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Interviste

Il Layne Staley inedito nelle parole di David Ellefson: l’intervista esclusiva

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(English version below)

Da sempre mi sono chiesta come vivessero gli adolescenti tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90.

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Com’è cambiato l’ascolto e la concezione stessa della musica nel tempo? Come vivevano i concerti i membri di una generazione che non era ancora in possesso di smartphones o tecnologie in grado di registrare con precisione immagini e suoni?

Nel 1990 non ero ancora nata. Il 22 settembre dello stesso anno, a Genk in Belgio, partiva il Clash Of The Titans Tour, con i colossi del thrash metal del tempo: Megadeth, Anthrax, Slayer, Testament, Suicidal Tendencies. Il Clash Of The Titans Tour è considerato uno dei concerti di maggior successo della storia dell’heavy metal che ha avuto come obiettivo non solo il lustrare le scarpe all’allora imperante scena thrash metal, ma anche introdurre e lanciare nuovi generi emergenti come il grunge e l’alternative rock.

Si tratta di un evento musicale statunitense di grandissima portata, circoscritto in un’epoca ben precisa. Erano gli anni di Season In The Abyss, Persistence Of Time e Rust In Peace. La prima parte del tour prese il via in Europa nell’autunno del ‘90 ed era capitanata da Megadeth e Slayer supportati da Testament e Suicidal Tendencies, mentre la seconda parte terminò nell’estate del ’91, negli USA, con Megadeth, Anthrax, Slayer e Alice in Chains. Questi ultimi, giovani musicisti in erba provenienti dalla fredda e grigia Seattle, avevano appena pubblicato il loro primo album Facelift ed erano pronti ad incendiare palchi ed intraprendere una longeva carriera musicale.

Ora mi chiedo, cosa poteva rappresentare per un giovane appassionato di musica andare a un concerto di questa portata?

All’inizio degli anni ’90, nessun giovane fan si sarebbe fatto problemi a dormire fuori una notte, anche in condizioni estreme, per essere pronto in prima linea al concerto della propria band del cuore. Vigeva uno stile di vita fatto di sregolatezza, innocenza, disinibizione e realtà che, al giorno d’oggi e nella situazione in cui ci troviamo, sembrerebbero quantomeno utopiche.

Studenti, giovani lavoratori che mettevano da parte i propri risparmi per andare a vedere un concerto e goderne dall’inizio alla fine. Nessun cellulare, nessun Ipad, solo tanta musica e voglia di farsi rapire da essa senza strumenti di mediazione.

La stessa sregolatezza dei fan dominava nei backstage delle band più influenti della scena thrash metal del tempo, alle prese con le classiche prove di forza che ogni tour che si rispetti manifesta. Più che un Clash Of The Titans, a detta delle band interessate, si trattò di un Clash Of The Managers che, pur di agglomerare più gente possibile e fare cassa, avevano imbastito un evento con ben tre band headliners.

Ad aprire erano sempre le band di supporto come gli Alice in Chains, originariamente non in programma per il tour. Stando al documentario Get Thrashed, al posto degli Alice In Chains erano previsti i Death Angel che, in seguito ad un incidente stradale, non furono in grado di partecipare e i Sepultura, ingaggiati ben presto nel New Titans Of The Block Tour con Sacred Reich, Napalm Death e Sick Of It All.

Ma chi erano gli Alice In Chains? E chi era Layne Staley? L’ex frontman dalla voce carica di rabbia e malinconia. L’uomo che cambiava colore di capelli ogni mese, colui che divorava ogni palco e che è stato in grado di lasciare la propria traccia indelebile grazie alla musica, trascendendo il tempo e lo spazio.

In occasione della ricorrenza dell’inizio del concerto, ho avuto la possibilità di intervistare in esclusiva uno dei maggiori protagonisti del tour, David Ellefson (Megadeth) il quale mi ha raccontato del suo primo incontro con gli Alice in Chains, degli aneddoti e dei ricordi dell’ex frontman Layne Staley.

Qual è il tuo miglior ricordo del Clash Of The Titans Tour del 1991 con gli Alice in Chains?

Il mio ricordo preferito risale probabilmente all’inizio del tour in Europa, precisamente durante la tappa in Svizzera [23/09/90, Berna N.d.R]. Ricordo che io e Marty [Friedman N.d.R.] non smettevamo di ridere del nome Alice in Chains, trovavamo che fosse il nome più stravagante di tutti. Poi iniziarono a suonare e ci innamorammo subito della loro musica. Allora erano semplicemente fantastici e vederli suonare dal vivo fu un’esperienza che ci cambiò la vita.

Ho sentito che molti, al tempo, si interrogavano sul significato del nome Alice in Chains. E cosa hai pensato di Layne nel momento in cui l’hai visto per la prima volta?

Layne era sensazionale. Due mesi dopo aver concluso il tour europeo ci incontrammo a Dallas [16/05/91 N.d.R.] per la seconda parte del tour. Layne stava davvero bene con quei capelli cortissimi biondi, chiari come la candeggina! Ricordo di essere andato da lui e avergli detto che stava molto bene così. Lui mi ringraziò dicendomi che era appena uscito da un periodo di riabilitazione in una comunità per tossicodipendenti e che era un eroinomane. Io ne fui sorpreso. Anch’io fui dipendente da eroina e cocaina qualche anno addietro ed ero sobrio da circa un anno e mezzo, al tempo.

Io e Dave [Mustaine N.d.R.] gli offrimmo così la nostra protezione perché sapevamo che i ragazzi degli Alice in Chains amavano festeggiare in maniera un po’ estrema e questo poteva compromettere la sua salute e sobrietà. Sfortunatamente dopo il Clash Of The Titans Tour, gli Alice in Chains fecero da spalla ai Van Halen e credo che Layne smise di essere sobrio e pulito da quel momento. E poi, pochi anni dopo, era sul punto di morire.

Layne era un’anima lieve, dolce e gentile ma con uno sguardo così intenso e imponente che ti faceva decisamente capire che c’erano dei demoni dentro di lui, i quali potevano essere sputati fuori solo attraverso la sua musica.

“Le mie cattive abitudini non mi qualificano. Ciò che mi caratterizza è il mio talento e la mia forza.” Amo questa citazione di Layne. Tutti lo ricordano per la sua dipendenza, ma la sua voce e il suo talento parlano da sé. Credo che Layne fosse molto più della sua dipendenza. Dopo il tour hai avuto occasione di rivedere gli Alice in Chains?

Ho visto il primo tour con William [Duvall N.d.R.] in apertura ai Velvet Revolver. Sono fantastici, ma preferisco i classici Alice in Chains.

(English version)

What’s your best memory of the Clash Of The Titans Tour with Alice in Chains in 1991?

Probably my favourite memory is when we walked into the venue in Switzerland [23 sept. 1990, Bern] and me and Marty [Friedman] were laughing at the name Alice In Chains because we thought it was the weirdest name ever. And then they started to play and we immediately fell in love with them as a band and it’s cool. They were just amazing back then and definitely created a life-changing experience for us.

I heard that many people at the time were wondering about their strange name! And what did you think about Layne the first time you saw him?

Layne was so cool. Two months later after the Europe tour we saw them again in Dallas (Texas, 16 may 1991) when we started the second leg of the Clash Of The Titans Tour. Layne looked really good with really short bleached blonde hair. I went up to him and said: “Man you look amazing!”. And he said: “Yeah I just got out of rehab.” I answered: ”Rehab?”, and he told that he was a heroin addicted. I myself was mixed up with heroin and cocaine a few years before that and I was about a year and a half sober at the time.

Dave [Mustaine] and I offered to take him under our wing because we knew that the Alice in Chains guys partied pretty hard and that it was going to be a struggle for him to stay sober. Unfortunately after the Clash Of The Titans Tour they went off with Van Halen and I think Layne fell off the wagon and was never sober again. And then he was almost to die a few years later.

He was a kind sweet and soft-spoken soul but had a very commanding look in his eyes which would definitely let you know that there were some demons inside of him that needed to come out through his music.

“My bad habits aren’t my title. My strengths and my talent are my title.” I really like this quote by Layne. I mean everyone remembers him for his addiction but his voice and talent spoke by themselves. I think he was much more that. And after that tour did you go seeing them live again or the relationship just ended?

I did see the first tour with William opening for Velvet Revolver and they were amazing but now I just prefer the classics.

Redattrice del magazine The Walk Of Fame. Studentessa, laureata in letteratura e filologia moderna, è un'appassionata di storia, cinema, arte e musica. Reduce da un'esperienza all'estero, è già pronta a ripartire. Appartiene alla generazione di quelli "con l'erba che cresce sotto i piedi" ed è anche amante del folklore e dei paesaggi scandinavi.

Interviste

Marco Bonadei: “Salvatores? Una vera guida. Recitare? Per me la ricerca della verità” (Intervista)

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Marco Bonadei è sicuramente uno dei volti emergenti nel panorama artistico italiano. Attore teatrale genovese, classe 1986, e con una spiccata predisposizione alla recitazione. Dal 2010 collabora con la compagnia del Teatro dell’Elfo di Milano recitando in diverse produzioni. Nello stesso anno, inoltre, Marco Bonadei dà il via al progetto Il Menù della Poesia con cui diffonde, assieme alla sua equipe, la poesia ed il teatro in giro per l’Italia. Una carriera votata alla recitazione, tanto da entrare nel cast del film Comedians di Gabriele Salvatores, uscito il 10 giugno nelle sale italiane. Per l’occasione abbiamo scambiato qualche parola con Marco Bonadei cercando di esplorare il suo background, la sua passione per la recitazione e i progetti futuri. Buona lettura!

Il 10 giugno è uscito Comedians, film di Gabriele Salvatores tratto dall’omonimo dramma di Trevor Griffiths. Per te che vieni dal mondo del teatro è stato difficile approcciarsi alla recitazione in un film?

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È stata un’esperienza unica. Gabriele Salvatores sa accompagnarti per mano, come una vera guida. Le difficoltà riscontrate sul set sono state molte ma Gabriele riesce a guidarti come se tu fossi un funambolo, senza farti sbilanciare né troppo da un lato (un eccesso di teatralità) né dall’altro (un naturalismo spinto), tenendoti in bilico ed impedendoti di cadere.

La tua è una carriera interamente votata alla recitazione e alla cultura. Come è nata questa passione, o forse è meglio dire vocazione, che hai poi trasformato in lavoro?

Mi sono avvicinato da bambino al palcoscenico per gioco e mi è piaciuto. Poi ho scoperto che ero portato per recitare. Il tempo, l’impegno e la fortuna hanno fatto il resto.

Dal 2010 dirigi il progetto Il Menu della Poesia attraverso il quale diffondete la poesia e il teatro con l’imprescindibile convinzione che la cultura possa essere il vero collante di una società sana. Da semplice format itinerante ad un’associazione vera e propria. Cosa ti ha spinto ad iniziare un progetto così ambizioso e, se vogliamo, innovativo?

Una sfida alla celeberrima affermazione “con la cultura non si mangia“. Ma una sfida che abbiamo vinto. Dopo ci siamo resi conto dell’interesse che il progetto destava nelle persone, e ci siamo detti -io e il gruppo di colleghi attori con cui ho iniziato questa avventura- che era il caso di dargli un futuro e di farlo crescere. oggi c’è un team di seri professionisti che se ne sta occupando e che dà valore e forza al Menu della poesia.

Vittorio Gassman diceva: «L’attore è un bugiardo al quale si chiede la massima sincerità». Quindi: recitare come via di fuga dalla realtà che ci circonda o come interpretazione e manifestazione della stessa. Sei d’accordo con questa affermazione? Cosa provi quando ti cali nei panni di un personaggio?

Recitare per quanto mi riguarda è la ricerca di una costante verità, una verità ultima, una verità altra. Recitare è tutt’altro che mentire. È mettersi a nudo, e dare spazio a quelle parti di te che condividi con il personaggio scritto dall’autore sulla carta. Recitare è comunicare, attraverso un codice, stabilito o innovativo, con chi sta dall’altra parte: il pubblico.

Il teatro è un ambiente che ti pone a contatto diretto con il pubblico, a differenza della telecamera su un set cinematografico che funge da tramite. Secondo te, dopo aver sperimentato sulla nostra pelle le limitazioni della libertà e dei rapporti interpersonali, credi ci sia bisogno di un ritorno a quella vicinanza tra persone che solo un palco riesce a creare?

Credo che questo bisogno di cui parli, terminerà solo con la fine dell’ultimo uomo e dell’ultima donna sulla terra. È il bisogno di comunicare, il bisogno di toccarsi, il bisogno di sentire l’energia dell’altro, di guardarlo negli occhi, sentirlo respirare, vederlo muoversi. Il bisogno di empatizzare con le sue emozioni, di riflettere sulle sue azioni, pensieri, vite. Ce lo insegna la scienza con lo studio dei neuroni specchio. Credo che lo spettacolo dal vivo sia la forma d’arte ultima a poter morire. Come disse in un’intervista il grande Eduardo De Filippo: «finché ci sarà un filo d’erba sulla terra ce ne sarà uno finto su di un palcoscenico».

Hai già in mente dei nuovi progetti per il futuro ora che cinema e teatri riapriranno? Puoi anticiparci qualcosa?

Debutto il 7 luglio al Teatro Elfo Puccini di Milano con uno spettacolo diretto da Cristina Crippa Nel Guscio di Ian McEwan: una sorta di monologo surreale, ambientato nell’utero materno all’ottavo mese di gravidanza. Io sono un feto. Un feto molto noto, almeno per il pubblico teatrale. Un Amleto in miniatura, che deve sventare l’omicidio del padre, e lo deve fare in una condizione fisica e fisiologica limitante e fuori dal comune.

In questo momento sono impegnato nel portare avanti La Variante Umana, la compagnia teatrale che ho fondato insieme ad altri quattro compagni di lavoro: Vincenzo Zampa (altro attore con cui condivido l’esperienza del set di Salvatores) Chiara Ameglio danzatrice e performer, Aureliano Delisi drammaturgo, e Alessandro Frigerio sceneggiatore e assistente alla regia. Noi cinque ci troviamo impegnati nella realizzazione di diversi spettacoli. La prossima tappa sarà una mia regia ispirata a romanzo di Friedrich Dürrenmatt  Il giudice il suo boia che ci vedrà impegnati tutti insieme sulla scena.

Leggi anche: “Con “La notte arriva sempre”, Willy Vlautin torna a dar voce alla working class [Ita/Eng]

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Interviste

Con “La notte arriva sempre”, Willy Vlautin torna a dar voce alla working class [Ita/Eng]

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Tornato da poco più di un mese nelle librerie con il nuovo, struggente La notte arriva sempre, Willy Vlautin si è ormai affermato come una delle voci più potenti della letteratura contemporanea americana, grazie ad una vena narrative baciata da un’ispirazione costante e da una rara capacità di descrivere senza troppi orpelli l’everyday life della working class e degli emarginati. Ecco cosa ci ha raccontato a proposito della sua ultima fatica.

English version below

Iniziamo con la scelta di raccontare gli eventi narrati in 48 ore: perché questa unità spazio-temporale così limitata?

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Volevo conferire un’atmosfera frenetica e disperata al libro perché il mondo di Lynette, la protagonista, sta cambiando velocemente, così come l’economia della sua città, e lei sa che è rimasta indietro rispetto a questi cambiamenti.

Al di là di Lynette e dei pochi altri personaggi, in questo libro sembra che il vero protagonista, almeno per la capacità di mettere in moto gli eventi, sia la casa che la tua antieroina sta disperatamente cercando di comprare. Perché? E, in qualche modo, volevi sottolineare il problema che molti americani sembrano avere al giorno d’oggi per assicurarsi un tetto sopra le loro teste?

Una delle cose che mi hanno insegnato da bambino è stato il sogno americano della proprietà della casa. Mi hanno insegnato che se possiedi il posto dove abiti, avrai un po’di potere, un po’ di sicurezza e di autonomia. E Lynette, appunto, vede la casa come la sua ultima possibilità di avere sicurezza e un po’di potere. I prezzi delle abitazioni nelle grandi città degli Stati Uniti stanno aumentando molto più rapidamente dei salari e lei lo sa. Il suo sogno americano si sta rapidamente dissolvendo e lei se ne rende conto e, allo stesso tempo, vede la sua famiglia cadere a pezzi.

Rispetto ai tuoi romanzi precedenti, leggendo queste pagine ho avuto l’impressione che tu abbia reso il tuo stile ancora più essenziale per far parlare la nuda verità dei fatti. È stata questa la linea guida che hai seguito e, in tal caso, consideri La notte arriva sempre come una sorta di approdo definitivo per la tua scrittura, un modello per le opere a venire?

Ogni libro ha il suo stile entro i confini di ciò che sono in grado di fare. Con questo volevo trasmettere velocità e senso di panico, solitudine e oscurità. Così ho mantenuto le frasi semplici e cariche di inquietudine. Lynette sta cercando di salvare la sua famiglia e la loro casa, ma è anche una persona mentalmente fragile. È dura, lei è sempre a un passo dal ritrovarsi completamente a pezzi.

Sempre rimanendo in tema: come si ottiene una “rarefazione” così definitiva? È un modo completamente naturale di scrivere o hai bisogno di un importante lavoro di rielaborazione tra una bozza e l’altra?

Modifico molto. Tendo a lavorare parecchio su ogni libro e su ogni singola frase. Posso magari scrivere una bozza abbastanza velocemente, anche in meno di un anno, ma poi ne passo almeno un altro paio a rielaborarla.

Pur nelle terribili difficoltà di ogni ordine e genere, i protagonisti dei tuoi romanzi, anche quando si sono macchiati di qualche colpa, sembrano sempre brave persone che non vogliono arrendersi a un destino sbagliato e a un mondo avverso. Da dove viene questa forza per non lasciarsi mai andare completamente?

Molte volte scrivo queste storie per aiutarmi a rimanere a galla io stesso. Le scrivo per ricordarmi che non devo arrendermi, non devo lasciarmi andare completamente. Quindi, in questo libro, Lynette è il mio promemoria per non perdere la speranza. E per ricordarmi che non ottieni niente lasciandoti andare, che non ottieni nulla se sei come Doreen, la madre di Lynette.

Basandosi su una prima impressione, Lynette e sua madre sembrano rappresentare due poli opposti, con la prima che incarna l’immagine dell’”arrendersi mai” e la seconda, invece, che appare come uno dei tuoi personaggi più rassegnati e sconfitti. Tuttavia, ci sono alcuni passaggi nel libro in cui questa impressione, questo tipo di dicotomia, sembra venir meno. Potresti in qualche modo farci capire come volevi davvero bilanciare la loro relazione in queste pagine?

Lynette e sua madre, Doreen, hanno una relazione complicata. A causa di Kenny, il fratello più piccolo e disabile di Lynette, sono state costrette a trascorrere insieme più tempo di quello che normalmente dovrebbero trascorrere insieme una madre e una figlia e sono entrambe co-dipendenti da lui. Leggendo il romanzo, penso si realizzi abbastanza facilmente che sia la madre che la figlia appaiano esauste dall’assistenza da dover prestare a Kenny. La madre ha fatto delle scelte sbagliate nella vita ma ha anche sopportato dei passaggi a vuoto esistenziali importanti. Non ha avuto molta fortuna, o forse non ha mai saputo riconoscerla. Ha più o meno rinunciato alla speranza di poter sopravvivere con successo nella nuova Portland. Lynette, invece, crede ancora nell’antico principio tipico americano in base al quale se lavori sodo puoi avere successo. Quindi si parla sostanzialmente del solito argomento: provarci o non provarci nella vita. L’aspetto più importante del loro rapporto è che si tratta di una relazione che si sta sgretolando. La madre sta rompendo con sua figlia. È stanca di lei.

Con la sua ambientazione molto notturna, La notte arriva sempre sembra davvero dimostrare che quando Henry Miller ha definito l’America un “lungo incubo al neon” non stava affatto esagerando. È davvero così e quanto pensi che questi ultimi due anni di emergenza pandemica e crisi economica correlata abbiano peggiorato il quadro della situazione?

Ormai sono tante le città degli Stati Uniti che sono diventate inaccessibili per la classe operaia. Questo libro parla di una famiglia che cerca di capire come cavalcare l’onda della gentrificazione. Lynette non vuole rimanere indietro rispetto a questo fenomeno. Ma la maggior parte delle famiglie non lo accetta, non riesce a tenergli testa. Con questo libro, mi interessava far vedere come una famiglia in disfacimento potesse sopravvivere a un cambiamento così rapido della propria città e dell’economia sulla quale si fonda.

Rimanendo in argomento: hai ambientato questo romanzo nella tua città adottiva, Portland. Una scelta, credo, non casuale. Perché?

Ho ambientato il romanzo qui perché i prezzi delle case a Portland sono aumentati quasi 5 volte mentre i salari soltanto due. Ci sono dozzine e dozzine di nuovi condomini in costruzione, ma allo stesso tempo appaiono sempre più delle specie di “accampamenti”. Oggi come oggi, le persone vivono permanentemente in questa situazione di precarietà. La crescita dell’edilizia insieme all’esplosione del fenomeno dei senzatetto lascia senza fiato. Il cambiamento è stato così drammatico e inquietante che ho dovuto ambientare la storia da queste parti.

L’Italia è un Paese che, romanzo dopo romanzo, sta imparando ad amarti. Se ti offrissero di vivere lì per un po’, accetteresti? E di che cosa andresti alla ricerca dalle nostre parti?

Ah! L’Italia è uno dei paesi più belli del mondo. È il posto preferito da mia moglie. Certo che verrei. Sono già lì con le valigie in mano. Per quanto riguarda un luogo specifico…. Beh, adoro la campagna o le piccole città costiere. Con questa prospettiva, mi hai appena rallegrato, grazie!

Come i tuoi lettori sanno, la tua carriera di scrittore è stata preceduta e poi affiancata da quella di musicista. Stai preparando qualcosa di nuovo con The Delines o da solo?

I Delines hanno appena finito un nuovo disco di cui sono davvero entusiasta. Speriamo di portarlo in tour nel 2022.

Un’ultima curiosità: durante i periodi di lockdown e di varie restrizioni, oltre alla scrittura, ti è capitato di leggere più del solito e forse trovare qualche nuovo autore che ti ha colpito e che nel prossimo futuro potrebbe anche esercitare una certa influenza su di te?

Ho letto molti romanzi scritti durante la grande depressione degli anni ’30. E ho trovato degli input in questi romanzi o nei romanzi sugli hobo (termine con il quale nel mondo americano si fa riferimento a quelle persone senza un impiego né una fissa dimora, costretti a vagabondare per sopravvivere, ndr) nei quali un tracollo economico si abbatte sull’esistenza di un personaggio appartenente alla classe operaia, che mi hanno aiutato molto durante la lavorazione de La notte arriva sempre. Quindi, sì, seppur senza citare titoli in particolari, posso dire di essermi assai dedicato a letture di questo genere, soprattutto a quella dei romanzi sugli hobo.

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English Version

Let’s start with the choice to tell the events narrated in 48 hours: why is this space-time unit so limited?

I wanted a frantic desperate feel to the book because Lynette’s world is changing so fast, the economy of her city is changing so rapidly and she knows she’s getting left behind.

Beyond Lynette and the few other characters, in this book it seems that the real protagonist, at least for the ability to set events in motion, is the house that your anti-heroine is desperately trying to buy. Why? And, somehow, did you want to emphasize the problem many Americans seem to have nowadays to secure a roof over their heads?

One of the things I was taught as a kid was the American dream of home ownership. That if you owned your own place you would have a bit of power, a bit of security, and autonomy. Lynette sees the house as her last chance for security and a bit of power in her town. Housing prices in so many major cities in the US are increasing much more rapidly than wages and she knows this. Her American dream is rapidly dissolving and she sees it and at the same times sees her family falling apart.

Compared to your previous novels, reading these pages I had the impression that you have made your style even more meager to let the naked truth speak. Was this the guideline you followed and, if so, do you consider this The night always comes as a sort of definitive landing place for your writing, a model for the works to come?

It each book has its own style within the confines of what I’m able to do. With this book I wanted it to be fast and panicked and lonely and dark. So I kept the sentences simple and worried. Lynette is trying to save her family and their home but she’s also mentally fragile. She’s tough but she’s always one step away from becoming undone.

Still on the subject, how do you get such a definitive “rarefaction”? Is it a completely natural way of writing or do you need an important reworking job between one draft and another?

I do edit a lot. I tend to toil over each book and each sentence. I can write a draft pretty quick, less than a year, but then I spend a couple of years editing.

Even in the terrible difficulties of every order and genre, the protagonists of your novels, even when they are stained with some guilt, always seem like good people who do not want to surrender to a wrong fate and an adverse world. Where does this strength come from to never let go completely?

A lot of times I write these stories to help keep myself afloat. I write them to remind me not to give up, not to completely let go. So in this book, Lynette is my reminder not to lose hope. That you get nothing by quitting, you get nothing being Doreen, Lynette’s mother.

Relying on a first impression, Lynette and her mother seem to represent two opposite poles, with the first embodying the image of the “never surrender” and the second, instead, acting as one of your most resigned and defeated characters. However, there are some passages in the book in which this impression, this kind of dichotomy, seems to fail. Could you somehow make us understand how you actually wanted to balance their relationship?

Lynette and her mother, Doreen, have a complicated relationship. Because of Kenny they have been together longer than normal and they are co-dependent. I think what you see in the novel is that both mother and daughter are exhausted by caring for Kenny. The mother has made some bad choices in life but has also had some tough breaks. She hasn’t had a lot of luck, or maybe she hasn’t ever seen the luck in front of her. She has more or less given up that she will be able to survive with success in this new Portland. Lynette still believes in the old American idea that if you work hard you can find success. So it’s the old argument of to try or not to try. The main thing here too, is that this is a relationship that is breaking up. The mother is breaking up with her daughter. She’s tired of her.

With its very nocturnal setting, The Night Always Comes really seems to demonstrate that when Henry Miller called America a “long neon nightmare” it was by no means over the top. Is this really the case and how much do you think these last two years of pandemic emergency and related economic crisis have worsened the picture of the situation?

So many cities in the US are now unaffordable for the working class. This book is about one family trying to figure out how to ride the wave of gentrification. Lynette doesn’t want them left behind. But most families struggle, most families have disfunction to them. I was interested in how a broken family survives such a rapid change in their city and their economy.

You set this novel in your adopted city of Portland. A choice, I guess, not random. Why?

I set the novel here because housing prices have gone up almost 5 times while wages have gone up only twice. There are dozens and dozens of new apartment buildings being built but at the same time tent cities are appearing. People are now living permanently in tent encampments. The growth in building along with the explosion in homelessness is breathtaking. The change has been so dramatic and unsettling that I had to set the story here.

Italy is a country that, novel after novel, is learning to love you. If they offered you to live there for some time, would you do it? And what would you go looking for in our area?

Ha! Italy is one of the most beautiful countries in the world. It’s my wife’s favorite place. Of course I would come. I’m packing right now. As for a place…. Well I love the country or a small little coastal town. You’ve just cheered me up, thank you.

As your readers know, your career as a writer was preceded and then joined by that of a musician. Are you preparing something new with The Delines or on your own?

The Delines just finished a new record that I’m really excited about. We’re hoping to tour it in 2022.

One last curiosity: during periods of lockdown and various restrictions, in addition to writing, you happened to read more than usual and maybe find some new author who could hit you and who in the near future could also exert some influence on you?

I read a lot of novels written during the great depression of 1930’s. There’s something about hobo novels or novels where the economy falls out for a working class character that really made sense to me when working on The night always comes. So I’ve been lost in the novels of the hobo.

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Foto: profilo Facebook

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Interviste

Gian Paolo Serino e Satisfiction: 20 anni di critica letteraria senza compromessi

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gian paolo serino intervista the walk of fame magazine domenico paris satisfiction

Figura vulcanica nel mondo dell’editoria e della cultura italiana, in quasi trent’anni di attività Gian Paolo Serino si è rivelato uno dei critici letterari più audaci e intransigenti che ci sia in circolazione.

Noto per le sue innumerevoli collaborazioni con quotidiani, periodici e case editrici di primo piano, si è sempre battuto per un’idea di letteratura (e di vita) audace e marcatamente fuori dagli schemi, che lo ha reso un punto di riferimento insostituibile per tutti coloro che amano i libri e la lettura.

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Da pochi giorni, la sua “creatura” più conosciuta, la rivista letteraria Satisfiction, ha tagliato il prestigioso traguardo dei venti anni di attività, durante i quali ha raccolto numeri e consensi a dir poco inequivocabili. Abbiamo perciò raccolto qualche impressione del critico milanese a proposito di questo significativo “genetliaco”.

Sono passati venti anni da quando è cominciata l’avventura-Satisfiction. So che sei una persona sempre proiettata in avanti, ma te la sentiresti di stilare un bilancio sull’attività della rivista in occasione di questa ricorrenza così importante? In che modo, secondo te, ha contribuito a cambiare le cose in un mondo molto particolare come quello della critica letteraria?

Non esistono persone “avanti”, solo persone che rimangono un po’ indietro. Credo che Satisfiction rappresenti questo. Non essere un’avanguardia ma un progetto editoriale che 20 anni fa aveva un unico padrone, il lettore. E continua ad avere i lettori -che sono cresciuti a dismisura, certo- come protagonisti. La nostra esistenza è credere in una “coscienza critica”, per questo Satisfiction è così amato e così invitato.

Per quanto riguarda la seconda parte della tua domanda, secondo me moltissimo, ma non devo dirlo io. Siamo riconosciuti dal mondo editoriale tutto come i referenti più credibili verso i lettori. E questo lo si può evincere non dalle mie parole ma dalla stima degli editori, che lasciano a Satisfiction molte anteprime di grandi autori, e da quella di tanti grandissimi scrittori che ci stanno regalando i loro inediti per festeggiare questi 20 anni. 

A tal proposito: ti aspettavi una partecipazione così massiccia alla celebrazione della ricorrenza da parte di tanti grandi protagonisti della narrativa italiana e internazionale (che si è espressa anche attraverso una lunga serie di omaggi video e scritti sui social)?

Fa sempre piacere, ma devo ammettere che non mi aspettavo una così forte adesione da parte di scrittori di riconosciuta levatura sia italiani che internazionali. Sono felice che la coerenza mia e di Satisfiction sia riconosciuta in modo così significativo. Si può essere d’accordo o meno con Satisfiction, ma nessuno ci può accusare di non essere forse l’unica davvero libera in Italia.

Da trenta anni a questa parte, vieni considerato uno dei critici letterari più influenti e apprezzati in Italia (e non solo). Come si guadagna un consenso così ampio e, soprattutto, cosa pensi di aver fatto, in termini di trasparenza e innovazione, per averlo meritato?

Con la determinazione, con l’amore che ho nei confronti di quello che faccio. Non ho mai accettato di prestar orecchio alle sirene della “società” letteraria, dalla quale mi tengo fermamente lontano. Prima questo rifiuto me lo facevano pagare, adesso viene considerato come mio tratto distintivo. Una cosa che comunque mi lascia sempre in allerta: essere riconosciuti può essere il primo passo per essere inglobati. Per questo non sono mai soddisfatto di quello che faccio. C’è sempre un passo avanti da fare, qualcosa da conquistare, un obiettivo da ottenere. Ecco, quando la cassiera dell’Esselunga saprà che lavoro faccio, allora avrò finito. Ma non per protagonismo, è solo la mia idea di vero successo. Ho imparato con il tempo a non bruciare le tappe, anche andando sempre al massimo. E ho imparato anche che il successo è solo il participio passato del verbo succedere.

Ci puoi raccontare come è nata questa vocazione così singolare? Qual è stata la molla che ha fatto scattare dentro di te il desiderio di intraprendere una carriera che, diciamolo chiaramente, presenta delle incognite di realizzazione professionale non indifferenti?

Perché ho sempre amato leggere, ho iniziato a 4 anni e per adesso non ho ancora smesso di credere nei libri.

Sempre rimanendo in tema. Nonostante la tua fama e una sterminata serie di collaborazioni con molti dei giornali e dei magazine cartacei più importanti del Paese, sei sempre stato un sostenitore del mezzo web come strumento di condivisione dei saperi e di circolazione dell’informazione letteraria. Perché?

Io credo molto nella carta, credo che tra molti anni tutti torneranno a leggere i giornali, ad esempio. E questo perché sempre più studenti usano il tablet. Chi avrà voglia di rimanere al pomeriggio ancora davanti allo schermo? Sono convinto, tornerà la lettura. E Satisfiction, a partire dalla grafica “elegante e spartana”, (come ha scritto “la Repubblica”) non concede e non concederà nulla al lettore, se non leggere.

Nonostante la tua ancor giovane età, già da diversi anni hai fatto scoprire ai lettori italiani degli autentici capolavori della letteratura internazionale (tra i tanti, citiamo “Stoner” di John Williams, “Revolutionary Road” di Richard Yates o “Una banda di idioti” di John Kennedy Toole). Come si scoprono libri epocali come questi e come si fa a farne capire il valore ai lettori (e agli editori)?

Facile: leggendo molto.

Nei tuoi editoriali, nelle tue recensioni e in molte delle tue dichiarazioni sui media, hai sempre posto un accento molto marcato sull’importanza di affrontare la letteratura e la cultura in generale come una sfida improntata soprattutto sul coraggio di “darsi” completamente. Nella tua ormai lunga esperienza di vita e di lavoro, pensi che la maggior parte di chi, a vario titolo, è coinvolto nel settore, si attenga a questo principio? E quali possono essere le conseguenze sulla vita di tutti i giorni (lavorativa e non) per chi sceglie un approccio così emotivo? Quali sono state sulla tua, tanto per dirne una?

Ma nella domanda prima hai parlato della “tua giovane età” e adesso della “mia ormai lunga esperienza” (sorride, ndr)?! Scherzo, Ti ringrazio molto per aver sottolineato entrambi gli aspetti, perché, pur essendo sulla breccia da ormai tanti anni, sono ancora molto giovane in confronto alla maggior parte dei critici e degli scrittori. Per la scrittura ho sacrificato tutto: la famiglia, i figli, gli amici. Ho sacrificato spesso anche me stesso pur di essere fedele e coerente alla mia idea di scrittura! E ne vado fiero, anche se è fatica.

Nel moto perenne delle tue iniziative, c’è qualcosa che senti di non aver ancora o di non aver fatto fino in fondo come volevi? Qual è il sogno nel cassetto del Serino “progettatore”?

Sì, ma non sarebbe un progetto se te lo rivelassi (ride, ndr)!

Un’ultima domanda: dopo il successo del tuo esordio come autore di “Quando cadono le stelle”, hai pronta da diverso tempo una tua voluminosa autobiografia che promette di essere un libro cult nel futuro prossimo. Quando si trasformerà in carta da toccare e, soprattutto, in che modo ti auguri “esploda” nel mondo dell’editoria italiana (e non solo)?

Avevo in mente di farlo uscire lo scorso maggio, poi la pandemia mi ha fatto desistere. Lo stesso per questo maggio. Io credo molto nelle presentazioni di persona, non in quelle video che tanto sono andate per la maggiore in questi ultimi due anni. Mi piace incontrare le persone, i miei lettori, e il primo “tour di supporto” al mio libro d’esordio mi ha dato soddisfazioni enormi. Per il resto, non ho fretta. Non ho mai avuto fretta di pubblicare. Infatti “Colpevole di tutto” sarà il mio secondo e ultimo romanzo. Avrò già detto tutto che avrei voluto dire.

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