succede a tutti immagino. Alcune volte ho una sensazione di claustrofobia, ma si va avanti. Cerco di mantenere una certa routine come per esempio leggere tutte le mattine e fare lezione di ballo o yoga la sera, oltre che fare meditazione e suonare il violino. Sono tutte cose alle quali non posso dedicarmi normalmente per mancanza di tempo.

Tu che da qualche mese sei uscita su Netflix con Alta Mar, quanto credi sia importante l’intrattenimento televisivo in un momento come quello che stiamo vivendo?

Allora, credo che questa situazione dimostri l’importanza del ruolo giocato dalla cultura nella società e per l’essere umano in particolare. Se non avessimo avuto Netflix o un buon libro suppongo che la settimana sarebbe stata vissuta con più agitazione. La cultura riempie l’anima, è così, e questa situazione è quella che è.

Come attrice ti ho conosciuta proprio grazie ad Alta Mar. Interpreti Natalia Fábregas, una donna forte, indipendente e di grande personalità. Come è stato vestire i suoi panni? Quanto pensi di aver caratterizzato questo personaggio?

Il personaggio di Natalia subisce delle importanti evoluzioni nel corso delle due stagioni. Nella prima, è una donna maltrattata. Nella seconda viene fuori il suo essere forte, desiderosa di riappropiarsi del potere che le avevano portato via in tutti quegli anni. Interpretarla è stata una sfida, è il ruolo più lontano da quella che sono io, in tutti i sensi, sia a livello fisico e sia a livello di forza caratteriale, siamo molto diverse. È stato però anche un onore aver avuto l’opportunità di rendere giustizia a tutte quelle donne che hanno vissuto una situazione analoga nella propria vita.

Ti rivedi in lei in qualche modo? Senti di somigliarle?

Come ti dicevo, non ci somigliamo affatto. Lei desidera il potere più di qualsiasi cosa, anche della sua famiglia. Ma entrambe abbiamo un bel caratterino (ride).

In questi anni le serie tv spagnole sono tra le più gettonate. Quale è il segreto di questo successo, ammesso che vi sia?

Credo che l’accesso a nuove piattaforme internazionali ci sta aiutando molto a mettere in vetrina progetti che abbiamo sempre avuto ma che mai abbiamo potuto far conoscere. Ci sono sempre stati ma mancava la visibilità.

Su cosa stai lavorando attualmente? Puoi darci qualche anticipazione?

Abbiamo appena finito di girare la terza stagione di “Altamar”!

I biopic sono una certezza del mondo del cinema. Se dovessi scegliere, chi ti piacerebbe impersonare?

Mi piacerebbe molto un film su Hedry Lamar o una storia simile a “Bronson”.

The Walk Of Fame è un magazine italiano, quale è il tuo rapporto con il cinema e con la televisione del nostro paese?

Amo Sorrentino e tutto quello che fa ma, ad essere sincera, non ho una conoscenza approfondita del cinema italiano.

Il tempo a nostra disposizione è finito, grazie per la disponibilità. Lascio a te le ultime parole per salutare i tuoi fans..

Grazie a te! È un piacere poter fare un’intervista per un altro Paese. Grazie veramente! Tanti baci a tutte e a tutti!

Versión española 

Netflix sacó a la luz el mundo de las series de TV españolas. Entre ellas se destaca “Alta Mar”, recién llegada a la tercera temporada. Una historia al borde de un thriller y una telenovela, con una sinopsis particular y cautivante. La serie tuvo un gran éxito, tanto en Italia como en el resto del mundo. Hemos etrevistado a Natalia Rodríguez que interpreta el papel de Natalia Fábregas, uno de los personajes más fascinantes y, sin duda, perfectamente interpretado por la joven actriz.

Hola Natalia, bienvenida a The Walk of Fame, ¿cómo estás? ¿Cómo pasas el tiempo durante esos días de cuarantena?

Hola!! Pues dentro de lo que cabe bastante bien, tengo momentos como todos imagino, de cierta claustrofobia, pero aguantando. Intento mantener una rutina diaria como por ejemplo leer todas las mañanas y hacer clases de baile o yoga por las tardes además de meditar y practicar violín. Cosas que normalmente por falta de tiempo me cuesta hacer.

Saliste hace unos meses con la serie “Alta Mar” disponible en Netflix, ¿cúanto piensas que sea importante el entretenimiento televisivo en un momento histórico como el que estamos viviendo ahora?

Bueno, creo que esta situación demuestra lo importante que es la cultura para una sociedad y para el ser humano en particular. Si no tuviesemos Netflix o un buen libro supongo que a la semana estaríamos con bastante ansiedad. La cultura llena el alma, es así, estemos en la situación que estemos.

Te conocí justo gracias a la serie “Alta Mar”, en la que interpretas el personaje de Natalia Fábregas, una mujer fuerte, independiente y con gran personalidad. ¿Cómo ha sido interpretar ese papel? ¿Cúanto piensas de haber caracterizado su personaje?

El papel de Natalia tiene una transformación bastante grande en las dos temporadas, en la primera es una mujer maltratada mientras que en la segunda aparece el despertar de la mujer fuerte que ansía el poder que le habían arrebatado durante tantos años. Interpretarla ha sido un reto, es uno de los papeles mas diferentes a mi, en todos los sentidos. Fisicamente y de energía, somos muy diferentes. También ha sido un honor poder hacer cierta justicia a las mujeres que han podido tener una situación similar en su vida.

¿Cúanto te reflejas en ella? ¿Le pareces un poco?

Como te decía, no nos parecemos mucho. Ella ansía el poder por encima de todo incluso de su familia. Aunque supongo que nos parecemos en que tenemos bastante carácter, jajaja.

Parece que en estos años las series tv españolas se colocan entre las más queridas por el público, ¿cúal es el secreto de este éxito, siempre que exista?

Creo que la entrada de nuevas plataformas internacionales nos esta ayudando a hacer de escaparate para muy buenos proyectos que siempre hemos tenido pero que faltaba esa visibilidad para hacerlas virales. Siempre han estado ahi, pero faltaba esa visibilidad.

¿En qué estás trabajando ahora? ¿Puedes decirnos algo?

Acabamos de terminar la tercera temporada de Altamar!

Las películas biográficas representan una garantía en el mundo del cine. Si pudieras elegir, ¿quién te gustaría interpretar?

Me encantaria una peli sobre Hedy Lamar o alguna historia similar a “Bronson”.

The Walk of Fame es un magazine italiano. ¿Cúal es tu relación con el cine y la televisión de nuestro País?

Amo a Sorrentino y todo lo que hace, pero si te soy sincera me falta mucha cultura cinéfila italiana.

El tiempo a nuestra disposición se acabó, te agradezco muchísimo. Te dejo a ti las ultimas palabras para saludar a tus fans…

Gracias a ti! Es un placer poder hacer una entrevista para otro pais! Gracias de verdad! Mil besos a todos y todas!

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Interviste

Essere se stesse, nella vita come nella musica: Lilith Primavera si racconta ai nostri microfoni

Marielisa Serone

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Attrice, modella, cantante, musicista (suona il basso), presentatrice e anche attivista Lgbtqi+, femminista, cresciuta nella periferia romana. Insomma, una ventata di freschezza e forza, Litith Primavera già dal nome arriva con tutto il suo entusiasmo e i suoi colori, un connubio esplosivo nel nome della pura e cristallina rivoluzione per la libertà. Un’artista, ma anche una attivista poliedrica e originale, ricca di spunti. Che con consapevolezza armonica organizza il discorso creativo con e attraverso il suo corpo, la sua voce, il suo rapporto con gli altri e le altre.

Questo almeno è quello che leggendo di lei in rete abbiamo evinto, cogliendone l’estetica e la poetica, entrambe curatissime nei video a disposizione sul web.

Ci dispiace però aver constatato come, una volta avvicinati i temi dell’attivismo, a cui chi scrive è particolarmente legata, ci sia stato come un timore nelle risposte, forse una volontà di non donarsi a noi, a scapito della sua stessa celebrata volontà di coinvolgere, quasi curare se stessa, le altre e gli altri con la sua arte.

Un peccato, in verità, visto il tempo complicato in cui siamo immersi, fatto anche di differenze enormi fra strati della popolazione, di donne costrette in casa coi loro aguzzini, di diritti messi in discussione, o momentaneamente sospesi, come quello alla libera circolazione, o alle cure per tutti e tutte. Ma apprestiamoci a leggerla, allora, mentre si racconta, per quel che ha voluto, al nostro magazine.

Benvenuta su The Walk Of Fame, e piacere di conoscerti: cominciamo subito dal tuo nome, Lilith Primavera: un nome “primordiale” che evoca e rimanda alla bellezza atavica e ferina di una Natura che non sempre è buona: ce lo vuoi spiegare? Perché lo hai scelto?

Il piacere è mio, e grazie, una chiacchierata in questo momento ci voleva proprio. Lilith, si, è il nome della prima donna presente nell’immaginario dell’Eden, dal quale viene cacciata creduta un demone. Onestamente non lo riconduco a nessun significato sacro, anche se la sua eco contrastata ed eterea insieme mi affascina. Trovo sia un nome bellissimo.

Come, e se, si trasferisce questo ‘senso’ nella tua musica, nelle tue performance, nella tua volontà di‘mostrarti’, come hai avuto a dire?

Forse, più che una volontà di mostrarmi, nelle mie performance attraverso il corpo e nella mia musica, attraverso la mia voce e le parole che scelgo, c’è più una volontà di mostrare qualcosa. Qualcosa che a volte fa parte strettamente di quella che sono ma che a volte è anche altro da me. Il “senso” Forse vi si trasferisce in una completa sincerità. Anche troppa, forse, senza tanti filtri. Sto pensando ad alcune mie canzoni.. Mi piace che il messaggio arrivi al pubblico in modo nudo e crudo. Credo molto in questo. Nell’essere diretti, nella vita, nella musica. Se questo mi conferisce una natura “atavica e ferina” non saprei.. 🙂

Femminismo queer, attivismo Lgbtqi+, intersezionalità: sono temi a te cari che non manchi mai di richiamare, sottolineare. Come caratterizzano la tua creatività? Prendi spunto da storie o esperienze?

Si, sono sicuramente temi a me cari e di cui parlo, scrivo racconto. Non sono gli unici ma di sicuro sono importanti. Con grande delicatezza, cerco di prendere spunto dalle esperienze che mi riguardano. E ancora con più delicatezza dalle storie che mi vengono raccontate, che ascolto. La mia creatività, come quella di ogni altro è caratterizzata, direi nutrita dalle storie, dalle facce, dalle voci di tutti quelli che ci circondano. Di mio cerco di essere paziente, e districarmi tra questi fili preziosi, per prendere spunto si, senza spezzarne nemmeno uno.

Si può combattere l’ingiustizia sociale con l’arte?

Si. Si deve. E quando non ci si riesce ci si prova ancora e ancora.

Vuoi parlarci del tuo singolo “Goodbye My Lover” – anticipazione del tuo prossimo EP? Ci vuoi parlare anche delle tue prossime pubblicazioni?

Delle mie prossime pubblicazioni non posso parlarvi. Mi è stato vietato severamente:)) con molto piacere invece vi parlo di Goodbye my Lover. Una canzone alla quale sono legata con sentimenti quasi contrastanti. È nata sul finire di una relazione d’amore e mette in un certo senso in discussione il modo che abbiamo di vivercele queste relazioni. Il ritornello non lascia dubbi d’interpretazione. Lei dice addio. Ma perchè? Dopo cosa? Sta meglio adesso? In più si balla, come le altre due che seguono in questa trilogia… si balla molto! 🙂

Un’ultima, inevitabile domanda: in queste settimane come hai pensato di reagire al presente? Hai scritto “La socialità in carne ed ossa non la può sostituire nessuna ‘diretta’ o chat condivisa, ma la musica, la musica è senza confini! E ci fa davvero sentire vicini”: stai organizzando una forma di ‘resistenza artistica’ in questa impossibilità di uscire di casa?

Siiiii, sono felice e orgogliosa di dire che insieme alla mia meravigliosa redazione di UDKD-un discretissimo karaoke domenicale abbiamo creato un telefono senza fili di emozione e colori e canzoni. Un’atmosfera unica insieme a tutte le amicizie, ci ritroviamo sul nostro canale, sulla nostra pagina fb per caricare i video che rispondono ad una categoria con premi in palio e tutto ciò che segue. Sicuramente è un periodo che lascia senza parole, allora noi cantiamo e lo facciamo tutti insieme. La musica no. Quella davvero non ha confini.

Mandi un saluto alle nostre lettrici e ai nostri lettori?

Ma certamente! #iorestoacasa ma vi abbraccio tutti!!! MOLTO 🙂

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